OSPITIAMO: Quaderni di Arenaria e…Anna Vincitorio con Elizabeth Barreth Browning

quaderni di arenaria

 

http://www.quadernidiarenaria.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10&Itemid=112

per accedere ai testi, dopo aver utlizzato il link diretto sopra scritto, basterà cliccare sopra l’immagine (come quella qui in alto) e si accederà alla raccolta. Molto interessante per il lavoro che cartesensibili sta facendo, relativamente ai LUOGHI ABITATI (https://cartesensibili.wordpress.com/luoghi-abitati/) è l’articolo di Anna Vincitorio che ha colto e riportato lo sguardo fermo di Elizabeth Barreth Browning, traducendo  Il pianto dei bambini, dentro cui risuona dolorosamente l’esperienza tragica del lavoro minorile nelle miniere e nelle fabbriche.
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Elizabeth Barreth Browning

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Elizabeth Barrett Browning
Il pianto dei bambini
Traduzione e cura di Anna Vincitorio

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Nel 2012 è apparso, per le edizioni ILA Palma, in tiratura limitata e fuori commercio, il secondo fascicolo della Nuova serie de “I Quaderni di Arenaria” (monografici e cartacei),
dedicato al poemetto THE CRY OF THE CHILDREN di Elizabeth Barrett Browning, traduzione e commento di Anna Vincitorio. Esaurita la tiratura del quaderno, ne riproduciamo
il contenuto in questa sezione. La “nuova serie” dei “quaderni”monografici registra finora quattro numeri.

DALL’ISOLA DEI MORTI ALLE FINESTRE DI CASA GUIDI

Una giornata ventosa col sole che a tratti scompare. Attraverso il cancello aperto per metà: sono nell’«Isola dei Morti», Cimitero degli Inglesi a Firenze.
Intorno a me un sentiero in leggera salita in romantico abbandono; sul lato sinistro e sul destro biancore di tombe tra sottili cipressi. Umide zolle e, a tratti, fiori gialli e verdi tralci. Seguo nel sole un angelo di marmo. Le sue ali non sono spiegate; è compunto in attesa col viso reclinato. Si avvicina a me un altro angelo con le vesti bianche; ha il volto segnato dagli anni. Sister Giulia mi sorride e mi indica la tomba di Elizabeth. La osservo a lungo, pensosa. Vedo scolpito un cammeo simbolo della Poesia coronato d’alloro. Poi sugli altri tre lati, bassorilievi che rappresentano arpe, una lira con catene spezzate e piante simboliche del paese d’origine (cardi per la Scozia, rose per l’Inghilterra e trifogli per l’Irlanda); per l’Italia, paese di adozione, ramoscelli d’ulivo e gigli. È strano ma non avverto il traffico che gravita attorno al cimitero – sono in una dimensione atemporale –. Intorno a me avverto suoni, voci o meglio sussurri: «Le mie lettere! fogli muti e bianchi! eppure stasera sembrano rivivere e palpitare fra le mie mani tremanti che sciolgono il laccio e le lasciano cadere qui sulle mie ginocchia. Questa diceva che egli desiderava vedermi una volta come un amico. In questa egli pensava a un giorno di primavera per venire solamente a toccare la mia mano, cosa tanto semplice e che pure mi fece piangere […]. Questa di carta sì fine diceva: cara io ti amo, e però l’inchiostro è sbiadito dal tenerla sempre sul cuore che batteva troppo forte […]. E questa: o amore, le tue parole avrebbero mal profittato se ciò che questa diceva io osassi sol di ripeterlo […].
La prima volta ch’ei mi baciò, baciò solamente le dita di questa mano con cui ora scrive; e da quel giorno essa divenne più delicata, più bianca, restia ai saluti mondani, pronta ai cenni delle cose celesti1.»
In questo esaltante silenzio percepisco l’amore che legò Elizabeth a Robert. Due opposti che si completavano! Lei ardente e appassionata, lui calmo, forte e profondo. Ambedue hanno lasciato una traccia indelebile della loro passione che si è manifestata nella loro poesia.
Mi allontano dal mistico silenzio dell’Isola dei Morti e mi incammino per le popolose strade della città. Non più sussurri ma voci e passi concitati verso… chissà! Io vago trasognata lungo le rive dell’Arno « che attraversa Firenze come una freccia che trapassa il cuore», immagine dell’Arno già apparsa in una lettera a Westwood nel 18472. Percorro via Maggio ben lontana e diversa dagli eventi del 1847-48 e ricordo la canzone che un ragazzo fa risuonare per le vie di Firenze: O bella libertà, o bella!

