Silenzi di pianura, parole di fiume. Nel gorgo del cielo-Umberto Bellintani visto da Adelmina Albini

Come il personaggio che esce dallo schermo ne “La rosa purpurea del Cairo” per abbracciare la spettatrice in sala, innamorata di lui, così Umberto Bellintani mi è venuto incontro con un cappello di paglia logoro, calzato all’indietro e un volto che lascia poco all’intuito, uscendo da un film. “Affettuosa presenza” è una poesia in immagini di Franco Piavoli che ripercorre la corrispondenza – lunga quasi quanto la vita – di Umberto Bellintani con l’amico-poeta fiorentino Alessandro Parronchi.
Il poeta è talmente legato alla sua terra mantovana da non riuscire a staccarsene né dopo l’esperienza della guerra in Africa e della prigionia in Germania e nemmeno dopo aver frequentato il mondo intellettuale milanese negli anni Cinquanta e Sessanta, che lo accoglie con entusiasmo ed esalta la sua originale voce poetica – pubblica la prima raccolta “Forse un viso tra mille” nel 1953 – ma che non risponde al suo profondo bisogno di verità. E presto lo abbandona per tornare al suo paese, S. Benedetto Po, dove resta sino alla fine della sua vita, e dove per vivere, lavora come segretario in una scuola. Una vita che segue la monotonia del quotidiano, ma si illumina nel sognare viaggi dall’altra parte del mondo, che si scontra con la durezza della povertà ma si intenerisce con la ricchezza dell’ispirazione poetica. Protagonista della prima raccolta poetica di Bellintani è la pianura mantovana, con il grande fiume, lungo le cui rive e dentro le cui acque si vive e si muore. Ricordi di giochi d’infanzia, di compagni d’avventure, di notti incantate si intrecciano ai lamenti delle madri di bimbi annegati, ai rimandi ad altri fiumi sugli scenari di guerra, alla memoria mitizzata di paesaggi e genti d’Africa, che impregna la sua poesia con immagini di virile nostalgia, ancor più suggestive in quanto evocatrici di atmosfere e paesaggi popolati di enormi animali esotici, quasi mitici, di uomini e donne “naturali”, in totale sintonia e comunione con la natura circostante, di vegetazione rigogliosa. E sopra tutto ciò il riconoscimento dell’esistenza di un Dio che spesso invoca e osanna ma contro il quale altrettanto spesso violentemente inveisce. Anche la sua formazione artistica – si diploma in scultura nel 1937 all’Istituto d’arte di Monza con il maestro Marino Marini – si riconosce nella plasticità di molte sue immagini poetiche, che non sono rarefatte come pitture metafisiche, ma si impongono come blocchi di granito, nei quali la mano, robusta e delicata, modella un coccodrillo, un’anfora, un galletto tra le corna di un toro. A volte però la stessa mano traccia figure spaventose, quasi oniriche, ossessive immagini interiori che hanno tratti umani e animaleschi.
La poesia di Bellintani sfugge ad una collocazione in una scuola o in una corrente; è molto di più. La voce arcana e primitiva dell’uomo che il quotidiano scontro con la realtà rende consapevole della perdita di un’origine mitica, alla quale guarda con nostalgia, ma senza rimpianto. Concretezza e fragilità, umiltà e grandezza, crudeltà della vita e tenerezza di sguardo.

Umberto Bellintani nacque nel 1914 a S. Benedetto Po, in provincia di Mantova. Nel 1937 si diplomò in scultura all’Istituto d’arte di Monza, tre anni dopo fu richiamato alle armi e combattè in Albania e in Grecia. Dal ’43 al ’45 fu prigioniero in Germania. Nel 1953 pubblicò la sua prima raccolta poetica “Forse un viso tra mille”, cui seguì due anni dopo “Paria”. Nel 1963, dopo “E tu che m’ascolti” si ritirò dalla scena letteraria per tornare al paese di origine, dove visse fino alla sua morte, lavorando come segretario in una scuola. Il lunghissimo silenzio fu interrotto solo dalla pubblicazione nel 1998 di una raccolta che comprende le tre precedenti e altre poesie inedite, dal titolo “Nella grande pianura” (Mondadori). Poco dopo morì.

Il film citato è “Affettuosa presenza” di Franco Piavoli, Italia 2004, 60’

Quanto quanto piede in piazza Duomo,
quanto quanto piede
bussa alle orecchie.

Ma dimmi quante vite morte
vanno per le vie:
dimmi quanti cuori vivi
scendono alle tombe.

Adelmina Albini

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affettuosa presenza-umberto bellintani –franco piavoli

 

affettuosa-presenza-bellintani

 

Sera di Gorgo

Ancora opache innanzi a questa
sera ed umane.
Ora sono delle anime viola
le figure d’intorno al carretto
di chi grida il bel rosso dell’anguria.
E l’asino è un’ombra che sogna
e mastica biada.

Là il cielo è un verde di giada;
una rondine vi si tuffa,
esce, si perde:
è quasi ora di accendere lucerne.

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Nostalgia

Torna un lamento,
e ne dà l’eco la pallida
ombra del monte al capo viola.

