LA VASCA DEI PESCI ROSSI- A.M. Farabbi: LA FABBRICA, con Nadia Agustoni

gabriele basilico

Gabriele Basilico.

Propongo di entrare in spazi della nostra società, nel mondo del lavoro. I poeti vivono ovunque e portano la propria parola lavorata e il proprio silenzio lavorato. Entriamo in fabbrica. Ci porta Nadia Agustoni.
Le ho rivolto alcune domande affinché si aprano per noi prospettive e quotidianità. In un secondo momento sfoglieremo insieme il punto di vista di Simone Weil sulla fabbrica.
Mi auguro che possiate intervenire offrendo il vostro punto di vista e la vostra esperienza.

Per colloquiare con te parto dalla tua opera Taccuino nero, edito da Le Voci della Luna, nel 2009. In una tua nota, accenni al fatto che l’espressione taccuino nero è il titolo preso dal quaderno di lavoro.
La mia domanda: che cos’ è un quaderno di lavoro?

Dei semplici taccuini o quaderni che compro in giro e poi lascio sparpagliati per casa. Ne ho sempre più di uno in cui scrivo appunti, note, riflessioni, lettere immaginarie. Lascio lì quelle cose un po’ di tempo, poi quando le rileggo decido se usarle o meno

Nella nota successiva indichi la parola Fabbrica, riferendoti alla realtà di lavoro sul piano esteriore e interiore.

Intendevo quello che la fabbrica, l’universo totale della fabbrica, ti cambia dentro. Lì, quando ci sei, senti come gli altri ti pensano, ti percepiscono. Non è mai una cosa buona. Ti pestano, in un certo senso. I pensieri, le parole, anche poche mezze frasi, picchiano. Il modo di parlare… i toni, il modo di guardare o non guardare qualcuno, costruiscono i rapporti e sono rapporti di potere.
La fatica, il caldo il freddo, lo stress, le micro-ustioni ecc. sono il piano esteriore, e allo stesso modo, alla fine, si ripercuote dentro. La fatica fisica, lo stress nervoso ti cambiano. Lo può capire chi ci è passato.

La prima parte di Taccuino nero è intitolata Fabbrica. Tu lavori in una fabbrica?

Lavoro e ho lavorato in varie fabbriche e non solo. Sempre lavori molto dorsali. Quando ero in Toscana, per 4 anni ho lavorato coi cavalli. Poi in una piccola officina elettromeccanica. Cose così.

Una persona che lavora la parola attentamente, con rigore, passione, vocazione come te, la porta ovunque con la stessa disposizione anche in un ambiente come la fabbrica, in cui si ignora spesso l’officina poetica? Oppure la nasconde? Ci si omologa per sopravvivere, per non destare inquietudine, scarto, nervosismi?

Non userei la parola nascondersi. Quello che sono, a vari livelli si rivela comunque, non faccio il camaleonte, io parlo poco, magari non parlo di me, ma discutiamo e lì viene fuori il pensiero e non è quello che molti si aspettano.
Sanno che scrivo e mi occupo di poesia, perché poi si viene a sapere. Io non sentivo il bisogno di dirlo, ma il nome è apparso in alcuni premi, articoli, anche qui a Bergamo e si è saputo. Basta poco. Hanno chiesto, varie persone hanno comprato uno o due libri. Hanno letto, compreso, parlato del libro. Mi hanno chiesto perché non ci sia poesia in televisione. La cosa che più mi ha colpito è stato che più di una persona ha notato il lavoro necessario a quella scrittura. Non hanno detto cose stupide sull’ispirazione. Cose trite e ascoltate da altri.

Perché voglio farti questa intervista? Perché stimo la tua verticale onestà a piombo nell’io, la tua intenzione di sprofondamento per cercare la parola buona. Perché di questi tempi decadenti in cui la creatura poeta onesta quasi mai abita il palazzo del re (università, case editrici aristocrazie letterarie), ma spazi in cui la comunità è assordata, analfabeta e schiacciata dal ritmo. Ecco, tu mantieni, il tuo filo rosso interiore tra gli altri oppure vivi uno spegnimento, un’invidia per chi dorme dentro, oppure auspichi una vocazione alla redenzione sensoriale degli altri? Cammini in solitaria tra intersecazioni probabili o certe (una è anche la nostra)?

