“Passaggi perugini: Binni, Capitini e la loro amicizia”- Relazione di Lanfranco Binni

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Sono profondamente grato a Lidia Costamagna, Elisabetta Chiacchella e Annamaria Farabbi per aver pensato e organizzato questo nostro colloquio con Binni, Capitini, la loro amicizia, il loro rapporto di amore e tensione con Perugia, e tra noi.
Per Capitini e Binni il colloquio è un atto di compresenza. Entriamo subito nel loro lessico. Il colloquio, che è più che dialogo e confronto, è relazione complessa, a più dimensioni, è apertura all’altro e al mondo. Nel suo ultimo scritto, autobiografico, Attraverso due terzi di secolo, del 1968, Capitini dirà di aver espresso compiutamente il senso della propria ricerca filosofica, religiosa e politica nell’opera poetica Colloquio corale, del 1955: «La mia nascita è quando dico un tu. Mentre aspetto, l’animo già tende. Andando verso un tu, ho pensato gli universi. […] Mentre il tempo taglia e squadra cose astratte, mi trovo in ardenti secreti di anime».
La compresenza è presenza consapevole e attiva nella complessità delle nostre esperienze e della Storia, oltre i limiti dell’umana finitezza, della realtà data, da conoscere, attraversare, aprire e trasformare; in compresenza avviene la creazione del valore.
Ascoltiamo Binni, sono parole del 1969, pronunciate a Perugia nel secondo anniversario della morte di Aldo: «Avevo 18 anni (egli ne aveva 32) quando lo conobbi nell’autunno del 1931: ero un giovanissimo, animato da una forte passione per la poesia ed anche per le questioni etico-politiche, ma ancora privo di contatti culturali più precisi e di orientamenti sicuri, preso fra prospettive da molto tempo nettissime nello svincolamento dalla religione tradizionale, e le remore gravi e scolastiche dei miti nazionali carducciani, dannunziani, pascoliani e degli inganni pseudosociali della dittatura.
Lo conobbi nel suo piccolo studio nella torre campanaria municipale (quello che divenne poi il luogo di incontri di tanti uomini della cultura antifascista italiana e che si sarebbe dovuto lasciare intatto per il suo alto significato storico) e fui immediatamente preso dal fascino di quella grande personalità, così matura e vigorosa, aperta e rigorosa, così alta e insieme così semplice e schietta: e fra quei suoi libri così intensamente e amorosamente annotati, il modestissimo agio del divanetto rosso, la nitida presenza del suo tavolo da lavoro accuratamente ordinato, la finestra aperta sul paesaggio di Assisi, io respiravo un’aria nuova ed alta, fra accogliente e severa. Ma anche Capitini intuì il mio giovanile fondo di serietà e di appassionamento e su quello fin da quel primo incontro cominciò a lavorare per vincere, con il mio meglio, i miei limiti di prospettive ideali, e spesso anche di gusto, rivelandoli con franchezza, ma senza farmeli pesare come qualcosa, per lui, di irritante e di incomprensibile».

In Binni rimarrà sempre vivo il senso di sorpresa e di stupore di quel primo incontro, a seguito di uno scambio di lettere con Capitini, allora segretario economo della Scuola Normale Superiore di Pisa e assistente volontario dell’italianista Attilio Momigliano, al quale ha chiesto informazioni sulle modalità di accesso alla Normale. Stupore, sorpresa e scoperta: di una personalità alta, di uno studiolo affollato di libri realmente studiati (Leopardi, Michelstaedter… che Binni ha cominciato a frequentare al liceo classico Annibale Mariotti), di un ambiente familiare profondamente diverso dal suo, di una prospettiva aperta e libera sulla città e il paesaggio; la città vista dall’alto – dal suo luogo più elevato – in tutta la sua complessità storica e architettonica.

Siamo sul primo dei gradini della ripida e stretta scala all’interno della torre campanaria del palazzo comunale, che porta all’appartamento della famiglia “popolana” di Capitini (103 scalini dal piano terra); il padre è addetto ai rintocchi della campana, la madre passa le sue giornate a cucire, fa la sarta, il fratello Giovanni conduce una vita precaria per le cattive condizioni di salute.Il diciottenne Binni è invece cresciuto in una famiglia borghese con ascendenze aristocratiche; educato per far parte della classe dirigente, il padre farmacista (la farmacia di Piazza 4 Novembre, proprio sotto la torre campanaria del Comune) insiste perché il figlio lo segua nella professione. E’ per evitare questa sciagura che Binni, appassionato di letteratura e storia fin dalla prima adolescenza, cerca una via di fuga nella Normale di Pisa: partecipa al concorso nazionale, risulta primo vincitore (sarà Capitini a comunicargli l’esito del concorso) e così si procura la possibilità di dedicarsi liberamente agli studi letterari. Per il giovane Binni l’autonomia è un valore, e ha maturato da tempo un punto di vista critico sull’eteronomia della religione e delle conoscenze acquisite acriticamente. Ma c’è disordine nelle sue letture, ha bisogno di maestri.
