VI RACCONTO UN LIBRO – Milena Nicolini racconta Orizzonti del buio di Lamberto Dolce

maksymilian novak zemplinski

Maksymilian Novak Zemplinski.

“Lamberto Dolce nasce nel 1960 e risiede a Modena. Dalla metà degli anni ’70 ha iniziato a lavorare: prima in fabbrica, poi come muratore; in seguito, da più di trenta anni, è assistente di anziani e disabili. Si è impegnato a lungo in politica e tutt’ora, anche se non attivamente, è un interesse che non trascura. Appassionato di letteratura, astronomia, storia dell’uomo, ama correre e camminare quanto scrivere.” A leggere le scarne notizie biografiche del risvolto di copertina, emerge una vita molto presto assorbita da lavori pesanti; anche quello definitivo, almeno da 30 anni in qua, di assistente di anziani e disabili, non è uno scherzo. Verrebbe da pensare, allora, di fronte a un libro così importante, ad uno di quei casi da giornali gossip, in cui si manifesta misteriosamente e si rivela come un miracolo una genialità là dove non sarebbe lecito trovarla: la casalinga analfabeta che scrive un best-seller, il bambino di tre anni che rivela al pianofortino di Babbo Natale un talento da gran musicista…
No. Invece no. Se Lamberto ha scritto un romanzo come questo, di notevolissima innovazione formale e di grande interesse tematico, senza il consueto percorso di acculturazione scolastica e/o formazione canonica, è solo perché, fin da ragazzo, da quando almeno io lo conosco, si è costruito una solida ed eccezionale cultura, letteraria e non solo, leggendo, oltre i ‘consueti’ grandi italiani (da Pasolini a Svevo a Fenoglio), anche i difficili innovatori della narrativa italiana: Gadda, Volponi, D’arrigo, Bufalino, Tondelli, e ancora Del Tredici, Guido Morselli, Andrea Giovine, Antonio Franchini, tra gli altri. E, tra gli stranieri, Joyce, Bolaño, John Kennedy Toole, Christa Wolf, William Burroughs, dopo essere passato per Borges, Dostojevski, Faulkner, Melville, Hemingway e tutti gli altri che non sto ad elencare. Toccando di passaggio la poesia di Zanzotto e Sanguineti, immergendosi fino al collo in Omero e adesso anche in Lucrezio. Senza dimenticare la grande fantascienza, così limitrofa alla sua passione per l’astronomia; e la storia dell’uomo, dai primati ai grandi eventi della politica, dell’economia e della società del ‘900. E’ con questa ricchezza culturale, adeguatamente sostenuta da una vita di concreta esperienza dentro il mondo, che Lamberto ha potuto scrivere Orizzonti del buio.

“Un dirigibile usciva da quel rigo sopra la mia testa e come quelle poche nuvole macchiava con la propria ombra pezzi di prati.”p. 33

“Sul suicidio del papa non aveva niente da dire, piuttosto non gli andava giù che il Vaticano fosse diventato un quartiere di Roma, un quartiere che conta, ma uno dei tanti in Italia.” p. 67

“Proprio tre giorni fa, al quartiere della mensa, sono iniziati lavori di monitoraggio da parte di ricercatori europei. Biologi, chimici, fisici, geologi, astronomi studiano l’atmosfera che c’è al quartiere industriale. È interessante, hanno detto alla conferenza stampa, l’analogia che c’è tra la concentrazione di anidride carbonica al quartiere e quella che avvolge un esopianeta di recente scoperta nella costellazione dell’Idra. Ruota attorno alla stella HD milleottanta e dalla mensa dista centoventisette anni luce.” p. 78

Il piccolo spostamento nel futuro e nell’immaginario che l’autore opera in Orizzonti del buio accampa un tempo che assomiglia tanto a questo nostro tempo da esserlo a tutti gli effetti, ma come guardato di là da una lente che allontana, affumicata, appannata dall’angoscia della testimonianza partecipe, comunque inesorabile nel mostrare criticamente un mondo in sfacelo. Il ‘fuori’, in Deambulatorio, la prima parte del romanzo, per squarci della tessitura sociale, dei rapporti interpersonali, della ricerca senza scopo e scampo che porta i quasi anonimi protagonisti in bar di stazioni, mense, parchi cittadini, cantieri, fermate d’autobus: luoghi di incontro che sono diventati luoghi di assenza, incomunicabilità e solitudine disperata. Il ‘dentro’, in Palazzo, la seconda parte del romanzo: non tanto luogo fisico della reclusione quanto luogo-incarnazione dell’interiorità malata, in dissoluzione come e peggio del mondo-fuori: reclusi e reclusori. Lievissime le tracce di relazione che ancora congiungono il ‘dentro’ e il ‘fuori’, perché, appunto, se è in sfacelo il mondo, lo è ancor più la memoria, fuori e dentro, dell’esserne stati parte. Eppure qualcosa nel vuoto, nel caos, si àncora ad un appiglio più fragile di un sogno, anzi forse proprio una allucinazione, che comunque non ci è dato di decifrare con chiarezza. Ma è qualcosa. Fa diga.

DEAMBULATORIO

Significativo l’exergo, ripreso dall’Edipo di Pasolini: la Sfinge avverte che l’abisso in cui la si vuole gettare non la farà scomparire, perché l’enigma è in noi.

Quartiere

“Ma cosa starà succedendo? si chiede don Sergio, mentre pensa ai commenti sussurrati dai fedeli al confessionale. Oltre a una donna del paese avanti negli anni, ha notato nell’ultima settimana timide donne dell’est, precarie anche nella lingua. Fanno numero e apparentemente timide, la domenica mattina, provano a confessarsi. Già da tempo, più di un anno, sono in aumento anche uomini. Più pazienti da un analista, sembrano a don Sergio, che fedeli peccatori, uomini già maturi, oltre i quaranta. Sputa l’ultimo risciacquo dalla bocca, infilando lo spazzolino dentro il bicchiere di plastica, senza mollare lo sguardo su se stesso. La sua faccia allo specchio segna tutti i cinquantatre anni compiuti ieri. C’è chi ha la mia età, la maggioranza, pochi quelli più vecchi, mentre conta col pensiero i fedeli maschi, si ferma alle dita di una mano, più un dito dell’altra. Erano in tanti così all’ultima funzione. Spinge con la mano ancora aperta la porta della camera da letto, accende la radio e si spoglia. Sente l’ultimo notiziario a volume basso. Non per timore di vicini, non esiste altro suono o rumore domestico se non prodotto dal proprio fare, la canonica e la chiesa sono massicciamente staccate di qualche centinaio di metri dal paese: come dighe sovrastano un lago secco dove emerge il mezzo raggio di strade case piazze e palazzi ammuffiti. Gli piace sentire la radio così. Un sottile fiato l’accompagna a letto. Narra di quello che accade aldilà degli argini. Coglie pezzi a caso, non sa se i più importanti o interessanti. Sotto le coperte, prima della luce spegne la radio. Se il governo avrà dall’opposizione il sostegno per fare fronte comune all’emergenza economica del dopoguerra, questa notte non lo saprà. Non legge da tempo prima di addormentarsi, cerca il sonno così, tra pensieri ricordi bilanci. Quelle voci che hanno lasciato il tempo lo spazio il senso resuscitano cattive: siano di sua madre degli amici più cari di nemici, parlano. Prova a dare volto a quelle voci che si concedono come al confessionale. Nel muto della notte le frasi si ripetono. Così mentre ascolta i suoi brividi trapassa a salma dormiente.” p. 13

