tutto questo tempo- fernanda ferraresso

 alessia iannetti

alessia iannetti

.

ai confini
dell’essere un corpo a corpo
con la lingua
della notte    del giorno
senza svelare mai il nostro centro
senza toccare di ogni linguaggio
nemmeno un seme
del destino che ci segna
del disegno che ci oscura
il mondo che crediamo nostro sostegno
essere
questo continuo rincorrere
amore coraggio ricchezza potere
l’ineffabile certo l’estremo intenso
rincorrendo un pensiero e mai superandolo
non cedendo di noi  nemmeno il minuscolo
arrogante alfabeto dell’illusione
unica maestra nel costante asilo
di un’infanzia compromessa
in un esilio manomesso dall’arguzia di crederci
forti nella fortezza dell’ignoranza
e senza libertà trovarsi fuori

in un’altra vita di follia e disincanto
senza più occhio né sguardo
senza segreto senza l’amo di quel gesto
di cui la memoria in terra abbiamo perso

nell’ascia senza più fiore

*

ascoltami, ascoltami piovere

sul profilo dell’erba  e sulla pietra    in te come un silenzio
perché tu senta veramente
la natura della pioggia
perché tu, finalmente attenta, come un precipizio di passi
sulla riga scura del tempo
sia  sostanza di quell’acqua
quando ancora pioviggine terge l’aria del tuo corpo
e il giorno sembra di nuovo cantare dentro il tuo orecchio.
Ascoltami. Ascoltami piovere
tutta la notte perché mai arrivi la tua oscurità
perché sia solo nebbia la curva
l’angolo dove il tempo disegna l’ansa di ciascuno
e  non  sia mai pausa la vita.
Ascoltami. Ascoltami ancora
perché pioverò in te ogni volta che mi ascolti
dentro il flusso del tuo sangue sono
un lieve scorrere d’aria    sono
un istante che continua senza il peso del tempo.

*

Immergo le mani nel cuore dell’ erba

voglio toccare il mio ventre
preistorico e fossile voglio arrivare
a sentire il germoglio
il mio corpo come un grano di trifoglio
questo pane da mangiare
il mio corpo in erba
che ancora conosce il territorio delle stelle
le onde del ramo più alto
dove il cosmo è un albero
e il legno ha l’odore di tutti i natali
che diedero un corpo al mondo
il grande respiro delle messi
il duro roccioso sussurro delle montagne
il ventre gonfio delle nuvole
le guance rosse delle rose
le mani protese delle fiamme
le piccole attrezzerie dei ghiacci eterni
le volute  d’argento delle anatre che migrano prima dell’inverno
tutte le piume dei sorrisi dei neonati che vedono ancora
da dove si apre questo pane da mangiare
che sanno raggiungere la paglia dei sogni in cui poter volare

*

nemmeno il minimo attrezzo dell’ape
che punge la mia ignoranza
o la punta di un chiodo che scalfisce il muro
del nostro silenzio nemmeno un segno
scrive la mia parola malferma
malata la vita  l’acqua l’aria
la terra rattrappita su una punta di sfera
eppure ha una lama il giglio e taglia col suo bianco
l’inerte silenzio di giugno e profondo lo attraversa
con urlo spandendo intorno  polveri
polline   profondo fende l’attesa
di morire appena qualche giorno dopo
mentre annega nel suo calice
l’ultima impronunciabile parola
l’enigma che c’insemina.

fernanda ferraresso– da Siamo noi la casa delle nuvole

 

da Siamo noi la terra delle nuvole- inedito

4 Comments

  1. Viene voglia, ora che è primavera, di interrare un bulbo di giglio, per vederne, a giugno, “la lama che taglia col suo bianco” e per vedere “annegare nel suo calice l’enigma che c’insemina”.
    D’ora in poi, alla vista dei gigli, penserò alla tua splendida poesia. Stanne certa!

    Fiammetta

  2. dopo che sono nata, con grande rischio per me e per mia madre, lei piantò una specie di isola di gigli, crescevano alti, bianchissimi, erano un grazie a quel mistero che ci aveva trattenuto qui, e quel profumo si spandeva in aria, intorno. Impossibile non sentirlo, non sentirlo dentro per lungo tempo. Quando penso alla nostra casa loro appaiono per primi anche se magari è dicembre. e fendono ogni altro pensiero, l’oscuro che ho dentro. Sono felice che anche tu li senta così profondamente. ferni

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