TRASMISSIONI DAL FARO- A.M.Farabbi N. 61- Es/perire il carcere. Esperienze dal mondo carcerario. Intervista a Daniela Basti

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Intervistare Daniela Basti ci permette di entrare ancora nel mondo dell’esperienza carceraria.
Il suo libro di poesia, Il sole forse, edito quest’anno da Lietocolle, è incentrato sull’esperienza del carcere: entrare, osservare, sentire le creature carcerate dentro le loro inquiete biografie, nel dolore pesante della separazione dal mondo. Come è nato questo progetto artistico?

Io scrivo poesie da più di trenta anni, per tantissimo tempo non ho fatto partecipe alcuno di ciò che mi scaturiva da dentro, scrivere mi aiutava e questo mi bastava. Scrivo senza neppure rendermi conto di ciò che sto scrivendo, successivamente lavoro sul testo e sottraggo, sottraggo. Per anni quindi, come fuori, anche in carcere, una situazione, un’atmosfera, un racconto, hanno suscitato in me delle emozioni, dei pensieri che ho istintivamente fissato in poesia. Poi, due anni fa circa, ho pensato di sistemare queste poesie e di pubblicarle. Chissà perchè, forse perché l’esperienza a Regina Coeli, più recente, drammatica, dolorosa, a volte dilaniante, mi ha spinto a desiderare di far partecipi in qualche modo gli altri,“il popolo di fuori”, (come una volta, tanti anni fa, mi disse un mio alunno), di ciò che nel tempo ho vissuto e che vivo.
Ci sono riuscita? Non so, un po’ per mia limitatezza, un po’ perché sono assolutamente convinta che nessuno che non sperimenti sulla propria pelle la detenzione può capire, sentire il macigno di sofferenza, disorientamento, impotenza, inutilità, devastazione fisica e interiore. Ho tentato di rappresentarlo questo macigno, di levare una voce che inviti comunque a non distogliere lo sguardo “dal recinto”.
D’altro canto penso che siamo tutti imprigionati nei nostri “recinti” e sarebbe bene farci sempre i conti per crescere in consapevolezza, umanità, simpatia nel senso etimologico del termine, la cosa più importante credo nel nostro cammino. Queste poesie in fondo raccontano anche i nostri “passi costretti”

Ci racconti che cosa significa insegnare in carcere. Che qualità di classi, che tipo di studenti ha davanti, con quale cultura, con quale ascolto e motivazione.

In carcere ho lavorato come insegnante per dodici anni, da circa otto anni realizzo progetti che hanno un taglio soprattutto psicologico. Quando insegnavo ero sì legata allo svolgimento di determinati contenuti, ma ho sempre cercato di farli passare attraverso iniziative e metodologie più consone alla situazione ambientale e alle condizioni individualii delle persone a cui erano rivolte, tenendo conto che mi rivolgevo a degli adulti. Così, per esempio, io ed altri colleghi abbiamo fatto scrivere sceneggiature teatrali, partendo dai vissuti delle persone o dalla lettura e analisi di romanzi di particolare significato, e li abbiamo rappresentati: abbiamo lavorato sulla lettura dell’opera d’arte, facendo leva sulle emozioni che essa suscitava.
Il livello culturale è nella maggior parte dei casi piuttosto basso, ma per me non è stato mai molto importante questo, mi è capitato tantissime volte che proprio dalle persone più deprivate culturalmente ho ricavato le maggiori gratificazioni e risultati in termini di crescita culturale e interiore.
Per quanto riguarda la motivazione , credo che nel carcere la motivazione inconscia di base a seguire una iniziativa proposta sia quella di “evadere”, poi c’è chi ce la fa a continuare ad avere un impegno regolare rispetto all’attività che ha deciso di seguire e chi non ce la fa, sempre per motivi inconsci, ma poi ognuno si costruisce in un caso e nell’altro tante spiegazioni razionali, un problema familiare, un disagio fisico, un impegno improvviso, come facciamo tutti.

In riferimento all’ascolto, esso è legato alla motivazione e anche, sono convinta, all’interesse che chi sta lì a proporre iniziative riesce a suscitare e alla sua capacità di ascolto dei vissuti delle persone detenute. Occorre sempre una dimensione di reciprocità.

Ci può narrare alcuni momenti intensi che l’hanno profondamente turbata e che possono essere utili a noi tutti che viviamo oltre le sbarre?

