Milena Nicolini: VI RACCONTO UN LIBRO …più due

anglada camarasa

anglada camarasa 0.

Alberto Cappi nasce a Revere (MN) nel 1940. Non è più con noi dal 2009. Poeta, traduttore, critico, saggista, redattore di riviste, curatore di editoria, ha pubblicato moltissimi testi, di cui qui si ricorderanno solo i principali.
Poesia:
Passo passo(Fi 1965), Alfabeto (Mi 1973), 7 (To 1976), Mapa (Mn 1980), Per versioni (Mi 1984), Casa delle forme (Ud 1992),Piccoli dei (Faenza 1994), Il sereno untore (Lt 1997), Quaderno mantovano (Mn 1999), Quattro canti (Faenza 2000), Visitazioni (Ascoli Piceno 2001), Libro di terra (Civitanova Marche 2003), La casa del custode (Bo 2004), La bontà animale (faenza 2006). Tutte queste raccolte sono riproposte integralmente nell’antologia ‘Poesie 1973-2006’, a cura di Mauro Ferrari, Format, puntoacapo, Novi Ligure(Al), 2009. Il modello del mondo, pubblicato con Marietti nel 2008, ha vinto il premio Luzi 2009. Bordertime, uscito postumo con Il ponte del sale, Rovigo 2010, è stato comunque ordinato e composto dall’autore. Sue poesie sono presenti in antologie italiane e straniere.
Saggistica:
Il testo e il viaggio(Mn 1977), Materiali per un frammento (Ud 1989), Linguistica e semiologia (To 1984) Materiali per una voce (Grottammare 1995), In atto di poesia (Na 1997), Materiali per un’arca (Bo 1998), Il luogo del verso (Yale 1998), Il passo di Euridice (Mi 1999), Libro di poche pagine (Bo 2002)
Ha tradotto opere di:
Juan Liscano, Alain Jouffroy, Florbela Espanca, Ernesto Cardenal, Carlos Franqui, Dulce Chacòn, Raùl Zurita
Ha curato le antologie:
Tutti li miei pensier parlan d’amore (Mi 1988), L’acqua di Manto (Ud 1989), And lovely is the rose (Mi 1990), A las cinco de la tarde (Mi 1993), Mamanto (Mn 1994), Parole nella leggenda (Mn 1997), Une sorcière blonde (Mn 1999), L’occhio e il cuore (Mn 2000), Il canto sotto la bruma (Mn 2001) La voce che ci parla (Mn 2005).
E’ stato redattore delle riviste: Quaderno, Steve, Testuale, Tracce; ha collaborato con Poesia, testo a fronte, La clessidra, Il Verri, Hebenon e molte altre straniere. Ha curato diverse collane di poesia ed ha tenuto rubriche letterarie su vari giornali.

Per fortuna, di un grande poeta, anche se non è più con noi, non si dice “è stato un grande poeta”, perché la poesia è sempre poesia al presente. Un ‘presente’ non fuori dal tempo, ma ‘bordertime’, come Alberto ha intitolato il libro che sarebbe uscito dopo di lui, che io leggo orlodeltempo e mi permetto di interpretare come tempoluogo di mezzo, ‘di mezzo’, cioè che sta tra: l’effimero ‘hic et nunc’, quello costeggiato dall’illusorio respiro di passato e futuro, da una parte, e l’atemporalità del ‘sempre’ dall’altra.
“Fiamma nel nulla”(1), è l’ossimoro duro con cui Alberto chiude il suo, secondo l’ordine editoriale, ultimo verso. Ma nel contrasto non vince il ‘nulla’: la ‘fiamma’ illumina, si muove e fa spazio, riempie il vuoto, perché la poesia è “canto immisurabile del/dono luce” (2); è “fiamma antica” che “chiama”, è “il/suono stesso della vita” (3).

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Quando lassù il cielo non aveva nome/e quaggiù la forma non era pronunciata con parola, narra Enuma Eliš nell’arcaica Babilonia. Il nome, che sempre è l’origine, risveglia nelle cose il loro segreto mormorio.

da Arnia 2005

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quasi radice o cielo
di che si cade un giorno
intorno al limitare
o questo mio mirare
di che si dice o tace
da Casa delle Forme, in l imitazioni, 1992

