Serenella Gatti Linares- LO APPOGGI PURE LI’…

cristina troufa

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“Venga più vicino, ecco, bene, lo appoggi pure lì…”. Non ci vedo bene né da lontano né da vicino, però quando il fattorino si è accostato, l’ho messo a fuoco e ho capito che si trattava proprio del pacco ordinato da tempo. Ho aperto il cancelletto, ho pagato, l’ho fatto mettere in un angolo della stanza, ho richiuso. Oggi giorno la prudenza non è mai troppa. L’ho scartato: un casco, proprio un casco per capelli da signora anni ’50. Chissà se finalmente Manuel si affezionerà al corso che sta frequentando, se riuscirà a trovare la propria strada.
Mi preoccupa quel ragazzo. Ha soltanto diciassette anni, d’accordo, ma sarebbe ora che si desse una mossa. Suo padre ha affidato a me questo gravoso compito. Ho solamente il diploma magistrale e non ho mai lavorato fuori casa, però mi sarebbe piaciuto che mio figlio intraprendesse una via più culturale. Comunque, adesso l’ho iscritto ad una scuola per parrucchieri. Speriamo bene, che non molli. Sono disposta a tutto per aiutarlo, anche a farmi mettere sotto il casco con i bigodini o a farmi tingere i capelli di tutti i colori o a farmeli bruciare dalla permanente.
E’ così indolente Manuel, si stanca subito di tutto. Cosa avrà per la testa, a parte i capelli tinti di colori assurdi?

Mia madre non capisce un cazzo, ma non solo lei. Tutti gli adulti. Stupidi e ipocriti. Ora, ad esempio, il direttore di questa scuola, ma che cacchio vuole da me? Non spiega niente e pretende che io sappia già fare tutto. Non sono mica nato già “imparato”. Mi dà da fare sempre i lavori più difficili. Ce l’ha con me. Oggi, ad esempio: ristrutturazione del capello. Ma che diavolo è? Bagna, pennella, metti il prodotto, lava, districa, spruzza, ammorbidisci, asciuga, piastra, taglia… che altro vuole? Non sono mica una donna che di ‘ste cose se ne intende naturalmente. Sono molto alto e mi viene mal di schiena a chinarmi sulla modella di turno, che non le va mai pari. Bisogna stare sempre in piedi. Per fortuna, ci sono delle gran belle ragazze fra le colleghe. Cercano di aiutarmi e forse riuscirò a farmene una per la mia prima esperienza.
Una cliente, mentre le davo la tinta, macchiando tutta la maglietta, mi ha parlato di, mi pare, Paolo Pisolini e Vergine Vulf… ma chi sono costoro? Io quasi quasi mi auguro che mi venga un’allergia al colore, così mi tolgo da ‘sta scuola del cazzo, dove non s’impara nulla. Prima, però, mi faccio tingere i capelli di verde, ma proprio verde-verde.

Eppure è un bel ragazzo, magro e slanciato. A suo modo tenero e affettuoso. Non mi piace quel verde pisello che si è fatto in testa, ma il suo sguardo è il solito: scuro, timido, sfuggente. Manuel si guarda intorno come se chiedesse sempre aiuto a qualcuno. Con la bocca un po’ semiaperta, come da bambino.
“Venga più vicino, ecco, bene, lo appoggi pure lì…”. Mi è toccato ripetere queste frasi per il blocco di marmo deposto in un angolo del salotto. Manuel ha scoperto di avere un’allergia alle tinture chimiche. Le sue mani si sono ricoperte di vesciche e le ultime magliette erano sporche di rosso, al punto di sembrare quelle di un macellaio. Sopra i jeans strappati al ginocchio e le scarpe da ginnastica bianche dai lacci multicolori. E’ così sulle nuvole, Manuel, va a zonzo con aria svagata. Forse si è innamorato.
Comunque, ora è nel suo periodo artistico, con mia soddisfazione. Se ne sta in soffitta per ore a sbozzare il marmo, come un novello Michelangelo. E’ stata una mia idea. In fondo, ha sempre avuto una buona manualità. Chissà se vorrà ritrarmi?

Non riesco proprio a capire mia madre con le sue manie dell’arte (secondo lei, “salva la vita”: che vorrà poi dire?) che non è che uno vuole l’arte e zac… l’arte arriva pronta pronta. Sto ore con lo scalpello in mano, col pericolo che qualche scheggia di marmo mi si conficchi in un occhio. Ma da quel maledetto blocco bianco non viene fuori un cavolo. Non sono mica Michelangelo, ma so bene chi era. Uno che è stato dieci anni steso su un’impalcatura col naso in su a dipingere, con l’aiuto di numerosi garzoni che ogni tanto si faceva.

Mi è toccato ripeterlo:”Venga più vicino, ecco, bene, lo appoggi pure lì…”. I fattorini sono gentili, e io pure. E Manuel? Sembra così tormentato quel ragazzo. Fa fatica a tirare fuori le parole. Non che abbia un vocabolario ricco. Non ha voluto studiare oltre la licenza media. Forse per fare rabbia a me che sono fissata con la cultura. Comunque, stavolta si è gettato sulla musica. Il sassofono è stato nell’angolo della sua camera luccicante e solitario. Poi Manuel si è messo a soffiargli dentro. Gli ho pagato delle lezioni. Di giorno in giorno è migliorato, anche se i vicini non erano soddisfatti dei suoi esercizi notturni stonati.
Ma non è durata molto neanche questa. Manuel ha detto che non voleva stare confinato in cantina, che non aveva più aria nei polmoni. Sarà perché fuma di nascosto sigarette o spinelli. O ambedue.
In seguito mi è toccato dire, aguzzando la vista: “Lo appoggi pure lì…”, una volta per un’enorme forma di parmigiano (speravo che Manuel si appassionasse alla cucina). Una volta per un armamentario per fabbricare il sapone in casa e poi venderlo. Un’altra per creare candele e un’altra ancora per riparare orologi… Ma niente fa fare. Ogni volta Manuel ha trovato una scusa. Che diavolo ha in testa quel benedetto ragazzo? In cosa ho sbagliato?

Mia madre rompe il cazzo sempre di più. E’ fuori di testa. Mio padre è inesistente. Non capiscono che voglio cercare e trovare la mia strada da solo. Che voglio essere me stesso. Che è difficile avere diciassette anni. Che oggi non c’è nessuna speranza, nessun sogno realizzabile per noi giovani… Me ne inventerò uno tutto per me, tutto mio, cazzo, devo fare in fretta. Me ne inventerò uno da solo, devo farcela. Ce la farò.

 

 

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