TERRE DI MEMORIA- La grande bellezza: l’Indian Institute of Management Ahmedabad di Louis I. Kahn- Fernanda Ferraresso

cemal emden – indian institute of management ahmedabad

CEMAL EMDEN- Indian Institute of Management Ahmedabad, Louis Kahn12.

L’IIM, Indian Institute of Management di Ahmedabad, in Ahmedabad, Gujarat. E’ considerato uno degli istituti fondamentali nella formazione manageriale in India. La vecchia città universitaria è stata progettata e realizzata  con mattoni a vista, proprio per valorizzare la produzione artigianale locale. Le caratteristiche distintive del progetto sono i numerosi archi e le strutture in mattoni, i quadrati e i cerchi che risultano ambienti scavati nella facciata. Si sviluppa su 67 ettari di vegetazione lussureggiante in Vastrapur ed è stato progettato dal famoso architetto americano Louis  Kahn. Egli ha concepito il progetto come un’amalgama equilibrata di austerità e maestosità. Kahn certamente comprendeva come spazi di interazione informale, raggiungendo un equilibrio tra modernità e tradizione riuscivano a catturare e restituire, all’osservatore che li attraversasse, lo spirito di intramontabilità che l’ India porge ad ogni suo angolo e percorso.

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cemal emden – indian institute of management ahmedabad

CEMAL EMDEN- Indian Institute of Management Ahmedabad, Louis Kahn10.

CEMAL EMDEN- Indian Institute of Management Ahmedabad, Louis Kahn8.

CEMAL EMDEN- Indian Institute of Management Ahmedabad, Louis Kahn9.

I corridoi ariosi e di grande ampiezza, l’anfiteatro e le aule, come tutti gli spazi di transizione e di attraversamento del complesso, migliorano e contribuiscono all’interazione tra i docenti, gli studenti e  i visitatori. Il disegno del complesso ha preso forma attraverso la collaborazione di un team di architetti del National Institute of Design. Questo moderno istituto residenziale è realizzato interamente attraverso metodi di costruzione tradizionale e in mattoni a facciavista. Il suo design contemporaneo è il risultatto di una sensibile attenzione al clima locale ed è ora uno tra i campus più ammirati. Ha ispirato molte generazioni di studenti che miravano a raggiungere l’eccellenza, sempre però  mantenendo l’umiltà.

Il cuore del campus è la Louis Kahn Plaza, come a dire la bellezza pura. In essa hanno trovato ospitalità le più importanti celebrazioni e incontri ad alto livello. Alle ali il campus è circondato dalle facoltà, la biblioteca e le aule su tre dei lati. Si sente una speciale sensazione percorrendolo e cioè che la stretta maglia con cui gli elementi architettonici dialogano tra loro supporta la crescita personale e professionale di ogni individuo, favorendo un senso di comunità all’interno della scuola, incoraggiando ognuno a formare stretti rapporti di collaborazione con i docenti e o gli altri studenti. Il risultato è un ambiente che aiuta ad imparare e a riflettere, a pensare.
Come anche il Salk Institut di La Jolla, in California, l’Indian Institute of Management di Ahmedabad, è un’opera che possiede la perfezione, la nitidezza e l’atemporalità tipiche di altri tempi e geografie, e solo nei templi greci trova una relazione di confronto. Il virtuosismo di Kahn, che sapientemente progetta spazi grazie alla luce, crea nella semplicità delle strutture la perfetta riflessione delle sue idee architettoniche, qualità di raffinata sensibilità e rispetto al luogo in cui progetta che restano senza paragoni e si comprendono solo nell’esperienza fisica.

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CEMAL EMDEN- Indian Institute of Management Ahmedabad, Louis Kahn18.

CEMAL EMDEN- Indian Institute of Management Ahmedabad, Louis Kahn21.

