INIZIATIVA CARTESENSIBILI: OSPITIAMO…

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Ospitiamo volentieri riviste che hanno un significativo lavoro di redazione e collaborazione. Il primo ospite:
QUADERNI DI ARENARIA. Monografici e collettivi di letteratura moderna e contemporanea- Collana
a cura di Lucio Zinna- Nuova serie –  vol. IV

Tutti i testi sono consultabili in pdf al link di seguito riportato Quaderni di Arenaria vol. 4

Tra questi ne riportiamo uno,  il primo in ordine di lettura, ad opera di  Marina Caracciolo.
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SAGGI
Marina Caracciolo
Una grande poetessa messicana del Seicento:
JUANA INÉS DE LA CRUZ

 

Juana Inés de la Cruz (al secolo Juana Inés Asbaje y Ramírez de Santillana) nasce verso la metà del XVII secolo a San Miguel de Nepantla, un borgo situato a circa sessanta chilometri da Città del Messico. Per il giorno della sua nascita si è incerti fra il 12 novembre 1651 e – sulla base di un altro documento – il 2 dicembre 1648. A quell’epoca in Europa è da poco terminata la Guerra dei Trent’Anni, e al di là dell’oceano Atlantico il Messico continua a essere, fin dai tempi di Hernán Cortés, un vicereame spagnolo.
Juana nasce da una madre nubile, la creola Isabel Ramírez. Suo padre, un gentiluomo di origine basca di nome Pedro Manuel de Asbaje y Vargas Machuca, non considera molto più che un’avventura la sua relazione con la giovane donna, e in breve si disinteressa di lei come di sua figlia. La piccola viene così allevata dalla famiglia materna e soprattutto dal nonno, Pedro Ramírez, che possiede una vasta tenuta a Panoayán, non lontano da San Miguel. Lì, nella sua ricca biblioteca, Juana legge avidamente e con facilità già a tre anni, e comincia a rivelare una passione esclusiva per la cultura, che non abbandonerà mai per tutta la sua pur breve vita. Nel 1656 il nonno muore e la bimba è ospitata dagli zii materni a Città del Messico.
Divenuta adolescente, Juana acquista un aspetto decisamente affascinante ma soprattutto si dimostra geniale e superdotata: a quindici anni, presso la corte del viceré don Antonio Sebastián de Toledo, esaminata da quaranta dotti in varie discipline, sa rispondere con acume e competenza a domande concernenti le più diverse branche del sapere, suscitando ammirazione e meraviglia in tutti gli astanti. Questo ci fa sapere la didascalia di un bellissimo ritratto anonimo dell’epoca, che mostra un’incantevole fanciulla dai lunghi capelli bruni e dallo sguardo assai serio, sontuosamente vestita, con in mano un libro rilegato in pergamena, a simboleggiare la sua sapienza eccezionale.
In quegli stessi anni Juana comincia a scrivere: il suo primo componimento noto è un sonetto funebre per la dipartita del re di Spagna Filippo IV.
La giovane – che in quanto donna non può iscriversi, come tanto vorrebbe, all’università – non manca certo di corteggiatori, tuttavia dimostra ben presto di non avere alcuna propensione per il matrimonio (in uno dei suoi scritti rivela di essersi accorta che gli uomini erano molto attratti dalla sua bellezza ma non dalle sue doti di spirito). A quel punto, e per quei tempi, l’unica via che si apre per lei è quella del monastero: prima (1667) nell’ordine delle Carmelitane Scalze, da cui esce dopo tre mesi di noviziato, non sopportando la sua regola troppo rigida; poi nel convento di San Jéronimo, a Città del Messico, dove prende il velo il 24 febbraio 1669, restandovi per 27 anni fino alla fine della sua esistenza. La vita del convento le permette soprattutto di dedicarsi senza molti intralci ai suoi prediletti studi (che spaziano 6 dalle scienze alla musica alla poesia) e alla scrittura, cosa che le sarebbe stata quasi impossibile nella vita coniugale.
Protetta prima dalla viceregina Leonor Carreto, marchesa di Mancera, Juana Inés stringe in seguito un’appassionata amicizia con María Luisa Manrique de Lara Gonzaga y Luján, consorte del successivo viceré di Spagna, don Tomás Antonio de la Cerda. Un’intensa e quasi amorosa relazione, per altro del tutto ricambiata, visto che María Luisa, una volta ritornata nella madrepatria, si occuperà con entusiasmo di far conoscere e di pubblicare a sue spese gli scritti della sua pupilla.
Juana continua intanto a comporre poesie sacre e profane, testi celebrativi, piccoli trattati, numerosi villancicos (canti destinati alle grandi feste religiose) poi eseguiti nelle cattedrali delle principali città del Messico, opere teatrali (le commedie Los empeños de una casa, Amor es más laberinto, La segunda Celestina ecc.) da rappresentare nel teatro di corte vicereale, o poemetti come il celebre Primero sueño, composto verso il 1690 (975 versi), che a detta di tutti i critici è il suo capolavoro.
