POSTA DA FAVIGNANA – Francesca Cannavò

marina terauds

marina terauds TIME IS FEATHERED THING.

Quelli che presentiamo  sono dei testi scritti dai partecipanti alla seconda “spedizione  al carcere di Favignana”: Prima di queste memorie cartesensibili aveva ospitato  all’inizio di novembre 2013 un altro  scritto, curato da Francesca Cannavò, https://cartesensibili.wordpress.com/2013/11/02/francesca-cannavo-umanita-e-incubo/.

Questa volta, ancora Francesca si è fatta promotrice di una proposta, fando da ponte ad una lettera, scritta dai detenuti, come una sola persona, ad una “immaginata Angela”. Francesca si augura che questo scritto, alla piccola Angela, possa avere un seguito, una risposta da chiunque  possa sentirsi “Angela” o possa sentire la piccola Angela che ha dentro, secondo la propria condizione, esperienza, idea, magari indirizzando la propria risposta ad un immaginario Franco (un nome qualsiasi) detenuto laggiù. Si chiede se può essere una proposta possibile e noi vogliamo provare a vedere cosa succede, se si instaura questo legame tra chi è fuori e chi sta dentro…in fondo il carcere spesso ognuno se lo porta in sé e non è impossibile che ci sia chi si sente libero al chiuso di una gabbia e chi si senta recluso fuori, tra la gente che passa.

fernanda ferraresso

.

marina terauds

marina terauds ex libris.

Cronaca dell’incontro del 29-4-2014 con i carcerati nella “galera di Favignana”- Francesca Cannavò

Ci eravamo tenuti liberi per un giorno, per quel giorno, tempestivamente concordati, coordinati, autorizzati ed organizzati.
Ancora una volta, per la seconda volta, delle ore di un giorno di libertà, da consumare nel luogo della sua negazione, la galera, luogo in cui non si è liberi di entrare, né di uscire, né di permanere.
Un giorno esclusivo, in cui ad essere esclusa sarebbe stata la diffidenza e l’indifferenza.
Tutto il gruppo: Sara, l’altra Sara, Carmelo, Michele, Francesca, Anita, Pasquale, Leandro, appena fuori dal carcere di Favignana, alle ore 12.35 del 29-4-2014, seduti nei “pisola” poco distanti la galera, siamo ammutoliti dopo lo stordimento dell’incontro.
Per tutti noi, è chiarezza, appena usciti fuori, appena incrociati i primi sguardi, non bastano le parole per descrivere ciò che è accaduto lì dentro, lo dice con la spontaneità del senso schietto la piccola Sara. E quindi si decide la linea del silenzio.
Troppe bombe emozionali sono esplose, non è stato un gioco, né un divertimento, né una passeggiata al parco zoo.
Allora prendiamoci i tempi necessari a far tornare la quiete, per la riflessione, e a mente serena, superata la tempesta situazionale, cercare di “fotograficare” quello che era accaduto in quelle tre ore” dentro”.
E negli scritti che man mano arrivano alla cancelliera Francesca, si avverte, prepotentemente, che nessuno si è permesso il lusso, né gli era consentito, di assemblare banalità o frasi scontate.
D’altronde, era già stato detto con veemenza dentro la galera : “fare pulizia delle fesserie”.
Ma corre l’obbligo, è necessario narrarle le emozioni, i sentimenti, i turbamenti, con la consapevolezza della difficoltà di doverle trasformarle in parole, altrimenti,, tutto diverrebbe “un opaco diorama, tra un tempo che non cambia e uno spazio che non esprime” .
E ha tutta la ragione di questo mondo il nostro compagno Gabriel Garcia Marquez quando afferma con le sue parole scritte: “ Per noi la realtà non è solo quanto accaduto, ma anche e soprattutto quell’altra realtà che esiste per il solo fatto che la si racconta”.

Francesca Cannavò

.
Di seguito così come sono giunti , vi proponiamo gli scritti dei partecipanti al secondo incontro con i detenuti al carcere di Favignana.
1. Scritto di Pasquale
2. Scritto di Francesca
3. Scritto di Sara (grande)
4. Scritto di Leandro
5. Scitto di Michele
6. Scritto di Anita
7. Scritto di Sara (piccola)

marina terauds

marina terauds.

 