Vedo gli uccelli
sui comignoli dei tetti
di un paese dell’Epiro
e scroscia un fresco scintillato di rugiada.
E mentre trebbiano il grano
dei fulvi cavalli arrivo
ove l’oracolo di Delfo era
nel volto corrucciato del greco
fiero di odiarmi.
Non sarò forse mai,
non avrò più ritorno
a quelle terre ove
di me in cerca s’aggira
un ebbro momento.
Oh triste
esser dispersi nel tempo
e per terra divisi
in parti ed ogni parte la sorella
chiamare vanamente.

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Negro allo zoo

Qui è nell’occhio dolente dell’antilope
il mio specchio del tempo che trascorro;
ed in quello mi guardo: vedo il fiume
tra le erbe colle orme di gazzelle
che all’acqua volgevano di sera
o la notte nel chiaro della luna.
Sono un negro nel serraglio di città
che dai ferri delle sbarre vede lungi
dentro l’Africa lontana il suo villaggio.
Là sollevano le palme di mattina
verso il cielo un fanciulletto nudo sempre;
ed un canto s’intona. Godo il verso
d’animale di foresta; mi rammento
della madre che rideva accovacciata
con il sesso disserrato come un fiore
nell’assorta palude. E d’allora
di quel tempo cui vola il mio pensiero
la rugiada mi stilla dagli occhi.

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Sulla riva del Vojussa

Sponda dell’acqua serena allora scorse
l’anima mia diffusa in grembo al giorno,
e volle voce a cantare colla rondine
di grazia piena, compagna dell’allodola.

Vaga memoria che ritorni a un fiume veneto,
tu mi rammenti quell’isola di pace
dove un soldato approdando si disarma
e sulla sabbia si distende, scrive un nome.
Ma sul tuo giorno calpesta questo giorno
dal piede intriso del sangue della guerra,
ed altro
è il fiume, conteso, della morte.

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Spartaco

E tu sei Spartaco, l’astuto bricconcello,
capobandito, “canaglia fra i maggiori
che mai si fosser veduti alla borgata”
nel tempo ch’era di gloria e d’avventura
entrar negli orti, squartare un pollastrello
e andare a zonzo per boschi e per le siepi
a franger nidi, alla cerca di qual mai
altro diletto di nequizia e malafama.
Pronto alla rissa, tiratore di balestra
se c’era un vetro sottomano di finestra,
o la gallina, un passerotto su d’un ramo.
Rosso di crine, camuso, l’occhio strano,
figlio di fame, di freddo, di miseria,
col genitore ubriaco all’osteria
hai fatto storia e il tempo non la varia.
Questo tu eri. Ti cerco tuttavia
come il più caro dei ricordi; è per malia
di questo giorno autunnale che rammenta
la primavera perduta e fa giunchiglia
dov’era un cardo, l’odore della menta
dov’era il lezzo dei tanti letamai.

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A passo di strada

Il ciuco cammina nel vetro
dell’aria, fanghiglia lo stampa
nel piede, lontano
quel canto di gallo e la croce.
Ma liuto non ho
per quanto mi s’agita in petto
la volta che senso mi prende
del chiaro e del buio. E canto
con note comuni e stonate
al passo di strada la voce.
E tu che m’ascolti, perdona,
buon uomo affacciato al balcone
che dà sulla strada, su me
cantante con povera chitarra.

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Bocca di balena

Bocca di balena dai centomila denti d’oro
per ingoiare stanotte la terra,
io sono un pescatore di anguille sulla barca
per lasciarle poi libere ondulare
nella corrente del fiume sino al mare.

Bocca di balena dai centomila denti d’oro
il tuo occhio di luna m’ha seguito quando scesi
a sciogliere la barca questa sera
dalla riva e abbandonarmi alla corrente
della vita notturna e poi solare.

*

Più d’una rete luceva sulle acque
stillando al sole; di poi si sommergeva.
Ed era un giubilo d’allodole quando
al pescatore sotto riva lento emerse
il giovinetto da quel fondo, il corpo cereo.
Allora il pianto della madre ruppe in gridi,
e quello muto d’altre donne dilagò
ed era greve. Ma nel cielo
ancora il sole risplendeva e la Riparia
era pur sempre gorgheggiata dalle rondini.

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Paria

Poveri affaticati nelle membra,
servi delle gleba, paria,
per noi la morte è riposo.
Tu luna invano risplendi in mezzo al cielo;
e non ci cavi dagli occhi che sudore
antica stella che illumini nei boschi
a maggio il canto malinconico dei cùculi.
Non siam che miseri lombrichi nella mota,
siamo concime, la ruota, la carrucola
e non v’è pena che noi non si conosca.

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Dalle Lettere dei condannati a morte

Le sento al passo. Lo so, verrò sospinto
come una bestia sul camion della morte,
e fileremo in silenzio ad una bassa
terra di supplizio. Contro un muro
di terrore mi porranno, e dei moschetti
m’entreranno per gli occhi nel cervello,
nelle molli budella, dentro il cuore
per cacciarvi un frantumo di mattino
che vi stava impigliato. E piegherò
sui ginocchi ancora prima che mi giunga
dei moschetti spianati quella scarica.

