Dei delitti e delle pe(n)ne- Rivisitazione di Gian Paolo Grattarola

interno.

 

 

Un’utile rivisitazione del “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria nel 250° anniversario della pubblicazione.

Corrono tempi nel corso dei quali le persone s’infiammano per sostenere una giustizia immediata, trasformando l’indignazione, nobile forma di rivolta contro forme di ingiustizia, in una espressione di rancoroso risentimento. Laddove la sicurezza economica e sociale vengono meno, l’affiorare di preoccupazioni relative alle proprie chances sul mercato del lavoro, alla formazione dei propri figli e alla sicurezza della propria vecchiaia, mutano le virtù umane in aggressività e smania d’autodifesa. Ogni ostentazione di benessere, ogni manifestazione di privilegio e le frequenti rivelazioni di atti di corruzione vengono spingono i cittadini a mobilitarsi contro tutto ciò che incarna le loro paure e a invocare la sommarietà di azioni di punitiva vendetta. In questo contesto il bisogno di ottenere una sorta di giustizia muta in un in esasperato desiderio di linciaggio.

Benché la congiuntura storica risulti dunque poco propizia, a chi come me vive appeso ai libri corre l’obbligo di ricordare la ricorrenza del 250° anniversario della pubblicazione del “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. Pubblicato nel 1764 e subito diffuso dalla pur raffazzonata traduzione francese dell’abate André Morellet in tutto il mondo civile, questo volume ha costituito da allora un nostro vanto nazionale. Al punto che – ogni qualvolta si sia avvertita la necessità di richiamare la coscienza collettiva a superiori principi umanitari – giuristi, politici e intellettuali non hanno mai mancato di accennare a questo testo. E benché, pur tra gli elogi di figure di alta rilevanza cuoturale quali D’Alambert e Voltaire, gli immancabili detrattori abbiano contestato a Beccaria il fatto che le idee in esso espresse non fossero originali, quel “libricino fortunato” – come lo definì il nipote Alessandro Manzoni – influenzò non pochi Codici delle nazioni moderne.

Tra le teorie retributive che guardando al passato mirano unicamente a punire il delitto commesso e le teorie preventive che guardando al futuro intendono impedire ulteriori delitti, Cesare Beccaria si schiera apertamente in favore delle seconde; mentre alle prime attribuisce la concezione della pena come vendetta sociale e rimprovera di trarre soddisfazione dalla sofferenza del colpevole. Sostenuto dalla convinzione morale che non sia lecito fondare la pena sul principio secondo cui “si deve ripagare il male con il male”, egli si fa promotore di una riforma in senso umanitario del diritto penale.

La sua non è l’opera di un giurista, bensì quella di un umanista che aborre il sangue e la violenza, che tutto guarda sotto l’angolo visuale del bene collettivo e della difesa della società. E in funzione di questo rivendica una teoria della prevenzione speciale rivolta a impedire al singolo reo di reiterare i reati e una teoria della prevenzione generale tesa a impedire che altri cittadini compiano delitti simili. Sorretto da un argomentare estremamente serrato e incalzante, nella volontà di trasmettere al lettore lo sdegno per qualsiasi atto che possa recare offesa alla dignità umana e la comprensione per l’altrui sofferenza, il volumetto dell’illuminista milanese tramanda ai posteri il monito a fare dell’umanizzazione della pena la base costitutiva di ogni Stato di diritto. Perfino superfluo sottolineare il significato e l’importanza attuale dell’eredità che egli ci ha lasciato. Forse non è ancora troppo tardi per farne tesoro.

Gian Paolo Grattarola

 

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Dei delitti e delle pene_fronte2

http://www.filosofico.net/index024.htm

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