Luigi Di Ruscio – Dopo di lui i suoi romanzi

gabriele basilico-la fabbrica

gabriele basilico-la fabbrica

 

 

A tre anni dalla morte dell’autore, i romanzi di Luigi Di Ruscio approdano finalmente a un editore importante, Feltrinelli, che raccoglie in un’unica edizione i maggiori testi in prosa, Di Ruscio. Romanzi (Milano 2014).

Fin dal titolo, Neve nera (ancora più esplicito nella prima edizione, Ediesse 2010: La neve nera di Oslo),  il terzo romanzo contenuto nel volumesi presenta come il libro in prosa che maggiormente dovrebbe essere incentrato sul tema del lavoro in fabbrica, luogo dove lo scrittore effettivamente fu occupato per trentasette anni dopo l’emigrazione in Norvegia. Lo è ma con scatti e puntualizzazioni anche ribelli, di chi capisce di non poter essere incasellato o inumato in una posizione troppo circoscritta, com’era già avvenuto in passato per le poesie neorealiste: “Catalogato come ero tra i poeti operai però sono anche bipede, sono anche cerebrale avendo anche un cervello, sono planetario abitando un pianeta galattico, abitando in una galassia e sono l’operaio più circondato da barattoli Cirio di tutta la storia della rivoluzione industriale del mondo intero.” (p 400)

Così come non può essere definito romanziere nel senso più canonicamente narrativo o soltanto poeta-operaio o soltanto poeta, Di Ruscio con la consueta onestà e lucidità rifiuta e aggira il giudizio tipicamente borghese che ti definisce per il lavoro o professione svolti, che ti inchioda, qualunque cosa tu faccia, al tuo destino sociale. Sottolinea più volte che egli è anche e soprattutto un essere umano, un abitante del pianeta, con tutta l’enormità e complessità che la cosa comporta. Come in quell’osservazione che si trova in Cristi polverizzati, ripetuta in seguito con lievi varianti dell’universo che guarda se stesso: “Questo universo neppure sapeva di esserci, c’era solo un grande spasimo, alla fine fu creato l’occhio umano e dopo tanti spasimi finalmente l’universo si è visto e lo spettacolo non è stato lieto, un universo spaventoso che non sapeva di esserci, un universo spaventoso che sovrasta la nostra capacità di sopportarlo.” (p 374). Un orrore che è naturale e sociale insieme. Tuttavia in Neve nera si legge: “Oltre all’orrore di essere caduto nella trappola sociale c’è anche la gioia di essere al mondo, c’è anche la gioia di poter affrontare la belva con armi esclusivamente immaginarie, guardo fuori un sole luminosissimo sulla neve fresca, quindici gradi sotto zero un chiarore immenso, non sperare in vita eterna è già tanto che certi scemi sono riusciti a nascere…” (pp 411-412). In alcuni punti affiora la gioia di chi non ha mai posseduto alcun potere quindi è veramente libero: “… la totale mancanza di potere crea in me uno stato di irresponsabilità e leggerezza quando liberamente cammino per le strade, quando vado in bicicletta nessuno mi ammazza e dall’altra parte le ville corazzate, circondati dai cani feroci, custoditi dalle guardie come fossero una cassaforte viaggiante, non è strano che siano soggetti ad alto consumo della cocaina, la mia cocaina è essere lontano da loro, sfuggirgli, costruire i regni dove loro non esistono e la mancanza totale di potere che rende possibile questi pensierini gentili, il non dover rendere conto a nessuno di quello che scrivo, l’essere sottoposti a tutti i poteri invece ci imbestialisce…” (pp 413- 414). Perfino i cattolici, lontani, qui in Norvegia, dal luogo del potere secolare della Chiesa, paiono miti e simpatici, tanto da guadagnarsi il nome di “gattolici”.