Siamo adesso al 150° anniversario della Unità d’Italia e, nell’attuale situazione politica, quel canto semplice e ambito mi pare un assolato miraggio. Ad un tratto noto la targa di Casa Guidi, Piazza San Felice, 8. Salgo le buie scale… la porta si apre ed entro. Mi avvolge impalpabile la polvere di un romantico passato: ninnoli, sedie damascate, un grande specchio dorato che risalta su una parete verde, attorniato da angeli su fondo oro; il ritratto severo di Elizabeth nell’incalzante sole del primo pomeriggio, le seriche tende vermiglie dalle quali si intravede il balcone da cui si affacciava la poetessa e commentava l’incalzare degli eventi.
Tavolini, brocche di maiolica, soffitti con bianchi uccelli in rilievo. Tutto parla di lei e di Robert, indelebili tracce di vita in una città molto amata pervasa di pulviscolo d’oro e lontana dalle nebbie dell’Inghilterra. Qui sono nati alcuni suoi poemi che l’hanno resa immortale. Non parlo cammino adagio e sosto davanti a una penna d’oca bianca. Vicino, la libreria colma di libri ben allineati. In basso a destra qualche tesi di laurea. Afferro quella più voluminosa, verde. La apro e il nome che vi leggo mi emoziona: Candidata Clara Tomaselli, amica con cui ho diviso memorie tristi e gioiose e lunghe conversazioni sui poeti su una terrazza pervasa dall’odore penetrante del gelsomino e delle rose. Questa scoperta mi lega ancora di più al passato con Elizabeth e al presente con la sottile magia della città che mi ha adottato bambina. È forse una illusione, ma percepisco anche il guaire gioioso di un cane in piena corsa per le strade festanti. Flush, amico che ha pienamente condiviso la vita e le emozioni di Elizabeth. Non mi sento di aggiungere altro se non questi versi della poetessa3.

Quando gli uomini si ricordano e cospargono le tombe
di fiori…
e avendo sparso viole raccolgono grano,
e dopo averlo mietuto ed ammassato,
bisogna prendere l’aratro e tracciare nuovi solchi
e piantare il grande Dipoi in questo Adesso.

When men make record, with the flowers they strew…
And having strewn the violets, reap the corn,
And having reaped and garnered, breng the plaugh,
And draw new furrows neath the healthy morn,
And plant the great Hereafter in this Now.

Note
1 «Sonetti dal Portoghese.» Lettere d’amore e suoi primi baci, traduzione di Enrico
Nencioni, I Medaglioni, 1884.
2 Cfr. tesi di Clara Tomaselli, Elizabeth Barrett Browning e l’Italia, Università
Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Facoltà di lettere e filosofia – Laurea in
lingue e letterature straniere, Anno Accademico 1974-75, pag. 44.
3 Casa Guidi Window, vv. 255 e 296-299, tesi di laurea di Clara Tomaselli, cit., p.

L’ALBA DELL’ERA INDUSTRIALE E IL LAVORO MINORILE

Charles Dickens era molto coinvolto dalle condizioni in cui versavano i bambini inglesi che lavoravano nelle miniere e nelle fabbriche in terrificanti condizioni nella metà del XIX secolo.
Nel Blue Book di una commissione parlamentare dell’epoca e in particolare nel Second Report Dickens aveva letto statistiche allarmanti sulla povertà in Inghilterra e sugli abusi subiti dai bambini. Siamo nel 1843 e il 5 ottobre, in una serata di gala al «Manchester Athaeneumi», denuncia la Poverty Law, che non combatteva la povertà ma la accentuava, sanzionando lo sfruttamento minorile nelle fabbriche. Lo scrittore conservava nella memoria le sue tristi e degradanti esperienze vissute nell’infanzia. Anche lui aveva lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, subendo ogni genere di maltrattamenti. Il 24 dicembre dello stesso anno uscì II canto di Natale, che faceva parte dei Libri di Natale con enorme successo, raggiungendo una tiratura di 6.000 copie, da cui trasse ispirazione Elizabeth Barrett Browning che scrisse la celebre poesia «II pianto dei bambini», pubblicata prima su rivista e poi nei Poems (1844).