SECONDO INCONTRO CON I DETENUTI NEL CARCERE DI FAVIGNANA 29-4-2014

Che brutto il carcere, si riesce a vedere a mala pena solo un quarto di sole, il resto è tutto bianco, come la tonica del papa. Appare come uno zoo, con le gabbie con dentro gli animali feroci, leoni delinquenti, conigli delinquenti, zebre delinquenti, et altri animali delinquenti tenuti in cattività.
E molti voglio venire allo zoo comunale, vengo anch’io mi dicono ed io gli rispondo in tono con la canzone di Jannacci “No tu no!!! E perché? Perché no!!!”.
Stavolta, la seconda volta, non volevo proprio tornarci al carcere di Favignana, mi dava proprio fastidio quel bianco dominante, quell’anonimato imposto, quel non sapere i loro nomi, né il perché si trovano li incarcerati nell’isola. Ma loro hanno chiesto e voluto che tornassi, per parlare ancora con loro di tutto e di niente: di contentezza, di felicità, di libertà, di colpe ed espiazioni.
Mi convinse di tornarci, un pacco di fazzolettini di carta, che mi ritrovai tra le mani un giorno, che mi era stato dato da un detenuto per asciugarmi il sudore della primo incontro.
Ricordo che nel consegnarmi il fazzolettino di carta, il detenuto ignoto, guardandomi intensamente mi supplicò che tenessi tutto il pacchetto. Li per lì lo considerai un gesto eccessivo, troppo carico di umanità, quasi un atto di riconoscenza.
Lo tenni, con me nei mesi successivi, come un simulacro, un dono, un’alterità a dire il vero.
Qualcosa, anche se uno stupido pacco di fazzolettini, era riuscito ad uscire fuori dalla galera, ad evadere impunemente. E questa fu l’idea dominante che mi convinse a tornare: riportare in galera, secondo giustizia, quei fazzolettini di carta!!!
Difatti il primo atto che feci re- incontrando il plotone dei carcerati dentro la galera nell’isola di Favignana è stato di riconsegnare, ridandolo in custodia al suo legittimo proprietario, quel pacchetto di fazzolettini.
Così, ero tranquillo con la mia coscienza, quelle “cartuzze” per pulire gli occhi e il naso, sarebbero tornate nelle mani della giustizia, del suo legittimo proprietario.
Nel ripresentarmi al cospetto dei carcerati, il 29 aprile del 2014, riconsegnai davanti a tutti i presenti i fazzolettini di carta al suo vecchio proprietario.
Tale gesto, accolto benevolmente da tutti gli astanti si trasformò da subito in attiva reazione e richiesta da parte di alcuni di spostare il tavolone principale sopra il palchetto del teatro e di invitarmi a sedere frontalmente a loro in una comoda poltroncina.
Il tavolo, in un batter d’occhio fu tolto.
Si capì da subito, anche a conseguenza di questo spostamento di un pezzo d’arredamento, che stavolta si giocava a carte scoperte e che non vi era alcuna possibilità di barare o nascondersi o essere eccessivamente cortesi e premurosi.
L’accordo era fatto, si capì, la trattativa era avviata, chi non collaborava perdeva la possibilità di avere un privilegio, un’opportunità che “ne valeva la pena” cogliere senza esitazione.
Si rompono le righe, manco a dirlo, si ripropone spontaneamente, evitando la magia del primo incontro, la composizione del vecchio cerchio, lo stare uno accanto all’altro e tutti frontalmente a tutti.
Che meraviglia la geometria, la legge del cerchio, i suoi raggi, gli angoli aperti, la dinamica dei suoi diametri, la perdita della verticalità, la bispazialità nella multidimensionalità, insomma l’imposizione del codice dello scambio.
E di scambi si doveva trattare stavolta!!!!
Dal prato di cemento armato che si era formato dentro il cerchio cominciano a sbocciare i primi fiori, detti, racconti personali, poesie prima recitate e poi lette, fogli di carta scritte, ammonimenti, suggerimenti, chiarimenti.
Esce qualche nome, non si dotrebbe fare, ma chi se ne frega, sanno chi siamo, si fidano, non dovrebbero ad essere sinceri, in galera si scoprono tante tentazioni. Vincenzo, Raffaele, Habbdul, Mohamed, Salvatore, Giuseppe, karim etc etc.
Sapete una cosa, quando si conosce il nome di una persona avviene come una sorta di metamorfosi, gli esseri viventi appaiono umani, più umani quasi degli individui, con una loro storia, una loro sensibilità, una loro umanità, una loro capacità di essere dei portatori sani di affetti e sentimenti.
E ci si confonde facilmente in questi momenti, perché ti chiedi, smarrendo la percezione del luogo in cui ti trovi, la galera, ma questi signori che ci stanno a fare qui, incarcerati, privati delle loro felicità?
Non esageriamo, non lasciamoci prendere la mano, ben inteso, loro hanno commesso dei reati, forse anche degli omicidi, che noi non siamo tenuti a sapere, ed è giusto secondo la legge del mondo che devono pagarne le conseguenze dei loro atti e delle loro colpe.
E loro stessi lo riconoscono, che hanno sbagliato e devono scontare una pena, lo dicono con franchezza, a chiare lettere, e lo scrivono anche nella lettera che tutti insieme dal penitenziario sull’isola di Favignana indirizzano ad una immaginaria bambina, che in totale accordo decidono di chiamare piccola Angela.