Immaginiamola, amici, una pianura tutta verde
e tutta piena di bianchi scheletri.
E ditemi voi se non è bella una pianura tutta verde
di primavera ben coperta di quegli scheletri
distesi al sole e tanti fiori sparsi intorno.
Immaginiamola, amici, una pianura tutta sola
come s’intende cosparsa di margherite.
E ditemi voi se non è bella una pianura verde
tutta gremita di margherite e bianchi scheletri.
Immaginiamola, amici, la morte bianca distesa al sole
con tanti scheletri in quella piana di fresco verde.

(Da Nella grande pianura, Mondadori, 1998)

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A Berto

Case vuote abbandonate
occhi allucinati di finestre
amate case di campagna
lombarde voci della vita
case morte della mia pianura
vite spente della gioia
aie al sole della luce
mia tristezza che non taci mai.

Ancora: forse Dio non esiste,
esiste soltanto esiste
il sempre che vive in noi
eternamente.

Morirete senza tremare
di sgomento
perché nessun figlio resterà
solo.


(Da Canto autunnale, Perosini Editore, 1998)

*

Per un bambino che non conosce più i passeri

Urlavan lungi dei cani (o eran gufi?).
Urlavan lungi dei cani e c’eran gufi;
e come assassini i morti si muovevano rasenti i muri del cimitero
quando il ragazzino si trovò
solo solo nella notte.

E allora egli aveva un urlo strozzato nella gola,
ché un fruscio d’erbe lo soffocava come un serpente
e la luna veramente era cupa tra le fronde degli alberi.
Come assassini i morti si muovevano rasenti i muri e i fianchi degli argini,

e fu allora che il bambino perse l’uso della parola,
e perse la vista comune delle viole e dei giocattoli
e il senso naturale delle cose.

Così ora tentenna il capo e nei suoi occhi è una nuvola,
ma pare un angelo divino contemplante
profonde luci assorte in se stesso.

Povera madre che lo sorvegli lungo i sentieri del tuo orto
e ora lacrimi al suo riso ebete sugli asparagi,
io non so dirti s’è sfortuna a lui toccata
o s’è migliore la sua sorte, più benigna
che al fanciullo intento a suddividere
in bianchi e neri i dadi del suo gioco.
*

 Dolce chiude l’ora di sera

Forse non esiste Dio. Forse
solo il rapporto
fra noi esiste e gli alberi
annosi o appena d’anni
uno e le erbe
e i coccodrilli e il buon tepore
della sera. Non v’è
che poi la morte ed altro ancora
innanzi ad essa da soffrire. Ma poi tutto
per lei si placa; e in noi s’alterna
timore d’essa e quieta attesa
del suo riposo:
così
oggi è da porre questo giorno fra non quelli
di sofferenza e sgomento: dolce chiude
l’ora di sera col risorgere di una
ampia stellata. Dunque
forse soltanto un dolcissimo rapporto
fra noi e il tutto fa ponte e il tempo passa
lento e veloce.

 *
Poiché veramente sono fratello

Poiché veramente sono fratello
del topo nella bocca della gatta
che svelta se ne corre via
e sopportare non posso il ragazzo
scemo che inchioda al tronco
dell’acero la lucertola

ecco che uccido il ragazzo
con il cuore e gli tronco le mani,
poi rendo la testa della gatta
in poltiglia con colpi di pietra

ed è davvero perché sono fratello del fossato
della latta arrugginita e dei ciottoli
della strada e di ogni essere che vive o non vive
ecco che amo e odio follemente il mondo.

 

Umberto Bellintani, poeta italiano, nasce a San Benedetto Po (Mantova) nel 1914 e muore nel 1998. Studia alla scuola d’arte di Monza per diventare scultore, ma è richiamato alle armi nel ’40 e viene fatto prigioniero in Germania dal ’43 al ’45. Rientrato in Italia, abbandona l’arte, lavora come segretario in una scuola e si dedica alla poesia. Pubblica la prima plaquette, Forse un viso tra mille nel ’53, seguita da Paria due anni dopo; nel ’63 appare la sua raccolta riassuntiva E tu che m’ascolti. Nonostante gli autorevoli consensi (tra gli altri di Parronchi, Montale, Chiara, Luzi, Fortini, Bàrberi Squarotti, Forti, Caproni), decide di non pubblicare più, tenendo fede all’impegno preso con se stesso fino agli ultimi anni della sua vita. Nel 1998, infatti, esce Nella grande pianura, che è la sua opera più importante, comprendente la raccolta del ’63 e un’ampia scelta di inediti dei trentacinque anni successivi. La poesia di Bellintani non è collocabile in linee di tendenza o scuole del Secondo Novecento, estranea com’è, infatti, tanto all’ermetismo quanto agli sviluppi della scuola lombarda, per non dire dell’avanguardia. I versi di Bellintani sono un esempio di grande energia e di apertura visionaria. L’ambiente – per quanto a volte trasfigurato – è quello per lui più naturale: il Po con il suo paesaggio e con le figure e i tipi che vi si aggirano.
Il senso dell’esistere che traspare nelle sue poesie è quello di una particolare religiosità, sempre ai limiti del blasfemo, grazie alla quale Bellintani è capace di osservare la miseria sordida e la grandezza, la crudeltà e la carica di affetti di una vita umile eppure formidabilmente accesa, a volte, dall’apparire di presenze esotiche e gigantesche. Il tutto in una pronuncia molto personale, sempre a mezza via tra il naïf e la forbitezza d’accenti, in perfetta corrispondenza con la tensione e lo stile morale dell’autore, nobilissimo e primitivo al tempo stesso, tendente alla coloritura mitizzante eppure fortemente immerso nel reale quotidiano.