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Elizabeth Barreth Browning

Elizabeth-Barrett-Browning,_Poetical_Works_Volume_I,_engraving

 

THE CRY OF THE CHILDREN
Do ye hear the children weeping, O my brothers,
Ere the sorrow comes with years?
They are leaning their young heads against their mothers…
And that cannot stop their tears.
The young lambs are bleating in the meadows;
The young birds are chirping in the nest;
The young fawns are playing with the shadows;
The young flowers are blowing toward the west…
Bat the young, young children, O my brothers,
They are weeping bitterly!…
They are weeping in the playtime of the others
In the country of the free.
Do you question the young children in the sorrow,
Why their tears are falling so?…
The old man may weep for his tomorrow
Which is lost in Long Ago…
The old tree is leafless in the forest…
The old year is ending in the frost…
The old wound, if stricken, is the sorest…
The old hope is hardest to be lost:
But the young, young children, O my brothers,
Do you ask them why they stand
Weeping sore before the bosoms of their mothers,
In our happy Fatherland?
They look up with their pale and sunken faces,
And their looks are sad to see,
For the man’s grief abhorrent, draws and presses
Down the cheeks of infancy…
“Your old earth,” they say, “is very dreary;”
“Our young feet,” they say, “are very weak!”
Few paces have we taken, yet are weary.
Our grave-rest is very far to seek.
Ask the old why they weep, and not the children,
For the outside earth is cold…
And we young ones stand without, in our bewildering,
And the graves are for the old.
“True,” say the young children, “it may happen
That we die before our time.
Little Alice died last year… the grave is shapen
Like a snowball, in the rime.
We looked into the pit prepared to take her…
Was no room for any work in the close clay:
From the sleep wherein she lieth none will wake her
Crying, ‘Get up, little Alice! it is day.’
If you listen by that grave, in sun and shower,
With your ear down, little Alice never cries!…”
Could we see her face, be sure we should not know her,
For the smile has time for growing in her eyes…
And merry go her moments, lulled and stilled in
The shroud, by the kirk-chime!
It is good when it happens, say the children,
“That we die before our time.”
Alas, alas, the children! they are seeking
Death in life, as best to have!
They are binding up their hearts away from breaking,
With a cerement from the grave.
Go out, children, from the mine and from the city…
Sing out, children, as the little thrushes do…
Pluck your handfuls of the meadow-cowslips pretty…
Laugh aloud, to feel your fingers let them through!
But they answer, “Are your cowslips of the meadows
Like our weeds anear the mine?
Leave us quiet in the dark of the coal-shadows,
From your pleasures fair and fine!»
“For oh,” say the children, “we are weary,
And we cannot run or leap…
If we cared for any meadows, it were merely
To drop down in them and sleep.
Our knees tremble sorely in the stooping…
We fall upon our faces, trying to go;
And, underneath our heavy eyelids drooping,
The reddest flower would look as pale as snow.
For, all day, we drag our burden tiring,
Through the coal-dark, underground…
Or, all day, we drive the wheels of iron
In the factories, round and round.”
“For, all day, the wheels are droning, turning,…
Their wind comes in our-faces,…
Till our hearts turn,… our head, with pulses burning,
And the walls turn in their places…
Turns the sky in the high window blank and reeling…
Turns the long light that droppeth down the wall…
Turn the black flies that crawl along the ceiling…
All are turning, all the day, and we with all…
And, all day, the iron wheels are droning;
And sometimes we could pray
‘O ye wheels,’ (breaking out in a mad moaning)
‘Stop! be silent for to-day!’ ”
Ay! be silent! Let them hear each other breathing
For a moment, mouth to mouth…
Let them touch each other’s hands, in a fresh wreathing
Of their tender human youth!
Let them feel that this cold metallic motion
Is not all the life God fashions or reveals…
Let them prove their inward souls against the notion
That they live in you, os under you, O wheels!…
Still, all day, the iron wheels go onward,
Grinding life down from its mark;
And the children’s souls, which God is calling sunward,
Spin on blindly in the dark.
Now, tell the poor young children, O my brothers,
To look up to Him and pray…
So the blessed One, who blesseth all the others,
Will bless them another day.
They answer, “Who is God that He should hear us,
While the rushing of the iron wheels is stirred?
When we sob aloud, the human creatures near us
Pass by, hearing not, or answer not a word!
And we hear not (for the wheels in their resounding)
Strangers speaking at the door:
Is it likely God, with angels singing round Him,
Hears our weeping any more? ”
“Tow words, indeed, of praying we remember,
And at midnight’s hour of harm…
‘Our Father,’ looking upward in the chamber,
We say softly for a charm.
We know no other words except ‘Our Father
And we think that, in some pause of angels’ song,
God may pluck them with the silence sweet to gather,
And hold both within His right hand which is strong.
‘Our Father!’ If He heard us, He would surely
(For they call Him good and mild)
Answer, smiling down the steep world very purely,
‘Come and rest with me, my child’.”
“But no!” say the children; weeping faster,
“He is speechless as a stone;
And they tell us, of His image is the master
Who commands us to work on.
Go to!” say the children,…“Up in Heaven,
Dark, wheel-like, turning clouds are all we find.
Do not mock us; grief has made us unbelieving…
We look up for God, but tears have made us blind.”
Do you hear the children weeping and disproving,
O my brothers, what ye preach?
For God’s possible is taught by His world’s loving…
And the children doubt of each.
And well may the children weep before you;
They are weary ere they run;
They have never seen the sunshine, nor the glory
Which is brighter than the sun:
They know the grief of man, but not the wisdom;
They sink in man’s despair, without its calm…
Are slaves, without the liberty in Christdom,…
Are martyrs, by the pang without the palm,…
Are worn, as if with age, yet unretrievingly
No dear remembrance keep,…
Are orphans of the earthly love and heavenly:
Let them weep! Let them weep!
They look up, with their pale and sunken faces,
And their look is dread to see,
For they mind you of their angels in their places,
With eyes meant for Deity;…
“How long,” they say, “how long, O cruel nation,
Will you stand, to move the world, on a child’s heart,
Stifle down with a mailed heel its palpitation,
And tread onward to your throne amid the mart?
Our blood splashes upward, O our tyrants,
And your purple shows your path;
But the child’s sob curseth deeper in the silence
Than the strong man in his wrath!”
IL PIANTO DEI BAMBINI