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questo
che ritorci uomo perché ne paghi morte
questo
dirò abiterò i tuoi occhi per scolpire il giorno
allora
raccontavo microfiaba parole in agguato
allora

da Alfabeto, 1973

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madre dell’ulivo e del mare
di quanti
nel manticolore mondo
furtivo isola il sole
madre del suono e del sono
del sogno profondo
dell’uomo
madre a cui rema l’incanto
e intanto
antro d’arena

da Il sereno untore, luci, 1997

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anglada camarasa

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La poesia, se “ruba…/il dritto verso delle cose”, anche lo “rode… e tarpa”(2). Alberto ha un senso alto del lavoro sulla parola, che è scavo etimologico, ricerca archetipica, ascolto metafisico: “spezza la tua parola/come non vuota/sostanza/dividi creta e moto/dalla danza/ che inciela il fuoco”(4). Gioco di impasto, dentro al corpo-suono delle parole, gioco di rime, assonanze, allitterazioni, anagrammi, scambi, antipodi, paronomasie, sciarade; e invenzioni, ritrovamenti di semi per un diverso significare: “carità del lupo carnità del dono”(5); “tra messi e mesi/senza pioggia/vicino già vicino/a sorte e a morte”(6). Anche se sembra un gioco divertente, non deve essere scambiato per facile o banale, perchè “come Omero rammendo/cose che non conosco” (7). La poesia, infatti, può sfiorare e svelare sensi e luoghi nascosti dell’umano, ma anche sensi e luoghi ulteriori all’orlo e all’uomo. Ad ogni orchestrazione dei suoni si allarga una stecca del ventaglio dei possibili significati, scoprendo e creando relazioni diverse nello stare dentro il mondo: “ritmando e poetando/siamo tornati ad amare”(8). Senza, però, mai pretendere trascendimenti orfici e vaticini sibillini. Ironicamente Alberto si colloca a metà tra lo ‘squittìo’ della scimmia e il divertito incantamento del mago. Ma è consapevole della potenza originaria, materica della parola, che da fiato-respiro si fa voce che dice dell’inizio, dell’ascendenza alla madre, a Dio.

 

valentina
tartaruga
va lentina
tarda riga
sulla cruna
della brina
levantina
lieve rima

da Casa delle forme, nomi, 1992

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in questo squittìo di scimmia
abbandonata sulla strada
di cane nero o gatto che tra
versa il buon cammino d’un
organino che manca all’angolo del
canto io sosto scrivo incanto

da La bontà animale, Lo squittìo della scimmia, 2006

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La Parca perduta alle sorelle resta
col gomitolo del giorno nella mano.
Che fare del filo? Come articolare la
parola della morte? La sorte ha voluto
che ancor prima della rinascita la
vita sia fuggita. Rimane l’illusione,
remare contro il tempo. Saremo ombre
sulla riva del canale che la città
divide, fronde dell’albero caduto e
muto niente. (Sapete? La poesia non
cela: rivela).

da Bordertime, 2010

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fate le vostre parole
come lontani suoni
dalla bocca del Dio
e state
mentre l’ora scocca
al tono
del suo ritorno
nello stupore del verso
quale oggetto perso
tra le càrole e il dono
da Visitazioni, 2001

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dove venne il vento
il vento seminò sibilanti serpi
sui sentieri del sonno e del sogno
dove venne l’uomo e disse
sia detta aurora la prima
ora del tempo
benedetto sia il mattino
dove bambino colsi
alle cose il senso

da Quattro canti, secondo canto del vento, 2000

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narrami in te
nel ratto della soglia
nella parola
che è tratta a Dio

io ero io
un taglio sul leggio

 Quaderno mantovano, a Italo Lanfredini, 1999

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proteggi la mia parola
come luce accesa
nella mano

proteggi la tua parola
in alleanza
al dono

proteggi il vano
segno
della resa

proteggi il dove
il come
il canto dell’attesa

da Quattro canti, punti, 2000

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anglada camarasa

Anglada-Camarasa - Almendros en Flor 2 (Blossoming almond trees)..

La poesia può spingersi al di là dell’apparente limite umano, oltre il confine, perchè l’uomo stesso, con la parola, è confine. Perchè la parola segna col nome, come un marchio sacro, qualcosa di irriducibile a qualsiasi qualcos’altro, e misteriosamente ne sottintende un qualche senso e un qualche fine, nel grande quadro dell’essere. Alberto scrive di questo, ma è meglio dire: scrive questo, cioè dice / fa emergere dal nebuloso / dichiara questa condizione dell’umano, a volte in versi che sembrano, che sono oracolari: si veda, ad esempio, la profondissima voce del ‘custode’ in “La casa del custode”, o quella splendida multivocalità, che nei quattro tempi di Apocalisse, in “Per versioni”, dice come davvero attraversando i tempi e i sensi e i sovrasensi dell’umano, proprio nel momento più terribile dell’annientamento, dell’apocalisse, cioè della fine di tutto, appunto:
lo nome mio
lo nome mio
dal vento
che la locusta ara
lo nome mio ch’intesi
nel tempo
che il sigillo gira
resi
tra il pozzo e l’ira
la frusta
il prezzo asciuga
vara
l’argilla riga
che il segno mio
che il segno mio lo fuga