La realtà o, meglio, la situazione complessiva è data a pezzi; è come se nell’intorno dei personaggi non ci fosse più consistenza. Emerge a brani, frantumata, da ricordi e pensieri in libertà, da articoli di giornale (“ripensa a Luca: a parte casini allo stadio o quella volta beccato con droga leggera come diceva il gazzettino locale”), da parole di qualcuno che riferisce (“Dalle voci di quei pochi sentiva e imparava le cose del mondo”). Anche se gli eventi presenti o passati sono sempre vivi come in atto, o comunque incisi matericamente come traccia rimasta sulle cose sulle menti sui corpi da essi travolti, qualcosa però li smorza e allontana, come cose ormai già accadute, nel senso di un inesorabile inerte inutile accadere, che appena accade, è già avvenuto, già stato, e quindi dissipato: è già stato prima, non è più adesso, come se, anche mentre avviene, fosse così poco consistente da evaporare. Così, ad esempio, il disagio sociale di una categoria viene espresso con un’annotazione fenomenica, una traccia appunto, una cicatrice, e non con una qualche matrice causale, come si fosse persa indietro o intorno: “ha notato nell’ultima settimana timide donne dell’est, precarie anche nella lingua … provano a confessarsi”; “occhi acquosi di seppia dallo sguardo incontrollato, animati di passiva animalesca disperazione”; “tre tipi dall’aria sedentaria e disoccupata”; “emette un suono di voce sporca, catarrosa, proveniente da chissà quali reparti”. A volte “pezzi a caso” della realtà vengono dalla radio, che li “narra” come fossero favolosi/immaginari, perché comunque “aldilà degli argini”, anche quando si tratta di eventi che hanno un grande peso nel presente, come l’assorbimento del Vaticano tra le regioni/zone italiane. A volte pare che quello che conta, quindi spesso non quello che è stato costruito da una storiografia orientata, possa passare, essere mediato solo dai corpi: “secoli, millenni di informazioni hanno vagato coi soli corpi tra analfabeti”. D’altra parte, coi corpi o con le parole, le persone dell’adesso non comunicano. Si veda il taglio delle conversazioni, divergenti come tra sordi, quasi monologhi squinternati; i dialoghi come mozziconi rubati da un bar, afferrati a brandelli nel confessionale o nel taxi. E’ una realtà in disfacimento: anche solo i pezzi che si conoscono ne rendono la frantumazione e la dissoluzione. A volte la realtà viene proprio meno dentro la narrazione del presente. Come quando il prete Sergio, dopo avere a lungo osservato il vecchio che gli siede accanto, si accorge che su quella panchina “c’è solo lui”.
I segni corrosivi del mondo fatiscente scompaiono nella natura, da essa come riassorbiti, anche se degradata o minimale: “Dalla finestra della cucina compare il pezzo di cielo pulito dal temporale notturno. L’azzurro è diviso da una riga bianca tirata da un aereo… vede quella che era una retta di precisione geometrica dissolversi lentamente e fondersi tra il soffitto azzurro”. La natura in tutto il romanzo appare sempre amorevole, consolatoria, compassionevole, non perché lo sia in sé, ma per quello che rappresenta in chi la incontra. E’, pure se solo per pochi istanti, fuga, uscita dal caos, dal disfacimento, anche quando, appunto, è stata anch’essa deturpata, dissipata, fatta a pezzi, come nella striscia di parco lungo il viale trafficato o nel prato che confina con la discarica o nel bosco che è adiacente al Palazzo. Infatti spesso è percorsa o tagliata ai margini da elementi della modernità in movimento, quasi simbolo-segno di un’aggressione senza scampo: auto, scavatrici, aerei, dirigibili. Non per questo smette mai il suo effetto positivo; prima o poi, inoltre, la natura trascina lo sguardo in alto o all’orizzonte, ad un infinito che si può, se non immaginare, desiderare incontaminato.

Il protagonista del primo capitolo di Deambulatorio è il prete Sergio: il suo elemento naturale è l’oscurità. Delle vie di notte,“cammina un’ora al buio illuminato dalla luce artificiale… Ora tra le umide e strette laterali si trova sempre più solo… I marciapiedi, in mezzo a muri di macchine e mattone, sono solo suoi”; del confessionale, ove apparentemente deve stare per il dovere del suo ruolo, ma che gli è consono per quella grata che lo divide dagli altri; del suo taglio netto con la precedente realtà civile da cui è scomparso. In questo anticipatore del prossimo romanzo dell’autore, in cui appunto le persone scompariranno misteriosamente. Il prete Sergio è fuggito nell’ “ordine” apparente della Chiesa ed ha un rapporto con la realtà in sordina: tramite le voci che sussurrano al confessionale, o in sottofondo al bar, o gracchianti alla radio. Ogni tanto si estranea anche da questi contatti: non ascolta, non sente. Per quanto fragili e precari, si è circondato di muri di difesa: dalla grata alla collocazione della canonica/chiesa, che sta a cento metri dal paese: pochi, ma segnano un distacco. Sta bene al cimitero, dove in qualche modo cessa la vita e ne rimane traccia solo sui visi dei defunti segnati dalla propria vicenda: “scavati da gravidanze e fatiche nelle cucine, nei campi, in fabbrica… sguardi di gente che arrivava stanca alla sera”.
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La solita storia

“Mi tolsi anche la maglietta, il sole di metà aprile era particolarmente caldo. Mi lavavo nelle botti di plastica con energiche saponate. Tutta la fatica di quelle giornate usciva dai pori e scendeva tra fitte gocce d’acqua e lenti rivoli di sapone. Una sensazione di ritrovata libertà m’inebriava. Quella libertà che senti di possedere per poco tempo, in spazi stretti, che l’ansimi durante le ore di lavoro come l’aria il prigioniero o l’acqua l’assetato. Felice di riacquistarla ogni sette giorni.

(…) Fuori dal cantiere non andai subito alla macchina come tutti. Mi colpì il panorama che mi era sfuggito durante le giornate di lavoro. Prati scuri d’erba fino in fondo allo sguardo, colline color grano, con macchie sparse di bosco, come il cielo in primavera. Oltre una di queste colline, il mio sguardo fu catturato da un enorme fitto mobile volare di uccelli grigi, scendevano e s’alzavano con una loro armonia da piccole dune. Cosa sarà? (…) Con entusiasmo mi incamminai su un sentiero sterrato in compagnia dei miei pensieri. Simile al posto dove ero al fronte al tempo del Pronto Intervento Civile. Solo che qui potevo passeggiare senza temere imboscate da chissà chi. Non so quanto camminai. Piacevolmente solo, godevo della vista di quei prati estesi come mare. Li vedevo in fondo uniti in una riga col cielo.” p. 32-p. 33

E’ importante, qui, il lavarsi del ragazzo protagonista senza nome con l’acqua dei bidoni, un vero e proprio lavacro lustrale di purificazione, che spazza via le impurità della fatica bestiale del lavoro settimanale, per introdurre alla natura, che è sempre, come si è già detto, consolatoria, cioè capace di dare tregua all’angoscia. Qui è in stretto rapporto con il cielo, luogo-archetipo dell’ ‘oltre’, del meta-fisico (inteso solo come ‘sopra’/’fuori’/’ai margini e non dentro’ il ‘mondo umano in disfacimento’), della speranza di ordine-senso. I confini col mondo fatiscente corrodono e non sono mai assenti del tutto, ma è come se la natura, anche nel più basso degrado, riuscisse a mantenere un suo ancestrale influsso benefico. Questi campi sono ai confini di una discarica, ma diventano orizzonte di libertà; gli uccelli che li sorvolano sono di una specie che si è moltiplicata e vive del marciume, anche di resti umani, della discarica; ricordano tanto gli stormi del paragone coi dannati nel canto v dell’Inferno, sono parte di un orribile pezzo del mondo putrescente che si scoprirà appena oltre qualche pagina, ma appaiono magnifici al giovane, lo affascinano con la loro maestosità, il loro aprirsi all’infinito. Anche il dirigibile – che non a caso passa sempre alto e lontano dalla terra degradata, segno del mondo dei ricchi che sorvola e non tocca l’inferno sotto, ma si limita a macchiarlo d’ombra – nel cielo mantiene qualcosa del sogno, del desiderio, del bisogno d’oltre (non solo metafisico, ma anche sociale), e compare in più punti del romanzo.

“Un sabato pomeriggio andai a trovare Costantino in discarica. Al cancello d’entrata dei camion passai sotto la sbarra come mi aveva detto. Ora non erano lontane le colline, i cumuli a pochi passi. Variopinte, massicce montagne, di tutti quei colori che plastica ferro e rottami vari e sconosciuti possono creare. Camminando tra strade improvvisate, rullate quotidianamente da tonnellate di pneumatici, cercavo la baracca che mi aveva un po’ descritto. Il vento portava tutti gli odori marci del nostro tempo. Nubi di uccelli, per lo più gabbiani, all’unisono si alzavano da una cima e oscuravano un pezzo di cielo, come nuvole che ti sorprendono in piscina mentre ti appisoli al sole. Il loro gracchiare mi confondeva. Trovata la baracca, passai oltre la riga grigiastra di veleno per topi stesa sul terreno come spalti di un fortino, a protezione di attacchi e imboscate. Adesso si sta bene, ma pensa d’inverno con solo quella stufa elettrica e l’energia razionata. Era arredata da lui, la sveglia sul tavolo, inesorabilmente ferma. Glielo feci notare con leggera ironia. Per il mio tempo è sufficiente questo che porto al polso. E quando si ferma anche lui? Non aveva mai puntato la sveglia per alzarsi, tanto meno voleva sentire il momento di sdraiarsi. Così giovane, pensi già a queste cose. C’è sempre questo rumore? Quale rumore, ragazzo? Gli uccelli. O sono sempre più sordo o mi ci sto abituando, ti inquietano? Un po’, sai è la prima volta che entro in una discarica, Costantino, però ha il suo lato positivo. Che era la estrema solitudine del posto;” p.37

 La discarica si presenta quasi fascinosa con quelle colline colorate. Ma il vero punto d’attrazione è Costantino, da subito una sorta di Caronte fuori del tempo. Non ha orologi che vanno, misura il tempo ad istinto. Mai del tutto dentro ai suoi Inferi, (qui sta oltre il tempo e il luogo, in una baracca-casa che non è la discarica; in Palazzo sovrintenderà la Biblioteca, che è del tutto avulsa dal resto). Mai del tutto fuori: la baracca sta comunque dentro la discarica e quando lo manderanno via, sarà del tutto perso; così come non vorrà mai fuggire da Palazzo, pur avendone l’opportunità.

