DAL CORPO ALLA PAROLA- Marina Minet e Il pasto di legno- Maria Pina Ciancio

carla bedini

carla bedini

.

Ho letto molte volte questo libro e ogni volta lo scopro straordinariamente nuovo, toccante, stimolante. In questa lettura, proverò a concentrami su una traccia, lasciandomi condurre dal respiro dei versi. La poesia de Il pasto di legno nasce oltre che nella testa, nella carne viva e nel corpo. Dentro le ferite e le lotte del corpo, perché è con il corpo che partecipiamo alla realtà, ed è il corpo che fa da intermediario tra noi e il mondo.
Un viaggio dentro i confini femminili ed oscuri dell’anoressia, (malattia fisica e dell’anima) che si contestualizza attraverso infinite rappresentazioni/vissuti che rendono il dolore universale. E qui inizia la storia di Alice e del suo corpo negato e rifiutato,

“Ti sputi fino a non vederti più”
“Non si può sfamare un corpo già sazio”
“A volte ti domandi se ancora abiti un corpo
ingannandolo con un pasto di legno
travasato da bocconi sfamati”

del suo desiderio di diventare “olocausto” di se stessa, come più volte si legge tra i versi “per non essere polpa/ carne meditata al trancio/ in revisione”. Alice (tra le tante) è una delle voci della raccolta e lascia fluire dal proprio corpo percezioni, emozioni e rappresentazioni di sé, senza inibizioni, nè filtri, in un flusso libero, da cui emergono i frammenti dell’inconscio e le macerie di un’anima sempre in guerra con se stessa e con la vita. Una poesia che si espande attraverso i labirinti della mente, per trovare una sua forza in un sovvertimento del linguaggio poetico e delle sue leggi, dove non esiste un ordine preciso, un prima e un dopo, un inizio e una fine “Non serve un inizio in una storia senza fine/ Un principio con una logica selettiva e concreta /E’ assolutamente censurante”. Il linguaggio è spinto fino alla tensione massima, la sintassi è fatta di arditi accostamenti analogici; di echeggiamenti classici, robustezza concettuale e visionarietà evocativa.

Vorrebbe mangiare un sasso per digerire il mondo,
Ingerirlo spesso,
Tagliente,
Indolore.
Senza che le schegge tritate in sacrificio
urtino alcuna parola d’obiezione

Ecco, allora, che il linguaggio si fa “incarnato”. Alice, come Elisa e le altre figure che popolano la raccolta, vive il suo corpo-carne talvolta come estraneo, ombra, involucro vuoto, talvolta come oggetto “E’ ceppo il corpo/ legno affusolato d’ignobili digiuni”, o addirittura “marionetta sdentata” da esibire. Si assiste a una messa a nudo del sé per una riappropriazione del sé, (un nuovo parto) una riconquista della corporeità libera da condizionamenti, preconcetti, ruoli sociali. Per essere come ci si sente, non come gli altri ci vogliono.
In questo libro, il lettore come l’autore, vive la fatica di stare a corpo a corpo con l’angoscia, l’inquietudine e il dolore, che penetra nelle fibre più recondite e capillari del corpo e della mente. Il tutto scandito in proiezioni temporali oscillanti (presenti, passate e future)

Hai innalzato un corpo
Soltanto per donarlo cella ai vermi.
Fine misera d’incassi ai taglialegna
Ideatori d’aperture
Senza affondo né obiezione

Il linguaggio di Marina Minet è rubusto, potente, ricco di spunti, segni, rimandi e sfumature, volte a cercare le inclinazioni e le piegature più giuste per esprimere questo dramma umano e sociale. Si legge e si sente con la testa e con la pancia. Non necessita di troppe spiegazioni o interpretazioni, occorre ascoltare più che capire. Spogliarsi dei propri filtri e preconcetti, per stabilire un contatto, per scoprire che in fondo la storia di quella “parola” ha per Alice, come per tutti noi “un bersaglio da stanare”, un valore salvifico e spirituale.