Negli anni di momenti intensi ce ne sono stati tanti, anche gioiosi, ma ora mi viene in mente una situazione vissuta ultimamente. Stavo lavorando con il gruppo di persone che segue il progetto che curo in questo periodo, quando è rientrato in quel momento dal primo permesso, ottenuto dopo tanto tempo, un detenuto che frequenta anch’egli il corso. E’ venuto a salutarci, era frastornato per le emozioni vissute, il ritrovarsi con la moglie, i figli, in una realtà diversa da quella carceraria, gli si leggeva ogni cosa in viso. Gli occhi di tutti noi si sono velati ed io ho “sentito” i pensieri che passavano per la mente di ognuno, quelli in attesa di andare anch’essi in permesso, quelli che già vanno, ma soprattutto è stato bello sentire che in quel momento aleggiava una stesso stato d’animo che univa, scioglieva le maschere che usiamo per nascondere i sentimenti che proviamo tutti allo stesso modo, e non è frequente che accada.

Entra la poesia nel carcere o è del tutto fuori luogo?

Io credo che la poesia appartiene molto al carcere; mi spiego meglio, in questo tempo nel quale il contatto profondo con gli altri e con le proprie emozioni e sentimenti è così “distratto” dalla dimensione di compulsività e estraneità a se stessi e a ciò che accade intorno , il carcere può offrire, a chi ce la fa ad afferrarla, la possibilità di ritrovarsi e di raccontarsi attraverso l’espressione della scrittura in generale e anche, molto, di quella poetica.
Non penso però che sia sufficiente e utile, come ritengo non lo sia per tutti, una mera esternazione dei propri vissuti, esperienze e/o delle emozioni, sentimenti ( narrazione autobiografica, poesie, etc) . Bisogna poi riappropriarsi di quanto “raccontato” perché la realtà si faccia metafora e la metafora realtà in uno scambio che rarefà ogni dimensione spaziale e temporale, favorendo in qualche modo una crescita, una trasformazione interiore ed esteriore. Naturalmente questo cammino necessita nella maggior parte dei casi di un aiuto.

Vista la sua esperienza, cosa propone per un miglioramento della vita carceraria? Cosa ne pensa del fine pena mai?

Proposte per un miglioramento della vita carceraria? Ci sarebbe da scrivere un libro più che su un miglioramento della vita carceraria su principi, modalità, ottiche diverse di impostazione di tutto il sistema.
Innanzitutto credo che bisognerebbe prevenire prima di combattere, e quanto si dovrebbe fare in tal senso, tenendo conto che nella maggior parte dei casi la devianza è legata a situazioni familiari, ambientali e sociali pregresse drammatiche, quando non devastanti. Ho insegnato per decenni in scuole con una popolazione scolastica fortemente a rischio e quanti ne ho conosciuti di ragazzini “predestinati”, anche per l’indifferenza, il tirare a campare di chi avrebbe dovuto occuparsene. Quali le cause poi, pure su questo ci sarebbe da scrivere molto.

Ritornando al carcere, bisogna tenere presente che i reati si differenziano tantissimo e tantissimo si differenziano le patologie, le problematiche, le cause che sono dietro i reati.

Nella situazione attuale, penso che sarebbe fondamentale che le persone detenute potessero lavorare perché lavorare argina il processo di spersonalizzazione, scarica le energie compresse, aiuta un possibile iter di autocontrollo , di responsabilizzazione, può favorire la crescita della consapevolezza delle proprie possibilità, e soprattutto fa sentire le persone parte della società nel momento in cui possono sostenersi e anche dare un piccolo aiuto economico alla famiglia.

Poi senz’altro sono importanti le iniziative culturali, sportive, i corsi di formazione, una maggiore possibilità di movimento all’interno, ma, nelle condizioni attuali non solo delle carceri, ma del nostro Paese, di che cosa parliamo?
Riguardo al fine pena mai, per chi è condannato all’ergastolo per omicidi comuni, l’ordinamento penitenziario prevede l’accesso alle misure premiali e alle misure alternative rispettivamente dopo dieci e dopo venti anni. Per la criminalità organizzata l’accesso è più difficile a meno che non si verifichi la collaborazione con la giustizia. Ci sono poi i casi, rarissimi, tipo i serial killer, per i quali, pur essendo comunque previsto l’accesso alle misure premiali e a quelle alternative, di fatto le equipes istituzionali hanno più difficoltà ad avviare tale iter, stante l’alta pericolosità sociale. Personalmente penso che vi sono casi, per fortuna pochi, ma molto, molto gravi, di pericolosità sociale, che né l’istituzione né la scienza, allo stato attuale delle conoscenze, possono arginare e che purtroppo è indispensabile contenere.