Per questo il 1931 è un “anno decisivo” per la sua vita: lo studio alla Normale di Pisa, dove si sceglierà come maestri di critica letteraria Attilio Momigliano e poi Luigi Russo, e il rapporto che diverrà sempre più stretto con Capitini, maestro di rigore intellettuale, morale e poi politico. Con Capitini, autodidatta per gli studi letterari e filosofici, condivide lo straordinario interesse per il pensiero e la poesia di Carlo Michelstaedter, l’autore goriziano della Persuasione e la rettorica, suicida nel 1910 per scelta di estrema obiezione alla realtà, e per la poesia e il pensiero di Giacomo Leopardi; ai Canti di Leopardi Capitini ha dedicato la sua tesi di perfezionamento alla Normale, e tra Binni e Capitini si discuterà molto su quell’ultimo Leopardi non idillico e filosofico, violentemente protestario, il Leopardi della Ginestra, che dal 1934 sarà terreno di indagine critica di Binni, orientando il suo successivo assiduo lavoro di leopardista-leopardiano.
Possiamo salire sul secondo gradino. Una data: 1933. Nel gennaio di questo anno Capitini viene cacciato, per antifascismo, dalla Normale di Pisa; solidale con l’amico Claudio Baglietto, borsista della Normale in Germania, che si è rifiutato di rientrare in Italia per il servizio militare opponendo la sua obiezione di coscienza al regime fascista, Capitini si è rifiutato a sua volta di prendere la tessera del partito. Soprattutto dal 1929, l’anno del Concordato tra la Chiesa cattolica e il regime, ha svolto un’intensa attività maieutica con i giovani normalisti, sui temi di una religiosità non confessionale e della nonviolenza e della noncollaborazione come strumenti di lotta, in profondità, contro il fascismo. Cacciato da Pisa, torna a Perugia; fino al 1944 sopravviverà dando lezioni private nel suo studiolo, continuando a svolgere la sua funzione di educatore di coscienze e stabilendo collegamenti tra giovani intellettuali e classi popolari.
Negli anni successivi Binni svolge un ruolo di collegamento tra Capitini e l’ambiente universitario pisano. Si laurea nel 1935 con una tesi che, pubblicata nel 1936 con il titolo La poetica del decadentismo italiano segna una svolta nella valutazione critica del decadentismo, sottraendolo alla svalutazione crociana e inserendolo nel quadro del decadentismo europeo: una prima sperimentazione di un metodo critico centrato sullo studio delle poetiche (quello che Binni definirà il suo metodo «storico-critico») e un’apertura europea della provinciale cultura italiana del fascismo. Il volume, pubblicato per decisione di Luigi Russo, è dedicato, oltre che a Elena, la sua compagna con cui si sposerà nel 1939, a Luigi Russo, Attilio Momigliano, Giorgio Pasquali e all’«amico Aldo Capitini che ha seguito con suggerimenti preziosi lo svolgersi del mio lavoro». Il successo editoriale dell’opera, recensito da Momigliano sul «Corriere della sera», gli procura collaborazioni con le principali riviste letterarie italiane; a Firenze entra in rapporto con Eugenio Montale, Alessandro Bonsanti, Elio Vittorini, Franco Fortini, Ernesto e Tristano Codignola e tanti altri protagonisti dell’antifascismo negli anni successivi.
Siamo sul terzo gradino: 1936. E’ l’anno del maggiore consenso popolare al regime, delle aggressioni militari alla repubblica spagnola e all’Africa. A Perugia si forma un comitato antifascista (Capitini e Binni ne fanno parte) con rappresentanti di diverse tendenze politiche. Capitini pubblica il suo primo libro (è lo stesso anno del primo libro di Binni), Elementi di un’esperienza religiosa: una raccolta di testi fatti circolare dattiloscritti negli anni precedenti e discussi nei vari incontri di una rete che si va formando. Ascoltiamo cosa dice Capitini in Antifascismo tra i giovani del 1966: «Dopo qualche mese che i miei Elementi erano usciti (nel dicembre 1936) Walter Binni mi disse: “Perché, sulla base di ciò che hai scritto nelle Elementi, nell’ultima parte specialmente, e indipendentemente dal lato religioso, non cerchi di stabilire una collaborazione precisa di vero e proprio Movimento?”. Riflettei sulla proposta, e concretai alcuni punti schematici, che erano fondati sull’esperienza che avevamo fatto durante il fascismo, che poteva riassumersi così: siamo socialisti, ma non possiamo ammettere il totalitarismo burocratico statalistico; siamo liberali, ma non possiamo ammettere il dominio del capitalismo che è nel liberismo».
