TRASMISSIONI DAL FARO N.64- A.M.Farabbi: Rue des Etrangers di Raymond André

clara lieu

Clara Lieu

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Poche righe per indicare in fosforescenza un capolavoro portato alla luce grazie alla cura di Antonio Alleva, amico fraterno e poeta di Raymond André, e Patrizia Vernisi sua compagna di vita. Raymond André (25 marzo 1956 Bernissart, villaggio di minatori ai confini tra Belgio e Francia, Teramo 23 febbraio 2010) era già emerso con altre opere, tra l’altro vincendo il premio Giorgi con la pubblicazione dall’editore Manni per Le vetrate di Saint Denis.


Tra queste pagine, edite da Il Ponte del Sale, si espande una tessitura poetica libera, proveniente da una vasta cultura, ruminata al punto da farsi raffinata sapienza, riuscendo a raggiungere qualità originale e toccante.
Di solito non leggo le prefazioni. In questo libro postumo, invece, mi sono fermata attentamente nelle pieghe dell’introduzione di Antonio Alleva, perché a lui riconosco l’assoluto cordone ombelicale che lo lega alla poesia. Così come a Paola Febbraro, tanto per fare un nome a me caro e a lui rispondente in molte coincidenze esistenziali e biografiche. Quando creature come loro si affacciano al mondo pubblico – raramente si affacciano – occorre fermarsi e ascoltare, poiché sono portatrici di pregnanza. Qui, l’amico poeta Alleva si commuove ma non perde l’equilibrio in edulcorate notazioni e traiettorie sentimentali: incide la sua parola e trova anelli di congiunzione tra il suo battito e quello dell’amico scomparso Raymond, aprendo prospettive sulla sua poetica.
C’è un baricentro sonoro nella sua nota critica che ritengo fondamentale per comprendere istantaneamente tutto: poesia poeta vita di Raymond André. Alleva narra l’amore suo e di Raymond per il gioco della bocce. Ci troviamo di colpo dentro una disciplina di sfere su un tappeto liscio e perfetto, dove le bocce corrono, volano, si toccano, si accostano, schizzano l’una contro l’altra, per il contatto di un punto solo del loro corpo improvvisamente ruotante o immobile. Concentrazione mira suono misura: questa palestra tensiva molto assomiglia a quella della poesia. Viene percorsa con reciprocità da due amici fratelli poeti che continuano anche ora a emettere la loro congiunzione sonora, non solo attraverso trame indicibili, ma tra i versi concreti di quest’opera.
Il canto c’è davvero e commuove per bellezza liberata da ogni canone e tesa a concepire invenzioni, segni, grafica, come quella dei fili dell’alta tensione su cui posano passeri infreddoliti. Il canto c’è e mette dentro la stessa voce il tempo arcaico delle orbite vuote dei neandertaliani, con quello quotidiano del qui e ora. Ogni tempo diventa contemporaneo e presente, carico di potenza che impegna, assedia, attraversa le nostre tempie e il corso delle nostre vene. L’ironia intelligente, velocissima, stempera e sforbicia la drammaticità, pur mantenendone il peso, ponendolo sotto lente d’ingrandimento e investendolo di significato cerimoniale, personale, sempre coniugato al tutto. Nella cassa di risonanza cosmica, parole e bocce fanno parte della stessa pratica, in cui pausa e pazienza concava del silenzio diventano fertili residenze dell’io.
Dall’albero maestro come acrobata d’un cirque du soleil
Raymonde André indica la lentezza necessaria del proprio respiro così come del proprio lavoro, la sua estraneità dalla lingua poetica riconosciuta e celebrata, l’andar da solo per la propria via profonda che passa per la miniera e risorge nella luce del grano.
La lingua francese affiora e s’intreccia con quella italiana ma anche con piccoli germogli di inglese e corsivi liquidi: in un delta.
Mi piace la costante calda tenacia umana del tu verso cui André si flette in un colloquio intimo e pubblico, che non permette evasione, non toglie il peso solitario della meditazione. Il poeta confida, propone in una fede di condivisione, reciprocità e partecipazione, senza immature sbavature, sentimentalismi, inutili eccessi espressionistici.
senza tappi di cera contro il silenzio del silenzio
Ringrazio l’editore Il Ponte del Sale per aver permesso l’opera. Anche questa volta per far giustizia alla Poesia.
Per favore, cercatela.

anna maria farabbi

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Da Rue des Etrangers, Raymond André- p.49.

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LA SPONDA
——–per te che le pause sono la tua dimora
per te che hai un bagaglio leggero
che hai ereditato l’estraneità da te
da non poter esserti più fedele

—— a te che ti sei sottratto al tuo sguardo
per poter ritornare nello stesso modo
in cui te ne sei andato
——che non hai arpioni né armi su questa terra

ma una sponda sì quella sì da dove
meglio si ascolta planando la risalita dei salmoni

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copertina rue des étrangers

Raymond André, Rue des Etrangers- Il Ponte del sale, 2014
a cura di Antonio Alleva e Patrizia Vernisi

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2 pensieri su “TRASMISSIONI DAL FARO N.64- A.M.Farabbi: Rue des Etrangers di Raymond André

  1. Ringrazio Anna Maria Farabbi per aver posto in bella evidenza questo libro di Raymond André (autore purtroppo precocemente scomparso), non solo attraverso una panoramica sui contenuti, ma anche nella parte più profondamente umana, e qui parlo dell’amicizia dell’autore con Antonio Alleva, il curatore di questa opera postuma. Penso che tali legami, così intensi e veri, siano rari nel mondo delle patrie lettere, e ancor più in poesia. Vi è una apparente simbiosi tra i due che fa confluire spesso una comune simbologia, una elegante scelta stilistica, la parola, gli spazi e i silenzi, nei testi dell’uno e dell’altro. Ognuno dei due, pur nella peculiarità del proprio tratto poetico, sembra che intervenga in una scrittura a quattro mani (o forse è meglio dire, a due cuori) nel libro del proprio “amicofratello” (rubo per un attimo una terminologia tanto cara ai nostri). Mi viene da pensare che non sia possibile, pur nella compiutezza e bellezza delle loro singole opere, contemplare la grandezza della loro visione del mondo (partendo dalle cose piccole, attribuendo a queste le chiavi interpretative di elementi profondi e universali) se non leggendole nell’insieme, nella naturale complementarità. È questa la cifra di due poeti così profondamente umani, tali da considerare la poesia come un patrimonio collettivo dell’umano sentire, cosa ben diversa dal dilagante degrado della poesia a semplice “bene letterario posizionale”: cibo prediletto dell’ego e dei suoi egotismi.
    Grazie.
    Nino Iacovella

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