QUANDO IL PRIMO MAGGIO HA VOCE DI POETA- Met Simonetta Sambiase

Vercelli 1906, manifestazione di mondine per le otto ore

1maggio-Vercelli 1906, manifestazione di mondine per le otto ore

.L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro non sulla famiglia, non su Dio, non su l’happy hour. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e non sulla Crisi e sulle sue furberie che dimezzano stipendi e diritti sindacali. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e non sul costo del lavoratore e non sulla cassa integrazione straordinaria. L’Italia non è fondata sul leader opinion, sulle donnicciole che mostrano centimetri di pelle nuda e vari muscoli più o meno glabri, sugli uomini che strillano e strombazzano odio per nascondere il nulla dei loro pensieri. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Il lavoro fonda se stesso nella dignità e nella sua onestà sociale e non esiste un solo lavoro indegno. Esistono stipendi indegni e condizioni di lavoro indegne. L’Italia si fonda sul lavoro e non sulle etichette o sulle lotte di classe. Le classi non esistono se non nelle scuole dell’obbligo e nei listini delle assicurazioni automobilistiche. Le classificazioni umane esistono solo nelle etichette e nei pregiudizi che nulla hanno a che fare con la nobiltà dell’uomo. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e chi arriva da un altro lato del mondo ma vive e lavora in Italia ha diritto ad essere italiano; i suoi figli nati altrove ma che parlano questa strana lingua piena di verbi irregolari hanno diritto ad essere italiani e ad avere un lavoro. Ogni lavoratore italiano che lavora all’estero porta con sé la sua Repubblica italiana, e anche se si è adattato altrove è un cittadino repubblicano. Il lavoro si deve adattare all’uomo e non l’uomo al lavoro: ecco la sua nobiltà. E’ nobile lavorare perché il lavoro è fondamentale per lasciare su questa terra la nostra traccia umana. L’uomo è nobile e la donna pure. Ogni donna deve fondare la propria traccia su questa terra in piena autodeterminazione. Che la terra sia piena delle tracce dell’uomo è la ragione della fondazione della razza umana. Di quella che scrive la storia nelle pagine in cui non ci si gira e si sputa a terra con disprezzo quando si legge un nome di un tiranno o una guerra. La storia del lavoro è la pagina alta tre Piramidi e un’ astronave e ancora sarà lavoro l’ascolto delle nuove pagine da qui alla Luna, di qui a Marte, di qui alle esistenze fondate sulla pace su questa Terra. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e tutti dovranno avere il proprio lavoro. L’Italia si fonda sul lavoro e sui giovani che debbono trovarlo, sulle donne che debbono avere pari diritti e pari stipendi degli uomini e sui lavoratori che debbono scegliere il lavoro non subirlo, non esserne ricattati ma riscattati. L’Italia si fonda sul lavoro e non sulle tasse per gli Enti inutili. Inutile è ogni taglio alla Cultura che ha portato e creato l’etica dell’essere italiano, gens libera, senza pena di morte nella Costituzione, gens che non lascia fuori nessun essere umano dai propri ospedali perché indigente, ma che sempre più spesso sembra dimenticare che ad ogni giro di occhio c’è una grande Bellezza, una grande Cultura che un italiano prima di lui ha costruito con il suo lavoro. La Cultura, l’Arte, Il Pensiero libero sono lavori umani e italiani su cui continua a fondarsi ogni libertà di questa Repubblica. La libertà è ricordare di essere una Democrazia e non un “Consumazia” schiava di un centro commerciale aperto 24 ore su 24 e che paga i suoi addetti 600 euro al mese. Il Primo Maggio è la festa della Repubblica italiana fondata sul lavoro. Il Primo Maggio è la festa del lavoro. Il Primo Maggio si scrive ancora in maiuscolo perché questa Terra fra il mare e il futuro è ancora fondata sul lavoro e non sulle mafie o sugli evasori o sul razzismo o sul nulla travestito da urlo. Il Primo Maggio è la festa costitutiva della Repubblica Italiana. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: per non dimenticarlo, segnatevelo nello spirito.

Simonetta Met Sambiase.

 

foto di scena- l’albero degli zoccoli

L'albero_degli_zoccoli_la_vedua_Runk.

