MAREMARMO- Lettura di Milena Nicolini

joselto sabogal

El sueño anómalo de Noe 1[1]..

Inquietante l’immagine che accoglie in copertina. Non so quanto ‘anòmalo’ questo ‘sueño’ di Noè, che deve scontare l’integrità che lo salva con il senso di colpa verso tutti quelli che fluttuano morti nelle acque sotto di lui: “Phlebas il Fenicio…/Dimenticò il grido dei gabbiani, e il fondo gorgo del mare,/…/Una corrente sottomarina/Gli spolpò l’ossa in mormorii. Come affiorava e affondava/Passò attraverso gli stadi della maturità e della giovinezza/Procedendo nel vortice./Gentile o Giudeo/ O tu che volgi la ruota e guardi sopravvento,/Considera Phlebas, che un tempo fu bello, e alto come te.”(T.S.Eliot, La terra desolata, IV. La morte per acqua). E poi le immagini sommerse ossessive del film L’elemento del tempo e ancora per acque misteriose le macerie di Stalker. Anche se in Eliot, in Lars von Trier, in Tarkovskij il senso correlato all’immagine è diverso, però la crudezza di quelle ossa spolpate, di quel richiamo a chi sopravvive sopravvento, e quel sentire accertato e accettato ormai di disfacimento, di catastrofe ineludibile della propria matrice/cultura, si sono associati con subitanea naturalezza ai pezzi umani (surreali più che subacquei) fluttuanti nell’acqua onirica del Noè di Joselito Sabogal, copertina di Maremarmo di Fernanda Ferraresso. Poi, proseguendo e leggendo dopo, si evidenzia che l’ ‘anòmalo sueño’ è il più preciso e puntuale introibo al canto (che è un rugoso, roco, gutturale noncanto)di Fernanda: “non seguendo la costa e in apnea senza lasciare un segno come il/gorgogliare del subacqueo/discendono riposando sul fondo di sabbia la loro storia non vista/sfracellandosi a volte lungo la scogliera”. Chi? Insieme a tutti i de-relitti delle carovane di fuga, dei campi di raccolta, dei moderni lager, dei campi profughi, dei barconi di clandestini, e a tutte le de-relitte stuprate, infibulate, svendute, violentate, prostituite, insieme anche tutti i sogni e i segni di plurimillenaria occidentale civiltà, di classica cultura, di europea bellezza, di illuministici valori, di utopica speranza: “la storia non più da archiviare/incappia ancora il collo di Caino/ l’io di tutti noi in quell’uno”. Colpevoli, noi che assistiamo a “questi mai dismessi giorni di raccolti corpi/vuoti dei morti.”, non ci sono attenuanti, se “il recinto/del pianeta è lo stazzo delle bestie da macello/e il profitto non ha occhi per la sorte di nessuno”. La poesia non salva, qui. Grida, arranca, sgola: poesia-rap, tutta d’un fiato, fino a restare senza fiato, fino a sgozzare la voce, stonare. Non basta, come altre volte in Fernanda, il richiamo alla lunga teoria-fatica della specie, all’origine pulita dei “primi giorni/nelle primissime ore dei primi giorni/e nelle notti che subito seguirono/un giorno dopo l’altro e da un attimo all’altro/mentre le cose nascevano/quando tutto ancora era nebbia e l’essere una primavera”, perché “per tutte le nascite l’uomo si perse/una parola dopo l’altra/pronunciando un altro mondo e/ nascondendosi nel corpo del suo ascolto”. E “dentro il mare” si “evoca il sogno/da cui siamo apparsi/il dentro di questa materia vasta/parlante sostanza che ci fiorisce e devasta/…/tra un inizio perduto e una fine che ci sperde”. “Maremarmo”, si chiama, dove “i morti scrivono/navigando fuori rotta”. Proprio come nel rap, in alcuni punti, si riprende la convulsiva autogenerazione dal suono allitterante e assonante (“apparente/parete”, “cuore amore ardore/sezione stazione di continua mercificazione/…/ stanza dell’istante stadio del mutante”), la proliferazione sincratica o telescopica della parola (“perduto sentiero raccolto siero”, ”prolifico/fico”, “senza conoscere razione altra che un praticantato di razzie), la confusione paronomasica (“di io e dio”, “s’ incuba e s’intuba”, “la vita si avvita”), come se la voce non volesse smorzarsi, ma piuttosto ingorgarsi su se stessa, scindersi, moltiplicarsi, per non cedere al vuoto: “fino alla fine massacrata e più vera/nella vera di quel pozzo/senza fondo di voci in cui/ogni giorno si accende e poi s’impicca l’amore”.