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.lastampa.it/_web/_RUBRICHE/poesia/dizionario/b/bellintani.asp

http://www.zefirofilm.it/index.php?option=com_content&view=article&id=105&Itemid=100012

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”Umberto Bellintani. Nel gorgo del cielo”

Questo intervento,  pubblicato nella raccolta di interventi e saggi La poesia, il sacro e il sublime, Fara- Rimini 2010, è  stato ripubblicato nel secondo numero della rivista Farepoesia. Lo riproponiamo anche qui per diffondere una parola amata e ancora non  consociuta come invece merita.

 

INDORA
Per noi, gente di laguna, un poeta può anche
non servire. Ma come lo possiamo
riconoscere da chi non lo è?

Angelo Lamberti, Un gorgo di terra
(ne I tribunali del tempo, Tre Lune, 2006, pag. 523).

Tutti dicono di amare, ma Leo pensa che chi ama
veramente gli uomini e il mondo intero, gli alberi,
i fiumi e gli animali, quell’unico uomo è l’eremita.
E lui, a suo modo, è un monaco.
Questa è la sua diversità.

Pier Vittorio Tondelli, Camere separate
(Bompiani, 1999, pag. 202)

Avventurarsi nella lettura critica di un poeta al quale fino ad oggi sono stati dedicati pochi interventi analitici di spessore, e quasi mai al di fuori dell’apparato testuale delle sue opere, può apparire un tuffo carpiato nel vuoto.
Lo è, a tutti gli effetti, nei confronti del Canone, che non esita a definire questa situazione autoriale come “marginalità” – ambito che resta comunque positivo in sé, perché fecondo di parola, e si mantiene efficace anche in relazione al sistema letterario considerato nella sua globalità, perché contribuisce alla sua continua ridefinizione, teorica e pratica.
In ogni caso, il tuffo di chi protende il corpo, inevitabilmente proiettandolo (fuori di ogni ingenuità), verso l’opera di Umberto Bellintani non è, del tutto, un salto nel nulla.
Ad attendere il corpo in avvicinamento è, infatti, il gorgo, struttura portante tanto dell’opera del poeta mantovano quanto della sua biografia.