POESIE PER IL POSTO NEL MONDO
Fabia Ghenzovich

1° maggio

Non inneggio al lavoro,
non dico che nobilita l’uomo,
io faccio parte dei più:
quelli che ce la fanno appena,
quelli che non ce l’hanno fatta,
quelli attaccati al cappio del lavoro
come ostaggi di una moderna schiavitù.
Il pendolo di un popolo di affamati.
Lo spread oscilla e esplode
sulla testa degli innocenti,
una bomba carta dei sogni scaduti.
L’anima svenduta all’asta per necessità.
Ovunque si respira il veleno
della normalità chiusi in case
imbottite d’amianto.
Così ogni tanto, mosso da spirito
di sopravvivenza, lo sguardo fugge
in avanti su un piccolo avamposto,
una zona franca dove in luce premorte,
mani operose tessono un futuro
per tutti, il futuro che verrà.

 .

foto di scena- la lunga notte

foto di scena- la lunga notte.

Gabriella Gianfelici

“IL DANNATO RAGIONEVOLE”
Il treno partiva alle 23.00: curiosa l’abitudine di prendere sempre lo stesso, potevo prendere anche quello delle 21.00 e non arrivare così tardi a casa ,e non dover camminare così, con un passo troppo veloce perché gli autobus non viaggiano più all’ora del mio arrivo e di taxi, in stazione, non ne ho mai trovati.

La nebbia si confonde col mio alito e mentre apro questo pesante portone, si affaccia all’anima l’ombra di me, improvvisamente non sono più così sperduta davanti alla mia paura, le gambe poggiano più stabilmente al terreno, il desiderio vince e trovo le parole che attendevo:
Il giorno
spavento del nostro riconoscimento
del nostro non essere desti
né pieni di giusto desiderio
Quante volte dovrò pronunciare il tuo nome
affinché tu mi possa guardare
nel fondo dei miei occhi scuri
nel riccio ribelle dei miei capelli….
Spavento emozione e stupore
non ho mai riflettuto agli alberi
non ho mai visto il colore degli altri
le navi andavano, partivano
sapevo soltanto salutare
Sono qui da tempo
abito dietro questa colonna
e guardo e sento la tua vita
come la mia
incrocio la tua fretta
mentre arrotolo la mia coperta
e tu spegni la tua ansia
correndo
Masticavo dolore e digerivo odori
so di non essere coraggiosa
ma non volevo passare per disattenta
in fondo un posto nel mondo
l’avevo trovato
Se pensi sia quello il tuo posto nel mondo
ricorda il mio passo
cosa potrei conquistare con te
(e cosa non ci fanno comprendere)
vivere il giorno con tanti occhi diversi
ecco questa
sarebbe l’avventura
eppure la dannata vita
che conduco
una ragione l’avrà
come tutti i misteri degli uomini
che devono portarsi con affanno
Partirò domani
una grande nave anche questa volta
salperà
incrocerò altra gente e parlerò con loro
arriverò in un suolo sconosciuto
e parlerò una lingua
fra le tante lingue del mondo
avrò paura del deserto e della fame
e penserò a te
alla tua colonna dietro la quale
è nascosta la tua vita
Agli opposti lati della terra
due anime si cercheranno
ma troveranno solitudine e freddo
silenzio e angoscia
nessun nome sarà dato
alla loro vita
randagi sempre
Randagi sempre
come quei cani tristi
seduti accanto ai loro padroni
padroni anch’essi quindi
e che
chiedendo in silenzio
un po’ di pietà
e di pane
ritardano di alcuni secondi
il nostro timbrare uno squallido cartellino

I merli accompagnano
momenti della giornata
i passeri saltellando
raccolgono le briciole
nei giardini e fanno compagnia
alle solitudini malvagie
le solitudini che non sono
quelle positive creative vere
le solitudini che occorrono
per vivere
ma
cosa ti racconto?
“ti racconto la mia vita”
le nostre vite sono simili
sono lontane da calore e sicurezze
sono distanti perché
abbiamo scambiato la nostra geografia
ora tu vivi dove son nato io
e io
ho riempito il tuo vuoto
milioni di persone
camminando per le vie della terra
vivono così
ho attraversato oceani
e sono scampato alle mine
ho guardato la sofferenza e chiuso gli occhi
dal troppo dolore
ho cercato la forza
per lasciare il mio deserto e la mia tenda
ma non erano mie
erano in prestito
come tutte le cose della terra
ho lasciato
le stelle brillanti come fari sul mondo
i cammelli con i loro lucidi occhi
e la mia donna avvolta di seta blu
e che dipinse il mio volto
e lo abbellì
per farmi sentire più fiero
Siamo qui
dannati ragionevoli
dove la fossa del buonsenso
ci spinge sempre più
dove la logica della paura insana
ci fa sparire
ma all’accenno di un qualsiasi
gesto noi
torniamo.

.

foto di scena- io sono lì

laguna-montagne-io-sono-li.