*

k’eo deveva
k’eo deveva
la vampa
che il corpo sgrana
k’eo deveva perir
la voce
che il fiume svena
morsi
del corno il lume
la rupe
il fuoco spreme
drena
la bocca rena
che il seno pur
che il seno pur si spegne

*

s’ei posson dentro
s’ei posson dentro
nell’ora
che il ratto torna
s’ei posson dentro far
l’arma
che il cielo forma
presi
dal gelo il remo
la forca
l’osso schioda
rode
la trama inorma
lo dulce lamentar
lo dulce
la

*

colui che giacque
colui che giacque
per acqua
lenta o loto
colui che giacque inviso
per lama
tempo o fuoco tacqui
del morbo il riso
la mola
mano tenta
persa
la serpe invano
secca la notte
se

da Per versioni, Apocalisse, I,II,III,IV, 1984.

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anglada camarasa

anglada camarasa 7.

La poesia abita il confine, ponte di “sdrucciole parole” (9) che continuamente viene proteso sul cañon del bordo che separa la vita dell’uomo dall’oltre. A volte “accade che scintilli l’orizzonte/dal ponte” (10), e altre volte: “schiaffi d’orizzonte/il cuore in gola un ponte/… ti nega traversata” (11). Per passare di là da questo ponte di “umide radici”, si chiede a volte un transito al taxi di Caronte; oppure ci si aggrappa ai lampi di luce di “una manciata di lucciole opache” (9), che hanno “volato/ sul passo tra la terra e il cielo” (12). Cercare di attraversare è come “scagliare” il “dardo … verso il cielo” (13), freccia di domande. Le domande sono quasi l’ unico modo possibile per superare la frattura. A volte, però, in certi testi, capita di sentirsi già di là, o come veggenti al sommo del ponte, anche se i segni che vengono tangibilmente recepiti, toccati, e rimandati indietro, restano indecifrabili: “Dove va la poesia? O piuttosto, qual è il suo gesto: dare o ricevere? Noi crediamo che sia il luogo dell’ospitalità per esserlo dell’attesa. Un sostare sulla soglia. Paziente, perché il vissuto bussi a chiedere forma, perché l’universo si componga e s’allontani lasciando tracce per il segno… Accogliere il divino e l’umano, i semi animali, minerali, vegetali, l’urto della storia …” (14). “La ferita è sapienza, bocca del corpo,/uscita del pensiero che la ferma al/ porto del pianto. La ferita è il bordo/cui giungemmo per aggrapparci al sogno.”(15)

La paura traccia graffiti
sul muro del tempo. Passa
un taxi tra le umide radici
del ponte. –Ehi, mi porterai
al confine dove giocano gli
oracoli? –
Sera è bombardata di stelle.
Pioggia: acqua fine del canto

da Bordertime, 2010

**
La pagina del cielo
graffiata dal lampo.

Senza veli
la nudità del Dio.

Tu sei il nome.
Il segno
non ha scampo.

da Il modello del mondo, Calendario, 2008

**

Come acqua di cielo su
acque di mare apre i sentieri
alle correnti, il tuo Nome
àncora il vento e le nubi
sposta la luna. Resta
dei tempi il suono, una
linea di confine, l’uomo.

da Il modello del mondo, In tuo nome, 2008

**

cosa farò della visitazione
madre
che entri in sogno e dici “attento
alla frizione”?
Sarà presto? No. Io che sono
abituato all’infinito della vita
nella mia smarrita età
mi desto nel perdono.