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Milena Nicolini

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jack  fusco

Jack-Fusco

 

Da MAREMARMO, Fernanda Ferraresso

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UNA VECCHIA RECITA UNA PREGHIERA SEMPLICEMENTE SFIORANDO UNA PAGINA BIANCA – ore 5, per tracce insonni il paese del pane

Parola che non hai nome
vengo ad incontrarti
perché sei tu il mio richiamo
il distacco dal mio corpo
l’involucro di stupore
il liquore di cui sempre mi ubriaco
tu il suono imprevisto
mia fonte e geometria tu disegno nascosto
nel tappeto dei miei sogni
tu distogli i miei pensieri più neri
dal vacuo loro scorrere
di acque e venti profumati m’infesti
e sei recinto delle mie tante oscure bestie
che nella testa popolano
terre senza governi e fuochi che improvvisi m’infiammano
in silenzio stranamente crepiti un senso che perdura
lo spergiuro e il guasto l’immobile catasta d’ossa
tenere quelle turrite leggendarie storie che dicono
delle anime degli uomini
e sono specchi spezzati e frammenti d’ombre radunate in selve
in cui perdersi ancora e ancora
cercando la matrice e il calco di una impronta antica
in mille modi nominata ancora e di nuovo calpestata
eppure segreta e mirabile dentro ogni tua forma.

 

*


CORTILE DI NOTTE – una macchia scura al centro di un campo bianco

I lager non sono mai scomparsi.
Ogni volta più efficaci hanno tracce visibili
nei ricoveri per vecchi
nei campi di immigrati nelle carceri
nei riformatori nelle tante gerarchie dell’esercito
nei reparti delle fabbriche
e come sempre c’è chi ha tutto e
chi nemmeno la vita che gli basti.
Sfruttare è la parola d’ordine e merce chiunque
un tempo si chiamava schiavo
masse sterminate dalla perdita del nome cose
manipolate e usate sono mani che lavorano
piedi che si spostano legati a doppia catena
ad una idea precisa che come un tempo annienta
tutto ciò che è improduttivo.
Questo il frutto dell’albero
frutto di un disegno razionato sull’intero volto della terra
logica di un capitale guadagno che ha nome privilegio
e la sua lingua non ha fiori e ieri come oggi semina guerre
campi per i profughi radica muri profondi e spessi
in Messico a Tijuana come in Cisgiordania
si ammazza un popolo e la sua economia
e nella discarica fioriscono bidonville
periferia delle grandi metropoli
l’Africa di ogni altro continente
che partorisce eredi già diseredati prima ancora d’essere qui
i piedi di terra e radici di gelso un lungo vociare di fogliame lieve
in questo grosso mappamondo disegnato a tavolino
dove troppi si perdono accalcati nella miseria nel fondo della discarica
e per vivere frugano nel pattume degli altri scaricato in mezzo a loro
insieme a morbi e malattie che sono il cancro dei ricchi
la vita per loro ha un basso costo e serve un
nemico che alimenti paura e ferocia e inietti terrore
nei centri di raccolta in cui la permanenza ha tempo ad orologeria
per morire o per fuggire
mentre i lager si allargano e il recinto
del pianeta è lo stazzo delle bestie da macello
e il profitto non ha occhi per la sorte di nessuno
sei miliardi di persone come birilli ruzzolano
al colpo di una sola biglia che correndo nella borsa
al braccio di pochi abbatte uomini e foreste
distrugge mari e avvelena le fonti dissecca fiumi
impazzisce le nuvole scuote la terra disegna grandi onde
crea tsunami di miseria in cui alla fine ci specchieremo tutti.

.