Fratelli miei, ascoltate il pianto dei fanciulli
Prima che si affacci l’amarezza degli anni?
Le teste dei fanciulli si posano sul seno materno
Niente può arrestarne le lacrime.
Belano nei prati i giovani agnelli
Cinguettano gli uccellini nel nido
Giocano i cerbiatti con le ombre
I fiori levano lo stelo verso l’ovest
Ma, fratelli miei, è amaro il nascere dei fanciulli.
Piangono nel paese della libertà
nel tempo libero dei giochi degli altri.
Chiedete attentamente ai fanciulli nella loro angoscia
Perché sono tanto fluenti le lacrime?
II suo domani fa piangere il vecchio perso nei suoi anni
Un vecchio albero muore nella foresta…
L’anno che non è più muore tra i ghiacci …
Di più s’infiamma se colpita l’antica ferita
Più dolorosa da perdere l’antica speranza:
Fratelli miei, chiedete ai fanciulli
Perché piangono stretti al seno delle madri
Già nel felice paese che li generò?
Pallidi e pensierosi nel volto, con gli occhi al cielo
È triste osservarne lo sguardo
Assurdo il dolore inflitto dall’uomo
Che lacera e comprime le infantili gote…
Loro dicono: “Quanta desolazione nella terra lontana,
Come sono deboli i nostri giovani piedi!”
Poco il cammino percorso e siamo già stanchi
Molto lontana da cercare come nostro riposo è la tomba.
Chiedete ai vecchi, non ai fanciulli, del loro pianto
Perché la terra sopra è fredda…
La nostra giovinezza è colma di affanni
Niente abbiamo, solo i vecchi hanno le tombe.
“È vero,” sussurrano i fanciulli. “Può accadere di morire.
Prima del tempo.
La piccola Alice morì lo scorso anno…
La sua tomba una palla di neve nella brina.
Noi abbiamo guardato nella buca fatta per lei…
Non c’era spazio per fare niente, serrata nella terra che la comprime:
Nessun risveglio dal sonno in cui giace, nessun pianto.”
“Àlzati, piccola Alice, è giorno.”
Se dalla tomba puoi vederci, nel sole, nella bufera
Col tuo orecchio appoggiato, la piccola Alice non piange mai?
Se noi potessimo vedere il suo viso non la riconosceremmo
Ci vuole tempo perché il sorriso riaffiori nei suoi occhi…
Possiamo godere dei suoi ultimi momenti lieti
Ninnata e acquetata nel sudario dallo scampanio della chiesa.
“È bello quando accade”, sussurrano i fanciulli
“di morire innanzi tempo.”
I fanciulli, ahimè, cercano la morte in vita
Come se fosse la cosa migliore!
Avvolgono il loro cuore perché non si spezzi nel sudario.
“Uscite, fanciulli, dalla città e dalla miniera…
Cantate a squarciagola come fanno i tordelli…
Strappate dal vostro prato un ciuffo di vezzose primule gialle…
II riso è forte mentre le sfiorate tra le dita!
Loro rispondon: “Le vostre gialle primule dei prati
Sono forse come le erbe infestanti vicino alla miniera?
Lasciateci tranquilli nell’oscurità tetra del carbone
lontano dal vostro raffinato e bel godimento!”
“Per forza” sussurrano i fanciulli: “la fatica ci opprime
Niente corse né salti…”
Di un qualsiasi altro prato a noi fosse importato
Sarebbe stato solo per caderci sopra e dormire.
Dolgono e tremano le nostre ginocchia al piegarsi…
Cadiamo col volto nella terra cercando di avanzare;
Le palpebre appesantite sono madide.
Anche il fiore più rosso appare color neve
Perché tutto il giorno trasciniamo il nostro carico amaro
Attraversando il buio sottoterra…
Ora guidiamo tutto il giorno ruote di ferro
Che nelle fabbriche si muovono giro, giro.
“Per forza, girano le ruote senza tregua, il movimento si ripete…
Sibila il vento sui nostri visi…
Girano le nostre anime… La testa pulsa e brucia
Gira il cielo nella finestra vuota, alta, traballante…