 

Ferruccio Brugnaro – poeta , operaio, di Marghera, contemporaneo, vivente.
Bracciante, raccoglitore di stracci.

Bracciante, raccoglitore di stracci
operaio degli altiforni
pescatore
venditore abusivo di crostacei.
Mio padre
era così
adoratore del sole, adoratore delle barene
silenzioso
fanatico del mare.
Non ha mai parlato con nessuno
analfabeta
credente solo nella vita
solo nel suo trascinare inquietante
dai primi cenni dell’alba
ai tramonti fondi.
Mio padre
così com’è stato dentro
in questo mondo torbido
senza chiedere niente a nessuno
stanotte è sceso nel tempo profondo
nei cieli grandi che lui guardava
per ore e ore
negli universi incandescenti e amati
con dura segretezza.
Non sono triste
sono felice
contento
me lo risento tutto
irruentemente
ora
col suo canto dalla nostra cucina nera
e senza finestre.
Il suo canto, più che un canto
il suo era ed è
un grido, un urlo selvaggio
denso
che io rilancio
con tutta la forza delle ferite
di un amore a brandelli
contro queste ore
di padroni affamati di sangue
di retate
contro le sbarre dell’emarginazione
contro le foreste di un dolore
e una solitudine senza fine.

*

Il tempo del silenzio.

Non è cambiato nulla.
La fabbrica è cinica e tremenda.
La produzione impera possente
su tutta la nostra vita.
La solitudine millenaria
ha rialzato
la sua bandiera
su tutti i pennoni
su tutti i piazzali.
E’ ritornato
il tempo del silenzio
con tutto il suo
armamentario di morte.

.

foto di scena- buena vista social club

el malecon de la habana1.

Nancy Morejon (Cuba)- Una delle voci femminili più importanti della vita culturale cubana. Giornalista, poeta, unisce interesse culturale a quello politico.

Operaia del tabacco.

Un’operaia del tabacco scrisse
una poesia sulla morte. Tra fumo
e foglie lavorate e seccate nella pianura
disse di vedere il mondo a Cuba.
Era il 1999…nella poesia disse di toccare i fiori
che formano un magico tappeto
avvolgendo la Piazza della Rivoluzione.
Nella poesia l’operaia
palpò i giorni a venire
nella poesia niente tenebre ma lampade abbaglianti.
nella poesia, amici, niente mendicanti,
niente disgrazie, né violazioni alla legge del lavoro,
nessun interesse per la Borsa, nessun lucro.
C’era nella poesia disciplina e assemblee,
sangue ribollente,
un trattato di economia popolare.
C’era nella poesia tutta la brama e l’ansia
di un rivoluzionario suo contemporaneo.
Un’operaia del tabacco scrisse
una poesia sull’agonia del capitalismo. Sì, signore.
Ma né i fratelli, né i vicini
capirono l’essenza della sua vita, e mai conobbero la poesia.
L’aveva conservata, tenacemente e silenziosamente,
insieme a qualche foglia di canna e di canapa
dentro un libro, rilegato,
di José Martì.

 

8 Comments

  1. Buon primo maggio festa del “le facciamo sapere” è di chi il lavoro non lo ha perché altri ne hanno due e tre…insomma di tutto e di più.
    A parte l’ironia buona giornata e grazie per queste poesie che esprimono in un bel modo il mondo del lavoro di ieri e oggi è dell’uomoquale strumento del lavoro.

    Ciao .marta

  2. Buon primo maggio a tutti, in special modo, ai giovani perchè non perdano la speranza!

    Vorrei farlo, aggiungendo ai testi tanto significativi del post, le parole del poeta Piero Bigongiari
    Gli esili fumi che sbocciavano sulle ciminiere
    erano i fiori nati dal nostro lavoro, dalla nostra carne.
    Dalle terrazze ci guardavano le donne,
    i volti rossi dalle fiamme dei forni,
    il lavoro ci cresceva tra le mani
    come la messe dalla terra,
    ci avvampava il cuore di giovinezza.
    Nei declinanti autunni la pioggia rivelava
    sotto la carne nera la nostra innocenza, la nostra stanchezza
    filoni di un nuovo tesoro.
    Gli alberi si piegavano, incantata fiumana
    da una mano che ghiacciava l’aria
    e sui monti stendeva la disperazione,
    a piangere sui nostri capi scarruffati.
    Tremava il poco denaro nelle tasche,
    si pensava all’odore del pane, al riso dei figli:
    sulla strada gelata nascevano
    pei nostri occhi.
    La nostra sapienza era il lavoro.

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