E’ possibile attivare una serie di presentazioni di libri in carcere, in cui l’autore si mette a disposizione dei carcerati?

Certo che è possibile, e potrebbe essere anche utile; come ho già detto qualsiasi iniziativa che favorisca l’incontro tra il “dentro” e il “fuori “ è importante, è aria diversa, però penso che bisogna essere molto attenti al modo in cui un autore si presenta e presenta un suo libro e che tipo di libro. Bisogna sempre tener conto a mio parere che se non nasce una comunicazione anche emotiva, non verbale, un sentire reciproco, la presentazione di un libro tout court potrebbe essere sterile, peggio, frustrante, per i detenuti, tutti o parecchi ( per esempio se non riescono a comprendere il linguaggio, se si sentono solo spettatori, se non vivono la presentazione come un incontro). Sarebbe opportuno e proficuo ad esempio che la presentazione di un libro fosse preceduta, preparata con la distribuzione di tale libro alle persone detenute interessate alla presentazione stessa in modo che esse lo leggano e successivamente l’incontro con l’autore risulti un confronto produttivo, una autentica comunicazione.
Questa mia convinzione però potrebbe essere una deformazione professionale; mi preoccupo sempre che le persone detenute possano sperimentare in termini qualitativi e quantitativi situazioni di ben- essere da contrapporre ai percorsi, ai vissuti tortuosi e dolorosi.

C’è una biblioteca in carcere e in che cosa consiste e quanto è frequentata?

Sia Rebibbia che Regina Coeli hanno delle biblioteche che fanno parte del circuito delle biblioteche comunali, quindi di esse si occupano, per la fornitura e la distribuzione dei libri, gli operatori delle medesime biblioteche del Comune. I detenuti possono frequentarle e prendere libri in lettura, secondo modalità e tempi stabiliti. Non ne conosco però la consistenza in termini quantitativi e qualitativi, anche se sono fornite di tutti i generi letterari e scientifici.

Presenterà il suo libro di poesia in carcere?

Sinceramente questa possibilità non l’ho contemplata.
Così, come prima reazione, credo di no, sia per una certa ritrosia in assoluto a parlare delle mie poesie(adesso mi sono molto sbloccata perchè nel tempo mi hanno spinto tanto i miei amici), sia perché tendo a discutere, con le persone che partecipano ai progetti, essenzialmente dei temi in argomento e delle emozioni, pensieri, ricordi che suscitano in ognuno, me compresa. Naturalmente ci si apre, si comunica, tutti sanno che scrivo poesie, anche del carcere, però non ho pensato di presentarle lì.
E poi queste poesie raccontano vissuti del carcere, loro li vivono sulla propria pelle, è più importante che li conoscano “quelli di fuori”.

Crede che il suo lavoro interiore e artistico sia stato arricchito o schiacciato dalla sua esperienza in carcere?

Senza alcun dubbio arricchito, e tantissimo. Io ritengo che in ogni momento noi ci arricchiamo nel rapporto con gli altri, con noi stessi, con tutto ciò che cade sotto i nostri sensi, la nostra esperienza, a condizione però che ci poniamo nella disposizione di guardare, ascoltare, non di guardarci e ascoltarci.
Io osservo molto e ascolto molto.

Il lavoro in carcere mi ha permesso di vedere più lontano ( anche se ho una pessima vista) e più in profondità, mi ha permesso di allargare un po’ la mia conoscenza della realtà, e spero che sia un processo in itinere.

anna maria farabbi

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Daniela Basti – Il sole forse (poesie del carcere)– Lietocolle editore

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3 pensieri su “TRASMISSIONI DAL FARO- A.M.Farabbi N. 61- Es/perire il carcere. Esperienze dal mondo carcerario. Intervista a Daniela Basti

  1. Pingback: A proposito di Zanna Blu di Carmelo Musumeci- Annamaria Cotrozzi | Via Lepsius

  2. le domande mirate di Anna Maria mettono in evidenza un mondo esterno spesso chiuso e un mondo carcerario così sensibile allapertura proprio perché consapevole della perdita e altre, ancora, sono le linee di forza di questo articolo in cui si visualizza cosa c’è e cosa invece sarebbe perno in questo mondo parallelo in cui siamo noi tutti. Grazie.ff.

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