*

maremarmo- copertina

Fernanda Ferraresso, MAREMARMO – LietoColle, 2014

***

ALTRI RIFERIMENTI IN RETE:

http://cult.veneziepost.it/stories/parolecarta/30602_maremarmo/

https://rebstein.wordpress.com/2014/04/17/maremarmo/

https://cartesensibili.wordpress.com/2014/04/06/anna-maria-curci-traduzione-e-lettura-da-maremarmo/

http://fernirosso.wordpress.com/2014/04/03/maremarmo-canto-del-viaggio-fino-allultimo-predicato-di-luce-elina-miticocchio/

10 Comments

  1. ho osservato a lungo e lo faccio ora che scrivo l’immagine di copertina che gela, pietrifica dicendo la storia, radiografandola nella sua tragicità
    siamo corpo e siamo corpi vivi pur se martoriati e oltre il nero-mare scorgiamo delle uova, stanno raccolte e in tale s-chiudersi e proteggersi si cela la vita e ogni rinascita
    grazie Milena per lo sguardo offerto
    elina

  2. di Sandra Chiarato
    Se è vero che almeno il Veneto non ha perso una generazione di lettori come invece è accaduto a livello nazionale, occorre anche dire che il merito è dei piccoli editori coraggiosi come Michelangelo Camelliti che oltre venti anni fa ha fondato la casa editrice “Lieto Colle”. A lui il merito di aver insistito su un particolare segmento di mercato, non tanto commerciale, ma sicuramente degno di attenzione: la poesia contemporanea. Il Nordest dunque non solo legge, scrive e anche in prosa. Nonostante le edizioni Lieto Colle si trovino nella vicina Lombardia, tra i tanti autori che alimentano le pubblicazioni con i loro “libriccini” troviamo molti veneti. Ad alcuni piace la poesia recita nel suo sito Wislawa Szymborska che dice inoltre: «Ad alcuni – cioè non a tutti. E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza». Per pochi dunque e non per tutti, ma chi si approccia a questo stile lo fa per bellezza, per terapia, per sperimentazione, per sofferenza e per piacere personale. Spesso le opere sono quaderni corredati da disegni e immagini, legati a mano, in esemplari numerati. Hanno recentemente collaborato con Camelliti la veronese Daniela Andreis e il feltrino Augusto Pivanti,affrontando tematiche come il paesaggio, la malattia, la religione, gli aspetti sociali e quindi l’immigrazione. E’ il caso dell’ultimo libro della padovana Fernanda Ferraresso insegnante presso il Liceo Artistico e Istituto d’arte P.Selvatico che si presenta così: «Per parlare di me, senza dire di me perché non è l’argomento importante, inizio dall’Argentina, il Venezuela, gli Stati Uniti, il Belgio, l’Australia, la Francia, la Svizzera e la Germania e questo per raccontare le mete delle migrazioni dei miei zii, dei parenti di mio padre e mia madre e dei figli dei loro genitori, in lunghissime cor-date, è proprio il caso di spezzare la parola perché si spezzarono famiglie, e non rientrarono più nel loro paese, se non agli inizi della loro permanenza all’estero. Io stessa ho vissuto per quattordici anni, da quando ne avevo sei fino a venti, la separazione dai miei genitori per motivi di lavoro e di espatrio, anche se so che non sono l’unica ad avere queste memorie. Negli anni ‘60 e ancora prima, in momenti di tempo diversi, era una cosa normale.La ragione la stessa, la difficoltà di trovare lavoro e poter vivere dignitosamente, era la motivazione comune. Per questo mi sembra assolutamente paradossale che il Veneto, la regione in cui sono nata, ho vissuto e studiato, in cui ancora abito e lavoro, non consideri il fatto, assodato e storicamente certo, dimostrabile per una larga parte della sua popolazione, oggi punti il dito contro i migranti quando hanno vissuto quella triste condizione sulla loro pelle, l’hanno misurata nella loro miseria e nella loro fame. Abbiamo visto barche e barconi stracarichi dall’Africa e pescherecci stracolmi stipati dall’Albania ma non ricordiamo come hanno viaggiato nelle navi gli italiani che andavano A CERCARE FORTUNA IN AMERICA. Sono molti i siti in rete e gli articoli in cui i dati relativi alla storia contemporanea dicono situazioni inaccettabili. Dal 1988 sono almeno 19.507 i migranti morti tentando