Sgorgherà lode la parola
Grano sminuzzato la fatica
Gioia da scavare l’ossessione
perché venga la fine dell’inverno e increspi il sole;
la visione inversa per curare semi inariditi da interrare”

Sono i versi di Preludio, la lirica che l’autrice pone tra le prime in apertura e che lasciano tracce e “nozioni” al lettore su come orientarsi tra questi versi, e che a tratti definirei di guerra, di una guerra solitaria, necessaria, perché “nessuno è venuto a strapparmi le mani dal fronte”. Una poesia totale ed assoluta, devota al corpo e alla parola che non si chiude al relativo, ma è ricerca di infinito, di mistero e che sa sperimentare anche una religiosità profonda della tolleranza e del perdono.

Le dita:
devote all’ingordigia dei silenzi
con l’indice sospeso nel perdono
A pezzi, incerte,
rimpatriale segnando tolleranza”.

Maria Pina Ciancio

.

carla bedini

Carla bedini -Desired-constellations-1-95_110_cm

.

Da  Il pasto di legno -2003, (252 versi)

[Fra le spire di un nodo sbrogliato
Legno da intagliare]

Il pasto di legno

(Alice non ha fame.
Unghie lacrimano carne viva.
Capro espiatorio
Di specchi fantasma,
Rabbia le muore
Fra costole scontente)
È di carne che sei avvolta.
Lo ripeti all’infinito

In consapevole visione
Di cieli rannuvolati sotto sabbie mobili –
Parlando con te stessa
Dopo aver finito l’ennesimo pasto di legno:
L’equivalenza della tua nuova abitazione
Chissà, perché,
Quando fissi lo specchio
Hai la sensazione di squartarti il ventre.
Te lo chiedi
E decidi che è meglio così.
Ancora una volta
Lo infrangi in mille pezzi.

Rinnegandoti.
Madre e figlia delle tue opinioni.
E niente bussa a voltarti alla meta
Neanche un Re che al bacio ozioso
Si defilerà al rigetto
Le tue idee:
Sale su labbra arse.
Ci sprofondi
Mentre gli occhi – fissi –
Alla base delle caviglie
Seccano un rosario di sale annacquato.
– Pasto che genera pasto
Conservando abiti per stagioni immaginarie –
(L’illusione quando nasce
Compera sicurezza
E s’ingozza d’occhi attenti a ogni cambiamento)
Ieri – era l’istante in profusione;
Mare:
Levità in ricalco a rotazione.
Com’era la metamorfosi iniziale.
Il blu opalino che nelle orme già ti concepiva al peso.
E la marea…
Che ne è stato di quella carestia
E delle foci ingorde allattate al vento
Bilanciate nei silenzi.
E della premura per l’instabilità inclinata
Al punto fisso in mulinello.
Che ne è stato poi…
Già ti coordinava nel disgusto.

– Ed era solo magnificenza relativa –
L’evolversi era intenzione
Come il pallore del ventre
Sotto l’assedio del sole.
Ed era malinteso l’assenza nei fondali
Spingendoti senza trainare
Lo schiaffo del mestruo digerito male.
E il mare deglutì l’ascesa
Cullato all’impotenza prima
Del sipario
Nell’epoca ignara all’indulgenza.
La fenditura eclisse era casuale
Come l’espressione
Dello zigomo invasore degli adulti –
Un’imbastitura sul corpo:
Lo sguardo.
Una sequenza di piattole, cominciò a impossessarsi delle tue difese.

“Mamma, pensi che io sia bella?”
“Certo. Sei la bambina più bella del mondo”
“Mamma, non sono più una bambina.
Lo dici per farmi piacere. Lo so”
“Per me – resterai sempre la più bella del mondo”
Sei il mare della sera,
Alice.
Addormenti luci al crepuscolo e adorni albe nitide.
“Ragazzi – indovinate chi arriva da occuparci il muretto.
Alice!
Avete mai visto un cocomero?
Alice!
Eccolo – credo che stia arrivando”
[E il sole fuggì a inquinare.
Il primo veleno le recise i polsi in una verità manipolata e
Sangue a fiotti
Perse annata buona]
(Il guardiano della grazia è ghiotto di soffitti immobili.
Tu ad accontentarlo

Osservi;
Trattieni lo sguardo
Tenendoti stretta
Agli angoli perimetrali degli inganni)

Alice, odiava schemi e procreatori.
Le regole,
La moda
E l’instabilità.
Alice, assegnava un nome a tutto
E divenne ventre immaginario d’ideali:
(…)
(da Il pasto di legno, versi 1-94)

**

.

il pasto di legno

Marina Minet, Il pasto di legno, Poetilandia 2009

5 Comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.