In questo secondo capitolo di Deambulatorio, La solita storia, lo stile è più scorrevole, la narrazione distesa, continuativa, senza stacchi netti o passaggi vuoti come invece in Quartiere. La vicenda finisce in una stazione: più che un posto per partire, fuggire, un luogo di sosta per un’osservazione tanto distaccata quanto cruciale. La realtà complessiva è, c’è, anche se non completamente: ancora si dà a sprazzi, tacendo contiguità, precedenze, cause, ecc. E’ raccontata in prima persona, filtrata dal corpomente del protagonista ventenne e di alcuni comprimari. Si presenta spesso un contesto corale, infatti la narrazione è più dentro la società (lotte operaie, inquinamento, esercito assassino, lavoro difficile), anche se il protagonista ventenne ne è sempre ai margini, ingenuo ma malleabile. Sta vivendo infatti una vera e propria iniziazione alla realtà: di questa parziale contaminazione è fatta la sua ingenuità/purezza, che lo rende ancora capace di avere fede, anche se più per dovere logico che per convinzione profonda e quasi senza un preciso oggetto di fede: “Pochi non credono a qualcosa… Io sentivo che dovevo credere già da ragazzino.” Capace di sentire e godere la libertà: lo si osservi quando si butta a lavarsi con acqua in botti di plastica, prima di affondarsi nella natura (o quel che ne resta) con uno sguardo così incontaminato da non riconoscere gli uccelli da carogna, proteso ad un infinito di “prati estesi come mare” che all’orizzonte diventano una riga che unisce terra e cielo. E’ quasi una guida narrativa, congiunge grossi nuclei esemplari: non a caso non è mai definito per nome, mentre di tanti che compaiono anche solo fulmineamente si sa come si chiamano. Gruppi rimarchevoli, di segno opposto, sono una famiglia povera in interni ed una festa di ricchi, accomunati da un identico disfacimento interiore, che a volte ne fa macchiette, tipi che incarnano malesseri e delinquenze diffusi fino alla normalità. Poi ancora il nucleo degli scontri davanti al cantiere, dove quasi non compare mai la controparte padronale, più simbolica dello stato e dell’esercito che di uno scontro di classe, e dove si inscena più la rissa tra gruppi opposti di manifestanti che tra operai e polizia, quasi che ormai il disfacimento abbia svuotato anche le tradizionali divisioni sociali. In tal senso è molto forte la introduzione del moderno mercato degli schiavi del lavoro, dove si compera la manodopera di cui si ha bisogno non più secondo canoni tradizionali di scambio nel mercato del lavoro, ma fisicamente, in toto, come facevano le matrone romane, come ai tempi dei negrieri, qui nella veste più banale di puttane e di ‘caporali’. Questo mercato, per quanto il ventenne protagonista non ne sia entusiasta, è però del tutto accettato, rientra infatti in una normale giornata di shopping di Magda, che lui accompagna. Il suo vero disagio non è per un rifiuto morale, ma per la segreta paura di potere un giorno varcare il confine della corda tesa che ora lo garantisce di qua dalla schiavitù. D’altra parte il ventenne “crede sempre meno” e non importa, o non sa nemmeno, in cosa. Anche il quasi terminale tentativo di costruire con altri una resistenza contro la logica del mondo marcescente (costituendo un’associazione fuori dalla politica tradizionale, informandosi e formandosi con studi politici economici sociali della situazione globale) non approda a nulla di forte: lo sfacelo del mondo lo ha già preso da tempo e lo disfa giorno dopo giorno, nell’anima e nel corpo. Quando la visita medica sancisce il suo destino di contaminato a morte, in realtà l’iniziazione, nel senso appunto di un inevitabile coinvolgimento nella dissoluzione generale, è già avvenuto. Ed è quasi logico che questo personaggio finisca con una sottrazione di sé alla realtà, in una stazione anonima e sconosciuta, con un domani anonimo, in mezzo a tanti e lontano da tutti. Un altro che sparisce senza lasciare traccia, come Fulvio, come Sergio. Potente, ma quasi in senso opposto, il nucleo in cui compare Costantino, non a caso un genius loci della discarica limitrofa al prato del ventenne protagonista. Il prato rappresenta una natura che, come s’è detto, ancora attira, commuove, consola, anche se è irrimediabilmente contaminata, emblematicamente soprattutto dai meravigliosi voli di stormi di uccelli che si nutrono di carogne. Della discarica, Costantino è l’angelo-demone guardiano. Uomo solo, che vive come “in un mondo parallelo”, che “tiene chiuse le finestre anche in luglio”, ma ancora aperto, a suo modo, dal vissuto sofferto, ancora sanguinante per i colpi di una realtà che disintegra l’anima come la natura, ancora aperto a qualcuno degli altri a cui sente di potere lasciare qualcosa di importante in eredità. Si sente al limite, vorrebbe scappare, ma non sa dove andare. Non a caso tutti i suoi orologi sono fermi. Legge, tutto quello che gli capita, in sostituzione dei chilometri che non riesce a superare. E’ fuori del tempo, fuori della realtà infame, non connivente. Come nel Palazzo, dove ancora sarà fuori: fuori nel bosco e fuori nella biblioteca. Anche se Costantino, genius loci e guida iniziatica, (lo sarà anche nella seconda parte del romanzo, unico personaggio che ritornerà) non può mai staccarsi del tutto, come si è detto prima, dalla realtà degradata in cui è radicato – radicato profondamente, come per una appartenenza genetica nascosta: una formazione personale e culturale imprescindibile o l’impossibilità faticosa di una mente ormai contaminata ad immaginare-costruire l’alternativa? Costantino come Mosè: guida alla Terra Promessa, in cui però non può entrare.
Questo nucleo di estraneità o, meglio, di marginalità, sarà ripreso col cimitero, anch’esso fuori, luogo di solitudine soprattutto, limitrofo ma staccato dal mondo in disfacimento.
“La padrona non parlava mai e mi pagava giornalmente. Mi ricordò solo che, se veniva un controllo, per me era sempre il primo giorno. Praticamente arrivavo, spesso di pomeriggio alle due e mezza, la salutavo senza essere ricambiato, prendevo il mio cesto di fiori e verde, la bottiglia per l’acqua, la spugna e lo straccio. La padrona ebbe bisogno di seguirmi solo la prima volta. Vista l’ottima impressione che le dovevo aver fatto, il secondo giorno disse: vai da solo, sembravi a casa tua l’altro ieri. In effetti se non fosse stato per i pochi soldi, poteva essere il mio mestiere. Appena entrato, andavo a bere alla fontanella vicino alle tombe di famiglia. Per via del caldo afoso cominciavo dai tombini sotterranei. Mi immergevo in quei lunghi corridoi silenziosi, accesi da quelle poche luci funzionanti sui marmi, tra la foto sorridente e un simbolo sacro. Rettangoli mobili di luce solare entravano dalle scale degli ingressi. Mi sentivo come in quei posti importanti che conservano i ricordi, tipo musei o biblioteche. Per quelle foto che lavavo con la spugna e asciugavo con lo straccio, dopo avere sistemato con cura il vaso dei fiori, la morte non c’entrava. Spesso sorridenti, casomai a un loro compleanno, al loro matrimonio, alla loro cresima o comunione. Molti della mia età sorridevano in divisa, qualcuno con quella del Pronto Intervento Civile. Pochi volti pieni, stonavano.
Erano più simili alle foto che pulivo nelle tombe di famiglia: tondi di grasso, tagli dei capelli curati, solo le donne ridevano meno, per magrezze imposte dal loro ceto. Qui i titoli sotto o sopra le date si sprecavano ed erano tutt’interi alla luce o al sole. Per il mio temperamento mi trovavo però meglio nei corridoi di sotto, battezzati da me le “catacombe”. In quei mesi di lunga estate imparai che il tempo è la più brutta invenzione dell’uomo. La maggioranza era della mia religione, ma quando capitavo da mussulmani che erano morti nel millecinquecentottantasei o da ebrei morti nel cinquemilatrentadue, i mussulmani con facce riprese allo stesso modo dei morti del tempo cristiano e gli ebrei senza foto, mi incasinavo i pensieri. Però dopo poco la cosa mi divertiva. A volte provavo a parlarne con Brunella, ma le sue risposte mi facevano vergognare. La padrona invece diceva: è sempre stata così, ora ho altro da pensare. Costantino mi raccontò una storia. Avevo meno di dieci anni, mi accorsi che quando accompagnavo mia madre al cimitero, un sabato ogni quindici, di mattina, sentivo il canto di un gallo. Una volta mi sono accorto mentre andavo sulla tomba di mia madre, pochi anni fa, che un gallo cantava. Tutti i cimiteri sono in campagna, in tutti c’è un silenzio imposto, rotto solo da un gallo che se ne frega del nostro tempo. Certo il gallo era diverso, pensavo, in cinquanta anni quanti hanno cantato per noi morenti? Dimmi se senti cantare ancora un gallo ora che ci lavori. Così puoi far visita più spesso a tua madre, aggiunse alla fine di quella storia. Mi accorsi quanto poco andavo a visitare la sua tomba. Sì una volta alla settimana, Costantino, risposi con vergogna. Il gallo, non glielo dissi, lo sentii, forse non gli interessava più.” pp.59-60

