TRASMISSIONI DAL FARO N.65 A.M.Farabbi: Le Pietre Vive di Antonio Lillo

ber arce

ICELAND by Ber Arce

.

Continuo a leggere le piccole realtà editoriali del nostro paese, chiamandole una per una, senza alcuna intenzione di favorire e elogiare. Faccio un’opera di servizio per verificare se effettivamente esistono piccole imprese umane e aziendali capaci di misurarsi, confrontarsi, con la grande editoria. Quale identità propongono, quali significati e con quali modalità relazionali verso gli autori e le autrici del proprio catalogo e verso il territorio di cui fanno parte. E certo i lettori stessi potrebbero fare domande, porgere consenso o perplessità. L’incontro, questa volta è con Antonio Lillo editore di Pietre Vive.

Ci può raccontare l’inizio del suo viaggio editoriale?

Alcuni anni fa ho pubblicato la mia prima raccolta di poesie con Lietocolle. Cosa che (almeno con la politica della casa editrice all’epoca) mi è costata un bel po’ di soldi, recuperati solo attraverso la vincita di un concorso. Dopo quello ho pubblicato un altro libro per fatti miei, autoprodotto. Il lavoro grafico e di impaginazione è stato fatto tutto da me e da un amico. Erano poesie d’amore e ci tenevo che il volume avesse una dimensione privata. In questo modo, pur senza strafare, vendendo alcune copie ho recuperato le spese di stampa. Ecco, quella è stata la scintilla iniziale. Semplicemente mi sono detto: e se lo facessi anche per gli altri, per evitare loro di pagare per qualcosa per cui, almeno a livello etico, non si dovrebbe pagare mai?
Ovviamente non sono uno sprovveduto. So come funziona il mondo editoriale, soprattutto per settori di nicchia come la poesia. Diciamo che preferisco mettermi in posizione defilata rispetto a quel mondo, non entrarci mai pienamente, “da lato” avrebbe detto Zanzotto.
Così, io e alcuni amici abbiamo creato un’associazione editrice, Pietre Vive, a Locorotondo, in Puglia, dove vivo, sull’esempio di una bella realtà romana com’è Il ponte del sale. All’inizio operavamo attraverso la pubblicazione di una rivista di informazione comprensoriale assai diffusa sul territorio, poi abbiamo semplicemente saltato lo steccato e ci siamo messi a realizzare libri.

Ci presenti l’identità della sua piccola casa editrice, l’intenzione, l’orizzonte.

Pietre Vive è una realtà a doppio binario: per alcuni lavori vi è il completo investimento economico da parte dell’associazione, per altri si richiede un contributo in base alla sostenibilità del progetto e alle sue qualità letterarie. All’interno di Pietre Vive sono oggi attive tre collane, “Parola”, che si occupa di narrativa e pensiero, “Immagine”, che si occupa principalmente del connubio con fotografia arte e grafica, e “iCentoLillo”, che si occupa di poesia e prende da me il nome – preciso che non è mia la scelta, non sono così autoreferenziale, ma agli altri piaceva e così mi sono arreso –.
Quest’ultima collana, che mi piace definire indipendente, ha un suo marchio specifico e una sua linea grafica diversi da quelli soliti di Pietre Vive. In genere utilizza una politica di promozione della poesia indirizzata soprattutto a persone alla loro prima esperienza editoriale: di un titolo che ci piace, in cui crediamo, si stampano 100 copie, in questo modo si abbassano di molto i costi di stampa, e quindi possiamo permetterci di non si richiede alcun contributo agli autori, o al massimo la copertura di una parte delle spese iniziali, ma recuperabili attraverso le presentazioni: già vendendo una parte dei libri stampati, infatti, siamo in grado di rientrare delle spese, il resto è un piccolo guadagno che potremo reinvestire in altri progetti. Poi, se vendiamo tutte le copie ristampiamo il libro con piacere, altrimenti l’autore si ritrova un titolo nel curriculum senza averci rimesso uno stipendio. In questa scelta partiamo sempre dalla realtà dei fatti: è inutile stampare troppe copie di un libro di poesia in un paese in cui la poesia non vende. Meglio poche, poco per volta, senza fregare nessuno.
Per quanto riguarda l’altro marchio, che prende il nome dall’associazione, la sua linea editoriale è più semplice, e fortemente legata al territorio pugliese e alle sue risorse. D’altro canto non rinunciamo, vista la nostra storia giornalistica, a rimarcare una visione etica della scrittura. L’anno passato ad esempio abbiamo promosso insieme a G.Lan (laboratorio urbano di Locorotondo-Alberobello-Noci), la prima edizione di un concorso di scrittura etica, con la pubblicazione di un testo di chiara impronta sociale. L’edizione ha visto la vittoria di Claudio Metallo, film maker calabrese, con un piccolo testo satirico sui legami fra mafia e politica nel nostro meridione, “Il sindaco”.
La nostra è un’editoria delle piccole cifre, insomma, nulla di che. Ma ci permette di investire nel talento, di fare scouting, pur coi nostri limiti. Siamo in pochi e, ovviamente, essendo una attività senza scopo di lucro, non possiamo permetterci di pubblicare più di otto-dieci titoli all’anno, con modalità di promozione e vendita che si decidono di volta in volta, anche in base alla collana e al marchio che li designa, però sempre cercando di garantire gli autori. Sono stato e sono un autore anch’io, e quindi cerco di garantire prima di tutto gli autori, quando e come posso.