da Visitazioni, 2001

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anglada camarasa

Anglada Camarasa  11

La sapienza della poesia non porta certezze, altrimenti il rischio sarebbe: “ora che sai anche la bocca è muta” (16). Non c’è la pretesa di afferrare verità definitive, perchè “Il/sigillo è del domani.”(17), dice Alberto, in movimento –io credo intenda – più che semplicemente spostato in una statica epifania futura. Il dubbio è essenziale all’ “erranza” della “scrittura”, perché possa ridire le “voci che qua e là” sono del cielo e della terra, “del testo, del Dio, degli umani” (18). Della vita.
Anche se il dubbio è doloroso e pericolosamente contiguo alla disperazione, però in poesia esso può anche aprirsi a inattese scoperte, per quello sventagliarsi della parola in tanti significati, che si fa molteplicità di prospettive, avventura conoscitiva, sapienza in movimento e non ingannevole. La conoscenza ha bisogno di domande (la loro “sete”, il loro “silenzio”, la loro profonda “cavità”) e le domande si fondano necessariamente sul dubbio:
“Chi sono?” (9), “Io, dove sono?” (19), “Servirà tessere i sogni?” (20), “che mano ruba/il nostro istante?” (21), “Come articolare la/ parola della morte?” (22), “Lazzaro, perché non esci?” (23), “(dove sarà il mio cielo/…/ il quando il come il vieni?)”(24), “dove vanno le cose del mondo/…/dove cade la notte del mondo?”(25). E ancora più a fondo nella cavità del chiedere: “Chi ode?” (26), “Chi parla?” (27), “Chi ci caccia, insegue e/rode?” (28). Il dubbio avvolge anche la poesia: “Mentre le cose fuggono il nome/che ne sarà parola del tuo fuoco?” (29), “come sarà il mio canto/in riva alla bufera?”(30).

 

Senza uscire dalla porta/ si può sapere il mondo/ conoscere si può le vie del cielo: è l’antica lirica filosofica cinese. Di chi sarà la sillaba che non si sposta e perviene, conosce e compie un destino? A noi piace dire che appartiene al poetico, che apre un viaggio particolare, l’attraversamento di orizzonti oggettuali, memorie culturali, musiche vitali, irradiamenti pulsionali, così che la conoscenza è immediatamente sapienza, rivelazione amorosa della lettera.
Da Arnia

 

La ferita è sapienza, bocca del corpo,
uscita del pensiero che la ferma al
porto del pianto. La ferita è il bordo
cui giungemmo per aggrapparci al sogno.
Cos’hai, cos’è, chi è, chi sono?
La ferita è l’uomo. Il vento del
dolore soffia tra le carte. La parte
che mi tocca è in gioco. Tu sei il dopo.

da Il modello del mondo, Prove di lettura, 2008

**
cosa accadrà ai nostri suoni
ai boschi che furono belve
alla selva verde dei sogni?
nascono dalla terra
e sono sale e cielo
erba che afferra
stagno e velo
scala del dio
o pio
sordo segreto
morbida creta
torbido morbo
greto del dono
cadendo
cadendo
cadendo
ombra
arma
uomo

da Il sereno untore, laudi, 1997

**

La riva è una cintura d’ossa ardenti,
il suo fuoco un campo di grida di fanciulli
che rincorrono la palla del pianeta.
La seta dei venti veste l’alba di lenti
gesti, in tenera misura di profumi,
nel lampo dei silenzi, in resti d’ombra
bruni.
“Chi è stato è in me che ha scampo
e di chi sarà io sono”.
Chi verrà dopo la voce? Il calzatore
di sandali è luce e drago che si ciba
di memorie.
“Le arie del tuo dire, scaglie e gloria
del finire”.
I fogli del libro non han segno, ness
uno legge, o prega, la fiamma che si slega.

da La casa del custode, Riva del tempo, 2004

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vetta civetta verso il vero
del verso che s’innalza o
che inabissa il cero e
accende il suono chi sa
se la lungimiranza sia
dono o sogno d’appartenenza

da La bontà animale, in “lo squittio della scimmia”, 2006

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Le donne cullano uova con semi di lampo e lenti
gesti per unire il tessuto del canto. Ci sono
bimbi che corrono incontro al vento e s’innalzano
tra le vele dell’arcobaleno. Gli uomini, scavati
dalla zigzagante saetta, tracciano segni sulla
polvere del loro stare. Un’ombra li segue e li
condanna. Dormono i vecchi nella nenia tremante
delle labbra.
Nella trappola del sogno scatta lo zannuto specch
io. Ogni cosa è cosa che scatena il grembo.
Io, dove sono? Dov’è l’astuta scrittura, dove la
tenuta delle sorti, dei sortilegi muti, dell’
avida andanza del tempo? La parola ha lacrime
di perla, molli giunchi, voli d’ali, crimini
puntuti: è l’ora scarnata dal carsico sentire,
la preda d’aria, l’ossuto dire.

da La casa del custode, Casa degli uomini, 2004

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dove vanno le cose del mondo
che vanno che vanno che vanno?
dove cade la notte del mondo
che cade che cade che cade?
le cose
la notte
il vano dell’ade

da Quattro canti, soglie, a Giovanni Sias, 2000

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Ancora non sappiamo come
sei sceso dalla goccia d’oro
al demone verde dell’ora,
se il tuono azzurro ridesta
il tuo Nome, se il tino è
colmo di luci, di te, che
conduci all’uva della festa.

da Il modello del mondo, In tuo nome, 2008

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anglada camarasa

anglada camarasa 01.

