TRASMISSIONI DAL FARO N. 63- A.M.Farabbi – Milena Nicolini e L’OSCURO

veselin malinov

faro-Veselin Malinov..

Milena Nicolini lavora a tutto campo nella parola concependola come fulcro relazionale, artistico, sociale, esistenziale, con una libertà, autonomia, interità, qualità  esemplare. La pubblicazione del suo ultimo romanzo, L’OSCURO, edito da Rossopietra, ci permette di conoscere la sua officina, avvicinando le sue trame per riflettere e confrontarci. 

1-Milena Nicolini, poeta, saggista, narratrice, regista teatrale: quale di questi raggi espressivi è primario e fondante?

Siamo noi che distinguiamo tra poesia, teatro, narrazione, etc., per necessità di conoscenza e consapevolezza, ma la spinta espressiva è unica, unico il bisogno. Posso certo dire che il teatro è per me soprattutto una modalità generale, un ‘tono’, un’ ‘impostazione’, senza – spero –  arrivare mai all’artificio, che dalla vita comune si riverbera anche sulla scrittura. Per ‘teatro’ intendo la parola che la voce amplifica sotto la maschera, intendo la gestualità e la mimica ‘ampia’ non di retorica, ma di sottolineatura, intendo la necessità del pubblico, cioè degli altri che ricevono e si plasmano della parola, ma che anche la rimandano, cambiata, maggiore di sensi, duale. In tutta la mia scrittura, comunque, parto dal bisogno di capire e di comunicare. Capire di pancia prima che di cervello. Comunicare nello scambio reciproco.

2-Il tuo ultimo romanzo L’OSCURO, edito da Rossopietra nel 2013, ha complessità formale e soprattutto tematica. Rientra nel genere fantascienza. Già lavorare in questa natura letteraria può sorprendere chi conosce i tuoi precedenti libri. Perché, dunque, la fantascienza?

La fantascienza è un genere, come altri, che con grandi autori (pensiamo a Philip K. Dick o a Ursula Le Guin) può arrivare a vette altissime. Anche solo piacevoli con altri autori, che non è comunque poco. Mi ha sempre affascinato la potenzialità del genere: con una proiezione in tempi e mondi futuribili, permette di pensare al presente e ai nodi chiave di questa umanità, di visualizzare temi sociali, etici, filosofici in genere, di riscrivere il mondo. Io ne avevo bisogno per affrontare un groviglio esistenziale in me tanto potente quanto confuso.

3-La prima soglia di accesso è il titolo. Questo vale per tutte le opere, secondo me. Il tuo già manifesta una dimensione inquietante, misteriosa. Raccontaci.

L’OSCURO è una persona nel romanzo che porta, che è oscurità. Non è un neutro generico, l’oscuro. La sua opacità, nei modi negli scopi nei desideri più nascosti, io l’ho incontrata nella mia vita e le ho dato eco nell’opacità del mio groviglio interiore. Spero che il senso di mistero, sì, rimanga nel lettore e anche l’inquietudine. Anche dopo gli ‘scioglimenti’ della fine.

4-Del tuo lavoro scrittorio colpisce la serrata tessitura dentro cui, a ritmo incessante, le minime variazioni del pensiero dei personaggi si registrano in dialoghi e brevissime narrazioni. Come fili di alta tensione, in una maglia dialettica lucidissima, vertiginosa, i personaggi si espongono e si ritraggono l’uno all’altro. Narraci della forma: come sei giunta a concepire questa scrittura per rendere il microcosmo del pensiero di ciascuna creatura?

Sono circa trent’anni che scrivo L’OSCURO. A ogni stesura precisavo una situazione, un confronto psicologico, una motivazione nell’agire dei personaggi. Mai per necessità di coerenza della fabula (mi sono resa conto solo dopo la pubblicazione che nell’universo dell’Oscuro non si fa praticamente mai cenno ad  animali, come ne fossero assenti!), quanto piuttosto per fare aderire sempre più i temi in discussione  al mio groviglio interiore, dove continuavano ad annodarsi, procedere in snodi, per riavvinghiarsi ancora in modo differente, i pensieri e le domande che mi hanno accompagnato da sempre. Così anche per i personaggi, che a poco a poco si sono staccati dalle loro matrici  biografiche ed hanno assunto un’autonomia in movimento, per cui, se c’era sempre alla base la mia interrogazione interiore, però, proprio come in un buon lavoro teatrale, erano progressivamente liberi dal copione, recitanti in proprio, incarnati nel loro irripetibile essere dentro quella situazione, personae connesse tra loro in un rapporto dinamico, sempre più complesso e reciproco, carico di silenzi, aperture, deviazioni, sottintesi. Ho dovuto costruire un dialogo doppio –  o quadruplo?: quello che uno dice, quello che l’altro replica, e insieme quello che davvero il primo pensa insieme a quanto intuisce che l’altro davvero pensa… E’ stato emozionante, ho capito tante cose, perché la contraddizione spesso apre, spalanca… Ma alla fine mi sono accorta che, mi si perdoni il paragone alto, ero arrivata al teatrino interiore e disperato di Guido Cavalcanti; ‘disperato’, perché, se hai limato ogni sfumatura della voce, ogni piega dei gesti, ogni mimica del corpo, dopo aver creato vita come una madre della creazione, poi diventa solo replica. Non lo saprai mai “chi è questa che ven”, né come “In quella parte, dove sta memora/prende suo stato, sì formato, come/diaffan da lume, d’una scuritate”. Allora ho sentito che avevo finito, che potevo solo pubblicare. “L’essere è quando lo voler è tanto/ch’oltra misura di natura torna,/ poi non s’adorna di riposo mai.”