Gorgo è, prima di tutto, la frazione di San Benedetto Po, in provincia di Mantova, nella quale Bellintani ha vissuto gran parte della propria vita, tranne per il periodo, dal 1932 al 1937, di frequentazione dell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Monza (dove Bellintani studiò scultura, allievo di Marino Marini), per gli anni trascorsi in guerra (cui il poeta prese volontariamente parte, nel 1940) e per la prigionia nei lager tedeschi di Dachau, Torn, Peterdorf e Görlitz, tra il 1943 e il 1945. Finestre brevi e decisive, nella formazione del poeta – chiuse le quali, però, rimangono sessanta, forse settant’anni, della vita di Bellintani a stretto contatto con il suo paese natale.
È un incontro determinante: gorgo come origine e come destino, gorgo come nomen omen… Esperienza che non può che riflettersi nell’opera poetica dell’autore, dove, come si osserverà, i gorghi non mancano, anzi si moltiplicano, rincorrendosi.
Si tratta, inizialmente, semplicemente, quasi in modo referenziale, dei mulinelli che si creano nell’acqua, nel corso del Po, quando, all’altezza di San Benedetto, il grande fiume lascia le terre delle grandi anse per approssimarsi alla foce.
Questi mulinelli di fiume hanno anche, banalmente, forma di vortice, che é una tipica struttura della catabasi e che, quindi, è un’invocazione di morte a ogni passo, a ogni giro.
“Gorgo” é, come si ricorderà, metonimia della morte anche nella sua occorrenza letteraria italiana più famosa, in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1950) di Cesare Pavese.
Tuttavia, nel gorgo della morte si scende – apparentemente – “muti”, in Pavese: non così in Bellintani, il quale fa del confronto con la morte un motivo di grande eloquio, di evocazione ossessiva e di costruzione di vari topoi, come quello del funerale o della tomba, raggiungendo per questo cammino dei suoi culmini espressivi, in Al tuo amore (Paria, Mondadori, 1955).
Nel testo si mescolano il narcisismo adolescenziale del poeta, che intende eternare il proprio nome contro la morte, e la necessità, intimamente religiosa, di una “cura della morte” che sappia poi aprire, in un secondo momento, alla necessità, laica e vitale, della “cura della vita”: un meccanismo segreto della psiche che non dev’essere stato del tutto nascosto all’artista-scultore.
La chiusa della poesia, infatti, recita, con sorprendente energia: “Piace pensarmi disteso in una sala / senza ribrezzo di donne e di fanciulli, / esser guardato sovente, levigato / da mano usa alla carezza delle forme.”
In altre parole, l’esperienza della morte porta, secondo una via culturalmente riconducibile al cristianesimo, alla pienezza della vita. Per seguire questo itinerario bisogna passare però, in primo luogo, dalla tomba, che si colloca, in virtù di un’altra metafora ancora, nel gorgo della terra – lo stesso suggerito dalla scelta lessicale, assai fortunata, di Angelo Lamberti, che così ha intitolato la “commedia della grande pianura” dedicata alla figura dell’amico Bellintani (pubblicata nell’antologia teatrale di Lamberti, I tribunali del tempo, per Tre Lune, nel 2006).
E, d’altro canto, gorgo è anche gorgo del cielo, secondo l’impostazione di questa breve analisi, che chiama in causa la poesia di Bellintani per la sua continua distruzione e ricostruzione di una dimensione religiosa – che è, in primis, lotta corporea (e, di nuovo, forza scultrice) contro e con il sacro.
Come addentrarsi, allora, nella materia di questo lavoro, e nelle sue spirali? Come affrontare quest’ascesa e ascesi che è spesso anche discesa infernale, e senza mezzi termini, senza appigli?
Potrebbe essere opportuno prima di tutto lasciare da parte l’aspetto aneddotico più spicciolo. Altrimenti, si rischia la riproduzione di uno sforzo ingenuo di comprensione dell’opera di Bellintani, compiendo il tuffo cui si accennava in apertura in guisa di lancio a capofitto in un mondo che è appartenuto esclusivamente al poeta e alle persone con cui ha vissuto. (Mondo per forza di cose impenetrabile al critico, cui rimarrebbe solo il vuoto pneumatico del proprio ipotizzare.)
Per parlare della dimensione religiosa del lavoro bellintaniano, si dirà, allora, in prima battuta, e con intenzione completamente controfattuale, che Umberto Bellintani, abitualmente, non bestemmiava: non ci è dato sapere questo, del poeta, che, se parlava forse infilando imprecazioni blasfeme (secondo uno spirito padano-veneto ormai diventato topico, nell’immaginario collettivo), ha affidato assai raramente la bestemmia al testo scritto, affinché rimanesse come tale.
Non ci importa neanche sapere – anche se tra amici della poesia è forse opportuno e bello ricordare – che Maurizio Cucchi, uno dei pochi poeti che si siano interessati concretamente all’opera di Bellintani, contribuendo alla pubblicazione dell’antologia Nella grande pianura (Mondadori, 1998), abbia intuito una volta, alla cieca, in una sala buia, la presenza del poeta, mentre – evento singolarissimo – questi faceva ingresso alla presentazione del suo libro, a Mantova… proprio a ragione di una blasfemia, in dialetto, scappata di bocca all’autore.
La chiameremo “agnizione dell’uomo”, e non “del poeta”, e la consegneremo alla storia, assai labile, delle sensibilità individuali. Ricorderemo invece che Umberto Bellintani non bestemmiava, ovvero che la sua poesia non è mai stata riconducibile per intero al genere della blasfemia, o della bestemmia. Anzi, come Testori, meno – in ogni caso – di Testori, Bellintani non ha mai dileggiato l’Essere supremo per pura rivalsa, o per volontà di dissacrazione. Ciò che può apparire come bestemmia è l’esito di una leale ed onesta lotta corporea, ingaggiata più che con Dio, con la sua parola/Parola, per scoprire, infine, che

…talvolta, solo la bestemmia può riuscire a stabilire quel cortocircuito in cui i termini opposti, quanto a dire i più imi e marci, da una parte, e i più alti e intangibili, dall’altra, possono in qualche modo toccarsi; se è vero che, talvolta, solo la bestemmia può testificare, in modi non astratti , dunque significanti e operanti, nientemeno che l’Iddio, contro cui pure si rivolge; forse, per trascinarlo un’altra volta qui, nel cupo tragico ring della vita. (G. Testori, La cenere e il volto. Saggi sulla pittura del Novecento in Opere (1965-77), Bompiani, 2003, pag. 1506)

Anche l’uccisione di Dio – luogo ben frequentato dalla poesia del Novecento, ma qui assai lontano, per esempio dalle intellettualizzazioni del Franco cacciatore (1982) di Giorgio Caproni – è presente, in Bellintani, ma in modo marginale, o, per meglio dire, è una possibilità che rimane quasi sempre sottotraccia.
In una sola circostanza, Dio arriva ad essere, letteralmente, “sgozzato”; si tratta di una lirica senza titolo, rimasta inedita fino all’inclusione nella raccolta Nella grande pianura:

Ho preso una mosca
e l’ho portata al ragno,
più per vedere la cosa
che per pietà del ragno.

La cosa la so da sempre
e l’ha permessa Dio.
Momenti col cuore in pace
momenti che sgozzo Dio.
(U. Bellintani, op. cit., 1998, 148)

L’irrazionalità della passione, posta nel corpo a corpo con Dio, che traspare da questa chiusa feroce è un episodio tutto sommato raro nell’opera bellintaniana, nella quale prevale una vox media che, seppur modulata sui toni del dolore e della tragedia umana, risulta sempre assai tranquilla, pacifica, distensiva, modellata sull’armonia tra spirituale e materiale di cui parla argutamente Suzana Glavaš nella prefazione a Se vuoi sapere di me. Poesie inedite (La Mongolfiera, Cassano Jonio, 2006).
La stessa imprecazione blasfema non ha corso legale, nella poesia di Umberto Bellintani, se non è prima trasformata in qualche modo in discorso, esplicandosi attraverso l’uso retorico della parafrasi e cercando di attingere così a una qualche razionalità, o a radici esperienziali che la giustifichino e legittimino. Negli esempi:

