Inedito il perdono- Maria Grazia Palazzo

ana teresa barboza

ana teresa barboza007.

riappare e scompare
l’ombra di un femminino
donne decapitate
o bruciate al rogo
più trivio e prepotente
certo mascolino
non  chiede permesso
al potere è il solito pingue
notte tempo uomo depresso

auspicio buono un sogno ondivago
anarchico archetipo in evoluzione
un’opera a doppio senso e sesso
fiorito ermafrodito come l’alma
di Saffo rediviva o di Lady Godiva
a cavalcare la processione
di falsi santoni pigmalioni
smascherato l’assioma freudiano
che donna desnuda manca di un evidente

esiste la bellezza per differenza senza pene
e l’intelligenza non servile fa invidia
a ricerca d’identità nome bandiere
alla corte del re cannibale
vuoi accreditare l’originale femminile?
–Artemisia docet– ferita è l’arte
il ragno captivus bavoso in trono
borghese anfitrione concede
favori a proseliti e a matrone

scompare l’ombra e riappare
corpo pulsante di sua vita
un femminino liberato pro domo sua
non ancella o musa in extremis riconosciuta
che dopo lungo esercizio di devozione
si veda raggiunta da grazia per usura
orfana fortuna o buon nome
l’opzione idolatra pur sempre resta
imago mundi da chiavata fresca
.

ana teresa barboza

ana teresa barboza 1[3].

e mettono passi e forma
davanti uno specchio
ad occhi chiusi     (le assenze)

in luci nottambule in vocali più lunghe
un assalto della memoria in ossimoro
uno scivolone verso ciò che non torna
rende ferale la morsa che prende
lo stomaco,
tristezza la irriconoscenza
di chi preferisce tradire la memoria
che dire ciò che si voleva tacere
forse non si riusciva a dire bene?
però mentire è un po’ come uccidere
in fondo è la stessa canzone offerta
l’assurda libagione
a un amore onnivoro di tutto
nello sguardo che più non regge
entusiasmo né confronto né colpa
perché il tempo è fatto di carne
che degrada verso la terra
e il tempo è l’unico asso
che avevamo nella manica
o un salasso
ed è una fobia giusta
la mania di sensi e non sensi
la fossa comune dei morti
l’oggetto ritrovato in casa
di nostra madre di nostra nonna
ci ricorda chi siamo noi
nel repertare ogni minimo
indizio
di prova
che desideriamo dare
offrire a chi
incroceremo ancora
mentre
ad una ad una
cadono le pagine
di guardia
del nostro libro
l’oscura metrica
di un assillo
di una controllata fobia
.

ana teresa barboza

ana teresa barboza025.

facemmo l’amore
come frutti di mare onde
aggrappata alla penombra arabeggiava una Fenice
rediviva invereconda in alto in basso
planando sull’ambigua mancanza
illanguidiva spariva
in faticosa distanza

ed ora più occhiuta
della notte senza stelle
la sua militanza infaticabile
ora s’arrende alla strettoia
nel palpito crudele
della dimenticanza
spegnendo
la città giocosa feroce
in dissonanza inesausta
nell’ombra una finestra
chiusa la notte di ardesia
velata piange
senza lacrime
un faticoso
silenzio
di pece

e dorme
la marea
di suoni
vacillanti
ultrasuoni
della mente
morde
la notte
una brace di ferro
un fuoco di cenere
desiderio a mille
di un’eco segreta
la bianca febbre
.

ana teresa barboza

ana teresa barboza 5[3].

Ti perdono
anche se hai dimenticato
le lunghe attese e le sorprese
dietro gli alti muri antichi
delle nostre cineprese mentali
le mie incursioni bagliori
le tue incursioni proiettili
accarezzando le tue dita
mordevi le mie mani
anche se i tuoi segreti
non mi erano del tutto chiari
anche se dichiarazioni plateali
avevano un che di fanciullesco
anche se il fiabesco della tua maturità
s’era perduto nel filtro di un lessico
oculato puntuto dentro quel pennuto
oracolo che conteggiava sillabe
strappando le rime baciate
con la china delle nostre
faretre sgualcite
non è per la mia strenua
fierezza non è per la tua
astuta improvvisazione
che ti amai
quando ancora non sapevo
che mi avresti uccisa
io già risorgevo
nel ventre
molle
di una canzone
ti perdono
amore
ogni delusione postuma
ogni reiezione di miseria
nel desiderio del prato
verde fioriva la mia
capigliatura erano ami
che ti gettavo e tu
ammainavi ogni bandiera
eri un pesce balena
ammaestrato a fare
anche l’occhiolino
finché la notte discese
i gradini dei miei pianti
che allevava la tua bestia
ti perdono lo sai
io non ho rimpianti
e sogno ancora calzari
di seta da infilare nel tempo
proibito di una cosa vera
orizzonte o bosco finanche maceria

Maria Grazia Palazzo – Inedito il perdono

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