Girano i raggi lunghi, scorrono sotto la parete…
Girano mosche nere, strisciando lungo il soffitto…
E noi giriamo con loro…
Senza tregua il moto delle ruote ferrigne
Noi vorremmo talvolta pregare.
‘Ahimè le ruote’ esplodono con gemiti insensati
Stop, fermatevi, tacete per oggi!”
Sempre tacete! Lasciate che si sentan respirare le loro bocche,
Che si tocchino le mani l’un l’altro…
Nella fresca ghirlanda della loro tenera, umana giovinezza!
Lasciateci sentire che questo freddo, metallico movimento
Non è per sempre che il Signore ha modellato per loro…
Ha svelato che all’interno le loro anime provino (contrariamente all’idea)
Che noi viviamo in voi o sotto di voi ruote di ferro!
Sempre avanzano le ruote macinando ogni traccia di vita
E le anime dei fanciulli che Dio chiama verso il sole
Girano sempre avvolte nelle tenebre.
Fratelli, chiedete ora a quei fanciulli
Di levar lo sguardo verso di Lui in preghiera…
Così il Benedetto che tutti benedice, un giorno li benedirà.
“Quale Dio” loro rispondono, “dovrebbe udirci
Mentre la furia delle ruote ferrigne si scatena?”
Gli uomini a noi vicini passano oltre
Il nostro forte singhiozzare, non c’è ascolto o parola!
E noi nel rimbombar delle ruote non vediamo
Estranei che parlano alle porte!
Forse Dio, circondato dal coro degli angeli
Non avverte più il nostro pianto?
“Due parole , ricordiamo ancora di preghiera
È a mezzanotte l’ora dell’offesa…
‘Padre nostro’ sollevando lo sguardo nella stanza
Noi recitiam sommessi per una magia.
Sappiamo solo dire ‘Padre nostro’
E pensiamo, nell’interludio della canzone degli angeli,
Che Dio accoglie il nostro supplicare con dolce silenzio,
nella sua mano destra forte.
‘Padre Nostro’, se potesse sentirci (perché lo chiamano buono e gentile),
Ci risponderebbe col suo sorriso puro sotto l’assurdo mondo,
‘Vieni e riposa con me, mio bambino’.”
“No” sussurrano i fanciulli con pianto sempre più accorato
“Lui è muto come pietra, a sua immagine è il padrone
Che ci impone una lunga fatica
Andate, sussurrano i fanciulli…”
“In alto nel cielo
Nuvole nere girano come le ruote, lo vediamo.
Non scherniteci, ci ha reso increduli il dolore…
Leviamo lo sguardo verso Dio ma resi ciechi dalle nostre lacrime.”
Ascoltate i fanciulli piangenti che chiedono
Fratelli miei, quale preghiera?
Solo tramite Dio è possibile trasmettere le sue parole d’amore…
Ma nei fanciulli il dubbio resta.
Davanti a voi il pianto continuo dei fanciulli
Stanchi prima della corsa.
Per loro non sorge il sole né la gloria divina
Brilla più del sole stesso:
Conoscono il dolore dell’uomo ma non la sua saggezza
Nella disperazione umana affondano senza uguale serenità…
Schiavi, privi di libertà nel segno del Signore…
Martiri per dolore senza palma di gloria…
Logorati come fossero vecchi non conservano care memorie del passato…
Privi dell’amore terreno e celeste:
Che almeno scorra ininterrotto il loro pianto!
Lo sguardo al cielo, i volti pallidi e smunti
Orribile a vedersi il loro sguardo
Vedono voi seduti al posto degli angeli, gli occhi rivolti a Dio…
“E fino a quando” sussurrano, “fino a quando tu, Nazione crudele,
Ci schiaccerai muovendo il mondo col cuore dei bambini?
Opprimerai i nostri fremiti con speroni di ferro
Calpestando il tuo trono tra la gente?
Il nostro sangue schizza verso l’alto, nostri Tiranni,
E la vostra porpora segna il vostro cammino;
Ma nel silenzio il singhiozzo del fanciullo
Maledice l’uomo forte nella sua collera!”
ELIZABETH BARRETT BROWNING

