Francesca Torricella e Francesca de Carolis- Perché si sente a lungo quell’urlo. L’urlo di un uomo ombra

marita

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Il titolo di questo libro emette un grido di dolore. Il lettore che si appresta a leggerlo, è già colpito dal peso di un’asserzione di un’ombra che attende la comprensione di uno schiamazzo che affonda le radici in una sofferenza non accolta. Tuttavia, quest’urlo, seppure incarnato da un essere invisibile ed inanimato, che solo la voce possiede come mezzo di salvezza, trasmette un messaggio universale di profondo amore. Un urlo che nasce dall’abbandono della malvagità e che approda verso il senso vero dell’esistenza umana, la liberazione.
Si tratta di un testo che traversa la vita nelle sue più crude e calorose sfumature, un ventaglio di colori che riflettono i sentimenti della nostra anima. E’ il simbolo della colomba della pace, la vita naufraga e vittima di tempeste patriarcali che travolgono e spezzano le schiere umane nel mare dell’essere, e poi, approdano in quell’isola che uccide, ma non libera, imprigiona, ma non perdona. Non è il Noè dell’arca, ma l’umano che illude e distrugge con il suo ostinato istinto di vendetta.
Le Ombre degli Uomini Ombra, non sono ombre di esseri incarnati, ma sono ombre di esseri viventi morti, sono le ombre dei sogni che attendono di avverarsi, di subire la metamorfosi di anime con un diritto alla vita, e al cambiamento.
Il Killer Roberto, sogna un amore immaginario, un amore che desidera, che rappresenta, vagheggia, perché gli Uomini Ombra sono analfabeti del linguaggio dell’amore, e speculano nella mente come potrebbe essere l’incarnazione di questa Dea che con la sua immensa forza sostiene e regge il mondo. Il termine utopia nel suo significato strettamente etimologico, sta a significare “luogo che non c’è”. Molto spesso si sente parlare di utopia, come se tale parola avesse un senso astratto ed avulso da qualsiasi ambiente, contesto. L’utopia, nella storia di questo intrigante e misterioso racconto, diventa essere incarnato nei meccanismi della vita sociale. La mafia è utopia, le associazioni a delinquere sono utopia, gli abusi sono utopia, il potere è utopia, poiché nell’attuale realtà, nessun codice, nessun dettato costituzionale, nessun credo, insegna e penetra con i suoi programmi norme di comportamento che inducono all’avversione nei confronti della legge dell’Amore, il male che si esplica mediante l’abuso di potere, la violenza, l’illegittimità di un sistema di leggi che ci travolge, poiché non viene rispettato, è utopia. I detenuti che non hanno diritto ad una seconda possibilità di vita, vivono l’ utopia, l’utopia è tutto come dovrebbe essere, ed invece non è. L’utopia è tutto come è, e cioè come non dovrebbe essere, perciò fuori luogo.
Il male è lo spazio che non dovrebbe esserci, ed invece c’è. Pertanto può parlarsi di rivoluzione contraria alla normalità. Quando qualcuno ci spinge ad uccidere, per denaro, per divertimento, per lavoro, per costrizione, si vive e si estende l’utopia. La mafia nel racconto di Carmelo Musumeci, è continuità, è qualcosa che è sempre esistita, è la regola di alcune realtà clandestine che si celano occulte, negli infiniti strati di questa camuffata società, e trama nell’oscurità, in una notte mai svelata, che non ha dato luce al giorno. Il cancro della società, in cui Roberto vive, e di cui è vittima, diventa campo in cui minare un’educazione ricevuta, pedina offerta che mangia i personaggi degli scacchi, in base alle loro mosse ben studiate. Soccorre l’amore: per una famiglia, per una figlia, per lo studio ed il sapere, la cui curiosità giunge tardi, quando sorpassato il girone dell’inferno, ci si ritrova all’interno di una coscienza che spiega le braccia all’umanità e indica col dito gli errori di una vita che profuma di bellezza, contenuta di valori, negati e occulti. La faccia del male, si scontra a viso aperto con quella del bene, e la riconosce. È il cancro della società, il marcio che logora, il fango che insudicia le vite dei potenti, che dirigono i fili dei burattini che recitano parti assegnate.
Un libro tanto umano, quanto forte e vero, che non si stanca di gridare oltre le grinfie di Lupi perduti nelle selve più nascoste, che la rinascita dell’uomo avviene solamente mediante il perdono, l’affetto, la dolcezza, si riscopre la vita attraverso la complicità di quanti hanno avuto la fortuna di non conoscere un mondo malvagio ed inumano per non comprenderne le sue radici, i suoi rizomi, i suoi tuberi, ma oltre il buio della crudeltà, hanno osservato stelle illuminanti.
La cultura, come unico mezzo che la vita offre per leggere e comunicare con la realtà stessa, metterci in relazione con l’esistenza, offre difesa, protezione, salvataggio. Ascoltiamo il grido di un uomo ombra, e facciamo in modo che questo urlo, invada le nostre orecchie, le nostre coscienze e le trafigga, penetri i nostri cuori, il cuore di un appello disperato di chi da anni, è destinato a vivere, a causa degli uomini e di un sistema retrogrado in una cella buia e senza vita, pur essendo disposto a donare il bene alla società, dandone una concreta testimonianza di redenzione.
Carmelo, aspetta il ritorno, da quel campo di concentramento, dove per campo di concentramento, non s’intende il lager nazista, ma un campo di persone concentrate che attende lo sterminio dei colpevoli che hanno ammesso di sbagliare, chiedendo grazia ed assoluzione ad una sorda società. L’urlo forte, di un udito poco sonoro, quello del mondo fuori le sbarre che non vuol sentire oltre ciò che non vede.

