Francesco Roat- A proposito di Flavio Ermini e Il secondo bene.

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Flavio Ermini (Verona 15 dicembre 1947) è un poeta e saggista italiano. Dirige la rivista di ricerca letteraria Anterem, fondata nel 1976 con Silvano Martini. Fa parte del comitato scientifico della rivista internazionale di poesia Osiris (Università di Deerfield, Massachusetts) e della rivista di critica letteraria Testuale. Dirige con Yves Bonnefoy, Umberto Galimberti e Vincenzo Vitiello la collana Opera Prima (Cierre Grafica). Collabora all’attività culturale degli Amici della Scala di Milano. I suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, slavo, spagnolo e russo.
Ultime opere date alle stampe:
Il moto apparente del sole, Bergamo, Moretti&Vitali, 2006 (Premio De Risio, 2007), Antiterra, Genova, Libri dell’Arca, Joker, 2006, Plis de pensée (edizione bilingue di Poema n. 10. Tra pensiero), traduzione di François Bruzzo, Nîmes, Lucie Éditions – Champ Social, 2007, Ali del colore, Verona, Anterem Edizioni, 2007, L’originaria contesa tra l’arco e la vita, Bergamo, Moretti&Vitali, 2009 (Premio Feronia-Città di Fiano, 2010), Il compito terreno dei mortali, Milano-Udine, Mimesis, 2010, Il matrimonio del cielo con la terra. Materiali per un atlante, Ruvo di Puglia, Tracce-Cahiers d’art, 2011, La tâche terrestre des mortels (edizione bilingue de Il compito terreno dei mortali), traduzione di François Bruzzo, Nîmes, Lucie Éditions, 2012.
Esitere − nota Ermini nel suo recente testo saggistico, Il secondo bene. Saggio sul compito terreno dei mortali, edito da Moretti&Vitali – significa spingersi fuori dal ciclo della natura che ospita l’insipienza animale. Significa inaugurare una libertà disperata che infonde angoscia, ma anche pienezza d’essere”. Tale esodo dall’ambito aurorale e prelogico cha dà inizio all’esistenza umana è metaforicamente/poeticamente paragonato dall’autore ad un’uscita dal mare. Sorta di naufragio, la nostra vita terrestre inizia dunque con un esilio traumatico. Siamo sospinti quindi ad inoltrarci sulla terraferma dove, fin dai primi passi, avvertiamo intorno la presenza d’innumerevoli agguati, essendo ognuno di noi inevitabilmente votato alle ferite, al dolore, al venir meno.
Lo spazio che l’
homo sapiens da millenni abita e tenta di colonizzare è perciò infido, precario e sempre mutevole. Ciò nonostante, o giusto a causa di ciò, lungo la storia del genere umano, a un “sapere poetico arcaico” all’insegna del mythos segue ben presto il sapere filosofico (ossia quello del logos), che vorrebbe fondare stabilmente una conoscenza certa ed incontrovertibile. È poi la volta del discorso scientifico e di quello tecnologico, cui è legata la “prassi politica”: intesa come volontà di governo/controllo della società. Tutti questi discorsi però − sottolinea Ermini – “ritengono di fare a meno della sapienza poetica e persino dell’anima”. Grave errore, o meglio, imperdonabile hybris che ci rende tracotanti e illusi di un potere assoluto sulla natura e sugli esseri che in essa vivono.
Come prendere le distanze da tale
terra desolata, per dirla con Elliot? Come emanciparsi dalla smania di possesso celata dietro l’apparente algidità razionale d’una scienza febbrilmente bramosa di dominio nei confronti del mondo? Ciò che auspica questo saggio intorno al compito terreno dei mortali è la nascita d’un “nuovo gesto poetico” che intenda inaugurare parole inedite intorno a una realtà che non può limitarsi ad essere percepita come fenomenica (apparente), quantunque dopo Nietzsche non ci sia più consentito parlare di assoluti, verità ultime o certezze. Ermini, nei confronti della fondamentale inesplicabilità dell’esistenza e dell’esserci (Dasein) ha tuttavia il coraggio di riutilizzare/riproporre un termine desueto e aborrito dai cosiddetti razionalisti, ossia mistero. Termine provocatorio e allusivo quanti altri mai, il quale etimologicamente deriva da quello greco mystes, con cui si indicava l’iniziato (ai misteri), vocabolo che a sua volta trae origine dal verbo myein: chiudere gli occhi e/o la bocca di fronte allo stupore − misto di esaltante meraviglia e mortificante sbigottimento – causa l’inesplicabilità/inafferrabilità del mysterion che i riti religiosi/iniziatici prospettavano. Giacché, appunto: “la parola appartiene alla reverenza a ciò che non si sa”, al non-ancora-veduto, all’impensato.
