NELLA CRUNA DI UNA TESI CON…Ilena Ambrosio- Intervista di Anna Maria Farabbi

pier toffoletti

pier toffoletti.

“Lessico leopardiano: Magnanimità” LESSICO LEOPARDIANO: MAGNANIMITA'”
Laureanda Ilena Ambrosio
Docente relatrice  Prof.ssa Novella Bellucci
Docente correlatore Prof. Franco D’Intino

Università della Sapienza di Roma

Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di laurea magistrale in Letteratura e lingua. Studi italiani ed europei
Anno Accademico 2012/2013

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Intervistando Ilena Ambrosio, esploriamo ancora una volta l’opera grande di Giacomo Leopardi, fulcro nevralgico della nostra cultura e della contemporaneità. La parola magnanimità è la chiave di accesso al viaggio.

La sua tesi nasce nell’ambito della ricerca condotta dall’università “La Sapienza” intorno al lessico leopardiano, diretta dalla Prof.ssa Novella Bellucci e dal Prof. Franco D’Intino. Come afferma nella sua introduzione, alla base di questo complesso progetto vi è la certezza che Leopardi costituisca un caso eccezionale di proprietà di linguaggio, ma soprattutto che la sua sia una vera e propria “lingua personale.

Affermare che Giacomo Leopardi ha elaborato un linguaggio del tutto personale significa prendere atto che le parole utilizzate da questo immenso autore possiedono un bagaglio semantico unico e originale, che, potremmo dire, va oltre quello registrato in un dizionario della lingua italiana. Ogni singolo lemma in Leopardi possiede una stratificazione di significati del tutto particolare, una serie di livelli riferenti alle letture dell’autore, ai suoi studi e, soprattutto, alla sua riflessione personale: un insieme di sensi che quella data parola ha solo e soltanto nel contesto dell’opera leopardiana e che la rende l’unica possibile scelta lessicale in un dato contesto. Un esempio lampante potrebbe essere quello di “natura”: la natura in Leopardi non è semplicemente l’insieme degli elementi naturali o, a livello individuale, l’indole di un uomo; dire “natura”, riferendosi al pensiero di Leopardi, significa chiamare in causa una lunga e articolatissima riflessione che ne fa (semplificando all’estremo) prima la zona felice dell’età primordiale dell’uomo e poi una madre perversa e indifferente alle sofferenze delle sue creature; e quando, leggendo Leopardi, si incontra la parola “natura” non si può non tenere conto di tutto questo. D’altro canto, ciò implica che la scelta delle parole è per l’autore assolutamente causale, che un dato lemma non potrebbe mai essere sostituito da un altro.

Quale utilità ha, di questi tempi, dare ancora centralità all’opera e alla poetica di Leopardi? Quale contributo potente Leopardi può recare a un lettore o a uno scrittore o poeta contemporaneo?
Credo che la mia esperienza personale possa dare una risposta abbastanza chiara a questa domanda. Devo confessare che all’inizio del mio percorso universitario non avrei mai pensato di potermi accostare a uno studio approfondito dell’opera leopardiana; ero decisamente ancora schiava del luogo comune che fa di Leopardi un pessimista cronico, tutto chiuso nella sua solitudine e irrimediabilmente influenzato dai suoi problemi fisici; d’altra parte consideravo estremamente banale e scontato preparare una tesi di laurea in Lettere su Giacomo Leopardi. Chiaramente ho poi cambiato idea: la lettura dello Zibaldone mi ha spalancato le porte del mondo interiore di un uomo eccezionale, la cui unicità nel panorama della letteratura sta proprio nel suo essere un pensatore “all’avanguardia”, capace di toccare tematiche e di prefigurare scenari che sono propri della modernità, di descrivere situazioni sociali, esistenziali, persino politiche che tutti i giorni noi abbiamo davanti agli occhi ed esperiamo. Ma ancora di più credo che potremmo attribuire alla riflessione leopardiana un valore “universale”: il costante e continuo interrogarsi sulla natura umana, sul desiderio della felicità, sull’esistenza, rende questo autore capace di affrontare questioni intorno alle quali l’uomo si interroga da sempre e per sempre lo farà. Per questo chiunque legga Leopardi, anche a distanza di secoli, potrà ritrovare sé stesso in quanto essere umano.

Il perno tematico della sua ricerca è la parola magnanimità. Ha suddiviso l’opera, distinguendo la sua interpretazione in varie fasi storiche e culturali: quella pagana e quella cristiana, sempre tenendo conto dell’origine del lemma. Nell’arco della fase pagana, la parola magnanimità ha avuto contaminazioni, trasformazioni, innesti, dovuti a filosofi (in particolare Platone, Aristotele e gli Stoici), uomini d’azione e politici. E’ molto interessante individuare, allora, la straordinaria energia dei poeti, quali Ennio, Plauto. Lucrezio, Catullo e Virgilio che, attraverso due tre secoli, daranno un notevole apporto al conio della parola. Può spiegare?
Per comprendere l’influenza che i poeti possano aver avuto nel definire il concetto di “magnanimità” bisogna certamente tener conto che la poesia non si collocava in una zona di nicchia della cultura: i poemi eroici, così come le commedie e le tragedie, erano, nell’antichità, fruiti dal vasto pubblico e, di conseguenza, si assumevano il compito di fondare idee e ideali, di proporre modi di pensare, exempla da seguire. In quest’ottica, dunque, è ovvio che la concezione corrente della grandezza d’animo comunemente condivisa (diversa da quella che sarà poi della filosofia), fosse quella che si incarna nel modello del magnanimo/eroe, dell’uomo virtuoso e coraggioso, dell’eroe omerico, insomma, la cui immagine è ricorrente, appunto, proprio in ambito poetico. È specificamente ai poeti che va attribuita la fondazione e poi la diffusione di tale modello.