L’assenza di risposta o l’ambiguità, anche il silenzio, non sono una sconfitta. E’ la natura del ponte. “Sulla linea di confine del senso, ancor prima del gesto dell’interprete, la scrittura della poesia trae voce dalla bocca dell’oracolo e ne attua il possibile significato. Se il significato è aperto, l’energia della cifra poetica è d’intensità irradiante.” (da Arnia). Infatti, a volte, mentre il poeta chiede, già qualcosa gli si fa in bocca, come agli antichi profeti, evidente e sibillino: “dove sarà il mio Dio/che è fuoco e vento/il mio Dio che tace/il mio Dio d’avvento?”(31). Molto spesso dio è maiuscolo, lontano: “Un Dio canta il/proprio passo di lontananza: abitare/senza il mondo”(32), assurdamente nascosto: “cielo che ti spingi oltre il velo/di tua stessa conoscenza cielo/senza altrove o vana oltranza”(33), un “signore iddio/ perso/ in questo polverio/ dell’universo”(34). Eppure nella poesia si può attuare un dialogo, un confronto così fisico, patito, che immediatamente avviene la tangibilità di Dio, lo si stringe alla necessità delle domande, e acquista senso corporeo quell’articolo determinativo che spesso Alberto gli fa precedere: “il Dio”. Non sono domande che si aspettano risposta. Sono richiami, richieste esigenti di attenzione. In certi casi, poi, l’ipotetica del dubbio è già risposta, se -non a caso- anche manca il segno grafico dell’interrogazione: “e se questo fosse davvero il mio/ Dio/ appeso per un filo alla finestra/ come una marionetta senza voce/ con gesti di legno segmentato/ nato nel dolore della croce” (35). Mentre, infatti, nella marionetta si affronta la possibilità disperante che il Crocefisso sia soltanto uno dei tanti giusti trucidati, tramandato al ricordo postero dalla idealizzazione disperata di chi l’amava; nel filo che la tiene insieme e la regge nella visibilità, nell’apertura della finestra, rivive (soprattutto in quell’ “e se fosse davvero il mio/Dio”, tanto amoroso da potere fare la verità), rivive concreta la fede di quella testimonianza che riuscì a graffiare, a segnare indelebilmente la storia. Rivive la drammaticità della vita che è “umana onda” protesa a qualcosa che non si sa, nell’ alternanza di “nascita morte” (36). Nel ritorno del suono a rima, tra ‘dio’ ed ‘io’, la poesia addita la condizione dell’uomo: se “iddio” è signore così presente in ogni cosa da sentirlo quasi “perso/in questo polverio/dell’universo”, l’uomo, abbandonato “al brulichio dell’io”, si sente però di Lui parte creaturale, originaria, “avita”, sia pure minima, sia pure “ferita” (37) dal distacco, dalla caduta, quando :“ la terra non/ci accolse e fummo soli”(38) e dove “La/morte cade dal cielo/in un telo/traforato/dalla sorte/con ironia” (39), nel sospetto che non si riesce a mandar via di un cinico nonsenso. Ma è proprio nel “rischio del vivere … l’uncino dell’approdo” (40), pur se “L’approdo non è certo”(41).
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Sacrificio degli dei

Gli Dei vanno e vengono in questa casa.
Uno dice: “Sia la notte un accordo di sogni”;
uno narra della distanza tra illusione e
l’antica tenera suzione di alfabeti; tra
le mura delle stanze altro incede
cucendo il tempo al tallone di una calza
da cui fugge sempre un alluce istoriato
di dolori, di fuochi, di timide esclusioni.
Di tanto in tanto dalla luna del camino
si alza una favilla di parola, fiaba
cruda, accesa, lasciata allo splendore.
Che ore sono queste che ci dan
no il dardo da scagliare verso il cielo? Chi
davvero ci conduce al tardo divenire di
presenze, assenze, tribolanze, rare e
care di smottamenti d’essere,
farine o polveri, slavine dulcamare
di malattia, di domestica stige,
di materna effigie? Un Dio canta il
proprio passo di lontananza: abitare
senza il mondo, nel fondo dell’idea,
affondare poco a poco in nessun loco,
smemorare, per astuzia o erranza,
e poi smembrare, dividere, giocare.