Il cimitero, marginale ed estraneo al mondo-fuori, è un non-luogo dove, come nella natura anche degradata, nella solitudine della morte-distacco il ragazzo può tentare di ricomporsi in qualcosa che sembri un’identità umana. Dove arriva, tanto consueto e ragionevolmente spiegato quanto decisamente ulteriore, il canto di un gallo. Dove si sente tanto “a casa sua”, da accorgersi del cielo e della luce che arriva anche nei corridoi sotterranei. Anche qui c’è una fontanella lustrale e la confusione/soppressione del tempo.
“In quei caldi giorni, rotti da imprevisti temporali, rividi Brunella. Al funerale di mio padre, morto due giorni prima di ferragosto. Un ultimo attacco di cuore fatale. Le chiesi anche di Fulvio: ha trovato un’altra, forse è anche per questo che dice di aver capito, rispose con un sospiro finale. Pure lei era stupita mentre lo diceva, della semplicità della cosa. Averlo saputo prima lo mollavo, sussurrava stretta nelle labbra mentre il prete mandava gli ultimi segni verso la cassa di mio padre. Al cimitero venne in macchina con me. Tuo figlio? È con lui. No! Non me ne voglio liberare, solo staccare un po’. Il cadavere di mio padre era seguito da noi due, quattro suoi amici, momentaneamente coperti dal nero della loro macchina. (…) Ti è costato molto il funerale? Quei pochi risparmi che lui si era messo via. Non avrei mai pensato che avesse messo in conto la sua morte. Forse ha fatto il gesto più delicato della sua vita. Forse non sapeva nemmeno più di avere quei due soldi. Non ti ha lasciato niente oltre l’appartamento? Un libretto con i pochi spicci rimasti dal suo ultimo viaggio. Ci credi ancora? A cosa? risposi mentre tormentavo sempre più il cambio tra le mani. A tutte queste cose, i preti, il funerale, l’aldilà, un dio qualunque, la reincarnazione. In effetti ci pensavo meno. Un dio qualunque? Credo anche io come tutti. Bisogna credere, no? Ancora lì sei? Brunella mi guardava sorridente, temevo di essere compatito. Pensavo a quella sera della cena, i suoi discorsi diversi, particolari. Una pignola, sei una pignola, mi uscì un po’ stizzito mentre parcheggiavo. La cassa grattando un po’ penetrò nel tombino. Due manovali dalla pelle scura misero pietre e intonaco. Sarei stato capace pure io di fare quel lavoro, meglio di quei due, molto meglio. Non ho foto! Con lo stesso sguardo sdegnoso i due si rigirarono dopo avermi fatto la domanda. Con lo spigolo della cazzuola scrissero il cognome e il nome di mio padre sull’intonaco ancora nero di umido. Ora lui era tutto lì, fino a polverizzarsi, dicevano i miei pensieri che liberi rimbalzavano tra me e l’intonaco. (…) In macchina, tanto per riprendere il dialogo, le chiesi se andava a casa. Non le chiesi con chi stava. Ora nel parcheggio eravamo rimasti noi due. Chiuso il cimitero. Chiusi i chioschi dei fiori. Spariti gli accattoni davanti ai cancelli. Mi chiese come stavo, alludendo a noi due. Mi fa piacere vederti più sereno. Davvero! non scherzo. Non so come successe. Mi accorsi che di colpo eravamo avvinghiati e fusi coi nostri sudori, già con le labbra bagnate della saliva dell’altro. Fu una scopata scomoda ma liberatoria. Ci vedemmo ancora altre volte, saltuariamente. La libidine provata quella prima volta è viva in erezioni improvvise quando penso a lei.” pp.67/68/69
Nel cimitero può avvenire una quasi-riconciliazione con quel terribile padre, da cui infine si è separato, tagliando un assurdo cordone ombelicale. Un padre che viene staccato dal mondo-fuori di cui era un esemplarissimo attivista, magari proprio cancellandone l’immagine. E in contraltare il cimitero può permettere al giovane di farsi prendere dall’istinto più naturale per fare l’amore con Brunella: anche se riesce ad arrivare solo alla “libidine”, resta in lui un segno potente, una forza della natura. Infatti il cimitero è l’unico altro spazio dove, come nella natura, il ventenne può tentare di guardarsi con un atteggiamento che assomigli ad una autonoma consapevolezza di sé, mentre fuori l’io appare già frantumato e trascinato dalle prime esperienze iniziatiche nel mondo. Anche ad opera di un padre padrone già del tutto disfatto, quindi agente preparatorio ed integrante dell’iniziazione al disfacimento. Come agente integrante è stato il volontariato nei servizi per l’esercito, organizzato e gestito in funzione di una guerra tanto continuativamente incombente da essere quasi perenne, fatale, oltre che mai chiaramente definita, motivata, collocata. Una guerra che tanto ricorda da vicino l’ambientazione di Frigidaire, precedente racconto lungo dell’autore, da poterlo considerare un prequel di Orizzonti del buio.

La mensa

“Da due settimane ha riaperto il bar della mensa. Sempre più comodi e larghi, pranzano silenziosi e disciplinati lavoratori di ogni genere. Consumato tutto, disposti i vassoi sui carrelli, i lavoratori chi lentamente chi no, si muovono verso il bar. Si concedono un caffè i più, altri ingoiano amari o frizzantini. Al bar sembra immutato nel tempo il frenetico brulichio umano, rimane il suo ritmo. Chi siede ha finito il turno o è in pensione o disoccupato e si rinfresca con l’aria condizionata, oppure chi lavora finisce gli ultimi cinque minuti di libertà limitata. Dalle quattordici alle venti, chiusa la mensa, i suoni al bar mutano: voci femminili e maschili proletarie, voci catarrose, asmatiche, sdentate, schiamazzi e strida adolescenziali. (…)
Chi abita al quartiere della mensa sono vecchi, malati o rassegnati. Leggono o sentono dire dal video che fino a due anni fa erano diciottomilasettecentocinquantadue ora sono tredicimilaventotto. Loro, gli abitanti, già l’avevano capito dalla difficoltà delle ditte di traslochi a rispondere alle richieste. Con il conseguente rialzo del costo di trasloco e un aumento del fai da te esagerato.
Si è formato un comitato di esperti. Dopo aver denunciato il livello di vita al quartiere, il gruppo che lo presiede ipotizza che entro tre quattro anni al massimo tutta la zona diventerà irreversibilmente uno dei primi pezzi di pianeta con condizioni ambientali extraterrestri. Già fioccano denunce contro questo catastrofismo da parte di gruppi della confindustria locale, editori, militari. Tra le denunce emergerebbe che parte del comitato è colluso con l’attuale gruppo di ricercatori scientifici.
C’è un pezzo in prima tutti i giorni sui locali quotidiani così come nelle sorelle reti che ne parlano al primo servizio.