…Così quei gatti e gattini restarono senza niente
a mille a mille miagolando
insopportabilmente tutta la notte e tutto il giorno.
Ma allora mio Dio sei veramente un cane, mio Dio…
(U. Bellintani, Favola No, op. cit., 2006, 52)

…Cane è anche Dio? Io penso di no
perché un tale dio non c’é.
(U. Bellintani, Mandata a Di Ruscio a Oslo, op. cit., 2006, 71)

predomina, in un caso, l’ancoramento a una più alta causa filosofica (a prevalere è il problema del male nel mondo, incistato anche nella Natura, che nessuna teodicea, quindi neanche l’assassinio di Dio, può risolvere), mentre, nell’altro, la bestemmia si unisce alla negazione di Dio, ma la doppia blasfemia si stempera poi in una risultanza retorica, che nega cittadinanza all’invettiva in quanto tale (“…Io penso di no…”).
In altre parole, in luogo dell’attacco diretto, della scalata al cielo, si afferma sempre, in Bellintani, un gioco di sfumature, di avvicinamenti, di allontanamenti, di nascondimenti. Si costruisce, cioè, una dialettica destinata a rimanere aperta perché, diversamente da Testori, Bellintani non giunge mai a identificare la bestemmia con la litote della preghiera e a chiudere con successo il giro del discorso. L’autore, probabilmente, diversamente dal coetaneo – poco più giovane – autore milanese, non ha bisogno di dimostrazioni dell’esistenza di Dio, bensì di individuare con certezza il dio che è in sé, come artista e demiurgo (concezione tardo-romantica del lavoro di poiesis che il poeta-scultore esibisce quasi ingenuamente, e a più riprese), e il dio che è fuori di sé, l’ente sovrannaturale cui attribuire la creazione – più che la redenzione – del mondo per farli entrare in contatto, in dialogo, spesso in collisione.
Si noti lo sviluppo barocco di questa già complessa relazione dialogica nel famoso testo Ci fu il tempo che ero Dio:

Ci fu il tempo che ero Dio
e allora feci una vacca
che sembrava un coccodrillo
ma più bello della vacca
più bella del coccodrillo.

Ora quel tempo di paradiso
si è già tutto frantumato
e io non sono più dio
che fece allora una vacca
che era bella come Dio.
(U. Bellintani, op. cit., 2006, 53)

Mosche, ragni, gatti, gattini, cani, porci, la vacca e il coccodrillo: nel dialogo con Dio, che costituisce l’essenza della preghiera laica di Umberto Bellintani, la Natura è sempre molto presente, con la varietas offerta dal mondo animale accostata al respiro delle stagioni e ai cicli della terra.
Questi ultimi si manifestano più raramente, ma sempre con grande forza espressiva, concentrandosi nella simbologia del regno vegetale. Si veda, per esempio, la lirica a pagina 3 di Forse un viso tra mille, del 1953:

Fermiamoci un momento, amici.
Quest’albero era
quando ancora non erano
i nostri padri i nostri avi.
Ed ecco io sento che qualcosa gli devo, ma non so cosa, amici, ma la mano
mia ecco lo accosta e lo carezza,
e tutta trema la mia mano, amici.
(U. Bellintani, op. cit., 1953, 3)

È, in ogni caso, nel rapporto con il mondo animale che emerge la spinta mistica dell’autore, radicata nella tradizione culturale italiana attraverso la saldatura con l’immaginario cristiano del francescanesimo. Quando viene evocato, tra l’altro, il lupo di Gubbio, nel testo omonimo (Nella grande pianura, pag. 151), non si tratta più dell’animale avvicinato da San Francesco, ma di un “…orrido spavento…” solo metonimicamente “nero di lupo”, che “frate Francesco di Bernardone” – il quale, nel testo, deve ancora guadagnarsi il titolo di santo, evidentemente – deve riuscire a esorcizzare, per evitare il “…pericolo / di cruda morte” che incombe sulla cittadella umbra e, per estensione, umana.
Si tratta, più che dell’insidia fisica della belva, di un pericolo metafisico, che al santo-poeta tocca di combattere, come ha sempre fatto, con la parola. E, in prima battuta, si tratta di una parola poetica: non è un caso che Bellintani citi qui la “…Cantica / delle Creature…”, il Canticus scritto da Francesco, secondo le agiografie, due anni prima della morte, nel 1224; si tratta, anzi, di un fine riferimento che serve allo scopo di giustapporre l’esaltazione della bellezza del creato alle angosce esistenziali e storiche che affliggono l’uomo.
Tuttavia, l’evocazione del mondo animale non serve unicamente queste alte finalità ideali: non si tratta soltanto di cercare la salvezza dell’anima attraverso la tensione mistica verso la diversità creaturale; l’attenzione e la cura per gli animali rispondono anche a un latente, fortissimo desiderio di ritorno all’infanzia. Desiderio che emerge pienamente nel testo che qui riportiamo per intero E api e api noi gettammo verso il giorno.

E api e api noi gettammo verso il giorno
a piene mani,
poi raccogliemmo stupende lumachelle
appese all’erbe degli argini. Tutto intorno
era l’estate divampante, alla ventura
andavano gatti errabondi per i campi,
e noi fanciulli a sollevare grida al cielo
di quell’azzurro che quest’oggi dà ritorno.