di arrivare in Europa. Fortress Europe stima questo numero come aggiornamento. «Giorno per giorno, da anni, il mare di mezzo è divenuto una grande fossa comune, nell’indifferenza delle due sponde». Ciò che rattrista è che quei 19.507 erano giovani e sono morti tentando di espugnare “la fortezza Europa” . Sempre la stessa fonte specifica che di quel numero complessivo 2.352 sono morti nel corso del 2011, 590 nel 2012 e 801 nel 2013. Le cifre fanno spavento perché parliamo di un paese che si dice civile mentre, alla luce dei respingimenti e delle manovre legali effettuate, mostra tutta la sua grossolana e non partecipabile ottusità, l’inciviltà e la disumanità. Se continuo con i dati si vede che nel Mediterraneo e nell’Atlantico verso le Canarie sono annegate 14.580 persone. Metà delle salme, 8.960, non sono mai state recuperate. Nel Canale di Sicilia tra Libia, Egitto, Tunisia, Malta e Italia le vittime sono 7.065, di cui 5.218 dispersi. Altre 229 persone sono morte navigando dall’Algeria verso la Sardegna. Lungo le rotte che vanno dal Marocco, dall’Algeria, dal Sahara occidentale, dalla Mauritania e dal Senegal alla Spagna, puntando verso le isole Canarie o attraversando lo stretto di Gibilterra, sono morte almeno 4.904 persone di cui 2.463 risultano disperse. Nell’Egeo invece, tra la Turchia e la Grecia, ma anche dall’Egitto alla Grecia e dalla Siria a Cipro hanno perso la vita 1.529 persone, tra i quali si contano 842 dispersi. Infine, nel Mare Adriatico, tra l’Albania, il Montenegro, la Grecia e la Puglia, e nello Ionio tra la Grecia e la Calabria, sono morte almeno 705 persone, delle quali 314 sono disperse. Questi sono sempre dati di Fortress Europe .
    Ma il mare si attraversa anche su traghetti e navi mercantili, accogliendo spesso molte persone, nascoste nella stiva o in qualche container. Questo succede spesso tra la Grecia e l’Italia e le condizioni di sicurezza restano bassissime, molti i morti per soffocamento o annegamento. . Ed è questo ciò di cui il libro s’intesse, ricordando ad ogni passo che la migrazione avviene da un essere all’altro in ogni nascita senza che ancora oggi si sappia chi sia davvero ogni nuovo nato, da dove provenga la nostra specie ed ogni altra che la vita rende possibile attraverso la costruzione mirabile e metamorfica di un corpo che è un corpo continuo, una fibra che nessuno ancora è riuscito a disgregare per trarne il nocciolo essenziale, il fiato o il germe che ci vive tutti. Ci sono pensieri che migrano dentro le nostre teste, passioni che vivono nel nostro sangue e scorrono il corpo ma non ci appartengono, sono nuvole che ci filano e ci sciolgono da qualcuno che non è un io ma un noi per ogni individuo, perché ciascuno è tutti gli altri senza potersene trarre fuori. E non c’è idea, teoria o religione che dica quanto può dire un grammo di polvere che questo pianeta sa trasformare in terra e questa in vita anche attraverso la morte in una migrazione tra un qui e un là che non ci appartengono, eppure sono il nostro continuo viaggio in un mare di marmo perché non un’onda ci lascia a disposizione la risposta alla prima e più antica domanda: chi siamo? E poi alla seguente: da dove veniamo?

    http://cult.veneziepost.it/stories/parolecarta/30602_maremarmo/

  3. MAReMARmo
    è un mare armato
    di sangue amato un mare
    madre di una vita antica
    rema sui rami della memoria
    sul marmo della miseria
    dove errammo

    criptica, la parola raccoglie molte uova in gestazione, proprio perché la parola nasce se noi la ascoltiamo e vediamo cosa altri hanno messo nella sua arca, quel segno d’uomo-uovo che è il sogno an-o-malo, nato dall’albero della specie, malum-malus tra (i) dotti mela, che poi fu frutto del male, perché conoscere produce dolore, ciò che si vede è sempre l’errore, o l’errare alla cui base c’è l’ignoranza.
    Ringrazio Milena, Anna, Nadia, Elina, Anna Maria Curci e tutti coloro che hanno letto questo libro e hanno segnato la loro presenza.
    fernanda

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