I frequentatori della mensa ascoltano o leggono e si chiedono quando mai la vita è stata generosa. (…)
Dove sei stato? è una settimana che manchi.
Mi sono fatto male, sì, al lavoro, infortunio ordinario, quindi costretto a stare a casa.
Chissà che palle!
Be’, la sera posso uscire. Mi tolgo da quelle due.
Tua moglie e tua figlia?
Di chi vuoi che parli? Una disoccupata, l’altra dice che va a scuola, dice!, ma poi ti arriva a casa prima. Una volta non c’è un professore, un’altra uno sciopero, un’altra volta un’aula allagata.
Fortuna che non hanno fatto saltare la scuola come quelli là, l’hai letto?
Chi? i mocciosi delle molotov?
Mi sono fatto tutti i telegiornali la scorsa settimana.
Vedo, sei ingrassato.
Cazzi miei.
Vanno a scuola, giocano alla guerra…
Che dici?
Ah! Il barista ci chiama, i caffè.
Vado io, zoppichi ancora.
Pensa te, preparavano molotov da giorni.
Ancora ci pensi? Prendi e bevi.
Mi chiedo stavolta l’obiettivo cos’era, era meglio quando andavano in curva. Almeno il calcio li recintava, vogliono fare la guerra, a chi, al mondo?
Bevi il caffè, a forza di girare il cucchiaino… C’era anche tua figlia tra gli arrestati?
Ci manca anche questa, li conosce quasi tutti, urlava davanti al video: anche lui c’era e quest’altro e quell’altro, tutti, li hanno presi! papi.
Allora è andata bene a tua figlia.
A lei sì, a me e mia moglie no. Avessero rinchiuso pure lei, non tanto, un paio di mesi, sarebbero state le prime vacanze da quando ci è nata.
È dura con i figli.
L’abbiamo pure picchiata come fosse un maschio, niente, sempre più perfida.
Tu, voi, vi lamentate, in Africa ricordo che era peggio.
Lo so non ricominciare la storia, almeno da voi i mocciosi soldati li pagano.
Li pagano? Sì! una miseria, solo più ricca della morte per fame che offre la famiglia.
La tua famiglia, la tua gente c’è ancora?
No. Non tutti sono morti, è morta la vita di prima che ci univa, chi è rimasto ha fatto come me o il contrabbandiere o il disperato in una baracca di periferia. Sai quanti cadaveri trovano al mattino nelle discariche?
Anche bambini?
Sì!
Cazzo muoiono così, senza aver mai scopato? meglio che tuo figlio sia qua da noi.
Speriamo.
(…)
… mi sa che tu non torni più a casa.
Hai ragione, adesso ho anche un lavoro per sei mesi.
Ma dai, da quando?
Quando eri a casa in infortunio.
Dove?
Faccio l’autista per quel ricovero.
Ah!, ricordo che avevi fatto domanda.
questo non si muove più dall’Italia quanti anni ha quaranta cinquanta ha già anche un figlio che quando parla il nostro dialetto lui non lo capisce si fa già prendere per il culo.
Cosa guardi fuori? aspetti tua figlia? No, pensavo sempre a quei mocciosi, tuo figlio non rompe? A volte con la scuola, o quando litiga con suoi amici. Parla molto, la sera a cena racconta a me e sua madre le storie che vede in televisione dei video di sorveglianza. Si è già visto due volte, gli spiace solo che è in bianco e nero. Anche la mia guarda quelle dirette, cronacavera la chiamano?, telecamere dappertutto in città, ma! O tutti nemici o tutti famosi.
Mia figlia ci sta delle ore. Ci vorrebbe ancora la curva, come una volta, pure il papa doveva farsi fuori! Ma tu a chi credi?” pp.78/81
Decisamente preminente nel terzo capitolo di Deambulatorio l’anonimato di personaggi quasi interscambiabili, anche se di origini molto diverse. Comincia con dialoghi da bar, nel senso più canonico del termine, nel bar della mensa di un quartiere ormai chiuso ed isolato come un ghetto, già oltre il limite della tolleranza massima dell’inquinamento e per questo a rischio di evacuazione totale. A cui però si oppongono gli abitanti per essersi ormai adattati a quella situazione. Tanto che la TV fa dello sfacelo un reality di grande audience. Sono personaggi del tutto consoni all’ambiente ormai così degradato da essere ufficialmente definito “extraterrestre”, personaggi residui, cioè avanzi, cioè quanto rimane di quell’’umanità’ che, se è stata mito dalla Grecia all’Illuminismo, ora sembra ormai del tutto smarrita. In un dialogo formalmente senza virgolette, senza ‘disse/rispose’, senza nomi, dove anche chi si intuisce essere uno ‘di fuori’, extraquartiere, africano, è identico all’altro, è quasi più degli indigeni integrato in un mondo che non ha più nel degrado differenze col suo, in questo dialogo spicca decisamente il terribile anonimato dei personaggi, di cui si diceva, voci del tutto assimilabili l’una all’altra, che parlano di niente anche quando toccano temi come i figli, la violenza nella quotidianità, gli infortuni sul lavoro.
“Ottobre offre a quel lembo di terra il primo liquido grigio pomeriggio. Lucia aspetta Brunella al chiosco del parco, per andare in macchina a un colloquio di lavoro. Aspetta sotto la tettoia del chiosco chiuso e da anni dimenticato in quel pezzo di parco incurato e selvaggio. Nella mano stringe l’ombrello gocciolante. Lucia guarda il parco grigio verde poi il chiosco dalle pareti opache e sporche, non ha più stagioni, pensa sbadata. Brunella si avvicina chiedendosi perché proprio lì devono vedersi. Si accorge che il traffico ora è un minuscolo fruscio elettrico. Al chiosco non chiede perché proprio in quel posto dovevano darsi appuntamento. Lucia le dice che è stanca del lavoro al bar e che è stanca di colloqui con magnaccia. Brunella le allunga una sigaretta, poi accende prima a Lucia poi la sua. Hai ragione ma che facciamo, le puttane come Magda altrimenti? Mentre si portano alla macchina si dicono della stagione, quanto è imprevedibile. Brunella ricorda il sole denso come un limone di ieri, proprio là, dice, nascosto ora dalle nuvole. Lucia si ferma e le fa abbassare lo sguardo. Là in fondo, vedi?, sono due lepri. Al riparo sotto due enormi tronchi di ippocastano, una poco lontana dall’altra, in un boschetto vicino al chiosco. Brunella ci mette un po’ a non confonderle con una radice, mentre sente Lucia: ieri c’era un sole, ma con tutti quegli umani e i loro cuccioli a far casino il parco era invivibile, oggi tranne quelle due non c’è nessun animale ma vedi che melma maledetta, la vita com’è punge sempre, penseranno le lepri. Poi Lucia riprende la strada, Brunella vede una lepre spostare le orecchie sulla nuca, ora è una radice pensa mentre raggiunge Lucia. Sono belle, è questo il motivo per cui hai dato appuntamento qui? Non speravo nel sole, risponde Lucia, ma che piovesse addirittura. Be’! ora ha smesso, replica Brunella. Sì, ha smesso, hai ragione, e prosegue seria quasi staccando Brunella. In macchina mentre Brunella guida sa che oggi è meglio che parli lei al colloquio.” pp. 90-91

La natura consola anche qui, nello spazio abbruttito ai margini del traffico, con animali forse solo immaginati. Negli animali, comunque, la natura ha mantenuto qualcosa dell’umanità che gli umani hanno perso. E’ Brunella, in questo capitolo, il tenuo tramite col secondo: a volte parla con Luca del cugino ventenne, che anche nelle sue parole è uno fuori, uno che non sta del tutto nella logica degli altri, uno che scompare senza lasciare traccia. Qui scompare un’altra volta, dall’altra parte, dall’altro punto di vista. E Luca, un protagonista molto ‘sottile’, appena più spesso dei fantasmi da bar, ha uno zio che si chiama Sergio, che sta da lui dopo un lungo soggiorno in manicomio, che è il prete del primo capitolo. Comunque l’autore evita ogni precisazione, ogni collegamento troppo forte, lasciando un velo di ambiguità; perché, se no, darebbe ad un mondo in disfacimento una struttura di continuità ed evoluzione quasi ai limiti della stabilità. Invece in questo romanzo i personaggi devono essere evanescenti e solo istantanei come il tempo solo presente che li consuma. In fondo anche Brunella non è più quella del secondo capitolo, così più consona, qui, adiacente alla sua amica Lucia, suicida quasi per destino. E anche il parco, pure qui lembo della natura quasi staccato dall’altra realtà in dissoluzione, è diverso nello sguardo di Lucia: ci sono due lepri che lei vede in un barlume di entusiasmo, per una bellezza quasi assoluta, che la sbilancia dall’altra parte degli umani. Ma forse quelle lepri non ci sono: Brunella ne vede una “portare le orecchie sulla nuca” ed ecco che”ora è una radice”. Questa doppia possibilità anticipa il finale, che possiamo definire almeno polisemico, di Palazzo.
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maksymilian novak zemplinski6.

PALAZZO

Incredibile come, proprio mentre si entra nel ‘chiuso’, nei meandri bui e concentrazionari di Palazzo, l’exergo ci dia invece il verso terminale dell’Inferno dantesco, con l’ampiezza stellata di un cielo tanto più immenso quanto più è stato claustrofobico il percorso fatto.
“Qui al Palazzo parrebbe un pensiero assurdo, impossibile per noi ospiti. Insepolti rinchiusi, aggiornati sul mondo da ingressi di nostri simili, percepiamo passivi l’abbruttimento esterno e intimo allo stesso tempo. Dirimpettai cinesi e spagnoli urlano un’universale lingua di pochi aggettivi di disperazione. La parola crisi, la più letta sul dizionario, è la più vissuta dalla mia generazione di uccisi, reclusi, fuggiti. È questa alla fine la mondializzazione? Eravamo militanti mossi dal vento, segugi del miglior materialismo, diceva un vecchio resistente passato da queste parti, sepolto finalmente come altri nella terra lì fuori. Sento ancora la sua voce, improvvisa intromette quesiti. Una fiacca luce gialla, quel volto secco, segnato da brevi fossi screpolati, compare da uno dei miei tanti bui. Non ricordo il suo nome, se mai io lo abbia chiamato. La storia? Falsa seduttrice e noi scolari immaturi ci siamo cascati, ripeteva spesso il vecchio resistente. Il pulviscolo sottile dell’incerto sulle nostre domande offusca tuttora, dopo anni di crolli di muri e alte verità, le nostre minime verità. Siamo in una sfera sorda e trasparente, macchiata di ricordi gialli come il piscio di un vecchio confinato su cotone contenitivo. Ora non c’è vento, solo tempesta improvvisa: scuote, carogna, da un apparente letargo psichico fette del pianeta. Lo dicevano loro, padroni del tempo, padroni quindi di tutto, al vecchio segugio resistente, e a noi impreparati segugi, reduci dell’unico dopoguerra di pace armata. A noi, reverenti e schizofrenici, inconsapevolmente abili nel colmare di rabbia i vuoti sensi della vergogna, era normale sentirci inferiori, quando nudi soli vinti pensavamo a quelle enormi quantità di carne umana contrapposta nei due fronti mondiali. Lui, il resistente: vero reduce di una guerra, minore solo perché apparentemente locale. Tanto bastava a dargli lustro, specie nei suoi silenzi. Non solo la sua antichità era da noi rispettata. L’aver vissuto in quel mondo, che a noi tutti mentre lo vedevamo o leggevamo ci sembrava parallelo, gli bastava. Non gli servivano preamboli teorici per farsi ascoltare. Costantino di questo era invidioso: non ricorda nemmeno il suo nome, voi credete a quello che dice? Girava sostenuto da un bastone, chiedeva sigarette a tutti, anche l’età oltre il nome era mistero, il suo sobrio italiano dove l’avrà imparato. Ci pensava a dare il tempo la sagoma che conteneva i suoi ricordi. A volte gli uscivano come quei sogni che provi a fermare il mattino, ma li senti già quasi tutti scivolati nello stagno infinito della memoria. Costantino lamentava che il resistente era incriticabile e che il dizionario lo teneva spesso lui: ma sa leggere? In gruppo sembra bravo solo ad ascoltare, diceva geloso. Non so se era normale, ci abbiamo comunque fatto discussioni lunghe sullo stimolo di quel dizionario. Al suo funerale si è visto un uomo, solo lui venuto dall’esterno, ascoltare la messa con noi. L’Angelo Custode disse a Costantino, giorni dopo, che quella figura timida e anziana era uno dei suoi figli avuto nelle guerre dei Balcani. Hai visto che almeno la guerra l’ha fatta!? Costantino andava sui suoi passi, muto.” pp.97-99