Perché crede ancora nella carta da leggere? Ci sono ancora occhi attenti e lenti? Dove sono i suoi lettori?

Ho un ricordo molto bello di quando ero bambino. Mio padre, che lavorava nelle ferrovie e aveva la terza media, ma credeva nel potere dei libri di migliorare la vita delle persone, spesso si allontanava di casa per lavoro, e quando ritornava mi portava sempre, sempre, un libro in regalo. Era un appuntamento importantissimo per me, che da allora ho sempre considerato il libro più come l’espressione di un viaggio che di una epifania. Ho ancora a cuore il giorno in cui mio padre mi regalò “Il principe felice” di Oscar Wilde, e leggendolo mi ritrovai a piangere e mi resi conto di come nelle parole possano concentrarsi emozioni dal peso insostenibile a volte. Poi, alle scuole medie, ebbi la fortuna di incontrare una insegnante appassionata che ci fece fare un laboratorio di poesia, lessi Ungaretti, i paesaggi lunari e desertici de “L’allegria”, e lì i pezzi si incastrarono tutti e incominciò il mio mondo. Ecco perché credo.
Poi sì certo, ci sono moltissimi occhi, attentissimi, soprattutto fra i più giovani. Vengo di continuo contattato da ragazzi che leggono le mie poesie, e mi chiedono consigli. A volte si sentono soli, vogliono leggere, vogliono scrivere, vogliono. Non sanno come fare, mi chiedono rotte, mappe da navigare, da soli o in compagnia, si fidano di me. Cerco di fare quel che posso.

Quanto ai miei lettori, io pubblico nel centro Puglia, e quindi, vista anche la portata commerciale relativamente bassa della mia casa editrice, per ora riesco timidamente a uscire dai confini regionali, ma si può fare di più, almeno per quanto riguarda le collane Parola e Immagine. Diversamente la collana di poesia ha una portata nazionale, proprio per l’esiguità del suo pubblico, che sparso si fa nazione senza veri confini.

Come riesce a sopravvivere tra la grande distribuzione e i suoi costi?

Semplicemente faccio tutto io, o meglio, facciamo tutto noi, come gruppo. Il nostro è un team ben assortito, che si completa nelle sue competenze specifiche. Quindi non capita mai che dobbiamo pagare altri per consulenze esterne. Non abbiamo grosse spese, a parte i costi di stampa, che siamo in grado di gestire. Diciamo che non abbiamo grossi attivi, ma nemmeno passivi al momento. Il che, vista la crisi economica attraversata dal paese, per me è già una fortuna. Ovviamente, vista la particolare natura del nostro progetto, nessuno guadagna dallo stesso, non per ora almeno. Ognuno di noi, in genere, fa altri lavori per sostenersi. Se poi, crescendo, Pietre Vive si trasformerà in una attività lavorativa vera e propria, non potrò che esserne contento.