Cara Angela,
chi ti scrive è un gruppo di detenuti del carcere di Favignana. Sai chi è un detenuto?
E’ una persona per cui il tempo è fermo.
Inizio questo mio umile, ma sincero, scritto augurandomi di vero cuore di poterti venire a trovare e di saperti in “ottimissima” salute.
Per quanto possibile qui dentro, sto bene, anche se il posto da cui ti scrivo non è uno dei più belli e neanche quello in cui desideravo vivere.
Mia cara Angela, in posti come questo ognuno di noi ha il tempo di riflettere su cosa di giusto e sbagliato ha commesso; vorrei dirti tante cose, ma non voglio, perché molto spesso qui dentro non posso esprimere quello che vedo e sento. Certe volte provo solo tanta tristezza.
Ti auguro, piccola Angela, che crescendo tu possa scegliere una vita migliore rispetto a quella che mi sono ritrovato a vivere io adesso, perché, purtroppo, quando si entra a far parte del mondo dei grandi bisogna scegliere.
Angela, ti prego di ascoltare questo mio consiglio, vai a scuola e costruisci lì il tuo futuro. Sfrutta la scuola per crearti una famiglia, per proseguire la tua vita nel miglior modo possibile.
Mia cara, adoratissima, piccola Angela, nella vita si compiono scelte che possono condure alla strada della legalità o dell’illegalità. E’ vero, la vita ti farà scegliere, ma il cuore e la mente devono condurti verso posti migliori di questo.
A ogni modo, recupereremo il tempo perduto e spero davvero che un giorno tu possa raccontarmi per come sono adesso, e non soltanto per quello che ho compiuto.
E’ vero, ho sbagliato ed è giusto che paghi. Nonostante qui dentro io stia soffrendo molto, il mio pensiero va a chi soffre ancora di più.
Mia dolce bimba, lo so che ti sto scrivendo da una prigione, ma sappi che io sono libero. Si, hai letto bene, io sono libero di scriverti, libero di pensarti, libero di starti vicino nella lontananza.
Augurandomi che un giorno, quando anche tu farai parte del mondo dei grandi, giudicherai la mia storia per quello che sono adesso e non per quei momenti in cui ho sbagliato, immobilizzato nelle scelte obbligate dalla paura di manifestare ed esprimere il mio autentico sentimento.
Nella vita, mia cara Angela, bisogna essere umili, in galera non ci si va per coraggio, ma per vigliaccheria.
Ti auguro, cara Angela , tutto il bene di questo mondo, a te e a tutti quelli che soffrono , anche se anch’io sto soffrendo, perché pago e sto pagando giustamente per ciò che ho commesso.
La libertà io ce l’ho ! anche se non fisicamente; mi possono legare anche con le catene, ma il mio pensiero, le mie idee, anche inespresse, non potranno mai incatenarle.
La lontananza non ci consente di abbracciarci fisicamente e questa è una condizione che non fa crescere bene.
Ti auguro e mi auguro, insieme alle persone che stanno nella mia stessa condizione che tu segua i miei consigli per far si che queste “lontananze” vengano cancellate al più presto.
Ti lascio con la penna , ma non col cuore.

Da un gruppo di detenuti nel carcere di Favignana 29-4-2014

 

Il tempo anche questa volta è stato tiranno, un po’ ingiusto, è trascorso troppo velocemente, si è fatto quasi mezzogiorno, l’orario concordato con la legge è scaduto. Una guardia penitenziaria dal fondo salone, delicatamente ci fa cenno che dobbiamo uscire dalla galera. Che brutti i saluti in carcere, soprattutto quando non si fanno solo con le mani ma anche con le braccia e il petto. Minchia, che faticaccia!!! Sono le sole parole che riesci a farti circolare nelle cervella, quando ti ritrovi nel salone svuotato dei carcerati.
Speriamo che non chiederanno ancora di riaverci con loro in galera. Ma no, con piacere torneremo, eccome!!!, anche perché dobbiamo consegnare la lettera che la nostra piccola Angela scriverà per tutti i detenuti nelle galere dello stato ed in particolare per quei carcerati che hanno una sentenza di ergastolo ostativo, un “FINE PENA MAI” .

Pasquale Musarra 7/5/2014

 .

marina terauds

marina terauds 1.

Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere, mettiti le mie scarpe,
percorri il cammino che ho percorso io. 

Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io 
e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. 
Ognuno ha la propria storia. 
E solo allora mi potrai giudicare. 
Luigi Pirandello

 

Un tempo che non passa , un tempo che resti: è l’utopia dell’umanità; da sempre, per sempre.
Da sempre , per sempre , l’umanità, è, e sarà il divenire dell’immanente.
Si entra alla vita senza volerlo , opportunamente inconsapevoli, e per tutta la vita si sconta quella condanna iniziale cercando in tutti i modi, in ogni modo, di diventare liberi.
La storia dei fatti non sempre ammette premesse logiche. Nell’affrontare questa esperienza , voluta ancora una volta, il posizionamento doveva essere laterale , né attacco né difesa, soltanto, sufficiente contenimento.
Nessun bicchiere frantumato dall’ansia, nessun timore, nessuna aspettativa; siamo qui , stavolta, per produrre.
E nell’economia delle intenzioni , produrre significa trasformare le proprie risorse in bene aggiunto di valore, utilizzando le energie e le conoscenze disponibili.
Produrre un senso a ciò che ci porta qui , da lontano, impiegando un giorno di riposo, di libertà, nel luogo della sua negazione.
Produrre un senso attraverso chi, qui, possa essere risorsa disponibile, valore “ tolto “da aggiungere.
La sala è piena di persone quando arriviamo, ci aspettano già, siamo in ritardo; il tempo concesso non è molto, inconvenienti burocratici all’entrata ce ne rubano un po’, par che ci conoscano , ma certo! Si ricorderanno di noi! E invece no, ritroviamo soltanto tre persone a rivederci;
E, come fosse che la sala destinata all’incontro conservasse la memoria degli accadimenti passati e suggerisse i comportamenti , il tavolo di confine viene tolto di mezzo con un rituale concerto di braccia possenti e decise, il cerchio si ricompone automaticamente, necessariamente, naturalmente, in tacito disegno.
La sala è scoppiettante, vivace, zampilla da più parti, diviene un torrente di primavera, acqua fresca che scorre veloce: una canzone napoletana , inno dei reclusi,cantata come peggio non si può …. Cent’anni!..a me viene in mente un maxi processo di ‘Ndrangheta… non la conoscevo , Sara , la ragazzina la conosce già, “è bella” dice .
Nuova presentazione, veloce; e subito musica e canto e via … nessuna poesia stavolta..era la premessa, promessa la volta scorsa : dalla parola al tempo..la fine della poesia.
Si legge con veemenza, a due voci il prologo scritto prima in attesa di un Dopo, un Anti Dopo….