Ritiene che, anche ai nostri giorni, i poeti abbiano la qualità di incidere nella vita della propria lingua al punto da orientare significativamente l’intera società di cui fanno parte?
Nella precedente risposta ho tenuto a sottolineare la condizione particolare della poesia antica, la capacità di essere parte integrante della vita morale della collettività, della formazione dei principi su cui essa si fonda. Una condizione, questa, che certamente resta intatta per secoli; basti pensare al Risorgimento e all’immenso corpus di componimenti poetici che potremmo considerare veri e propri manifesti propagandistici fruiti da un vastissimo pubblico. Nel presente, invece, non credo che la poesia abbia ancora questa funzione: da un lato per il sopravvento di altre (e purtroppo spesso affatto nobili) forme comunicative; dall’altro, però, anche per la tendenza che i poeti, dal primo Novecento in poi, hanno sviluppato a ritirarsi in una nicchia, quasi assecondando l’emarginazione cui erano costretti. Potremmo dire che i poeti moderni sono oramai altri, i cantautori ad esempio, ma anche in quel caso non è più la maggioranza a farne proprio il messaggio.

Nei capitoli dedicati alla fase cristiana, dentro cui emergono le interpretazioni di Clemente d’Alessandria, Origene, dei Padri ella Chiesa, di San Tommaso d’Aquino, lei indica la confusione tra vocabolario biblico e vocabolario latino e, di conseguenza, tra virtù pagane e virtù cristiane al punto da rovesciarne completamente il significato. Riporto un estratto della sua tesi
“… nel mondo antico alla magnanimità dei filosofi, espressa dal disprezzo del mondo, si oppose quella dei politici, aspirante alla conquista del mondo, nel mondo cristiano all’ideale – generato dalla “manipolazione” del disprezzo stoico – della rinuncia al mondo si aggiunge, per completare l’idea di magnanimità – quindi non in opposizione –, la prospettiva di una conquista non del mondo bensì di Dio.”

Può con altre parole descrivere questo eccezionale capovolgimento linguistico e culturale?
La trasposizione in ambito cristiano delle virtù pagane generò senza dubbio un mutamento che era inevitabile se si considerano i diversi elementi posti in gioco dalle due rispettive filosofie: in quella pagana abbiamo l’uomo che si rapporta al mondo, un’entità che, per quanto incontrollabile, è comunque pari a lui; nella dimensione cristiana invece si trattava di regolare il rapporto tra l’uomo e Dio, tra la creatura e il suo creatore. Questa fondamentale differenza ha fatto sì che l’idea della grandezza d’animo elaborata dai filosofi pagani si rovesciasse totalmente di segno. Per Aristotele, per gli Stoici la magnanimità indicava una qualità puramente e integralmente umana, una forza sulla quale l’individuo poteva sempre contare perché sua propria, uno slancio che, rendendolo consapevole della propria superiorità, gli permetteva di guardare con spregio tutto ciò che non si confaceva ad essa, e di aspirare solo alle cose che, al contrario, gli erano pari. Il magnanimo pagano era, insomma, un uomo prima di tutto consapevole di sé e della propria grandezza, e che su questa consapevolezza fondava tutta la propria esistenza. Con il cristianesimo, invece, la magnanimità si trasforma in una qualità divina: la forza che l’uomo possiede non gli viene dalla propria natura ma unicamente da Dio; non solo, l’uomo utilizzerà tale forza non più per imporsi nel mondo, per vivere da uomo aspirando a cose umane, bensì per rinunciare al mondo, per rinnegare persino sé stesso e donarsi totalmente a un’entità che è divina, riconoscendo grandezza e superiorità solo e unicamente in essa. L’unica forma di grandezza che il cristiano potrà dimostrare sarà, dunque, quella dell’umiltà, della sottomissione volontaria, della mortificazione della propria natura di uomo a vantaggio di un essere che è divino, estraneo al mondo. È evidente che è lo stesso perno della magnanimità pagana, la grandezza dell’uomo, a venire eliminato.