E’ più un andare in solitaria incontrando, qui e là, interlocutori. Non è capito però il desiderio di comunicare, è raro sia capito. C’è troppa rivalità, troppo livore. Qualche amica/o è in accademia, altri/e pubblicano con case editrici di peso, non c’è invidia, parliamo, anche di cosa vuol dire non far parte di queste istituzioni e scrivere lo stesso. Dialoghiamo da anni, in alcuni casi, e hanno scritto sul mio lavoro o lo hanno segnalato e ne parlano, credo siano sinceri. Cosa devo pensare?
Sui miei spazi, tra sordità e analfabetismi, e non c’è solo quello di ritorno, ti dico, la gente sa che il rumore è tutto ormai: i giornali, ad esempio, quando chiamano la guerra e assordano con le crisi mondiali varie, facendoci credere in un pericolo maggiore di quanto poi si rivela, e intanto non parlano più dei suicidi dei cassaintegrati o di chi è senza lavoro. La gente va in parrocchia a prendere scatolette e pasta o riso per mangiare, anche qui da noi. Non ce la fanno più. Ma è come se nulla succedesse. Accade, ma non è così visibile, è una cosa che nascondono tutti. Così, vedi Anna Maria, non succede anche se è cosa di tutti i giorni. In tutto questo una poesia cosa può fare?
Ho letto alcune volte, su invito, in piccoli spazi, con poche persone. Per un attimo c’è qualcosa, c’è qualcuno. Lo dico perché vengono a dirmelo. Non lo penso io. Perché vorrebbero altro, ma trovato Tv ovunque, ed è ovvio che se pensano di avere solo quella non la spengono.

Com’è la relazione tra le creature nel battito cardiaco interno alla fabbrica? Le donne… sono più compresse o hanno più risorse interiori, di energia, allegria, fiducia.

Le vere relazioni sono difficili, come ovunque. Diciamo c’è più simpatia o antipatia. Le donne sono oberate dal doppio lavoro, trovo tremendo lo diano per scontato. Non è sempre stato così. Inoltre non sanno stare sole, mancano di solitudine. Per me non avere uno spazio in cui stare sola, sarebbe la peggiore oppressione. A certi livelli le risorse interiori ti si ritorcono contro. Infatti poi si lamentano. Come un uccellino che si innamora o crede di essere innamorato della gabbia; ma è paura; il punto è che lo lasciano cantare (bravo bravo canta) e così si dimentica di avere le ali.

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gabriele basilico

Gabriele Basilico 1.

La poesia ti aiuta o ti pesa come una distanza, uno scarto dagli altri irreparabile?

La poesia la penso come vita; indipendentemente dalla scrittura è sempre.
Anche gli altri sono il nostro orizzonte, non mi nascondo in finzioni di diversità. La diversità, la distanza se sono reali, sono altrove. Si può’ scrivere poesie ed essere l’anticamera del conformismo o della malafede, o stare seduti comodi in qualche stanza istituzionale. Sempre atteggiandosi magari al contestatore. Ma un fare che sia distanza davvero è qualcosa d’altro. E’ quando non ti digeriscono, anche prima della poesia e subito dopo, che c’è la distanza. E questo accade ovunque, non solo nelle fabbriche.

Secondo te, è bene che i poeti vivano il loro lavoro nelle università o ovunque. Basso o alto è ovunque?

Quanti poeti hanno vissuto della loro poesia? Pochissimi credo, in ogni epoca.
Djuna Barnes diceva che avere troppo tempo equivale a non averne affatto. E lo diceva perché aveva il sospetto che se avesse dovuto andare in ufficio ogni giorno, la rabbia per quel tempo tolto alla scrittura, l’avrebbe aiutata a scrivere. Questo è facile accada.

La fatica fisica aiuta a imboccare vie della sapienza poetica o sposta l’asse della concentrazione, in modo irreparabile?

Non lo so. Ho sempre lavorato quindi non so come sarebbe altrimenti. Però non parlerei di “sapienza poetica”. La sapienza è un modo dell’attenzione. Come dire: l’imparare ad osservare, a capire cosa sia quella superficie su cui viviamo, cosa sia al limite il barlume di sole che filtra dai portali di ferro. E’ questa osservazione che ti riporta a te. Rende acuto il pensiero, impedisce a cose che fanno male di portarti via. E’ come salvarsi nell’intermittenza di quello che arriva, nell’istante. Deve diventare meno importante il fatto che sei lì, non perché scappi (scapperesti da te stessa ma non da lì, dal luogo), ma perché non scappi più e l’attenzione è a tutto ( tu che ti muovi e come lo fai, i gesti, i rumori, il silenzio, gli insetti, il pavimento – tutto è una meditazione); l’attenzione quindi come qualcosa che spoglia il lavoro subordinato del negativo di cui è stato investito, e può aiutarti a pensare a cosa succede veramente. Puoi dirti: si, siamo servi, ormai è così di fatto, ma loro lì cosa sono che hanno bisogno di tutto questo per esistere, per spendere soldi e spenderli senza levarsi di dosso la rabbia. Se sei attenta, sei viva e non ti fai assoggettare da una funzione. Questo voglio dire. E c’è un livello ancora più profondo: è dove capisci che gli altri sono quell’orizzonte che non ha mai pensato. Era più facile inventarsi una diversità. Ma chi è davvero diverso non sa nemmeno di esserlo.