(da ANTI’ DOPO di Pasquale Musarra 2008 inedito, il Prologo viene letto in anteprima assoluta in questa occasione)

Spesso i fatti, gli accadimenti della vita e le storie degli uomini trovano il loro corpo vivente nelle opinioni e nelle congetture.
È così che il chiacchiericcio diventa informazione, notizia, senso dell’evento, e in realtà, se così non fosse, le cose diverrebbero un susseguirsi di moti sconclusionati di azioni, illogiche sovrapposizioni di vero e falso, un opaco diaporama tra un tempo che non cambia e uno spazio che non esprime.
Pertanto, la necessità del giudizio, della trasposizione, della congettura, del dubbio, dell’inganno e delle fandonie diventano gli elementi fondanti del dire, espressioni di significati d’identità e di presenze.
Ecco la necessità, allora, di espandere, diffondere informazioni che non siano solo descrizioni di azioni accadute, ma il “si dice che” degli eventi, quel raccontare di gesta, parole, urla e silenzi di una moltitudine che modifica, che determina storia e cambiamenti, che trasforma, il bello, il male, il giusto o il torto subìto in fatto, in qualità di comportamenti, che dà valore agli accadimenti.
È così che il chiacchiericcio diventa passaparola, un corridoio di voci che non lasciano segnali sui muri e arrivano dritti alla fine della strada, al suo epigono, all’uscita dalla scena, con una completezza di notizie e di commenti che sono quelli veri, lì, in quel momento, pronti all’uso, per essere presi e lanciati da tutti, al fine di crearsi un’opinione.
Ecco la necessita’ di scriverle queste parole, nel simbolico muro di questo lungo corridoio, per ripercorrerle in ogni loro momento e in ogni loro tratto.
Nel nostro intendere è un sistema per esplorare e ricercare quei tanti corridoi, ognuno diverso dall’altro, per la colorazione dei loro intonaci, la consistenza della loro malta, la peculiarità e specificità delle loro caratteristiche, le vicende intime e i fatti personali, le storie familiari, le cronache politico-giudiziarie, i comportamenti, i vizi e le virtù, le meschinità e gli intrighi, il deploro e l’elogio, il rispetto e il biasimo.
Ogni accenno può diventare importante, meritare un suo spazio, una sua zona di attenzione, o per crearsi la dimora delle sue giustificazioni, o per avere un’opportunità di senso per i propri atteggiamenti e le proprie azioni.
L’occasione per mostrarsi finalmente ignudi e soli con se stessi, posti frontalmente allo specchio delle opinioni, speculare al popolo e a se stessi.
Si configura in questa fantomatica casa del chiacchiericcio il topos della possibilità, dove tutto il dire è enunciabile, senza riserve, né adulterazioni o falsificazioni, così com’è: parola dopo parola, frase dopo frase, allo stato archetipico della loro enunciazione, con lo scopo e il fine di raccontare il detto sulla “Storia”.
E si capisce, trascrivere il “si dice” non è molto comodo, non dà l’ergonomia delle mani e dei piedi, e la testa risulta un ingombro indecifrabile di tasti su uno scrittoio di voci ascoltate.
Pertanto, prima di ogni cosa l’igiene, fare pulizia delle fesserie, per riprendersi la confidenza, o meglio quel sentire i polpastrelli delle dita danzare sopra le lettere con ritmi da volteggio, per essere meno impediti dalle consuetudini del tatto.
A proposito di raccontare e di scrivere: ma non siamo qui per questo?
Siamo qui per confrontarci , tutti , col nostro prima e confortarci col nostro adesso. Il prologo era stato scritto per scrivere e adesso raggiunge il suo fine.
Anche i demoni e gli angeli tornano ..con le parole del poeta tunisino …”saremo angeli quando anche l’ultimo demone vedrà la luce” fu scritto , e lo scritto raggiunge adesso il suo fine
Si, siamo qui per questo! … dalla Tunisia ,come dolcissima nenia, parole di meraviglia, parole che zittiscono , quelle parole, quel “rumore di parole” …, Mohamed è un internato, ce ne sono tanti qui, questa è una casa di lavoro, ha già pagato la sua pena ..ed adesso paga con gli interessi, dovuti ad un vecchio codice che prevede lo stesso trattamento di detenzione per le persone “difficili”… Pero è il nome del più paroloso, il capo traffico … battute e simpatia, Andrea, è il motore della situazione, con le sue provocazioni , le rivendicazioni, le dicerie, le mancate citazioni …”Spinoza dice che..” , non sapremo mai quel che dice Spinoza in carcere , ma Andrea ci racconta di quella volta che si sentì più ladro di quando rubava nel momento in cui gli offersero di esagerare i suoi disturbi per procurarsi una pensione da “pazzo”… e ci offre uno straordinario “dialogo fra mente e corpo”. “ Occorre coraggio per entrare in carcere”…no , no affatto, noi lo sappiamo bene non occorre coraggio , tutt’altro ….. E cosa Nicolò soltanto vigliaccheria?….. Si parla, di tutto, si rivendicano parole , quasi tutti, si parla di lontananza , di padri e di figli , di errori : propri e di altri, di condizioni peggiori, di altruismo , si ringrazia..parlano anche le parole senza voce …
Non divaghiamo il tempo corre, ci insegue e lo inseguiamo, a cadenze regolari ne chiediamo conto, dobbiamo produrre , e quindi …” prima di ogni cosa l’igiene, fare pulizia delle fesserie, per riprendersi la confidenza”, ..è l’invito letto da Sara, giovanissima , appena diciottenne , venuta a “conoscere”
Come si fa a trasportare le parole? Semplice, basta scrivere una lettera ! La proposta di Pasquale coglie tutti di sorpresa e viene accolta con entusiasmo … Bene, scrivo io , lo faccio per mestiere, ogni giorno…come “aggiustare la barca” (insomma questo fa un cancelliere) , mi spiegano.
Si scriverà una lettera ad una bambina …. Figlia, non figlia, nipote..non importa..una bambina; una bambina di nome Angela, si sceglie questo nome … casualmente, ed era quello che avrei voluto..Angela ..nel nome, il significato: portatrice di messaggio!