L’instancabile desiderio di conoscenza nei vari campi del sapere la porta col passare degli anni a mettere insieme una biblioteca che supera i 4000 volumi (il più ricco fondo librario di tutta l’America coloniale) e a dare corpo – in opere purtroppo perdute – a straordinarie intuizioni, in particolare nell’ambito dell’astronomia e della musica.
La poesia resta sempre, comunque, il suo interesse principale. Tanto nei suoi componimenti sacri come in quelli profani la poetessa messicana si mostra capace di raggiungere vette di altissimo valore espressivo e inoltre, sotto l’aspetto stilistico, di fondere armoniosamente il concettismo e l’ironia di Quevedo, la sontuosità di Góngora e di Calderón, l’elegante scioltezza di Lope de Vega e l’eccelsa finezza del Petrarca. In specie per ciò che concerne la rappresentazione del paesaggio, si coglie in numerosi suoi passi una preziosità di immagini e una delicatezza di forma che la pongono nettamente al di sopra dei consueti moduli letterari barocchi.
A poco meno di quarant’anni, Juana Inès ha già conquistato una fama di letterata e di dotta che va ben oltre le mura del suo convento e della sua città, dato che persino al di là dell’oceano è definita «decima musa» e «fenice del Messico». Ma proprio da qui iniziano le sue disgrazie. Una donna, e ancor più una monaca, non è ben vista se si occupa di letteratura e di scienza, se studia, scrive e crea attorno a sé un circolo culturale. L’inveterato pregiudizio ha origine da un passo della prima lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi: “Le donne tacciano nelle pubbliche assemblee, non è infatti permesso loro di parlare” («Mulieres in Ecclesiis taceant, non enim permittitur eis loqui». I Corinti, XIV, 34) Se una donna non ha neanche la possibilità di parlare in pubblico (poiché ciò evidentemente è consentito soltanto agli uomini), figuriamoci se può discutere di vari argomenti con persone colte, far rappresentare opere di teatro, scrivere poesie e condurre ricerche scientifiche di varia natura…
A Puebla, nel 1690, il vescovo don Manuel Fernández de Santa Cruz fa pubblicare a sue spese la Carta Atenagórica e vi antepone, firmato con il nome di Sor Filotea, un monito rivolto alla monaca studiosa perché tralasci le speculazioni teoriche e la scrittura di cose profane volgendosi piuttosto ad una vita interamente dedita alla pietà e alla preghiera. Lei controbatte egregiamente nella sua Respuesta a Sor Filotea, dove, discutendo il noto asserto dell’apostolo Paolo, rivendica a spada tratta non soltanto il proprio ma in generale il diritto di ogni donna ad accedere al mondo della cultura (argomento già sostenuto circa dieci anni prima in una lettera intitolata Autodefensa espiritual), rifacendosi opportunamente, inoltre, all’esistenza di una lunghissima tradizione di donne celebri, intellettuali e umaniste: dalla mitica Regina di Saba fino alla contemporanea Cristina di Svezia.
Ma il vero persecutore di Juana, uomo assai più gretto di Manuel Fernández, è l’arcivescovo di Città del Messico, il misogino don Francisco Aguiar y Seijas, che la plagia e la opprime per anni, riuscendo a farle credere di essere «la peor de todas», fino a riconoscersi colpevole di 7 grave trascuratezza nei suoi doveri verso Dio e verso il prossimo: nel 1694 Juana Inés, convinta, prostrata, firma col suo sangue la rinuncia ad ogni attività profana e consegna a don Francisco i libri, gli strumenti scientifici e musicali e qualsiasi altro oggetto prezioso in suo possesso perché tutto sia venduto e se ne doni il ricavato ai poveri di Città del Messico. Da quel momento fino alla morte non scriverà che pochi componimenti religiosi di uso conventuale.
Come in altri casi della storia, il potere e un astioso pregiudizio erano riusciti a far tacere l’eccellenza dell’ingegno.
L’anno seguente una grave pestilenza dilaga nel monastero di San Jéronimo. Juana si prodiga con amorosa sollecitudine nella cura delle consorelle, ma il morbo non perdona: le religiose soccombono, nove su dieci. Anche Juana, già da tempo cagionevole di salute, è colpita dalla terribile malattia e all’alba del 17 aprile 1695 muore a soli 44 anni di età. Il giorno dopo i servitori dell’arcivescovo Aguiar y Seijas arrivano al convento per ritirare le ultime cose di proprietà della defunta. Riescono a portarsi via una piccola somma di denaro, qualche cambiale e alcuni gioielli.
A cinque anni dalla scomparsa di Juana Inés de la Cruz, nel 1700, viene pubblicato a Madrid il III e ultimo tomo delle sue Obras completas (che, come già il II, arriverà a 5 edizioni). Nel medesimo anno il gesuita spagnolo Diego Calleja scrive la prima Vida de Sor Juana.
Da allora, tuttavia, – complici anche un clima culturale e un orientamento di stile ormai del tutto mutati – su di lei cala il silenzio. Passerà ben più di un secolo e mezzo prima che la sua figura e la sua opera siano riscoperte e ristudiate, e si riconoscano oggettivamente il valore e l’eccezionalità di una voce poetica fra le più eccellenti ed ispirate di tutta la produzione letteraria dell’epoca barocca.