E’ molto importante che un editore piccolo, di qualità, narri il suo rapporto con il territorio. Promuove iniziative per accendere attenzione e nuovi lettori? Presentazioni?

Come detto prima, la nostra realtà è assolutamente radicata sul territorio. Una parte dei nostri soci, inoltre, provengono da una realtà associativa laterale a Pietre Vive e poi confluita in essa, quella di Entropie, indirizzata alla realizzazione di eventi d’arte di richiamo per la valorizzazione di luoghi storici della Puglia. Quindi l’attitudine alla realizzazione di eventi è già nel nostro background. L’idea è sempre quella: strutturare situazioni che diano attenzione agli autori, perlomeno quando è in nostro potere farlo, anche attraverso l’utilizzo di linguaggi trasversali e accattivanti (arte, musica, teatro, ecc.). Ad esempio, di recente abbiamo presentato a una radio il progetto per una serie di presentazioni in pillole dei nostri autori, che registreremo e verranno mandate in onda, scaricabili anche in podcast.

Cosa pensa delle cooperazioni tra piccoli editori?

La trova una cosa buona e giusta. E non solo, come a volte accade, per coprire i costi di gestione degli spazi alle fiere del libro. Semplicemente, se sei piccolo non puoi pubblicare tutti, quindi non ci sono motivi di invidia o risentimento. Un piccolo editore che condivide la tua idea è un possibile futuro alleato, e personalmente ho degli ottimi rapporti con le altre realtà editoriali, nel senso che non ho nulla da dimostrare a nessuno e quindi me li vivo bene questi rapporti. A volte sfiorano l’amicizia, come coi ragazzi di Caratteri Mobili, che fra l’altro gestiscono la nostra libreria fiduciaria di Bari, la libreria Zaum, o con Samuele Editore di Alessandro Canzian, friulano che ha la mia stessa età ed è un attento operatore della poesia, oltre che un grande poeta egli stesso.

Quali, secondo lei, possono essere le tradizionali dinamiche da correggere per la promozione del libro? Quali forme comunicative nuove può proporre o ha intenzione di praticare?

Quello del libro è un campo già fortemente codificato, quindi non so se in effetti siano possibili nuove strategie. Un buon ufficio stampa è fondamentale. E poi internet, i social, e non ultimo youtube, il canale oggi più diffuso al mondo, attraverso book trailer e video. Quest’ultimo è un aspetto particolarmente interessante, secondo me. Il book trailer funziona molto per pubblicizzare il libro, e se funziona bene spesso funziona meglio del libro stesso. A volte mi chiedo se non sia come snaturare l’anima del libro, trasformarlo in un altro linguaggio per diffonderlo. Ma forse sono fisime mie.
In ogni caso servono mezzi economici per strutturare strategie efficaci. Io faccio quello che posso con ciò che ho. Ad esempio do molta cura all’aspetto grafico, spesso cerco di coinvolgere degli artisti affermati o anche dei giovani che secondo me hanno talento nella realizzazione dei volumi. Perlomeno investo in nuovi talenti dell’immagine. A volte azzardo delle soluzioni, come ad esempio nei primi volumi della collana di poesia, in cui non compare il titolo in copertina: scelta che per alcuni è “diversa e stuzzicante”, per altri “commercialmente fallimentare”. Diciamo che, proprio perché abbiamo dimensioni ridotte, posso permettermi certi lussi. Quindi non tutto il male viene per nuocere.
Per scelta del gruppo cerchiamo di promuovere dei prezzi adeguati ai tempi. Una nostra scelta è mai salire nel prezzo di copertina sopra i 10 euro. È evidente che un volume che costa 5 euro avrà maggiore possibilità di vendersi di uno che ne costa 15. In questo siamo aiutati dalla particolare natura del nostro progetto. Non siamo una impresa e quindi non dobbiamo pagare stipendi.