Si tratta, allora, di accogliere l’ignoto in quanto tale, senza cedere alla voglia di
spiegarlo esaustivamente. Si tratta, in parallelo, di accettare la nostra condizione d’irrimediabile paupertà: il comune status di esseri limitati che però tendono all’illimitato, di anime vuote di senso che aspirano alla pienezza. Da questa prospettiva la stessa morte, che tanto ci inquieta se la immaginiamo quale angosciosa cifra dell’annichilimento, può ribaltarsi in sia pur sempre enigmatica figura di transito metamorfico, tornando a proporsi come un vero e proprio locus animae. Ma attenzione: bando alla velleità di improbabili stati estatici in vista di impensabili salvezze definitive. Nel rifiutare ogni pretesa di significato assoluto e ancorativo, Ermini ci invita semmai a dire/celebrare non certo il cielo, quanto la terra. È la lezione delle Duinesi rilkiane: “Loda all’angelo il mondo, non l’indicibile […]/ mostragli il semplice, che, plasmato da generazione in generazione,/ vive come una cosa nostra, vicino alla mano e nello sguardo./ Digli le cose. Rimarrà più stupito” (trad. mia).
In questo senso la
nuova lingua qui auspicata non può che essere quella poetica, ovvero una lingua “fuorilegge”, che sappia accogliere il diverso, il perturbante, l’insolito/inatteso; l’o-sceno dunque. Forte di una parola la cui ricchezza sia data dal fare a meno di ogni possesso/signoria. Così, suggerisce condivisibilmente Ermini: “Scrivere vuol dire affidare alle parole ciò che di non formulato è rimasto al mondo. Vi è compimento poetico solo là dove c’è incontro con l’imprevedibile”. C’è insomma, oggi più che mai, l’urgenza di un’espressività poietica nuova, che possa desituarci dai limiti angusti del pensiero raziocinante e sappia disegnare mappe inedite grazie alle quali attraversare senza timore di patirle − la sofferenza (pathos) genera conoscenza (mathos), affermavano giustamente gli antichi greci − le contraddittorietà, i paradossi, e le ambivalenze di cui è intessuta la nostra vita segnata dalla morte, dalla vulnerabilità e dalla perdita: ambiti cruciali che non tolgono affatto all’esistenza il suo significato, bensì lo ribadiscono.
Quindi il dire poetico autentico costituisce: “un cammino verso la vita e si lascia indietro ogni consuetudine e certezza; conduce verso l’ignoto e lo straniero/estraneo; consente d’immaginare un altro luogo: un
fuori che impone di obbedire al proprio respiro”. Un dire intessuto di rispetto, pietas e ascolto/accoglienza nei confronti dell’altro da sé. Un dire, infine, che abbia il coraggio di guardare in faccia senza smarrirsi alla morte quale paradossale compimento del vivere, rappresentando essa non appena il termine della nostra parabola esistenziale ma il ritorno all’origine: alla fonte da cui proveniamo. Colto da questa prospettiva l’exitus può rappresentare davvero “il secondo bene” di cui parla Sofocle, una caduta drammatica e dolorosa sì, ma che sola permette di tornare donde ogni umano proviene, a quel mysterium: abisso insondabile che tendiamo a considerare estrema spoliazione/privazione, ma che potremmo anche prefigurarci quale inaudita pienezza/compiutezza.

Francesco Roat

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Flavio Ermini,Il secondo bene. Saggio sul compito terreno dei mortali, edito da Moretti&Vitali

 

 

 

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