5- Ora, in breve, la Trama, Milena.

Difficilissimo tracciarla, senza svelare qualcosa che il lettore deve scoprire da sé. Si è in un Universo di vari mondi associati, tra cui il pianeta Moth, comunità di soli scienziati dediti alla ricerca: usano strumenti non solo logici, come la biosintonia, che mette in contatto quasi telepatico l’oggetto di studio animale o vegetale con il ricercatore. Sono molto chiusi verso ogni fenomeno di coinvolgimento ‘psi’ (dall’arte figurativa delle ‘performe’, al teatro delle ‘finzioni’), in cui  temono la perdita dell’autocontrollo psichico sulla scia del trascinamento sensoriale. Essi stessi hanno però messo a punto tecniche di induzione psicoipnotica, a scopo difensivo. Avril è una abile bioricercatrice, che viene indotta ad una collaborazione stretta proprio con un attore di ‘finzioni’, un Oscuro, dedito cioè a pratiche di vita ed interiori inquietanti, oltre i limiti del lecito. Si tratta di una collaborazione ambigua, mai del tutto esplicitata, che legandoli quasi telepaticamente li dovrebbe condurre ad affrontare e conoscere la forza sconosciuta, chiamata ‘Ragnatele’, che ha poteri immensi sulla psiche di un uomo e che potrebbe essere la manifestazione di un’entità aliena. L’Oscuro ed Avril si preparano ad affrontarla su Roraima, il pianeta completamente ricoperto di foresta ed acquitrini, dove l’attore ha la sua casa. Ma niente è come sembra.

6- Che cosa ti sta più a cuore in questo tuo romanzo? Qual è l’anima che vuoi offrire?

Il tema dell’identità, dell’assoluta unicità e differenziazione di un ‘io’ rispetto ad ogni  altro ‘io’. Che significa per qualcuno un esaltante senso di sé e per qualcun altro l’assoluta solitudine e separazione dall’altro-da-sé. O tutte e due le cose insieme. Tengo molto anche al sentimento (sentimento, non principi) dell’etica, come tensione indefinita ad un qualcosa che sta sempre oltre.

7- Ci sono spunti autobiografici che sono stati per te una vera e propria officina del romanzo?

Ho cominciato a scrivere L’OSCURO per ribaltare letteralmente eventi che hanno segnato a fuoco la mia vita. Avevo bisogno di un altro universo per riuscirci. Oggi li riconosco tutti, i miei volti che stanno dietro i personaggi, e sono proprio ‘quei’ volti; ma la vicenda immaginata, quella proprio, sfido anche me stessa a riconoscerne i tratti che dovrebbero essere paralleli alla mia vicenda vissuta. Ci dovrei pensare, una specie di autoanalisi, ma non lo farò. Certo, la base della vicenda c’è e c’era. E la fine, sì, quella, l’ho ribaltata. Ma adesso l’Oscuro ed Avril hanno conquistato un’autonomia che non perderanno più.

8-Quali sono stati i maestri e le maestre che ti hanno condotta? Quali i riferimenti letterari?

 Anche se mai potrò dire di conoscerli davvero (la poesia mi ha rubato il tempo necessario per studiarli bene), per la scrittura in prosa ho delle altissime stelle che tracciano il cammino (ma io vado storta, lo so): Virginia Woolf, Joyce dell’Ulisse. E l’amatissima Clarice Lispector, irraggiungibile la sua brillantezza tra le stelle. E Dante, il più grande narratore, oltre che il più grande poeta.

9-L’Oscuro è stato rappresentato in teatro?

Incredibile, a pensarci oggi, la protervia! Sì, L’OSCURO è stato rappresentato a teatro. Dalla mia compagnia amatoriale. Con qualche cambiamento e limiti scenografici che lascio immaginare.

10- L’accoglimento del pubblico come è stato?