Nata il 6 marzo del 1806 a Coxhoe Hall presso Durham, Inghilterra, la prima di 12 figli. Il padre, Edward Barrett di una ricca famiglia della Giamaica e la madre Mary Clarke Graham. Il padre è tirannico coi figli e schiavista. Nel 1809 la famiglia si trasferisce a Hope End a 225 km. da Londra.
Tra il 1818 e il ’22 Elizabeth scrive il poema epico La battaglia di Maratona e altri testi. Nel 1821 ha una grave malattia di origine nervosa ed inizia a prendere la morfina. Nel 1828, morte della madre. Nel 1832 la famiglia lascia Hope End e si trasferisce a Londra in Winpale Street, 50. Per la sua salute cagionevole Elizabeth soggiorna al mare a Torquay. L’11 agosto 1840 in una gita in barca muore annegato il diletto fratello Bro. Ritorna a Londra e, confinata in casa dalla sua malattia, scrive alacremente. Nel 1844 “II pianto dei bambini” viene inserito nei Poems. Nel 1845 prima lettera di Robert Browning. Nel 1846 sposalizio segreto e fuga per l’Italia. Nel 1847 si stabiliscono a Firenze in Casa Guidi, vicino a Piazza Pitti. Nel 1849 nasce il figlio Robert soprannominato Pen. Nel 1850, nuova edizione delle poesie e con altri moduli vengono inclusi i Sonetti dal Portoghese. Nel 1851 porta a termine Le finestre di Casa Guidi. Viaggia molto, va a Londra ma il padre si rifiuterà di rivedere la figlia. Sempre nel 1851 pubblica il romanzo Aurora Leigh, sua opera prediletta. Nel 1860 altri poemetti. Muore il 29 giugno 1861 a Firenze. Per i funerali vengono chiusi tutti i negozi di Via Maggio. È sepolta nel Cimitero degli Inglesi e, dopo la sua morte, Robert Browning e suo figlio Pen abbandonano Firenze. Emily Dickinson parla di lei “come della anglofiorentina depositaria di un prezioso messaggio di poesia”. In E. Barrett Browning vediamo una rappresentante di spicco dell’età epica della letteratura femminile come la chiamerà Virginia Woolf. Di quest’ultima il delizioso Flush, biografia di un cane che parla del cane di Elizabeth.
“II pianto dei fanciulli” è stato tradotto da Giuseppe Chiarini e inserito nell’antologia Fior da Fiore dal Pascoli (1901), al quale era particolarmente caro. Successivamente abbiamo una traduzione congiunta dei Sonetti dal Portoghese e del Lamento dei bambini a cura di Eurialo De Michelis, Palermo, Salvatore Sciascia 1974.

 

 

 

1 Comment

  1. E qui siamo nel ricordo NECESSARIO di cosa era il mondo appena prima di noi di qualche generazione. E da questo NECESSARIO RICORDARE dobbiamo continuare a lavorare e lavorare perché non ci sia mai più ORA la riduzione in schiavitù un fanciullo per una raccolta di cotone in un campo lontano dell’Asia per dare ai nostri lussuossimi negozi occidentali il massimo del guadagno possibile. Grazie alle Carte e grazie ad Anna Vincitorio.

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