PRIMA E DOPO MEZZANOTTE- Serenella Gatti Linares

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Erano sempre in quattro, sempre gli stessi, a giocare a carte, nel solito tavolo in un angolo della vecchia osteria “Tino”, una delle poche rimaste come un tempo in città: tovaglie a grossi quadri rossi e bianchi e bicchieri un po’ sbeccati di vino rosso. Rigorosamente, entro mezzanotte, però, Romolo, Gino, Orazio e Vito facevano ritorno a casa. Ultrasettantenni, vedovi o scapoli, ormai l’età si faceva sentire, così come i dolori articolari. Era già una bella fortuna potersi ritrovare la sera in compagnia, fra una battuta, una risata, qualche barzelletta sconcia.
Tutto, però, per Romolo un giorno cambiò. I quattro erano andati al funerale dell’anziano proprietario dell’osteria, che conoscevano fin da ragazzi, abitando nelle vicinanze, anche se era un po’ più grande di loro.
La prima sera in cui entrarono nella solita saletta, dopo avere superato la porta col cartello:”Nuova gestione”, trovarono schierata dietro il bancone un’intera famiglia cinese. Certo non ignoravano che la città fosse diventata multiculturale, né erano contrari a questa nuova prospettiva, ma proprio non se l’aspettavano.
Da quella sera iniziò per Romolo quella che lui definì fra sé e sé la “maledizione”. Aveva un nome, anche se difficile da pronunciare: Chanciù si destreggiava con disinvoltura fra i tavoli, con un grembiulino bianco annodato sui fianchi, sopra un corto abito di seta nera, che emanava bagliori, mentre sfiorava i commensali. I capelli di liscio e lucido ebano nero erano annodati sul collo in una stretta e igienica coda di cavallo, che metteva in evidenza il bel visino pallido e pulito. Chanciù aveva trentacinque anni e non era sposata, così si diceva. Sempre gentile, corretta, instancabile, aveva un sorriso per tutti, ma per lui, per Romolo, ne aveva uno in più. O almeno era ciò che lui pensava, in modo sempre più ossessivo.
Una notte, si decise e, nonostante avesse dovuto aspettare ben oltre la mezzanotte, acquattato dietro un’automobile, perché i conoscenti non lo notassero, s’avvicinò alla ragazza, al termine del servizio. Le offrì il braccio e le disse: ”Posso scortarla, signora?”.
Romolo era abituato alle buone maniere d’un tempo: non si sarebbe mai permesso di darle del “tu” o di chiamarla per nome ed il termine “scortare”gli proveniva dal lungo servizio militare da alpino. Ricordava volentieri le belle parate del 2 giugno, a cui lui partecipava e di più le feste popolari, in cui scorrevano litri di vino. E poi s’era accorto che Chanciù conosceva piuttosto bene la lingua italiana. La giovane donna lo guardò sorpresa, lo riconobbe ed il suo viso si schiarì in un sorriso, come un cielo nuovo dopo un temporale. Gli fece capire che non era il caso, che era abituata a tornare a casa di fretta, che non aveva paura. Ma Romolo insistette, le parlò dei terribili pericoli di violenza, che incombono nelle città italiane per le donne sole in certi orari ed, infine, riuscì nel suo intento.
Da quella notte, Romolo prese l’abitudine di riaccompagnarla e si poteva affermare che vivesse per questo. S’era innamorato, come un ragazzino e nuova linfa vitale gli scorreva nelle vene. In fondo, erano ambedue liberi e lui decise di chiederla in moglie; non aveva certo bisogno d’una badante, come molti avrebbero commentato. Non era messo così male, anzi sentiva ribollire il sangue dentro sé, come non gli accadeva da tanto tempo.
Ogni notte invitava la cinesina a casa sua, ma lei rifiutava, adducendo a pretesto la stanchezza. Finalmente, accettò e Romolo decise di farle in tale occasione la sua seria proposta. Nel giorno libero dal lavoro, la invitò a cena e preparò tutto con grande cura.
Mentre stavano ancora gustando il primo, Romolo non resistette ed eccitatissimo si gettò in ginocchio davanti alla ragazza per la sua dichiarazione.

“Perché sospetti di lui?”, chiese il commissario al suo vice. “Lei sa, capo, che il Romolo Fratti ogni pomeriggio, insieme ai suoi tre amici, andava a prendere i bambini della Scuola Media, all’uscita della Biblioteca Comunale, dove svolgevano una ricerca e li riaccompagnavano a casa. Era un servizio di volontariato, che esercitavano volentieri, per occupare il tempo utilmente, prima di recarsi in osteria a giocare a carte. Si sentivano “nonni”, pur non avendo avuto figli.
“E con questo?”. “Lo so che è colpevole, perché quell’ultimo giorno di Scuola, alla Biblioteca il Fratti non ci arrivò mai, al contrario degli amici e non era mai accaduto prima. I bambini si sono dimostrati sorpresi e dispiaciuti. Quel giorno era il successivo all’assassinio della giovane amante cinese, che di certo lui pagava…E poi il cancello della villetta non era chiuso a chiave, perché fra una cosa e l’altra, si sa come un uomo si comporta in certi casi…Ed i vicini avevano affermato che il Romolo era un tipo preciso, che lo chiudeva sempre…”.

L’anziano aveva usato una vecchia pistola della seconda guerra mondiale, cimelio di famiglia e quella notte nel piccolo condominio non c’era nessuno. Dopo la profferta d’amore, Chanciù era scoppiata in una fragorosa risata, non riusciva a trattenersi, aveva le lacrime agli occhi. Gli aveva chiesto se era impazzito, che non s’azzardasse a sfiorarla con un dito ed aveva aggiunto che il suo cibo era schifoso, in confronto a quello cinese.
A Romolo s’era annebbiata la vista dalla rabbia; aveva aperto il cassetto ed estratto l’arma, trascorsa la mezzanotte. Dopo mangiò la minestra, (“Perché a Chanciù non era piaciuta quella deliziosa minestrina di quadretti in brodo vegetale tanto digeribile?”) e passò mezz’ora a cercare di guardare il corpo steso a terra in una pozza di sangue, gli occhi allungati che erano divenuti vuoti, senza riuscirci, perché lui l’aveva amata, l’aveva molto, molto amata…

Serenella Gatti Linares

 

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