da La casa del custode, Sacrificio degli dei, 2004

**

grazie mio Dio e mio Signore
io sono qui a chiedermi perché
un follicolo impazzito ha puntato
il dito verso la mia storia ecco
ti la mia memoria l’attentato

da La bontà animale, questa la mia Pasqua, 2006

**
Immaginate lo strazio delle vesti
il grido che come fiocina si piantò
nell’occhio di Dio. La bambina
morì alle 10,30 del mattino
con sé portando i sogni degli
animati cartoni. Immaginate il
mostro dai teneri occhi il
padre degli abbandoni con le sue
caselle d’alveare e la fiera delle
piccole anime in preghiera lì
a ronzare.

da Bordertime, 2010
**

a Te

il mio dio spezzato
in briciole d’invidia

il mio dito spellato
in io di pene

come hai costruito
la molecola del bene?

da La bontà animale, Le copie della luna, a Te, 2006

**

a quale solitudine
chiamato
a quale dismisura
e somiglianza
a che chiusura
o assenza
l’una investe
beatitudine
nel suo testo
di rabbia
e fin che abbia
resto
d’esser nato

da Il sereno untore, Invocazioni, 1997
**

quali le orme degli uccelli sulla
sabbia il granulare ancoraggio e a
tre a tre le punte del coraggio
della traccia le impronte di paura
prima dell’assetto del volo prima
del sospetto del lancio dello sparo

da La bontà animale, Ossi di casuario, 2006

**

fossi solo forma leggera
lieve nube di fiato del Dio
polpa di granchio che consuma
la mia terra di nessuno
fossi uno spirito un dono
una maschera di persona
tolta al viso anch’io
che parlo e vivo e sono

da Visitazioni, 2001

**
avevi ragione: la malattia del verbo
è nervo sconosciuto ti invita a bere
alle spalle della vita; avevi torto:
la nostra notte non è fuoco, è buio
urto sorto poco a poco nel solco di
paura e d’illusione: abbiamo avuto.

da La bontà animale, Ancora per dediche, a Giacomo Bergamini, 2006

**
Abbi cura di te, Maestro, che nella mano
accendi il rito. (Il minotauro s’è smarrito
tra i piani alti del palazzo). L’arazzo
d’agosto è il deserto parcheggio umano.
Al custode hai donato l’ago per cucire
il tessuto delle ore. Va e viene l’ascensore
e il tempo abbruna vuoto.
Una scheggia.
Senza il dopo.

da Bordertime, 2010

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tenera pioggia di tarda
primavera

io signora morte
ho ben cavalcato oggi
ben pescato
nel deserto dei sentieri
ove le porte sono pozze
ieri disseccate

tenera pioggia di prima
estate

da Quattro canti, nenie, nenia della pioggia, 2000

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anglada camarasa

Anglada Camarasa  (17).

Ma a volte, nella nostra condizione, dove “siamo solo urlo/pena solare/orma cava”(42), qualcosa spezza l’immobilità amorfa, ha un guizzo, muove l’orizzonte: “ecco che il pesce vola e il rubino/del vento illumina il mattino ecco/il falco è partito dal mio braccio/ per l’acqua che innamora fosse”(43); “la coda di volpe la cometa noi/la vedemmo sull’argine del fiume” (44); “Vi dico che l’ho visto: l’elfo era/seduto sull’altalena del parco”(45). E allora la poesia riporta al ponte, allo sguardo che va oltre: “Gli scambi avvennero a nude mani, tra sillabe/…/nella distanza rude dell’erede. Ora sappiamo:/una voce parla di lontano” (46). E: “Lo so, mio Dio,/ sei qui in agguato” (47). I poeti, infatti, praticando la parola, arrivano a condividerne la natura: “io sono natura/dal corpo di terra/di angeli e d’ali”(48); condividono la casa-poesia di cui sono custodi con Chimera; sono degli ‘annunziati’, meno rispettosi della Madonna e spesso devianti dall’annuncio: “Lì, vagante e occhiuto e alato/fratello invisibile,/…/… dal ramo dell’/acero dell’orto un giorno volando/…/angelo, agnello, annunzio e nunzio,/cosa farò della bragia del tuo dire?/…/Ciò che sento/è l’ironia d’averti scoperto, d’averti/sofferto, d’essere orco del tuo offrire.”(49).
Alberto, fermo al sommo del ponte, è capace di dirci l’essenziale: “- Chi sono?- chiede/ l’uomo all’io della compagna…/…/-Chi sono?- e la cavità della domanda è ponte/tra una manciata di lucciole opache e le/sdrucciole parole. …/… Noi, che/ fummo nel turbine del suono, …/…/ noi, nei relais del rumore e del mancato/ atto, di fatto: noi sono il dono.”(50). Ce lo tornerà a dire, a rovescio, da funambolo, ormai quasi di là dal ponte: “Noi,/ che siamo uno nella solitudine/di tanti”(51). Io, Dio, noi. “Amare è …/… un’occasione/di mistero.”(52), è “rivelazione./”Ora ti giunge la nozione dell’amore”, dice dal suo altrove, “il Signore che con noi sorride”. Ma nell’amore il poeta è capace di andare più in là: d’un balzo attraversa la frattura, il confine, costringe Dio a guardarlo nel gioco: “fa’ che la tua iride raccolga il gioco/nel cerchio della vista”(53), e nella morte, quando “la bile sussulta/nell’azione del corpo teso al/ tra passare essere macinato/perché nato e poi risorto amato” (54). Nell’amore il poeta supera i confini, dall’ ‘io’ al ‘tu’ al ‘noi’: “assegno la vita ai tuoi piedi”(55) mormora di mare e di marmo alla donna amata. E a noi, mentre ci dice che “l’allegria… libera il denso/l’infinito tempo dell’amare”(56), ci lascia come dono questo: “nato da mota inerme umano/io non mi arrendo amo”(57).
“Questo che è” (citando una sezione di Il modello del mondo), questo che è Alberto Cappi, , non è stato, ma, appunto, è.
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orto degli ulivi