Lei dedica un capitolo alla parola magnanimità analizzando tutta l’opera leopardiana, perfino tenendo conto dell’epistolario. Le chiedo se Leopardi nel corso del suo pensiero e della sua ricerca espressiva ha mutato, nel corso degli anni, il suo rapporto con questa parola. E, con sintesi, ci può riportare il significato profondo che lui intende maggiormente.
Leopardi mette in atto, principalmente nello Zibaldone, un lavorio continuo sulle parole e sul loro significato, il che gli permette di creare quel linguaggio personale di cui parlavamo all’inizio. Ciò vale ovviamente anche per “magnanimità”. La principale causa delle oscillazioni cui il concetto è sottoposto è da individuare nel corto circuito che si verifica tra la concezione classica e poi cristiana del magnanimo e la sensibilità moderna con la quale Leopardi si accosta a essa. In altre parole Leopardi parte certamente dall’idea veicolata dai poeti di un eroe forte e vigoroso e, d’altra parte, risulta influenzato anche dalla filosofia stoica e dal cristianesimo, ma tutti questi elementi vengono rielaborati alla luce della sua personale riflessione sull’esistenza umana, in particolare sul male che è le connaturato. Elaborare il significato di una lemma manipolando tutte queste differenti componenti implica necessariamente dei mutamenti che, lungi da condurre a contraddizioni, credo vadano letti come diverse fasi di un percorso progressivo il cui punto d’arrivo corrisponde all’ultima parola di Leopardi sulla magnanimità. Personalmente ho individuato questa posizione definitiva nella Ginestra dove la grandezza d’animo si impone definitivamente come la capacità dell’uomo di prendere coscienza e consapevolezza della propria natura, di essere inevitabilmente destinato a soffrire proprio perché uomo; ma ora, diversamente dal passato, questa consapevolezza non si traduce né in una lotta forsennata, ma destinata al fallimento, contro la necessità del mate (la variante leopardiana dell’eroe omerico), né in una vile sottomissione a esso (ciò che Leopardi legge nel cristianesimo), bensì in una piena accettazione di quel destino (come insegna lo stoicismo) cui si accompagna una nuova fratellanza con gli altri esseri umani in virtù del loro essere costretti alla medesima sorte.

Un lavoro di ricerca come il suo, impegnativo e vasto, quale frutto ha recato a lei e quale potrebbe portare a un lettore?
Senza dubbio affrontare un lavoro di tale portata mi ha permesso di approfondire argomenti di estremo interesse, come la filosofia antica e la teologia cristiana. Ma al di là di questo è stato lo stesso metodo di lavoro a risultare estremamente fruttuoso. Accostarsi a un autore come Leopardi tramite il filtro di un singolo lemma ha significato, da un lato, poter scandagliare fino alle minime parti la sua opera, ma, allo stesso tempo, avere una prospettiva generale dalla quale osservarla tutta e, in qualche modo (benché credo sia impossibile) contenerla. E questo vantaggio potrebbe essere sfruttato anche da chi legge un lavoro impostato in direzione lessicale: Leopardi considerava la parola il corpo del pensiero, ciò che da concretezza al pensiero; le parole allora sono chiavi di lettura, corsie preferenziali che immettono direttamente dentro l’opera e il pensiero di un autore; affidarsi a esse, lasciarsi guidare da esse non può che essere vantaggioso per la comprensione.

Quale altra parola ritiene che potrebbe essere davvero interessante approfondire dando lo stesso taglio della sua tesi?
Il mio lavoro, come già detto, si inserisce in un più ampio progetto di lessico leopardiano volto proprio a individuare e approfondire le parole che nel corpus di Leopardi hanno un peso specifico fondamentale. Tra queste ritengo che sia di estremo interesse l’indagine svolta intorno a “natura” e “male”, due termini i cui significati sono talmente vasti e articolati in Leopardi, da offrire la possibilità di una visuale quasi onnicomprensiva della sua opera; ma anche una parola più “circoscritta” – se mai possa esistere un concetto realmente circoscritto nel magma del pensiero leopardiano – come “barbarie” credo possa dare interessanti spunti di riflessione. Si tratta di termini che implicano risvolti prevalentemente filosofici e morali; su un versante che, invece, chiama in causa anche molta poesia ritengo estremamente affascinante l’analisi di “rimembranza/ricordanza”.

Quali sono i suoi progetti futuri, aspirazioni, impegni? 
Di certo continuerò a collaborare con Novella Bellucci e Franco D’Intino nell’ambito della ricerca lessicale la quale proseguirà con pubblicazioni di volumi e, presto, con una piattaforma on line. È un progetto ch mi ha dato tanto, che mi ha fatto scoprire e conoscere un autore immenso e del quale sono onorata di far parte. Per il resto il mio desiderio sarebbe quello di lavorare nel mondo dell’editoria come redattrice o in ambito giornalistico occupandomi di cultura. Purtroppo se il momento storico non è semplice per nessuno, l’editoria è senza dubbio un campo fortemente svantaggiato e le prospettive non sono delle più rosee; cerco, perciò, di essere aperta a qualsiasi possibilità, a imboccare qualunque strada mi permetta in qualche modo di coltivare la mia passione e di sfruttare il bagaglio culturale che con fatica e impegno (ma anche piacere, ovviamente) ho costruito in questi anni.
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anna maria farabbi

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