Cara Angela,
Chi ti scrive questa lettera è detenuto nel carcere dell’isola di Favignana ; inizio questo mio umile, sincero scritto augurandomi di vero cuore che ti venga a trovare in ottima salute.
Per quel che posso farti sapere di me, ti dico che sto bene anch’io, nonostante il posto dal quale ti scrivo non sia proprio uno dei posti più belli, e neanche quello che desideravo.
Per me il tempo è fermo, ma non la mia dignità;
In questi posti tristi e bui, ognuno di noi ha modo di riflettere su ciò che abbia fatto di sbagliato e su cosa sia giusto.
Spero che nella tua vita tu possa avere un destino diverso dal mio.
Non vorrei dirti niente perché il luogo in cui mi trovo mi rende tristezza e mi impedisce di esprimermi.
Mi auguro, mia cara, piccola Angela che crescendo tu possa avere una vita migliore della mia in una società migliore di quella in cui io mi sono trovato, perché , purtroppo, quando si diventa grandi, bisogna scegliere, e bisogna scegliere la strada giusta da seguire.
Angela , ti raccomando, continua a studiare , frequenta la scuola fino alla fine, perché dovrai avere un futuro e la possibilità di crearti una famiglia, pure tu.
Buon proseguimento della tua vita.
Mia cara, adoratissima, piccola Angela, la vita ti offre mille scelte, molte strade da prendere ti verranno incontro, strade legali ed anche illegali; la vita ci fa scegliere, ma solo il cuore e la mente ci conducono a scelte positive.
Sin dall’inizio della tua vita considera la scuola come una scelta molto importante, ti farà crescere e maturare nello stesso tempo e ti orienterà ad un futuro diverso sicuramente dal mio.
Cerca con tutta la tua forza , di curare i tuoi bisogni essenziali e non farti trascinare per strade sconosciute, non aver MAI paura di manifestare ed esprimere i tuoi sentimenti e le tue emozioni.
Segui i consigli dei tuoi genitori , piccola Angela, e degli insegnati e fai in modo di trovare un lavoro che assecondi le tue scelte di vita
Avremo modo sicuramente di recuperare il tempo perduto
Augurandomi che un giorno, quando anche tu farai parte del mondo dei grandi, giudicherai la mia storia per quello che sono adesso e non per quei momenti in cui ho sbagliato, immobilizzato nelle scelte obbligate dalla paura di manifestare ed esprimere il mio autentico sentimento.
Nella vita, mia cara Angela, bisogna essere umili, in galera non ci si va per coraggio, ma per vigliaccheria.
Ti auguro, cara Angela , tutto il bene di questo mondo, a te e a tutti quelli che soffrono , anche se anch’io sto soffrendo, perché pago e sto pagando giustamente per ciò che ho commesso.
La libertà io ce l’ho ! Anche se non fisicamente;
Mi possono legare anche con le catene, ma il mio pensiero, le mie idee, anche inespresse, non potranno mai incatenarle.
La lontananza non ci consente di abbracciarci fisicamente e questa è una condizione che non fa crescere bene.
Ti auguro e mi auguro, insieme alle persone che stanno nella mia stessa condizione che tu segua i miei consigli per far si che queste “lontananze” vengano cancellate al più presto.
Ti lascio con la penna , ma non col cuore.

…… scade il nostro tempo , se ne va , dobbiamo andare , siamo ai saluti ,non ci si può abbracciare che con gli occhi , strette di mano e la promessa ribadita: torneremo!
Torneremo!

 Francesca Cannavò

.
marina terauds

marina terauds 2

.