Con questo sole e lumachelle come il fiore
è ogni erba sui ciglioni degli argini.
Così risplende il dolce corso della vita
quando il fanciullo torna in cuore all’uomo,
e dai suoi occhi si staccano le lodole
a far schiamazzo dolcissimo nel cielo.
(U. Bellintani, op. cit., 2006, 51)

Accanto a questo aspetto, emerge poi anche una postura dichiaratamente “ecologica”, nel senso letterale del termine: come riportato dalla Glavaš nella sua prefazione del 2006, Bellintani amava ripetere, per esempio, “che l’uomo non è superiore in nulla ad un semplice verme, ma non è nemmeno inferiore al solo Dio” (op. cit., 2006, 13).
Lungi dal costituire un irrilevante riferimento aneddotico, in presenza di una molteplicità di testi che sostanziano questa affermazione, il ricordo della Glavaš testimonia, qui, che la concezione bellintaniana dell’essere umano e del suo ruolo nell’universo esula dalla visione greca classica della metaksí tra angelo e bestia. Attinge, da un lato, all’espansione infinita della soggettività tardo-romantica (si veda, a questo proposito, Io cara mi espando nella grande pianura, il testo che con il suo primo verso dà il titolo all’antologia curata da Cucchi, a pagina 111 dell’edizione del 1998) e, dall’altro, al progetto anti-umanista di destituzione dell’uomo dal piedistallo di “re del creato”. Quest’ultimo, sembra dirci Bellintani, è, a differenza dell’imprecazione verbale, un atto autenticamente blasfemo da parte dell’uomo, che mostra così tutta la sua hybris e si produce in un’esegesi quantomeno scorretta del testo biblico – del salmo 8, per esempio.
Il canto del re Davide all’uomo (vv. 5-9: “…Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: / gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi; / tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; / gli uccelli del cielo e i pesci del mare, che percorrono le vie del mare…”) è infatti preceduto da una domanda di tutt’altro segno (v. 4 “…Chi è l’uomo perché ti prenda cura di lui?…”), che riequilibra le pretese di dominio dell’uomo, ricordandogli la sua fragilità e la sua caducità di enosh, ‘essere debole’, uno degli epiteti più comuni per “uomo” nell’Antico Testamento.
In sintesi, la menzione e la descrizione di animali nei testi di Bellintani corrisponde a una serie di ragioni – la postura francescana, la dimensione ecologica, lo spirito tardo romantico, il recupero di una ortodossia del pensiero religioso… – che non si rifanno mai a quella ‘misantropia’ che gli è stata, spesso con troppa facilità, imputata.
Motivo ne è stato forse il suo ritiro dal consesso degli intellettuali e degli scrittori, avvenuto con il ritorno a Gorgo già nei primi anni Sessanta. Per molti autori e critici – eccezion fatta per Sereni, Parronchi e pochi altri – il passo indietro di Bellintani è stato motivo di accantonamento e di oblio dell’autore e della persona. Discreditarlo con l’etichetta di “misantropo” ha aiutato il passo.
Invece, per quanto risulta a noi dai testi (e carta canta) non è mai stato un misantropo, Umberto Bellintani – anche se, è bene ricordarlo, ha avuto buone ragioni, storiche e personali, di dubitare delle possibilità e dei talenti dell’uomo.
In sua presenza, è stata la storia stessa a deporre contro l’uomo e le sue possibilità creative e vitali, con il male che solo l’uomo, tra tutte le specie animali, è capace di infliggere con tanto sadismo al suo simile, in particolar modo in guerra e nei campi di concentramento.
Eventi traumatici che non affiorano quasi mai nei testi di Bellintani, se non in qualche rara occasione – nella quale, peraltro, l’autore è sempre indotto a rappresentare la tragedia degli altri, mai, in prima battuta, la propria.
Vale la pena ricordare, in questo breve studio sulla dimensione sacrale della sua poesia, che la memoria del genocidio ebraico consegnata ai posteri da Bellintani, in La condanna di Eichmann (Se vuoi sapere di me, 2006, pagg. 75-76), si chiude così, con un’invocazione questa volta per niente blasfema:

Dio, Dio, – chiamava intanto un’ebrea – Dio, Dio.
E spingeva in alto il suo bambino.
E spingeva in alto, in alto, il suo bambino.
(U. Bellintani, op. cit., 2006, 76)