“Il Massiccio, collega iperteso dell’Angelo Custode, rideva quando le prime volte uno di noi cercava una parola dal vocabolario. Bello questo modo di far venire sera, diceva certi lucidi pomeriggi invernali. Fate gli intellettuali, si vede da come ci date dentro al mattino, pazzi schifosi mantenuti. Continuava così per tenere compagnia alla sua ombra, vista la nostra indifferenza. Vi rendete conto, da quel libro pensate di saltarci fuori, ve la raccontate. Dopo un anno si deve essere rotto di parlarci come un muto, ha cominciato a guardarsi le unghie, andare fuoridentro lo stanzino innumerevoli volte. Da quello stanzino pregno dell’odore che sempre richiama, bollendo la moka, un comodo risveglio. Annusavo e pensavo a quando prima di entrare al Palazzo, mi perdevo sui sogni lì lì troncati e piacevolmente intontito mi versavo il caffè. In carcere ho vissuto momenti così. Perché qui è privato anche un odore breve di vita? mi sono chiesto in tutti quei fuori e dentro del Massiccio in quel periodo, quando temevo che a ogni lettura, la prossima, lui l’avrebbero vietata. Il tempo ha trascinato noi a confonderci col suolo, ma certo anche i tutori dell’ordine interno piegavano al basso, sostenuti solo dal bianco sempre più sporco del loro camice. È cosi che cominciò un tempo diverso tra quei pochi volontari di noi, decisi a muovere i pensieri colla spinta delle parole. Più che esercizio di democrazia, scuola di sopravvivenza non al Palazzo ma ai nostri deliri. Altri ospiti optavano per un muto spegnersi, tranquillamente deambulavano trattando il nostro blatericcio come il pavimento calpestato. Altri scrutavano perennemente sedentari i propri densi vuoti all’orizzonte. A volte li guardavo io, sicuro di non essere visto. L’usura del tempo modifica consuma lacera il presente con squarci enormi, tra questi ho il tempo ora dei ricordi. Di come cominciò.

realtà onirica

Il vecchio televisore a valvole, fuori legge ormai da anni, inutilizzabile. Senza bisogno che io debba premere pulsanti, appena ho voglia di guardare un programma appare un’immagine. Sono i momenti migliori. Sono i miei momenti che nessuno deve sapere. Per me è un privilegio, ho constatato che sono l’unico ad avere un televisore in camera. Forse l’hanno dimenticato ed io continuo a far finta di niente. Mi serve per non uscire di testa come gli altri. Anni fa, quando ero in carcere o più spesso ai domiciliari, le poche volte che guardavo la televisione, il mio programma preferito era “Li avete visti?”. Ora me lo ricordo, ma a modo mio. Li vedo i ricercati confusi tra la moltitudine, non fuggono, si perdono. Vedo la vita che fanno. Che vite presunte fanno. Sul nostro pianeta, a parte la morte, tutto è presunto, immaginabile. Almeno lo penso ora.” pp.109/110

Palazzo è del tutto staccato dal mondo di Deambulatorio. Chiuso, fatto di corridoi e meandri bui, con un sotterraneo di pena orribile e misconosciuto come l’inferno, è il corrispettivo interno, interiore, dell’esterno mondo-di-fuori. Assenza di vita, di storia, di ogni possibile certezza, anche minima. “Uccisi, reclusi, fuggiti”: se sottintendiamo ‘rispetto al mondo esterno’, vediamo che la sequenza, invertita, porta a una specie di morte della vitalità esteriore, quella che può preludere tanto alla follia quanto all’introspezione, qui non a caso coincidenti, perché da intendersi come uno stato in cui ci si lascia andare al dedalo irrazionale interiore, in modo così completo che nessun Angelo Custode, nessuna analisi potranno mai ricostruire sequenze ordinate.

Minimi regni…

Erano graffiati con chiodi rubati o altro. Nicolò aveva queste fantasie. Nella sua stanza scalfiva profili di corpi nudi di donne. È un maestro delle tette commentava Fabio. Io li ho visti quella volta che Nicolò febbricitante mi ha chiamato dentro. Era la prima volta che entravo nella sua stanza, era da poco con noi. Voleva che riferissi della sua febbre al guardiano di turno. Sono stato fulminato senza che lui se ne accorgesse da quella tonda tetta, quelle natiche d’onda. Guardavo meravigliato del mio imbarazzo la parete

graffiata. Che hai? ha chiesto roco. Niente, Nicolò, non ricordavo, l’avevo quasi scordata l’armonia del corpo delle donne. Quanti anni, pensavo, quanti anni sono? Ho capito la fila di certuni, prima del sonno notturno, davanti alla stanza di Nicolò. Intendeva questo l’Angelo Custode, quando ha nominato in un gruppo la stanza di Nicolò “camera soave”? Sapevano in molti tranne me. Hai una buona mano, gli ho detto, si vede che hai lasciato da poco il mondo dei sensi. Ha sorriso sottile, ho visto lì il suo scarso senso ironico verso la vita. Serio ma non bolso, anche con la febbre dimostrava dinamismo. La fila cresceva, anche se non erano più i tempi di entrate giovani, folli, temerarie. Molti come ammutinati credevano di sopravvivere con quella sega serale. Ora persi del tutto, si consumano senza orgasmo. Ricordo uno sdentato incazzato un giorno alla mensa con Nicolò, alla fine è stato tenuto da più d’uno di noi. Perché le fai senza faccia? ma come siamo messi? nemmeno un’espressione hanno qua dentro? Lo hanno portato via. Nicolò è stato punito e la stanza è tornata lenta e cieca come prima. Furori simili è tanto che non succedono. Difficilmente succederanno, rimane un senile abbandono al niente. Diminuito il gusto dei ricordi, diceva Costantino, rimane più aria per le bestie, il nostro saccheggio dei sogni sta finendo, vedrai, Rino, quanto ci mette a smettere. A chiedergli cosa ne pensasse di fuori, rideva: chi è dentro, il pesce nell’acqua o noi nell’aria? Ci era passato pure lui dalla stanza di Nicolò, uscito quasi subito, bestemmiava sugli ignoranti che stavano perdendo tempo a guardare graffi di tette: meglio se sono senza testa, perché noi che testa abbiamo? Così fuori di testa bisogna essere per fare filosofia sulla vita, mi ripeto con rabbia” pp.152-153

E’ un “disordinato spazio-tempo”, in cui riemerge l’animale-specie (“Ora, passati tanti anni, so di essere come tutti una belva pensante”, p.113) e tace/si perde l’individuo-bambino. Che forse era molto cattivo, peraltro (“Lo schermo grigio topo disegnava la sagoma di me bambino.(…) Vedevo sovrapporsi guerre ed ere sconosciute. Trincea campi di concentramento colonialismo e l’atomica interagivano come ere glaciali e estinzioni (…) Rimanevo solo così per ore, il mio bambino si limitava a sintonizzarmi per questi viaggi mentali: ora arrangiati, diceva scocciato, appena partivo.”p.115). E’ come se dal cimitero esterno dei sentieri e dei corridoi si fosse passati all’interno dei loculi.