Tutto sommato non è andata male. Difficilissima la vicenda da seguire e capire, però avevo attori molto bravi, soprattutto Pierluigi Cassano, che ha saputo affascinare.  Oggi non ci proverei,  neanche se avessi mezzi da favola!

11- Che cosa pensi di una scrittura come la tua che esige lentezza, riflessione, attesa? Credi che abbia possibilità di essere accolta, apprezzata, richiesta da parte del pubblico? Non pensi che il mercato dell’editoria abbia appiattito la ricerca espressiva e la sensibilità dei lettori?

Oggi, credo di dovermi aspettare più frequentemente quello che è già successo qualche volta: un rifiuto dopo poche pagine. E la tristezza delle acrobazie di chi cerca di dirne qualcosa tirando fuori osservazioni strampalate dalle prime pagine. Preferirei un sincero: non riesco a leggerlo, non mi piace. Chi lo ha letto invece tutto, L’OSCURO, lo ha letto d’un fiato, ma non di corsa. Poi magari ci è tornato sopra. Poi magari lo ha adorato o lo ha avversato profondamente, ma da dentro. Chi? Pochi per ora. No, non credo sia il segnale che il romanzo è sbagliato. Neanche mi credo un genio incompreso. Credo semplicemente che l’editoria si sia adattata ad un tempo frenetico, fast time, il tempo fulmineo dello spot pubblicitario, del montaggio filmico, anche quando propone le fiction di migliaia di pagine, da divorare come hamburger e patatine fritte. Per un pubblico di lettori  che non ha tempo da perdere, da pensare troppo. Non a caso è quasi finita la ‘difficile’ fantascienza per lasciar posto alla ‘fantasy’, quanto mai ripetitiva (il Male contro il Bene, i cavalieri/dei/eroi buoni e cattivi, i maghi  e gli incantesimi, e via così). Ed è sparita l’attenzione per la sperimentazione, la ricerca. Ricordo con nostalgia l’emozione di quando mi ritrovai tra le mani Tarbagatai  di Giulio Del Tredici. Non è tempo per testi complessi. Testi che osino il nuovo. E invece ce ne sono, nelle pieghe magari dell’editoria minore, ce ne sono che meriterebbero attenzione. Come Orizzonti del buio, di Lamberto Dolce. Be’, almeno di questo sono certa, e non mi dispiace: L’OSCURO, senza pretendere ruoli di apristrada, anzi molto quietamente nella tradizione, non è facile.

anna maria farabbi   

*

Milena Nicolini, L’OSCURO- Rossopietra Editrice

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4 pensieri su “TRASMISSIONI DAL FARO N. 63- A.M.Farabbi – Milena Nicolini e L’OSCURO

  1. Ho avuto la possibilità e fortuna di apprezzare Milena Nicolini come poeta, e sono certa che questa sua ultima fatica rifletta la sua bravura e raggiunga le stesse, alte vette dei suoi versi. Un’intervista interessante, dove mi sono più volte riflessa. Concordo con la sua visione della scrittura come veicolo di auto conoscenza; concordo anche sui suoi commenti a proposito dell’editoria di oggi, simile a un fast food dei libri, e ho sorriso quando ho letto, fra i suoi mostri sacri della letteratura, una Clarice Lispector che forse non molti conoscono, ma che personalmente adoro. Un augurio affinché l’Oscuro venga conosciuto e apprezzato come certamente merita, e un’occasione per un caloroso saluto sia a Milena che ad Annamaria.

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  3. Mi ha incuriosito molto l’intervista e le parole dell’autrice attrice mi sembra di capire anche. Condivido in pieno la premessa sull’unica urgenza di conoscenza che si traduce nei rivoli delle arti e delle indagini. “La spinta espressiva unica e unico il bisogno”. Sottoscrivo anche le conclusioni sulla riduzione mortificante che ormai l’editoria e il medio lettore fa della scrittura, come fosse appunto una cosa eventualmente consumabile, ma alla svelta e senza lasciare, possibilmente tempo al pensiero. Purtroppo, si sa, osare costa. Mi sembra che il genere fantascienza cui qui si fa riferimento, stia dentro una linea di avanguardia, di osservazione critica, di una realtà (tutta da indagare) che spesso fuggiamo. L’oscuro, il mistero, il diverso, l’irriducibilmente Altro. Chiusi come spesso ci ritroviamo in competenze che rischiano di diventare compartimenti stagno, anche nella vita, nei ruoli giocati pigramente o per alzare muri, mentre mi pare di capire che qui lo snodo vitale è ricontattare proprio quel labirinto vitale dell’esperienza profonda che ci appartiene. Credo che mi farò questo regalo per Natale, anzi lo regalerò a mio marito (che è un ricercatore) e poi lo leggerò io, scambiandoci poi le sensazioni più diverse. Buon cammino :-) creatTivo

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