con me si alza la preghiera
e il respiro del sangue trasuda
dalla lesa veste del corpo. Ciò che
vi chiedo è che la morte non
mi avvolga nella cupa ombra
della sera che sia viva l’attesa

da Il modello del mondo, Il modello del mondo, 2008

*

la coda di volpe la cometa noi
la vedemmo sull’argine del fiume
fu nell’ora dei fuochi della neve
mentre il millennio scivolava in
lieve titubanza e gelo del futuro
il breve inverno il melo il muro

da Libro di terra, notizie dalle notti invernali, 2003

*

La casa di Chimera ha vetri rosa.
vi dipingono i poeti parole lontane
e cose. Una voce li chiama nel sonno
naufragata. Scivolano le sirene
lungo il molo che ha navi inanellate
e colorate piene. I treni sono buie
serpi, depongono la notte nelle
vene.

da Bordertime, 2010

**

Cosa ne sai del silenzio
del suo sì del no dell’io
stupefatto nella bragia del
mattino che non parla che
accende il rogo dello sguardo
negli occhi chini all’anima
di noce sotto la croce di un
astro d’uva chiara che si
annida tra le ciglia e appena
a pena crea scintille e si
perde in orme azzurre e viola

ho la tua parola la voce dorme

da Visitazioni, 2001

**
far della sera farfaro e snella
la tua figura di donna o farti
bella nel giorno in cui s’avventa
il tempo far del mattino un canto
far fare mar mare mormorare il
nome di fanciulla, Raffaella.
(da Libro di terra, Cose di casa, 2003)
Cerbero il foulard attorcigliato al collo.
La fauce del tempo in agguato.
Il sasso da cui scaturì il fuoco
e bagnò il verde orizzonte
e giallo di falene. O padre
della città di nessuno o
incandescente occhio di fornace
in cui dorme il sole. Noi,
che siamo uno nella solitudine
di tanti, dischiudi a noi la pace.

da Bordertime, 2010

**

Dalle bocche della neve, dalla febbre del sole, dal
la temperante cecità delle stelle, dal nas
condimento dell’avo nelle coppe del suolo
nasce l’allegria del dono. – Chi sono? – chiede
l’uomo all’io della compagna, all’età
che cura e tortura la ruga della fronte.
– Chi sono? – e la cavità della domanda è ponte
tra una manciata di lucciole opache e le
sdrucciole parole. “Date alla nostra ex
sistenza la penitenza di vivere”. Noi, che
fummo nel turbine del suono, sulla fragile
barca dell’umore, nel vaso della nera bile
che traversa mare e colore di permanenza,
noi, nei relais del rumore e del mancato
atto, di fatto noi sono il dono.

da La casa del custode, Allegria del dono, 2004

*

mandami il tuo silenzio
donna
l’immagine e il dono
il pomo
della discordia
la presa dell’occhio
che dia
la resa dell’io
l’oblio

da Il sereno untore, Eventi,1997

**

a Lella
assegno la vita ai tuoi piedi
non calpestare i segni del mio rito
tu che additi il dare quotidiano
io che coltivo un solitario mito
di colpe d’occasioni un dolce fare
nel disegno del silenzio un marmorare

da Visitazioni, 2001

**

Quando scommetti con la morte
lei si alza, uccello stupito
il primo giorno, ruotando intorno
il rosso occhio di sole infranto.
Bisbiglia intanto all’animata
ferita del respiro soffiando il cantoda Il modello del mondo, Quando scommetti, 2008