Che rapporto ha con i suoi autori e autrici?

Nella maggior parte dei casi siamo amici.

Che colpe imputa alla grande editoria?

La colpa di aver contribuito a banalizzare, per esigenze di vendita, i gusti dei lettori. Particolarmente odio quella frasettina che si ripete spesso per giustificarsi: “io do al pubblico ciò che vuole” che è palesemente una mezza verità. Tu dai ma contribuisci anche a diffondere, a diseducare. Operi delle scelte e fai campagne pubblicitarie intorno a un certo prodotto invece che a un altro, quindi non sei innocente. Non è un po’ come il mercato delle sigarette? Tutti sanno che il fumo fa male alla salute, però si vende al pubblico dei fumatori “quello che vuole”. È una palese ipocrisia, no? Smentita dal fatto che poi, miracolosamente, vengono fuori i casi letterari, gli imprevisti campioni di vendite che nemmeno le grandi case editrici riescono a prevedere e gestire, per il semplice fatto che loro, in verità, non sanno precisamente cosa vuole il pubblico, vanno a casaccio, e si orizzontano spesso per indagini di mercato e luoghi comuni, i peggiori, nel tentativo di conquistare le strabordanti fette di pubblico che normalmente non acquistano libri, i lettori deboli, invece di concentrarsi sul vero motore del mercato, cioè i lettori forti (ma esigui), con conseguenze a volte disastrose. Se non sbaglio è stato Citati a dire che oggi un libro come “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera verrebbe giudicato impubblicabile. È il segno dei tempi.
I danni maggiori li subiscono ovviamente i generi minori, come la poesia, che già a priori non fanno mercato. E che però, promossi adeguatamente, venderebbero un po’ di più: vedi Dante letto da Benigni oppure la Szymborska letta da Saviano. È la dimostrazione che il pubblico non legge poesia perché non sa cos’è e che, se l’industria culturale contribuisse un po’ a diffonderla, venderebbe di più, entrerebbe in molte più case: non numeri eclatanti però sempre numeri. Non è un caso che gli ultimi poeti famosi presso il grande pubblico siano Montale, Ungaretti, Caproni, Bertolucci, non tanto perché si studiavano a scuola, ma perché gli unici a finire in tv, nei vecchi programmi in b/n della RAI, quando ancora si faceva servizio pubblico vero.
Sarebbe questa un’operazione votata al raffinamento dei gusti del pubblico, che però l’industria culturale non ha interesse a fare. E si vede, anche nell’impoverimento massiccio del numero dei lettori, nel degrado dei gusti, perché se bassa è la proposta minore sarà la richiesta. Anche questa, mi pare, è una legge di mercato.

Che cosa pensa degli e-book?

Personalmente non disdegno le nuove modalità di fruizione della letteratura, e-book, ma anche blog, social network ecc. Io sono di mio un blogger convinto, e trovo che sia stimolante vedere come tanta scrittura circoli libera in rete più che nel condizionante mondo dell’editoria moderna.
Credo che se favoriscono la diffusione del linguaggio, e il linguaggio è prima di tutto cultura, allora va bene. Ovviamente il libro mantiene inalterato un suo fascino, soprattutto per chi, come me, ci è cresciuto. Ma gli e-book sono il futuro, bisogna cominciare ad ammetterlo. Spesso si confonde il medium con il mezzo. Noi confondiamo la scrittura coi libri, ma non sono la stessa cosa. La scrittura va oltre. Quando i libri finiranno, sostituiti dagli e-book e poi da altro, la scrittura ci sarà ancora. Bisogna adattarsi alle novità e prenderne il meglio.

Ad esempio un e-book ha costi di realizzazione più bassi, permette una diffusione più estesa e capillare anche ai piccolissimi editori che come noi non possono appoggiarsi sulla grande distribuzione, permette una serie di aggiungere illimitati contributi extra al volume che normalmente imporrebbero un esborso in costi di produzione, e poi la correzione quasi immediata di eventuali errori o refusi.

Scegliere un autore pone responsabilità. Quale autore o autrice vorrebbe nel suo catalogo e perché?