Francesca Torricella

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eikazia

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Prima di iniziare a leggere, l’invito è a fermarsi qualche secondo in più sull’immagine di copertina. Sulla maschera di creta, che sembra testa d’uomo, che non ha occhi, ma due buchi neri, come buco nero è la bocca spalancata. Per un urlo che non ha voce, che si ferma strozzato in gola. E’ lo stesso volto delle anime ( le avete mai incontrate?) non ancora del tutto morte, che si fermano per qualche tempo, fra il tempo della vita finita e il tempo dell’aldilà, a passeggiare nei meandri della nostra cattiva coscienza. Sì che le abbiamo tutti incontrate, quelle anime, nelle notti più inquiete… e qualcuna magari l’abbiamo anche riconosciuta, per questo abbiamo timore a parlarne…
Un muto urlante volto di creta, plasmato da Carmelo Musumeci, che ben introduce nel mondo dei morti viventi: gli ergastolani ostativi. Come Carmelo, appunto, dalla cui parte ho già scelto di stare. Carmelo Musumeci, che frequento ormai da qualche anno. Per quanto e per come si possa frequentare una persona in carcere. Poco, fisicamente molto poco, sì… ma c’è una conoscenza che passa attraverso scambi, che sono lettere, biglietti, cartoline e pagine e pagine di scritti che sono il diario dei lunghi anni da recluso fuori dal mondo.
Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo, uomo ombra. Per intenderci di quelli che in carcere resteranno fin a che morte non li separi da questo mondo, se non cambia qualcosa nella legislazione nata come emergenza e poi irrigiditasi nell’ordinarietà, come spesso accade in questo nostro strambo paese. Uomini che nel frattempo vivono una vita che non è già più vita, senza essere ancora morte. Sappiamo essere ben crudeli, noi uomini. Nessun altro animale ci eguaglia in crudeltà.
Le pagine di questo libro sono un’incursione nel mare di scritti che Musumeci si ostina a comporre per raccontarsi e raccontarci, giorno dopo giorno, cos’è la vita fra le mura di una carcerazione eterna. Chi lo conosce sa che Musumeci è il capofila di una battaglia contro l’ergastolo, che si è laureato in giurisprudenza, specializzandosi in diritto penitenziario, che con costanza e assiduità spedisce oltre il muro di cinta delle sue prigioni, appelli, riflessioni, osservazioni… Ma questa raccolta è distillato di pagine di diario, citazioni, racconti, poesie, anche, che negli anni Musumeci ha scritto… restituendoci forme e linguaggi diversi di un unico racconto, che è racconto di sentimenti. Che, a saperlo ascoltare, è davvero urlo che strozza in gola. Perché dei sentimenti di chi abbiamo dannato per sempre non vorremmo sapere proprio nulla.
Ma nonostante gli anni in prigione, racconta Carmelo, il carcere non è riuscito a togliergli la dignità e ancora conserva nell’anima la memoria e l’orgoglio di quando era libero. Ad assicurarcelo basta un cenno di versi:

… vedere il tuo sguardo
e levarsi in volo
volteggiare
essere liberi.

E mi fermo qui. L’invito è ad andare a perdersi in quest’urlo. Nella dolcezza delle poesie, nella lucidità delle cronache, nel ritmo pulsante dei racconti. Scegliete poi voi quale voce amare di più. Ma scegliete, per conoscere e riconoscere la storia di un uomo. Perché la cosa peggiore che possa capitare ad una persona è scomparire nel nulla, dissolversi nei numeri e nelle statistiche, perdere nome, cognome, identità, diventare un numero, una sigla: fine pena 99/99/999. Dannazione dell’incubo numerico…
Carmelo Musumeci, con questi scritti, con tutti i suoi scritti in realtà, urla continuamente il suo nome e il suo cognome, per farcelo stampare bene in testa… per invitarci a conoscere, anche, i nomi e i cognomi e le storie di quelli come lui, e aiutarli a uscire dall’ombra.
Ascoltate: “… e non è vero che si scrive per se stesso, si scrive sempre per gli altri. Si scrive per sentirsi vivi. Io scrivo anche per dimostrare a me stesso che, nonostante sono chiuso in una cella, coperto di cemento e ferro e cancelli blindati, non solo respiro, ma sono anche vivo”.

Buona lettura.

Francesca de Carolis

 

 

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Carmelo Musumeci, L’URLO DI UN UOMO OMBRA- Edizioni Smasher 2013

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