*

quando cammini con la morte
tu guardi i vecchi dalle bocche
dell’estate i caffè fumanti
ai tavoli gialli delle carte
lei stringe l’occhio al bimbo
che volge nella mano della sorte

da Il modello del mondo, Quando scommetti, 2008

.

anglada camarasa

Anglada Camarasa  (1)

 **Note ai testi

1-”Bordertime”, p.53
2-“Libro di terra”, Liturgie, in Poesie 1973-2006, p. 200
3-“La casa del custode”, Fuori dal labirinto, ibidem, p. 260
4-“Il sereno untore”, Inni, ibidem, p.119
5-“Libro di terra”, da Custodie dell’inganno, New York, ibidem, p. 210
6-“Visitazioni”, ibidem, p.179
7-ibidem, p. 192
8-“Quattro canti”, primo canto della neve, ibidem, p. 149
9-(13-)“La casa del custode”, Allegria del dono, p. 225
10-“Libro di terra”, Notizie dalle notti invernali, ibidem, p.201
11-ibidem, Infanzie,p. 204
12-“Bordertime”, p. 28
13-“La casa del custode, Sacrificio degli dei, in Poesie 1973-2006, p. 220
14-“Arnia”, 2005
15-“Il modello del mondo”, Prove di lettura”, p.104
16-“Libro di terra”, Veline del licantropo, in Poesie 1973-2006, p.216
17-“Quaderno mantovano”, Il tavolo del gioco, ibidem, p. 252
18-“La casa del custode”, exergo, ibidem, p.219
19-ibidem, Casa degli uomini, p. 223
20-“Il modello del mondo”, Quadri, statue,TV, p. 80
21-“Quattro canti”, Stagioni, estate, in Poesie 1973-2006, p.167
22-“Bordertime”, p.33
23-“Il modello del mondo”, Fosforo bianco, p. 89
24-“Quattro canti, Siderazioni, Istanbul, in Poesie 1973-2006, p. 163
25-ibidem, Soglie, p. 157
26-“Il modello del mondo”, Quando scommetti, p.74
27-ibidem, Quadri, statue,TV, p. 79
28-“La casa del custode”, Il fumo del corvo, in Poesie 1973-2006, p. 269
29-“Il modello del mondo”, Quando scommetti, p. 73
30-“Quattro canti”, Punti, in Poesie 1973-2006, p. 164
31-“Quattro canti”, Cieli, in Poesie 1973-2006, p. 170
32-“La casa del custode”, Sacrificio degli dei, ibidem, p. 220
33-“Libro di terra”, Liturgie, ibidem, p.199
34-37-“Il sereno untore”, Invocazioni, ibidem, p. 121
35-“Il modello del mondo”, La finestra di Giovanni, p. 53
36-ibidem, Il fischio del delfino, p. 32
38-ibidem, La foglia oracolare, p.23
39-“Il sereno untore”, Eventi, in Poesie 1973-2006, p. 128
40-“La casa del custode”, L’alfabeto dello straniero, ibidem, p. 242
41-ibidem, Il primo inverno, p. 257
42-“Quattro canti”, Cieli, ibidem, p. 169
43-“Il modello del mondo, Arca delle polveri, p.62
34-“Libro di terra”, notizie dalle notti invernali, in Poesie 1973-2006, p. 201
45-“Bordertime, p. 41
46-“La casa del custode”, Luoghi del viaggio-doni, in Poesie 1973-2006, p. 251
47-ibidem, Risalita del demone, p.222
48-“Quattro canti”, Punti, ibidem, p. 165
49-“La casa del custode”, Migrazione degli angeli, ibidem, p. 221
50-“La casa del custode”, Allegria del dono”, ibidem, p.225
51-“Bordertime”, p.36
52-“Quaderno mantovano”, a Roberto Pedrazzoli, in Poesie 1973-2006, p. 137
53-“La casa del custode”, Nascita della luce, ibidem, p.263
54-“La bontà animale”, Questa la mia Pasqua, ibidem, p.282
55-“Visitazioni”, a Lella, ibidem, p.183
56-“La bontà animale”, Lo squittìo della scimmia, ibidem, p. 291
57-ibidem, Accensioni della neve, p.281

 

Alberto Cappi, Poesie 1973-2006, a cura di mauro Ferrari, fORMAT puntacapoEditrice, Novi Ligure, (AL) 2009

 

Alberto Cappi, Il modello del mondo, Marietti 1820,Ge-Mi 2008

 

Alberto Cappi, Bordertime, Il ponte del sale, Rovigo 2010

 

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