“Ora comincio a ricordare, a ricompormi. Questo è lo scopo, insieme a eliminare il me demone. Ricomporre il mio cadavere per una nuova vita. Il tempo è stato un macello nei confronti del mio spirito. Ancora solo, come quando cercavo un senso alla mancanza di scampo dalla vita mutante.
Amavo nuotare, specie nelle acque dei fiumi. Cercavo punti fondi mi tuffavo e raggiungevo l’altra riva. Trovavo rilassante andarci solo. Bambino in bicicletta, poi ragazzo col motorino. Cercavo punti degli argini nascosti dal caotico intenso groviglio di verde. Quella matassa riparava da sbadati sguardi d’automobilista sulla strada così lontana, senza sonoro. Perché lì perché solo? A quei tempi non me lo chiedevo. Forse in quella riserva di vita del pianeta cercavo una paura che mi avvicinasse alla morte. Molti miei coetanei parlavano anche di suicidio, quando ci si confidava. Ricordo di non averlo mai avuto come pensiero, non era nelle mie ipotesi. Però cercavo paure da tenere nel corpo, come nuotare solo nel fiume o correre come un pazzo fino a cadere e poi ascoltare sudato il tumulto del mio cuore che rientrava in ritmo.” p. 102

Il ricordo delle nuotate nel fiume non è così estraneo a Palazzo: il fiume era scelto perché fuori/lontano dagli sguardi della gente, dal mondo in disfacimento, era spazio della natura vitale: le sfide ai limiti della vita col nuoto non cercavano la morte, ma un eccesso di emozione che facesse sentire vivi. Proprio come per Rino davanti al televisore spento. Dove spesso compaiono immagini della natura, sia pure extraterrestri. In effetti, a ripensarci, il ‘fuori’ di questo mondo dolciano, Deambulatorio, è molto più soffocante e chiuso di Palazzo. Pur nella violenza della reclusione e nella balìa di guardiani sadici psicotici o tutt’al più, nel migliore dei casi, incapaci di comunicare, qui, infatti, vige una routine di cruda sofferenza che però sembra riguardare – e colpire/stimolare – più l’abisso interiore (abisso, appunto, senza limiti) che la strenua fatica dei corpi a sopravvivere. L’abisso in cui la Sfinge è stata fatta cadere è l’ ‘io’ di fronte a se stesso, quello che rimane dopo che i colpi d’accetta del mondo ‘fuori’ l’hanno lacerato e spezzato, ma che poi è stato lasciato lì, come i resti non interessanti di una bestia divorata. “Come ricordare sogni, qui sdraiato, mi cerco tra fatti e vuoti assoluti.”, dice Rino. In Deambulatorio già comparivano qua e là i brandelli dell’identità, ma non c’era sempre tra la coscienza ed il ‘sé’ il rapporto fulmineamente diretto che c’è qui tra il protagonista, Rino, ed il suo schermo nero, ma anche tra Nicolò e la sua ‘camera soave’, o tra l’Angelo Custode ed il suo trombone. Si pensi poi a quello scavo che fanno i reclusi intorno alle parole del dizionario; nei fili faticosi delle reti che intessono tra i concetti e tra loro stessi è come se rileggessero il mondo, la storia dell’umanità, dagli ominidi all’economia moderna, dall’astronomia al senso del tempo. Ed è come se non solo lo scoprissero, ma proprio lo reinventassero, alla luce soltanto delle proprie esperienze, allucinazioni, esigenze, manie, figure profetiche tracciate col proprio sangue, malate e fibrillanti ma personalissime, autentiche, alla fine davvero espressione di sé. Ricordi, sogni, immaginari riempiono Palazzo quasi più della vita vera nelle case, nelle strade, nelle città di Deambulatorio. “Ora… sono nella condizione di verificare oltre l’inferno.”, dice Rino.
Vivo più degli altri, vivo più nelle azioni che nell’introspezione, è invece Costantino, custode della biblioteca, esploratore di un impossibile fuori-oltre di Palazzo, scontroso e scorbutico, ma stimolante:
“Estate, non ricordo quante dalla mia reclusione. La rete in fondo alla sinistra del prato è rotta. Non c’era nessuno in vista in questo pomeriggio inoltrato. Con poca fatica sono passato di là. Qualche passo e quando mi sono girato ho cercato subito la rete, mi sembrava una lontana riva e io un naufrago stanco in preda al panico. Rientrato, oltre a darmi del coglione per quella paura infantile, mi sono chiesto chi mai avrà fatto il buco. Il fatto che non sia stato notato può essere una conferma non solo del vuoto di potere ma di tanti altri vuoti, anche fuori dal Palazzo. Sicuramente domani sarà già rattoppata. Così mi addormento, col pensiero di verificare appena posso.
Verificato che il buco è sempre lì, sono tornato nel bosco dopo una settimana. Ho preferito la tarda mattina. Più mi inoltravo e più, quando mi voltato per paura di perdermi, diminuiva il respiro. Tutti quei tronchi assediavano la mia vita. Quanto stringono, pensavo angosciato. Il panico è diminuito al ritorno, alla vista della rete. Boccheggiavo nel vuoto come il pesce rosso fuori dalla sfera. Però al rientro ho pensato: il mio elemento naturale è il fuori dalla sfera.
Due mesi che vado e vengo dal bosco. Il tempo scivola lento nell’autunno. Le ultime volte ci sto parecchio. Esco dopo pranzo per rientrare poco prima della cena. Non ci vado solo il giorno di chiusura della biblioteca, non voglio alimentare sospetti. Cerco pomeriggi a caso, tanto l’unico visto con regolarità in biblioteca è Rino e viene spesso di mattina. Mi piacerebbe confidare a lui questo segreto, vedremo.” pp.134-135

Costantino, quindi, se pure ha trovato il buco nella rete, però fa fatica ad oltrepassarlo anche solo per entrare in quel lembo di natura che è il bosco. Gli dà panico. Fatica a lasciare orizzonti con paletti e recinti. Non può fuggire. Ma ne intuisce il valore. Coltiva il suo buco nella rete e l’esplorazione del bosco, anche se solo per lasciarli in eredità a qualcuno come Rino. Che forse, ancora, non potrà o non vorrà usarli per fuggire. Forse. Da far pensare.
Qui Costantino è anche il Virgilio dantesco: se brusco e pungente, però accoglie e accompagna nella biblioteca, indaga la ‘selva selvaggia’ per preparare la fuga di chi vuole proteggere, per poi ritrarsi alla soglia di una propria possibile uscita. E’ “prossimo all’estinzione”, ma capace di costruire un’eredità vitale, integra, a modo suo.
Palazzo ormai è una struttura detentiva fatiscente come il mondo ‘fuori’: anche i suoi prolungamenti umani, guardiani operatori coi loro nomi assiomatici, lo sono, più dei detenuti. La festa per il pensionamento del direttore non a caso equivale ad un generale sbracamento che permette, volendola, la fuga, anzi meglio, l’uscita. La progressiva decadenza delle menti e dei corpi degli operatori è la cronaca dello sfacelo esterno: “Ho imparato nel tempo ad apprendere dai volti dei guardiani, dalla loro postura… in che razza di precipizio sta franando il mondo”.
Il finale è aperto, anche se con una tendenza più probabile. Bello, forte, riassuntivo di tutto quanto ha preceduto. Potrebbe anche indurre a rileggere le vicende precedenti in modo diverso. Farlo, se arriva lo stimolo. In questo senso, appunto, polisemico.
Nonostante la frammentazione in capitoletti brevissimi, c’è molta più unitarietà che in Deambulatorio. Forse perché l’abisso del protagonista è così profondo da potere contenere anche tutti gli altri e in qualche modo omogeneizzare i tanti visi, le tante angosce, anche i diversi ruoli di carnefice e vittima, in un unitario affresco titanico.
I titoletti non sono sempre illuminanti, anzi a volte aprono o accentuano un riferimento così poco evidente da spiazzare il lettore (“… meno”, “… partito”, ”… punto secondo”), oppure operano particolarissime sintesi che focalizzano punti tra i meno apparentemente centrali (ad es. “… distrazioni”) o non focalizzano apparentemente niente (ad es. “… dimenticati approcci”), per non parlare dei misteriosi tre puntini che seguono o precedono i titoletti, rimandi ad un ‘prima’ o ad un ‘poi’ che sono, come tutto il resto, in dissoluzione. Con questi titoletti l’autore riesce però a fare entrare nei meandri del gran ventre di Palazzo anche il suo ‘io’, non solo travestito come avviene per la maggiore, nei personaggi, ma direttamente come facitore della scrittura: li si pensi infatti come suoi segnalibri, titolazioni del bricolage scritturale, tappe oscillanti del processo di invenzione o punti fermi dell’ideazione. Si inseriscono nel tessuto del romanzo e si aprono anche di significati extratestuali, a volte quasi versi di una poesia frantumata nel mondo: “Tra parole e ossa del tempo vado come sulle onde di…”, “… dimenticati approcci. Mi staccherò dalla salma prenderò per il bosco”.
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maksymilian novak zemplinski

maksymilian novak zemplinski7.

La scrittura

Lo stile di Orizzonti del buio è fortemente espressionistico. Significativo, ad esempio, l’uso dell’aggettivo maschile come neutro al posto del nome astratto, quasi per diffidenza verso ciò che non è immediatamente cosa palpabile: “Nel muto della notte”, “foglie giallo verde rosso”, “il grigio topo abbraccia lei e ciò che vede” (dove l’assunzione autonoma dall’oggetto della qualità coloristica od altra, invece della concordanza aggettivo-nome, dà consistenza concreta, preminente e significante alla qualità). E’ uno stile denso di analogie, metafore, metonimie spesso tanto fisiche da essere quasi carnali; di neologismi, a volte mutuati dal parlato (“Lo stoppai”), dal dialetto (“il magone sugli occhi umidi”), comunque mai forzati da volizioni astrattamente sperimentali, quanto invece da impazienze verso i blocchi della lingua a disposizione (dotta o popolare) per esprimere precise esigenze esperienziali.