Sventolano guidate dal ponente le bandiere del carcere di Favignana. Quel vento tanto freddo che lotta con i raggi mattutini di un sole di fine aprile così inaspettatamente caldo.
E’ mattina presto ma tutti sono in trepida attesa dell’arrivo dello zio Pasquale: c’è chi si aspetta uno “spettacolino” di musica, chi non vede l’ora di raccontare la sua barzelletta migliore e ancora chi, prima di uscire di cella, cerca di memorizzare quei versi chiusi in un foglio spiegazzato, proprio come uno studente prima della temuta interrogazione.
Il freddo che si respira varcata la prima soglia di quell’edificio, sotto la corrente del metal detector, viene subito avvolto dall’aria così accogliente e decontestualizzata della sala in cui tutti aspettano, perfettamente composti per file parallele, l’arrivo dello zio Pasquale.
Un “Siamo pronti” della guardia e si aprono le porte di quel mondo per noi, sei clandestini appena sbarcati in quell’isola nell’isola.
Silenzi composti e sguardi curiosi si intrecciano con le parole dello zio, intento nell’esporsi da uomo semplice, lasciando appena percepire la sua professionalità di scienziato della mente anche dalla più sincera esclamazione in dialetto.
Lo zio trova subito, “ammucciato” e in disparte tra le ultime file, chi stava cercando: “Vene ca!” esclama indicando Lele, ormai paonazzo dall’imbarazzo, “ti devo restituire una cosa”. Lele si avvicina lentamente allo zio, cercando lo sguardo permissivo della guardia, sita in fondo alla sala.
Lo zio tira fuori dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di fazzoletti di carta, quello che lui stesso definisce “il simulacro”. Nell’incontro dello scorso 7 ottobre, racconta lo zio ai nuovi spettatori, Lele aveva porto il pacchetto allo zio, ritrovatosi inaspettatamente commosso per la lettura di una sua poesia. Ecco il contatto tanto cercato: l’aver porto il fazzoletto, prosegue spiegando lo zio, non era finalizzato all’asciugatura della sua lacrima, ma costituiva il filo che, dalla treccia di vissuto di Lele, migrava verso quella dello zio, per rimanere fossilizzato in quell’involucro, in quella scatola a cui era permesso lasciare l’isola. Se ne ricorda oggi lo zio, racconta di aver rivissuto quel magico momento ogni volta che, nella frenesia del suo quotidiano, quel pacchetto di ricordi gli balzava alla vista.
Ormai l’intreccio della tela del nostro incontro è stato tessuto: gli spettatori diventano attori della scena in corso, si lasciano attraversare dalle corde vibranti della chitarra di Leandro, danzano a ritmo dell’organetto di Carmelo e si commuovono al suono della calda e malinconica voce di Anita.
Musica, parole e battiti di mani confondono i ruoli dei presenti: è tempo di rompere le file, di creare un flusso circolare di emozioni. Ci disponiamo tutti in cerchio per favorire la corrente e Lele siede accanto al trono dello zio, posizionato al centro sulla poltrona più comoda, degna di un ospite tanto atteso.
Lo zio cerca di seguire la scaletta da lui fissata la sera prima, chiedendo freneticamente l’ora, ma non può opporsi al naturale verificarsi i eventi piacevolmente inaspettati.
11 e un minuto: timido e insicuro, ma oramai nel cerchio, un giovane tunisino alza la mano. “Posso dire cosa penso?” chiede. “Certamente” risponde lo zio.
Aveva provato a impararla a memoria in occasione della visita, ma l’emozione ha prevalso. Così il giovane comincia a leggere la sua poesia.

.

Rumore di parole, di Dawana Mohamed

.

Cosa dicono le parole?
Le parole di una storia o in una poesia
Parole che rimangono nel cuore
O quelle di una bugia
Parole manipolate per condannare un’innocente
Parole e parole dette, ma che di senso non hanno niente:
una parola per consolare e una parola di promessa,
e un’altra parola come arma da qualcuno che ti disprezza
parole che partono, ci scappano..
ma ci piacciono quelle di un amore intenso
e parole senza colore che hanno un doppio senso
parole che incantano, stregano per un umido piacere.
sono diverse le parole di un innamorato fedele,
ma, veramente, quanto valgono le parole?
Valgono da una persona sincera,
da un tale che racconta una storia vera, quando sei coerente
e nella tesi d’un bravo studente
o nella lezione di un bambino
… tanto valgono le parole…
Le parole sono il mare e spesso sono un’avventura,
ma quando escono dal cuore diventano musica
senza nessuna stonatura…
Adesso tacciano…le parole!

.
Gli occhi sono offuscati da lacrime di commozione e, forse, da un certo senso di colpa insito in noi clandestini, per esserci stupiti dalla cotanta profondità proveniente dalle parole mal pronunciate di quel giovane tunisino.
Non sappiamo perché si trovi sull’isola, ma sicuramente adesso parliamo e scriviamo di lui grazie allo spiraglio di luce che quelle parole hanno permesso di lasciar passare e di illuminargli l’anima, rendendola visibile all’occhio nudo di perfetti sconosciuti.
11 e 23 minuti. Il tempo stringe, il nostro permesso di soggiorno sull’isola sta per scadere. “E’ tempo di lavorare”, sottolinea lo zio, preoccupato di non poter portare fuori dall’isola un altro simulacro.
“Dobbiamo scrivere una lettera. Immaginate di dover scrivere a una bambina, cosa le direste?”.
Nel nostro cerchio della fiducia siamo riusciti a scrivere questa lettera alla piccola e carissima Angela.

Cara Angela,
chi ti scrive è un gruppo di detenuti del carcere di Favignana. Sai chi è un detenuto?
E’ una persona per cui il tempo è fermo.
Inizio questo mio umile, ma sincero, scritto augurandomi di vero cuore di poterti venire a trovare e di saperti in “ottimissima” salute.
Per quanto possibile qui dentro, sto bene, anche se il posto da cui ti scrivo non è uno dei più belli e neanche quello in cui desideravo vivere.
Mia cara Angela, in posti come questo ognuno di noi ha il tempo di riflettere su cosa di giusto e sbagliato ha commesso; vorrei dirti tante cose, ma non voglio, perché molto spesso qui dentro non posso esprimere quello che vedo e sento. Certe volte provo solo tanta tristezza.
Ti auguro, piccola Angela, che crescendo tu possa scegliere una vita migliore rispetto a quella che mi sono ritrovato a vivere io adesso, perché, purtroppo, quando si entra a far parte del mondo dei grandi bisogna scegliere.
Angela, ti prego di ascoltare questo mio consiglio, vai a scuola e costruisci lì il tuo futuro. Sfrutta la scuola per crearti una famiglia, per proseguire la tua vita nel miglior modo possibile.
Mia cara, adoratissima, piccola Angela, nella vita si compiono scelte che possono condure alla strada della legalità o dell’illegalità. E’ vero, la vita ti farà scegliere, ma il cuore e la mente devono condurti verso posti migliori di questo.
A ogni modo, recupereremo il tempo perduto e spero davvero che un giorno tu possa raccontarmi per come sono adesso, e non soltanto per quello che ho compiuto.
E’ vero, ho sbagliato ed è giusto che paghi. Nonostante qui dentro io stia soffrendo molto, il mio pensiero va a chi soffre ancora di più.
Mia dolce bimba, lo so che ti sto scrivendo da una prigione, ma sappi che io sono libero. Si, hai letto bene, io sono libero di scriverti, libero di pensarti, libero di starti vicino nella lontananza.
A presto.

