LA VASCA DEI PESCI ROSSI- A.M. Farabbi: FRANCESCO ROAT e HITLER MON AMOUR

eva-braun-1936

Entrando nel palazzo del re assassino:
chi muore per abbatterlo
chi muore per dichiarane il proprio amore

Dopo aver ambientato la sua penultima opera narrativa sul campo di concentramento, proprio l’anno scorso per Lindau Roat ha pubblicato I giocattoli di Auschwitz, questa nuova uscita editoriale dello scrittore trentino spalanca una figura controversa, enigmatica, interessante nella sua insondabilità: Eva Braun.
Dopo mezzo secolo di silenzio, sono stati pubblicati in Germania i ricordi di Gertrude Weisker, cugina di Eva. Con molta titubanza, Gertrude ha raccontato la sua testimonianza non solo sulla personalità di Eva Braun ma su molti fatti e personaggi e luoghi abitati e frequentati dal Terzo Reich. In particolare, ha ricordato il periodo di sei mesi da lei trascorso nell’Obersalzberg, il rifugio alpino più noto come Nido dell’Aquila. Dalle sue descrizioni, emerge il ritratto di una giovane donna isolata e infelice, completamente separata dalla realtà, attraente, vestita lussuosamente alla moda. Gertrude cercò lentamente di informarla sulle effettive condizioni sociali e politiche del Paese, malgrado parlare di Hitler fosse tra loro un tabù, un divieto assoluto. L’incupimento graduale di Eva Braun non portò al suo distacco dal Fürer, ma alla scelta di condividere l’atto del suicidio, ormai di fronte alla disfatta dell’impero nazista. Del resto Eva aveva già tentato due volte la propria morte, salva per miracolo dopo uno sparo in gola nel 1932 e tre anni dopo ingerendo sonniferi.
Chiusa nel bunker con il compagno, assieme a una corte di servitù, amici e militari nazisti, si sposò indossando un vestito nero di seta, apponendo nel certificato di matrimonio la fatidica dicitura Eva Hitler, 29 aprile 1945. Il giorno dopo Hitler si spara, mentre lei si uccide con cianuro.
Molti scrittori che si sono dedicati alla narrazione del personaggio Eva Braun, probabilmente hanno attinto acqua dalle pagine autobiografiche di Gertrude Weisker. Non so se anche Francesco Roat.
Al di là di ogni particolare biografico, è davvero interessante e tremendo entrare almeno solo con l’immaginazione nella clausura del bunker dentro cui si squarcia il fragore di una teatralità tragica di morte annunciata, di disfacimento nevrotico, di psicologie labili, ossessive, maniacali, distruttive e autodistruttive.
Le figure femminili che ruotano attorno a Hitler, nella loro eccentricità malata e abbagliata, nella loro superficialità seducente e sedotta, si spezzano come creaturine cariate: tuttavia fruiscono di lussi, agi, protezione. Ciascuna è salita sul carro del potere, nominando la parola amore senza viaggiarla interamente. Non sono qui per fare un processo contro Eva Braun e le donne che, nei secoli, hanno inseguito, affiancato, uomini re. Tuttavia pongo una riflessione doverosa anche sulla complicità del femminile nella gestione del potere tirannico.
Questa opera narrativa di Francesco Roat, uscita dopo l’approfondimento su Auschwitz, propone l’attraversamento completo dell’orrore fino all’altra sponda, quella dentro cui apparentemente l’aria è più quieta e salva. La penna intuisce l’interiorità di una creaturina presa nella rete del ragno, lei per metà inconsapevole per metà travolta. Le fessure che le si aprono fanno entrare dolore, senso di estraneità, vuoto, fame di appartenenza e di reciprocità affettiva mai interamente corrisposta.
Il romanzo stende la parola diaristica di Eva in uno spartito immaginario in cui lei percorre a ritroso fatti, personaggi e minimi dettagli della sua clausura nel bunker.
Si torce e si accartoccia la sua voce nel finale rinunciando alla vita ma scegliendo il raggiungimento fatidico del matrimonio con un essere unico nella storia. Quasi estraneo a lei, oltre che a se stesso e all’umanità. Leggendo e sostando tra le righe, tra le pagine dell’opera, sentivo il soffio di Hanna Arendt, quando la banalità del male intreccia vene e viari di esistenze finendo di comporre, a poco a poco, l’intero paesaggio.
Nella nota finale, Francesco Roat pronuncia la sua intenzione verso i lettori e le lettrici: …una giovane donna piccola borghese che – a quanto risulta dalle testimonianze storiche – nazista convinta non fu mai, né ostile agli ebrei, è l’intento di questo romanzo che, ovviamente, non ha alcun proposito revisionista, né vuole in alcun modo esaltare o “assolvere” Eva Braun, ma appena favorire la comprensione della sua tragica, enigmatica figura.
Propongo questa lettura non tanto per comprendere il ruolo di chi affianca il potere in nome dell’amore, ma per accendere interrogativi inquietanti sul significato del potere, dell’amore, delle nostre scelte quotidiane che sono, volenti o nolenti, sempre politiche.
Non ho sostato sulla qualità artistica del romanzo, sulla capacità tensiva della narrazione, sulla caparbia verticalità di Roat nell’esplorazione del dramma – come non citare la sua lente d’ingrandimento sulle elegie di Rilke, sul genio di Walser. L’immanenza del tema ha già la sua impegnativa abbondanza.

anna maria farabbi

**

Hitler mon amour- F.Roat

FRANCESCO ROAT, HITLER MON AMOUR- Avagliano Editore 2014

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