L’aggettivazione è usata spesso per sintetizzare lunghe storie personali: “E’ tristemente vecchio, disordinato ma pulito.”, quando non inventa i nomi, connotando il personaggio: ‘il Doppio’, ‘il Massiccio’, ‘il Miccia’.
Spesso l’autore introduce piccole variazioni, inversioni, spostamenti in modi di dire comuni, che costruiscono identificazioni nuove: ad es. “mentre ascolta… trapassa a salma”, dove il consueto paragone ‘dormire come un morto’ diventa una identificazione tout-court dei termini ‘morte’ e ‘sonno’; ed ancora: “dire messa ai soliti noti”; “Il tipo sedeva il suo lardo”. Quasi sempre l’effetto è straniante, provocando una rinnovata attenzione su un’immagine troppo consunta o una lieve piega ironica. Da segnalare anche i non rarissimi anacoluti che addensano soggetti o provocano scarti improvvisi d’angolazione: “La causa che mi ha recluso al palazzo, ci torno sempre con i pensieri come fosse il primo sogno importante della mia vita rivisto in controluce come un vecchio negativo.”
E sempre l’uso e la violazione della grammatica o della sintassi a fini espressionistici:
“Sul marciapiede riconosce tre o quattro di un piccolo gruppo, che ricambiano il saluto. Portano al collo vistosi fazzoletti verdi, pronti per la ronda, prima della cena. Uno dei tre, Tommaso, al confessionale qualche giorno fa si è sfogato. Ricorda che più volte avvicinandosi alla grata gli sussurrava di abbassare la voce. Siamo in chiesa, fratello e poi don Sergio tornava nel suo elemento naturale, l’oscurità. Tommaso, più piano rugginoso e sottile nella gola, dice alla grata che non ce la fa più con l’impresa: l’Europa pretende, e lo stato che doveva essere nostro continua a divorarci con le tasse, la sente padre la televisione? E giù con i pezzi più truci di quei programmi dove il cittadino telefona. Tutto un lamento, non le pare padre? Ah sì, mi scusi, abbassando la voce per continuare: fanno politica anche loro padre, ci lavora uno dei nostri, dopo le nove, il lunedì, è quello un po’ grasso, pelato, ne sa di roba lui. Ah sì, più piano, mi scusi ancora padre. Arriva a chiedere secco, senza avviso: mi trovi un lavorante, estero padre, non dell’est, sussurra sporco nel catarro. Un negro padre, sono una razza più docile, per piacere. Razza?!, ricorda di avergli ributtato con rabbia. Eh!, perché padre? non sono diversi da noi? Ricorda ancora di avergli detto di tenere basso il volume, mentre Tommaso a gola secca insiste: se anche questo governo fa acqua be’!, padre allora sì che diventiamo cattivi. Sempre più sussurrato, lento: ci tocca fare da noi il nostro regno. Sì padre, regime ho detto, ma quale regno. “Rinascita nazionale”, ricorda don Sergio mentre il sibilo di Tommaso svelava volando tra il tempo. Non sentiva parole: cerini grattavano per accendersi, gessi che stridevano con l’unghia sulla lavagna, la radio accesa non sintonizzata, la frenata infinita del treno, motori continuamente accesi passavano da una cavità auricolare all’altra, un pazzo alcolizzato parlava nel sonno. Pensava alla loggia, la P. due, la uno, la tre e quante ancora, la grata tra lui e le voci degli altri. Sudava, lontana la voce lo chiamava: padre, mi sente? C’è ancora? Sì, continua, avrai altro ancora Tommaso. Sì padre, e riprende per finire, sentendosi nella più schifosa delle impunità: non mi sputtan…, mi scusi padre!, c’è ancora il segreto su quello che diciamo noi poveri cristi?” pp. 18-19
In questo brano si veda la resa di Tommaso, ridotto ad un ‘grattare’ della voce in gola “rugginoso”,”secco”, “sporco di catarro”, sibilante e stridente come un cumulo di esperienze tra le più varie, ammassate insieme fino a predominare su qualsiasi immaginata fisionimia, fino a deformarla in fastidiosa stupidità disumana: gesso e unghia sulla lavagna, radio non sintonizzata, stridore di freni, etc. Anche la scelta stilistica dei tempi è essenziale al tema: se nella situazione di cui si tratta il tempo verbale usato è il presente, nella situazione ricordata da don Sergio, Tommaso agisce ancora al tempo verbale presente, ed è perfetto, perché Tommaso è anche ormai una voce ossessivamente sempre presente nella testa del prete; mentre don Sergio è relegato al tempo passato, segno-sintomo di come, già in quella situazione ricordata, lui fosse ‘passato via da sé’, stranito, straniato, sconvolto, lontano, distrutto. Il discorso diretto, qui ed in tutto il romanzo, non si stacca né graficamente né sintatticamente dal contesto narrativo, sfuma spesso nell’apparente oggettività del punto di vista, che in realtà è sempre deformato e deformante, in aderenza al mondo a cui guarda. Come si è visto nel commento dei brani proposti, c’è spesso un carico simbolico che si sovrappone a luoghi, oggetti, azioni; ma non è un simbolismo pesante, artificioso. E’ anzi immediato, evidente, quasi dichiarato già nel significato primario, come per quei lavacri del giovane di La solita storia. E certamente come in tutta la vicenda del romanzo, dove l’ invenzione aderisce alla realtà più della realtà stessa.

Milena Nicolini

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copertina Orizzonti del buio

  Lamberto Dolce, Orizzonti del buio-  ROSSOPIETRA, Castelfranco Emilia 2013

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4 pensieri su “VI RACCONTO UN LIBRO – Milena Nicolini racconta Orizzonti del buio di Lamberto Dolce

  1. Pur conoscendo Lamberto esattamente da vent’anni, non vorrei aggiungere nulla al commento esauriente ed efficace elaborato da Milena Nicolini, che ci aiuta a penetrare ancora più a fondo il suo bellissimo romanzo d’esordio. Riporterò soltanto un breve passo, tratto dal saggio critico comparso su Cartesensibili, che mi sembra oltremodo significativo, in relazione all’autore: “È con questa ricchezza culturale, adeguatamente sostenuta da una vita di concreta esperienza dentro il mondo, che Lamberto ha potuto scrivere Orizzonti del buio”. Infatti, quasi tutte le persone sono dotate, a vari livelli, di conoscenze culturali ed empiriche, ma ciò che soprattutto le differenzia, facendo astrazione dalla diversa appartenenza all’una o all’altra classe sociale, è il grado delle capacità critiche di cui sono provviste, con particolare riferimento alla necessaria cognizione e consapevolezza delle cose del mondo e alla indispensabile coscienza di classe e di se stesse, la cui mancanza, sosteneva Pasolini, è un “immediato effetto dell’idea falsa di sé di ogni individuo immesso nell’ambito dei privilegi piccolo-borghesi del benessere industriale e della potenza statale”. In generale, non sono dunque le specifiche competenze tecniche di ognuno di noi a determinare ciò che siamo veramente, ma le difficili scelte che operiamo continuamente nelle vicende della vita che affrontiamo tutti i giorni. L’attività dello scrittore, come quella del critico letterario, non può prescindere da quanto scrisse Carlo Salinari nell’introduzione agli “Scritti sull’arte” di Marx ed Engels, pubblicati nell’ormai lontano 1967 per gli Editori Laterza, testo che molti compagni della nostra generazione lessero con estremo entusiasmo ed attenzione nel corso di quegli anni formidabili, concorrendo, in tal modo, a formare il gusto estetico e orientare i giudizi di valore, coincidenti con esso, che si fondano “soltanto sulla maggiore o minore validità della rappresentazione della situazione reale che l’opera d’arte è capace di comunicarci”, legando “le varie componenti di essa alla storia che la circonda”. Per riuscire a comprenderla senza deformarla. E contribuire così a capire meglio anche se stessi, a emanciparsi e a liberare la propria vitalità creatrice. Di qui, oltre a tutto il resto, l’importanza dello straordinario lavoro di Lamberto. Per lui e per chi avrà la fortuna di leggerlo, come è successo a me.

  2. ” che sia Vero che rimangono solo parole? Alla fine di questo tempo, inevitabile mi scappa un bilancio. Lasciamo dunque parole, sempre Piu leggere volano tra i nostri tempi mortali. E basta? Ripenso alle parole scritte…” Pag. 159
    Uno degli argomenti che abbiamo in commune….parole scritte!
    Grazie per l’ esempio che sai essere, l’ onesta’ e l’ autenticita’ con cui vivi ogni esperienza , compreso la scrittura!

  3. “Orizzonti del buio” è originale, scritto con uno stile personale e ricco. Lamberto crea personaggi senza nome (o quasi) reali come le pagine di carta stampata e che continuano a vivere anche quando il libro termina. Il tutto trasuda una realtà che colpisce, inquieta e spinge alla riflessione.
    La prima prova di questo autore promette già grandi cose… ora, sono in attesa del prossimo lavoro.

  4. cinzia: ho letto il libro e come ho detto anche a lamberto mi è piaciuto ma poteva scriverne almeno tre è molto ricco e alcuni punti danno spazio ad altre storie.Inoltre per chi lo conosce bene alcuni passaggio sono proprio insiti nella sua esistenza.

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