12 e zero minuti. Il nostro permesso di soggiorno è scaduto. A noi clandestini tocca lasciare l’isola. E come quando saluti un caro amico parte, ma sai che torna, così gli abitanti dell’isola ci hanno regalato caldi abbracci, sorrisi e speranzosi “ A presto!”.
Chi lo sa se ci vedremo più e chissà cosa di noi è rimasto sull’isola.

 Sara Bagarella

.

marina terauds

marina terauds 0.

 

Le parole sono il mare e spesso sono un’avventura,
ma quando escono dal cuore diventano musica,
senza nessuna stonatura.”

Dawana Mohamed

Bastano poche parole per rendersi conto che sono persone come noi.
Viviamo la vita credendo di essere migliori solo perché abbiamo rispettato “le regole”.
Certo è importante in una società moderna, ma non è tutto.
Come disse uno di loro “quando cresci devi fare delle scelte e non sempre puoi fare quelle giuste.”
Fatto sta che ormai abbiamo perso, sempre se l’abbiamo avuta, l’umanità!
Certo siamo un popolo cattolico, il nostro dio ci insegna ad amare, essere misericordiosi e a perdonare il prossimo.
Siamo tutti degli ipocriti!
Fuori nella vita “normale” ho visto gente dire, pensare e sperare le cose peggiori o addirittura la morte di chi gli stava accanto.
Ho visto gente rimanere indifferente davanti a chi soffre, ho visto gente deturpare, inquinare come se non fosse niente.
Ho visto gente pronta a fregare, a rubare, pronta a tutto pur di eliminare il prossimo.
Ma allora mi chiedo che differenza ci sia tra noi e loro se alla fine siamo colpevoli anche noi.

Leandro Grammatico

.

marina terauds

marina terauds 4.

Miei cari amici, caro Pasquale, grazie di avermi dato l’opportunità di incontrare i reclusi nel carcere di Favignana. Mi sentivo da tempo pronto a fare questa visita. Lo rifarei domani, con te e i soliti amici, perché tutto è stato cosi… come dire… molto toccante, professionale, serio, come occorreva per l’indiscusso rispetto verso chi era davanti a noi in una posizione, in quel momento, sfavorevole, o per meglio dire “bloccata”. Certo che il tempo trascorso non è bastato. Io, come tutti noi, avrei voluto restare ancora per un bel po’, sarebbe stato meglio se avessimo potuto ritornaci nel pomeriggio, così tutti noi, dentro il salone, potevamo conoscerci meglio facendo parlare ancor di più loro, bisognosi di farlo. Si era capito sin da subito che avevano voglia di esternare, di essere compresi dal fatto che sin dal principio facevano continui interventi durante la tua conversazione. Voglia di dire, di parlare, di raccontarsi, questa mi è sembrata la cosa a cui tenevano molto prima di ogni altra. Inizialmente, e forse anche dopo, ti vidi un po’ in difficoltà, la tua prontezza e professionalità ha prevalso. Hai detto: “C’è n’è per tutti, ma se ci organizziamo, usiamo bene il nostro tempo.” Non ho potuto parlare direttamente anche solo con qualcuno di loro. Cosa me ne faccio in quel contesto di una semplicissima, anche se sincera, stretta di mano? Avrei voluto sedermi vicino ad uno di loro e parlargli, avremmo sentito, noi due, forti vibrazioni tra le nostre anime, gli avrei fatto intendere meglio che non ero lì come un curioso, ma per ascoltarlo. Si d’accordo, a tutti noi è rimasta impressa quella mattinata, tu li hai attraversati, hanno capito perché eravamo andati a trovarli e ci siamo intesi reciprocamente. Hai saputo, abbiamo saputo farlo. La vibrazione mi ha attraversato come un venticello primaverile, vuoi mettere una sciroccata? Il tempo, è stato un aquilone maledetto. Ricorderai, eccome, quell’uomo che parlava con noi a cui mancava l’abbraccio dei suoi figli, così lontani, perché così lontani? La sala muta, neanche i numerosi libri serrati in vetrina gli hanno saputo rispondere. Tutto serrato. Risposta serrata. Ma cosa credevo di affrontare? Loro hanno dimostrato, semplicemente vestiti della loro anima, che sono stati capaci di fare pulizia delle fesserie, andando dritti alla questione. Il tempo, loro sanno bene, è un aquilone maledetto. Scappa e non si volta. Ti lascia ben volentieri la corda in mano, e lui scappa, chissà dove. Caro Pasquale, i pragmatici, non possono affidarsi ad un aquilone, noi lo sappiamo, loro lo sanno. Spero che ad Angela, bambina “immaginaria”, possa arrivare davvero la toccante lettera (… Il venticello primaverile) spedita da uomini al momento non liberi. Sarà letta da molti, chissà. Ma io c’ero quando fu dettata. C’ero.

Michele Gallitto

.

marina terauds

marina terauds 5.

 

DISSOLVE!
SCIOGLIERSI,
DISSOLVE INTO THIN AIR.
POTESSERO SCIOGLIERSI E DISPERDERSI
LE COLPE,
LE SOFFERENZE ,
I MORTI AMMAZZATI,
I PENSIERI ANNIENTANTI,
COSI’
D’INCANTO,
IL BAMBINO SCIOLTO
SI RITROVA ALLA NASCITA,
COSI’ CON IL CANTO,
IL CANTANTE NAPOLETANO
SI RITROVA PADRE,
CHE D’INCANTO,
CON IL CANTO,
SI SCIOGLE IN UNA LACRIMA DI SORRISI
INCANTATI.