In questi tempi decadenti, la poesia spesso si è allontanata da tematiche sociali, finendo con un illanguidimento dell’io, con un gioco di rifrazioni speculari letterarie, senza aderire a luoghi reali del dolore e del quotidiano. Da questo punto di vista credi di essere avvantaggiata, vivendo in una postazione di frontiera?

Si può scrivere di tutto. Bisogna trovare una scrittura. Mi chiedo: cosa è una frontiera? La fabbrica più della casa, il CPT più della fabbrica?
Non è tanto il guardare da questi luoghi, ma nell’imparare a vedere. Ovunque si sia. Poi noto le differenze e ti faccio un semplice esempio: “Taccuino nero” è stato capito molto bene da chi come Davide Nota, facendo il critico ed essendo prima ancora poeta, ha però avuto esperienza di fabbrica. Lo stesso Franzin che ha scritto qualcosa in quarta di copertina per questo libro, ha capito. E così altri, ma altri no, perché per loro la fabbrica è un “quadretto” di cui hanno una certa idea.
Ci sono stati tempi in cui maestri grandi hanno oltrepassato la soglia delle fabbriche per portare concerti. Ricordo Nono e Maderna e Pollini. Aveva un senso forte, rivoluzionario, altamente civile concepire l’arte come espressione e condivisione. Secondo te oggi è possibile? E’ possibile che una poeta come te pianti una poesia dentro una fabbrica?
Non lo so. E’ tutto molto difficile oggi. Però potrebbe essere possibile. Bisognerebbe provare. Andare lì e leggere. Fare come un teatro, lì nel vivo del reparto. Soprattutto avvicinarsi e portare la voce fino a un punto interiore che nessuna macchina la cancelli.

Vorrei proseguire il nostro colloquio in un altro tempo, focalizzando l’opera di Simone Weil sulla fabbrica. Cucendo insieme le nostre impressioni, aprendole al pubblico.
Secondo te c’è una differenza tra poeti laureati accademici onorati e poeti cantori senza alloro con soltanto il cuore colto (coltivato)?

Non si può pensarsi così, io credo. Né in un modo né in un altro.

A che cosa stai lavorando, Nadia?

A varie cose, non solo in poesia. In poesia, dopo “Il mondo nelle cose” e i due libri prima in cui esploro questa contemporaneità, mi mancano, o meglio sento l’esigenza di altri discorsi.
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anna maria farabbi

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gabriele basilico

Gabriele Basilico  via barletta

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12 pensieri su “LA VASCA DEI PESCI ROSSI- A.M. Farabbi: LA FABBRICA, con Nadia Agustoni

  1. Credo che lo sradicamento e l’alienazione o la ricerca di senso – quello su cui ampiamente rifletteva anche Simone Weil- sia il pericolo da combatterre alla radice di qualunque identità. Contadino, operaio, o poeta, quel che conta è avere la coscienza di poter operare per accrescere la bellezza del mondo, della natura, della cultura. Si tratta di riuscire, a mio avviso, a non disertare lo spazio tempo in cui si combatte l’esistenza, dentro le contingenze che la caratterizzano, senza soluzione di continuità. Il poeta forse è quell’uomo che non si rassegna, non rinuncia a resistere, ad esprimere la verità che sperimenta. E non c’è cupola o salotto che tenga, accademia o circolo. Cioè la fabbrica è la vita e il poeta se c’è è un uomo che vive la propria condizione fino in fondo, non per fabbricare poesia ma per esprimerla, agirla, liberarla in tutta la sua purezza ed esigenza. Questa esigenza richiede anche solitudine e silenzio. Ma questa è anche libertà, come ben diceva Nada Agustoni, sollecitata nel dialogo da Anna Maria Farabbi. E la libertà ha per ognuno un prezzo. Ringrazio entrambe per gli spunti di riflessione e mi scuso per queste righe. Forse dico cose assai scontate. Un caro saluto

  2. Si può scrivere di tutto. Bisogna trovare una scrittura. Mi chiedo: cosa è una frontiera? La fabbrica più della casa, il CPT più della fabbrica?
    Non è tanto il guardare da questi luoghi, ma nell’imparare a vedere. Ovunque si sia.
    I verbi di Nadia:
    Si può

    bisogna

    mi chiedo
    ovunque si sia
    imparare
    vedere

    C’è filo, filo ritorto e quindi resistente, in questo tessuto a due voci. Ringrazio entrambe.
    ferni

  3. Anch’io voglio ringraziare Anna e Nadia.
    E condivido tutto, ma in particolare una frase: “Se sei attenta, sei viva e non ti fai assoggettare da una funzione.”
    Sarebbe piaciuta senz’altro anche a Simone Weil che ha dedicato all’attenzione molti dei suoi scritti, non ultime le bellissime lettere alle allieve.
    Un caro saluto
    Fiammetta

  4. Pingback: era qualcosa (quattro poesia di Nadia Agustoni) | gusci di noce – blog di poesia (di Sergio Pasquandrea)

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