Pur nella contemplazione della natura e degli straordinari tramonti dei paesaggi nordici, non viene dimenticata la lettura razionale, scientifica, della situazione: non è il sole che tramonta, siamo noi che tramontiamo. La precisazione astronomica offre l’occasione per ricordare Giordano Bruno, una delle figure intellettuali di riferimento. Come il pensatore martire preilluminista, anticipatore del pensiero moderno perseguitato dalla Chiesa, pure Di Ruscio testimonia nei suoi scritti di essere stato emarginato e costretto all’emigrazione da una società contadina arretrata, ancora feudale e dominata dal potere pure temporale della Chiesa: “Comunista e disoccupato quando per trovare lavoro in fabbrica occorreva lettera di presentazione dell’arcivescovo e principe agrario…” (p 441); “Se i democristiani mi avessero dato anche un posto da scopino sarei rimasto in Italia, sarei rimasto anche se con una raccomandazione dell’arcivescovo di Fermo mi avessero assunto in una fabbrica italiana. Cose tutte impossibili per un comunista e poeta blasferico, per salvare tutta la mia italianitudine sono dovuto emigrare, per non traviare l’anima mia.” (p 455).

Un altro paragone è quello con Thomas Mann, costretto all’esilio al tempo del nazismo: “… l’universo linguistico è l’anima mia, le anime trapassano le frontiere come niente fosse. Thomas Mann quando i nazisti gli tolsero la cittadinanza tedesca dichiarò in una intervista che dove era lui era anche la Germania. Dove è il sottoscritto è anche tutta la nostra italianitudine.” (p 455).

Lo sguardo sull’Italia dal luogo della sua condizione emigrata e “spatriata” giudica con amarezza: “… forse è vera la questione delle due Italie, una maggioranza sanfedista e reazionaria rotta a tutte le corruzioni, l’altra Italia, quella avanzata, illuminata che in certe epoche è una minoranza ristrettissima, la prima mi diventa sempre più insopportabile e schifosa più la seconda diventa numericamente insignificante.” (p 445).

Non manca una frecciata rivolta agli ambienti letterari: “… amo l’ordine e la pulizia mi scrisse un Italo Calvino, non venire da me e vai dagli informali con le tue scritture periodiche e in quel periodo gli informali erano per me una specie particolarmente misteriosa e per fare parte della corrente non basta essere rigorosamente informali ma occorre essere invitati, per essere invitato alla festa degli italiani di Oslo non basta essere italiano occorre che l’ambasciatore ti inviti e non inviterà certo il sottoscritto che non partecipa all’italianità ma all’italianitudine scravattato e male sbarbato come si ritrova, non mi aggruppo anche perché non mi fanno aggruppare (…) le macchine che mi hanno lavorato tutti i giorni me le sognavo di notte, intanto immaginavo nuova corrente letteraria, nuovo manifesto…” (p 442). Quando Di Ruscio parla del suo specifico lavoro in fabbrica, usa il verbo lavorare nella forma passiva: lui era lavorato dalle trafilatrici presso le quali era situata la sua postazione. Noi lavoratori, ancora in larga parte legati alla civiltà industriale, siamo lavorati dalle macchine, non siamo noi che propriamente lavoriamo godendo il frutto del nostro lavoro, non apparteniamo a un mondo libero di indipendenti creativi artefici del loro destino. Estendendo il concetto all’intera società dei consumi potremmo dire, memori del discorso marxista sull’alienazione e sul feticismo della merce: non siamo noi che compriamo le cose, sono le cose che ci comprano.

Già in Palmiro, il primo romanzo (1986), lo straniamento rispetto alla società era forte: “Dovrebbero finire i giorni che è come se la gente si muove dentro una grande scena, e mettersi tra la gente è come diventare una comparsa con una parte rigorosamente programmata e mi ritrovo in una rappresentazione di cui non ho imparato niente. Per forza recito male una parte se la commedia la considero particolarmente schifosa (…) Ogni tanto vedo un gesto non completamente programmato, il miracolo è possibile. Ad ogni modo per essere fuori dalla scena occorre un rigore pauroso, come quando sul biliardo viene lanciata dal campione la palla d’avorio più bella.” (p 119).

Roberta Salardi

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Luigi Di Ruscio, Romanzi- Feltrinelli Editore 2014

Maggiori considerazioni sugli altri romanzi di Di Ruscio e sul suo particolare uso della lingua si possono trovare in un mio precedente articolo sull’autore: http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article397

http://voltandopagine.blogspot.it/2014/05/lultimo-romanzo-di-luigi-di-ruscio.html

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