 

Riferimenti in rete:

http://www.domusweb.it/it/architettura/2013/03/26/louis-kahn-il-potere-dell-architettura.html

http://europaconcorsi.com/projects/259229-Louis-I-Kahn-CEMAL-EMDEN-Indian-Institute-of-Management-Ahmedabad

7 Comments

  1. Splendido, Fernanda, tornare a leggere un tuo intervento anche sull’architettura! Trovo bellissimo quest’articolo sia per la partecipata chiarezza del testo che per l’integrazione perfetta con le immagini – ho pensato, leggendolo, a Wang Shu: anche lui usa i mattoni e le tecniche tradizionali per creare spazi di notevole bellezza ed ospitali. Dobbiamo imparare da Oriente?

  2. Considero Kahn uno dei più grandi maestri e senza inutili fronzoli e orpelli, sia come figura professionale, schivo e riservatissimo, anche la sua morte dichiara il suo voler scivolare tra un qui e un là senza particolari identificazioni.Tutti i suoi lavori sono dialoghi tra ombra e luce, sono la continuità nostra nell’elemento acqua che spesso usa nei suoi progetti anche come segno netto in una pagina di silenzio, un lastricato di pietra o cemento, e lì la ricerca scientifica si fa per quelle relazioni continue, tra le facciate abitate da docenti e ricercatori, anche studio di sé, memoria dell’unità e dell’essenzialità delle cose e di noi che le/ci abitiamo. In Wang Shu ci sono più segni e memorie architettoniche, Kahn ha ridotto invece all’essenziale il suo segno facendone un intervento plastico maestoso ma pulito e netto.

    http://www.youtube.com/watch?v=qdk_zbC3Wbc
    http://www.youtube.com/watch?v=JmpBFXHX4wc
    http://www.youtube.com/watch?v=_5rtM-DcFbA
    Grazie.

  3. mi piacerebbe conoscere per esteso il tuo pensiero Anna, dette così queste tue battute moncate del resto della riflessione possono riferirsi a tutto e niente. Sarei grata se spiegassi. fernanda

  4. …scusa, stavo andando al lavoro.
    Talvolta, di fronte alle forme essenziali, alla ricerca della perfezione che “alberga l’assoluto”, sento un tremito di paura, come se in questa ricerca si potesse sconfinare nella negazione della nostra imperfezione, del nostro curvo e complicato corpo.
    Forse una certa vicinanza al razionalismo, così bello ( penso al notevole edificio del Terragni a Como che in verità mi incanta sempre) e così precipitato in confusioni littorie. Però, Fernanda, non sono una studiosa di architettura, parlo di ciò che una forma mi comunica. Questo edificio mi impressiona e mi ricorda una poesia di Ryszard Krynicki che nel, progressivo, essenzializzarsi e divenuta ” nulla, Dio”: notevole, e infatti me la ricordo e spesso la medito, ma anche spaventosa da abitare.
    Questo sentire non toglie nulla, anzi, alla grandiosa capacità comunicativa dell’edificio, tuttavia quello che soggettivamente ho provato è stato un sussulto di… nulla, Dio. E stavo andando ad un lavoro denso di imperfezione e di complicazioni.
    Mi è sembrato di poter completare l’osservazione di G.Gentilini con una sensazione mia.

    1. Per comprendere il lavoro di Kahn bisognerebbe dedicargli molto tempo, molto di più di quello che solitamente si fa, investendolo in archistar che hanno come obiettivo se stessi, non certo il rispetto del luogo, dell’uomo, della sua relazione con il divino che in Kahn è sempre palpabile (ho parlato di luce, è uno degli architetti che sembre ha dialogato con la luce in tutti i suoi progetti.Un altro è Ando, con tagli che molto ricordano questo suo maestro. L’imperfezione è propria di noi tutti e proprio la misura del mattone, costruito manualmente, ricorda la differenza tra l’uno e l’altro e la maestria del giustapporli costruendo edifici di grandi dimensioni in cui le parti dialogano tutte tra loro senza avere pesi maggiori.Il mattone, non il cemento armato, crea l’arco, mostra in che modo terra e cielo siano in connesione, senza sradicamento di ciò che è piccolo da ciò che è immenso. f

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