BIBLIOGRAFIA ITALIANA
OPERE
. Risposta a Suor Filotea, a cura di Angelo Morino (seguito da Suor Juana, di Dacia Maraini). La Rosa, Torino 1980.
. Poesie. Introduzione, scelta, traduzione e commento di Roberto Paoli. Rizzoli, Milano 1983.
. Il Sogno. Versione e nota introduttiva di Insel Marty. Prefazione di Antonio Melis. Piovan, Abano Terme 1985.
. Risposta a Suor Filotea, a cura di Angelo Morino. Sellerio, Palermo 1995.
. Versi d’amore e di circostanza. Primo sogno, a cura di Angelo Morino. Einaudi (Collezione di poesia), Torino 1995.
. Libro di cucina attribuito a Juana Inés de la Cruz, a cura di Angelo Morino. Sellerio, Palermo 1999.
SAGGI
. Paz Octavio, Suor Juana o Le insidie della fede. (Titolo originale: Sor Juana Inés de la Cruz o Las trampas de la fe. Fondo de Cultura Económica, México1982). Introduzione di Dario Puccini. Traduzione di Glauco Felici. Garzanti, Milano 1991.
TEATRO
. Del Serra Maura, La fenice. Nota introduttiva di Mario Luzi. Ed. dell’Ariete, Siracusa 1990.

 

 

4 Comments

  1. Bella storia…e beh..un pochino di rabbia devo dire che la suscita per come da sempre si sia cercato di far tacere voci femminili….
    Complimenti a cartesensibili per questa iniziativa e per la pubblicazione di questo post.

    Un saluto
    .marta

  2. C’è ANCHE IL LINK A TUTTI ITESTI PRESENTI NELLA RIVISTA dove è scritto : Tutti i testi sono consultabili in pdf al link di seguito riportato Quaderni di Arenaria vol. 4

  3. Carissima Fernanda,

    mentre sempre ti ringrazio per il prezioso lavoro di “CARTESENSIBILI” ,vedo con piacere questa novità relativa a riviste letterarie che abbiano un significativo lavoro di redazione e collaborazione. Leggo dei Quaderni di Arenaria del caro amico Lucio Zinna, e me ne compiaccio davvero.

    A questo proposito, Fernanda cara, vorrei – se posso – anche a nome e da parte delle amiche e amici della redazione de “L’area di Broca”, segnalarti questo nostro più che quarantennale lavoro, appunto. Nei due siti qua sotto indicati ci sono, in pratica, le due riviste che escono regolarmente dal lontanissimo 1973: “Salvo imprevisti” e “L’area di Broca”, appunto. I siti sono i seguenti:

    http://www.emt.it/salvoimprevisti e http://www.emt.it/broca

    Grazie dell’attenzione, e un carissimo augurio e saluto anche da parte della redazione. Con amicizia,

    Mariella (Bettarini)

    1. Carissima Mariella sarà un piacere per noi ospitare anche le vostre pagine in cui il lavoro che offrite da lungo tempo e con incessante passione e cura è prezioso. Grazie per averci offerto questa possibilità di rioffrirlo ai lettori anche attraverso le nostre carte, E’ Anna Maria Farabbi che ha avuto questo lampo e ha preso contatto con le riviste. Un grande affettuoso abbraccio e un rinnovato grazie.
      fernanda

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