 Anita Di Nuzzo

.

marina terauds

Marina Terauds .

Per noi uomini giusti il carcere è la conseguenza dei nostri errori. L’edificio di un carcere scatena nelle nostre anime paura, paura di non poter più essere liberi, paura di dover essere sopraffatti, paura di dover condividere del tempo con estranei, lontani dalle nostre famiglie. Forse però la nostra paura più grande è sbagliare, commettere errori e dover pagare per questi. Il carcere di Favignana è uno di questi. Fu definito super carcere per le eccezionali misure di sicurezza adottate, difatti nel passato ospitò varie figure di rilievo appartenenti a gruppi del terrorismo armato. Oggi il carcere di Favignana è una semplice struttura carceraria che contrasta con i meravigliosi paesaggi dell’isola. Eppure i favignanesi passeggiano intorno ad esso; c’è chi racconta che una volta era anche possibile entrarci per acquistare sigarette come se fosse una realtà uguale a quella circostante. Tra i carcerati è possibile distinguere volti estremamente diversi, visi particolarmente invecchiati, chi con pelle scura e chi con pelle chiara, stati d’animo altrettanto differenti. C’è chi non accetta di aver sbagliato, chi è stanco di vivere tra quelle mura e preferirebbe morire, chi viaggia con l’immaginazione per poter portare indietro il tempo e correggere quegli errori che hanno causato la reclusione. Molti dimostrano la voglia di voler voltare pagina e di poter contribuire al bene comune. Molto spesso un foglio e una penna è l’unico modo per poter esprimere ciò che si prova ad aver fatto delle scelte “insane” causando forse la morte di qualcuno. Nell’epoca contemporanea, fatta di prodigi e facili chimere, nel macchinoso sistema della disoccupazione sociale non è difficile assumere un comportamento che comporta vantaggi per se stessi causando danni altrui. La pena, come dimostrano i carcerati di Favignana, non può essere esplicata solo con la reclusione. Allontanare “i trasgressori” dal mondo esterno è solo un modo semplice per eliminare il problema velocemente. L’ergastolo, la reclusione a lungo termine è come la pena di morte. Chi commette errori deve aver la possibilità di svoltare pagina, di poter contribuire al bene sociale consapevole dei propri errori, poter dare alle proprie famiglie l’affetto fondamentale per vivere una vita serena. La vita di ognuno di noi dipende dalla vita di qualcun altro. E’ importante capire che tutti commettiamo sempre degli errori e per questi pagheremo per tutta la vita e forse da questi potremmo diventare migliori.

Sara Musarra

 

8 Comments

  1. Ho letto tutto con attenzione e con il cuore stretto. Persone che sbagliano, che pagano. E che dovrebbero uscire cambiate, migliorate e il mondo dovrebbe essere pronto ad accoglierle.

    Sono stata al carcere dismesso dell’Asinara, impressionante quanto si sentano ancora le voci, i rumori, i sussurri….
    Una volta incontrai una persona che era stata in carcere proprio all’Asinara. Disse che quello era stato il periodo più bello della sua vita (…). Si sentiva libero di stare all’aria aperta. Lui infatti poteva uscire per coltivare l’orto e badare agli animali al pascolo.
    Mai come allora, disse…era stato così a contatto con la natura. Non aveva mai visto l’alba così come allora….
    Disse che se avesse avuto la certezza di essere arrestato e condotto nuovamente all’Asinara avrebbe nuovamente spacciato, pur di continuare a vivere li, perché solo li ritrovava la sua dimensione.

    Grazie per questa bella pagina
    Un saluto
    .marta

  2. ringrazio Carte sensibili per l’ospitalità ed invito tutti quanti ad accogliere quanto proposto . Angela è dentro ognuno , ognuno da dentro la propria prigione ognuno verso la propria libertà

  3. Voglio rendere nota una parte di lettera , avuta per vie traverse che non sto a raccontare, di un detenuto al carcere di Pianosa , l’infame lager del 41 bis, che chiamerò per rispettarne l’anonimato , Renato.

    Sono le due di notte. Lo saprei anche senza guardare l’orologio con la catenina d’oro che porto sempre con me, non per abitudine ma per non distaccarmi dal tempo esterno che stride su binari paralleli con la monotonia degli internati.
    E’ l’unico momento in cui posso scrivere, i miei compagni dormono, non potrei disturbare il sonno, i loro occhi si scioglierebbero in una tazza di erbe officinali, comincerebbero a prendermi in giro chiamandomi “femminuccia” per le mie divagazioni romantiche. Ma non importa. Almeno questo ce lo permettono: carta e penna, necessari per dare consistenza alle nostre ombre.
    Se mi vedessi ora!!! Mi son fatto crescere la barba e sono sicuro che piacerebbe anche a te anche se qui mi dicono di raderla perchè non consona ai canoni di pulizia. Sembro un eremita dall’aria austera, in realtà mostra il mio essere stanco e debole ma non preoccuparti per me, accantonati la rabbia e l’odio dei primi tempi sconto la pena in piena serenità.Penso sempre a tutto quello che mi dicevi, a tutte le volte che hai cercato di distogliermi dalla cattiva strada. So che la tua vita ha più vita della mia, ma che vuoi farci se arrivo sempre in ritardo alle fermate?….

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.