Congelata in una posa plastica, la ‘madre con bambino’ mescola invettiva, invocazione e preghiera. Il poeta non la guarda con occhio distante: il suo, come si è detto, è l’occhio di riguardo che ha per la materia l’artista-scultore. Allo stesso modo, non è per enfatizzate la propria distanza dall’evento doloroso che il poeta non racconta quasi mai la sofferenza vissuta in prima persona: tale decisione non significa per forza cancellazione, rimozione, oppure negazione.
Tutta l’opera di Bellintani, al contrario, evoca le tragedie che hanno costellato la storia dell’uomo, in particolar modo nel Novecento, rifrangendole, leopardianamente, nella crudeltà della natura, dove ragni e mosche continuano nel loro balletto di morte, senza possibilità di scapparne, o di esimersi, o dove i gattini continuano a morire di fame, miagolando, come si è visto, in modo intollerabile, la loro bestemmia, contro Dio e “contro natura”, contro il loro destino di creature avviate irreparabilmente alla morte.
Nella natura, con la quale il poeta vuole fortemente e riesce a rientrare in contatto, a spese della propria carriera letteraria, rimane patente la ferita aperta dal secolo breve. In essa, non c’è mistica francescana che tenga: l’episodio capace di riaprire la cicatrice mette in crisi la rappresentazione, fino alle sue supreme implicazioni, fino a riaprire eternamente il dialogo con Dio e a impedirne la dimostrazione verbale, tutta retorica, dell’esistenza, a favore di un’esperienza mistica del suo corpo, di una lotta continua contro un’imposizione astratta, che non si fa carne.
Si afferma così, sulle macerie del Novecento, la grande opera di un maestro, che non si può definire, con Glavaš, o, più probabilmente, con l’insegnante universitario che l’ha iniziata alla lettura di Bellintani, all’università di Zagabria, Mladen Machiedo, “generazionalmente ai margini del neorealismo lirico” (2006, op. cit., 11).
Bellintani non è “generazionalmente” neorealista, ma lo è per cultura, per atmosfera e per adesione stilistica. E non ne è ai margini, se non per una scelta autobiografica che comunque ha molto da dire, e ri-dire, sulla cultura ufficiale, che rimane invece al centro del palcoscenico.
È, d’altronde, la stessa Glavaš che ci offre le ragioni del rifiuto di un’etichetta troppo complessa, laddove si intravvede il troppo facile; lo fa, quando affonda nella genesi dell’opera bellintaniana:

[Dalla guerra, n.d.R.] il corpo tornò a casa come un guscio martoriato. La psiche intanto soffriva per le colpe di quella parte dell’umanità che aveva esiliato l’Onnipotente nelle gelide tenebre non riuscendo d’altra parte a spiegarsi perché questo Onnipotente, se esiste davvero, poteva permettere tanto scempio. Si era trovato Berto negli abissi del proprio essere e fu lì che cominciò la sua risalita, coll’abbandono però dell’arte plastica e coll’abbracciare la materia della lingua. Il microcosmo della sua opera creativa prese a riflettere in pieno l’opera della creazione cosmogonica.
(S. Glavaš, op. cit., 2006, pagg. 13-14)

La studiosa croata carpisce così uno dei più importanti segreti dell’autore, un segreto che si può immaginare nascosto sul greto del fiume, del Grande Fiume, nel quale ci si è, di nuovo qui, tuffati, alla ricerca dell’opera, della parola.
Glavaš, infatti, ci illustra l’atto stesso della poiesis di Bellintani, legandolo in pieno alla temperie culturale italiana degli anni Cinquanta, all’ (in)capacità di quegli anni di rielaborare il lutto storico costruendo anche un nuovo modo di dire la realtà, assumendone la concretezza, la naturalità, l’opacità, in uno slancio conoscitivo che, nella sua radicalità, conserva sempre una traccia del mistico.
È, chiaramente, un’eresia accostare quest’ultima parola al neorealismo italiano, certamente lontano da ansie metafisiche – eppure, come ogni forma di realismo, è anch’esso un movimento impegnato a ri-perimetrare la Realtà con la stessa costanza e la stessa visionarietà dei mistici, per l’appunto, i quali non si accontentano mai di vedere, ma vogliono sempre anche ridefinire i parametri di verità della visione.
In ogni caso, se di eresia si tratta, sappiamo ormai bene come questo campo semantico si possa intrecciare con facilità con l’opera di Bellintani, con il suo tratto da maestro, tra bestemmia e preghiera, tra mistica e storia.

Maestro.
Maestro padano, come Zavattini.
Maestro della Vita.
Che non ci scappi, quindi, di chiamarlo Berto, di assumerlo nella nostra cupola affatto religiosa, di farlo “cattolico di ritorno”, di riesumarlo in qualche cenacolo culturale affiliato a logiche ben più pervasive, e soverchianti, di farlo rientrare, cooptandolo post mortem, nei ranghi di quelle culture dominanti dalle quali il poeta – fiero prigioniero del suo gorgo, e soltanto di quello – si è sempre smarcato.

http://langosciadellinfluenza.wordpress.com/2010/06/12/bellintaniana-1umberto-bellintani-nel-gorgo-del-cielo/

5 pensieri su “Silenzi di pianura, parole di fiume. Nel gorgo del cielo-Umberto Bellintani visto da Adelmina Albini

  1. Fuor di dubbio, Umberto Bellintani merita ancora di essere riscoperto! Ringrazio Adelmina Albini per questa sua nota molto ricca e approfondita, e per aver rilanciato il mio contributo per “La poesia, il sacro e il sublime” pubblicato da Fara Editore e ancora visitabile sul mio vecchio blog.
    Lorenzo

  2. riprovo. Per ringraziarvi e ricordare che domenica 7 alle 11,30 Festivaletteratura presenta e parla con Antonio Prete, Nella Roveri, Federica Guidetti e Fabrizio Dall’Aglio della riedizione di “Forse un viso tra mille”, corredata dal carteggio tra Bellintani e don Primo Mazzolari.
    elia malagò

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