Nella mia vita ho conosciuto moltissimi autori che come me scrivono prima di tutto per piacere, con onestà e cuore. Spesso è gente colta, preparata, o semplicemente talentuosa, che fa altro per mantenersi. Non saprei indicare dei particolari valori distintivi che me li fanno piacere, in genere vado a istinto verso chi tocca la mia sensibilità, però conosco i loro nomi uno ad uno. Sono tutti miei amici.

Spesso i piccoli medi editori hanno contrasti tra loro, si imputano reciprocamente giudizi nefasti sulle rispettive politiche editoriali. Mi chiedo perché non individuare maggiori responsabilità alla grande editoria e ai meccanismi dirigenziali che la sorreggono. Che cosa ne pensa?

La guerra fra poveri è sempre deleteria.

Quali sono i prossimi progetti?

Al momento stiamo promuovendo le nostre ultime uscite, “Fuori fuoco” di Mimmo Pastore, un grande scrittore che ha il difetto di essere un po’ troppo schivo, tanto che a volte temo che quello con noi sarà il suo unico libro, e poi “Piombo” di Francesco Santoro, che ha invece un piglio più stralunato alla vita: per lui stiamo cercando di approntare un tipo di presentazione particolare che mischi all’introduzione al volume la mostra d’arte della giovanissima autrice delle illustrazione, Chiara Gatto, e la proposta di un monologo teatrale scritto appositamente da Santoro e recitato di volta in volta da un attore diverso. A parte loro, a breve pubblicheremo una raccolta di poesie d’amore di Sergio Pasquandrea, un poeta bravissimo che sognavo da tempo di poter pubblicare con un libro tutto suo (sarebbe il primo, anche se Sergio ha già pubblicato in varie raccolte), anch’esso illustrato da una giovanissima, Michela Neglia.
Vogliamo riproporre il concorso di scrittura etica. E io personalmente sto lavorando al libro di una giovane insegnante, Maria Nardelli, che mi ha fatto letteralmente innamorare delle sue poesie, spesso incentrate sul trauma della moderna emigrazione ma in chiave spesso dissacrante. Abbiamo molti altri progetti che ora non dico e, devo essere sincero, anche molte proposte fra cui dover scegliere. E poi c’è Pino Simone, che merita una storia a sé, anche per capire come spesso lavoriamo.
Una decina di anni fa, dovevo ancora laurearmi, mi è capitato fra le mani un suo volumetto di poesie che mi piacque molto. Era carico di forza ironica e spiazzante. Mi dissero che il suo autore era un matto che stava al CIM di un paese qui vicino e che era morto da poco, così lo misi da parte senza più pensarci. Pochi mesi fa, mentre facevo delle ricerche per un reading, quel volumetto mi è ricapitato fra le mani e così, d’istinto, mi sono messo in testa di rintracciare la famiglia di Simone per ripubblicare il volume. Inseguendo Simone e la sua famiglia sono tornato al CIM dove stava lui, per parlare con gli educatori che lo seguivano allora. E loro, invece, mi hanno chiesto di realizzare un laboratorio di scrittura autobiografica per gli attuali ospiti del centro. Corso che tengo tuttora, ogni settimana, e che mi dà una gioia indicibile.
Questo per ribadire che le vie della scrittura spesso non sono ispirate evoluzioni alla tastiera, come spesso si crede, ma contengono in sé una miriade di storie sotterranee e a cui è necessario abbandonarsi per sentirsi vivi.

 anna maria farabbi

Annunci

6 pensieri su “TRASMISSIONI DAL FARO N.65 A.M.Farabbi: Le Pietre Vive di Antonio Lillo

  1. Ho conosciuto Antonio Lillo perché partecipò ad un nostro concorso con una sua silloge poetica e vinse il primo premio. Bravissimo poeta, allora molto schivo anche lui. Grazie ad A. M. Farabbi.

  2. un saluto particolare a elio scarciglia, che ho conosciuto prima ancora dell’inizio della storia raccontata qui sopra… mamma quanto tempo che è passato! :)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...