L’antifascismo di Capitini e Binni diventa «liberalsocialismo», massimo socialismo e massima libertà, come entrambi dovranno continuamente precisare di fronte a sensibilità politiche diverse all’interno del movimento liberalsocialista: in effetti il termine, coniato da Capitini in opposizione al «nazionalsocialismo» hitleriano e al socialismo staliniano, ma anche al liberalismo prefascista, si presta a letture polisemantiche; Guido Calogero, che dal 1937 si associerà al progetto e nel 1940 redigerà il Manifesto del movimento, ne darà una lettura istituzionale e giuridica, riformistica, sostanzialmente diversa dalla lettura di Capitini e Binni. Per Capitini e Binni non si tratta di operare per un semplice ricambio di classi dirigenti borghesi, ma di rovesciare la piramide sociale con una rivoluzione «più che politica», «più che socialista», che alla socializzazione dei mezzi di produzione unisca un nuovo e reale protagonismo delle classi popolari. Questa divergenza all’interno del movimento liberalsocialista, un’area sempre più estesa di cospirazione e collegamenti a livello nazionale, che ha in Perugia un centro di irradiazione fondamentale, determinerà esiti politici diversi: la nascita del Partito d’Azione nel 1942, con Calogero, il gruppo fiorentino di Codignola e Agnoletti, Ragghianti, La Malfa…, l’adesione di Binni al ricostituito Partito socialista di unità proletaria nel 1943, la posizione di «indipendente di sinistra» di Capitini e il suo impegno per la democrazia diretta.
Dal 1939 Binni è docente all’Università per Stranieri, e a fianco del lavoro politico «liberalsocialista» prosegue un’intensa attività di collaborazione con riviste letterarie; dopo gli iniziali interessi per il Novecento (il decadentismo) si sono aperte nuove direzioni di ricerca: Ariosto dal 1938, nel 1942 pubblica un saggio alfieriano, Vita interiore dell’Alfieri, in cui applica il proprio metodo storico-critico di studio delle poetiche a un autore che gli è particolarmente congeniale anche per ragioni politiche.
Quarto gradino: 1944. Ci troviamo nella sala della Camera del Lavoro di Perugia, allora nel palazzo comunale. E’ il 17 luglio. Perugia è stata liberata il 20 giugno dalla Va armata alleata. La sala è affollata di persone comuni di ogni età, di partigiani, di rappresentanti delle forze politiche antifasciste che fanno parte del Comitato Perugino di Liberazione Nazionale, soprattutto socialisti e comunisti. E’ la prima riunione del Centro di Orientamento Sociale promosso da Capitini come esperimento di costruzione della democrazia. E’ un progetto politico di democrazia dal basso, a fondamento di una integrazione attiva della democrazia parlamentare che dovrà segnare una rottura radicale con il fascismo e la cosiddetta democrazia liberale del primo novecento che l’ha preceduto e alimentato. In pochi mesi i COS si moltiplicano a Perugia, in Umbria, in Toscana e in altre regioni. In questo stesso periodo Capitini dirige il giornale del CLN della provincia di Perugia, il «Corriere di Perugia», coadiuvato da due redattori: Binni e Bruno Enei, liberalsocialisti che hanno aderito al Psiup. E’ anche commissario straordinario dell’Università per Stranieri, compito che svolgerà per due anni, coinvolgendo nel rinnovamento della Stranieri i migliori rappresentanti dell’intellettualità antifascista a livello nazionale. Ma Capitini è soprattutto, in questo periodo, il geniale e tenace sperimentatore dei COS in una fase di transizione alla Repubblica in cui ben presto emergono posizioni politiche ostili agli esperimenti di democrazia dal basso. Ascoltiamo Binni, in articolo del gennaio 1946 sul periodico lucchese «Democrazia socialista»: «In una città dell’Italia centrale, Perugia, cadevano ancora i proiettili dell’artiglieria nazista quando già nella sala della Camera del Lavoro, alla luce fantomatica di una lampada a gas si radunavano operai, impiegati, studenti, donne non per ascoltare una conferenza, ma per discutere liberamente tutti i problemi immediati e lontani, amministrativi e politici che la situazione poneva a loro come abitanti di quella particolare città, come italiani, come uomini e donne di un mondo assetato di una concreta, precisa libertà. Altre donne, altri uomini, di strati sociali ‘più alti’ preparavano ricevimenti e balli per gli ufficiali dell’A.M.G. [il governo militare alleato], politicanti di altri tempi preparavano combinazioni adatte a mantenere quella protezione di vecchi interessi e di vecchi privilegi che con nuove parole fa corrispondere ad un’illusoria libertà una sostanziale oppressione».
Nei COS, aperti a chiunque, si segue il metodo dell’«ascoltare e parlare», di tutto: di pane e di poesia, di necessità materiali e di filosofia, di storia; c’è tutta una cultura da costruire, con chi ne è stato da sempre escluso. L’altra Perugia dei vecchi interessi e dei vecchi privilegi, passata la tempesta della Liberazione, rassicurata dai molti segnali di continuità dello Stato, reagisce: liberali e democristiani del CLN chiedono che il «Corriere di Perugia» la smetta di essere un organo dei liberalsocialisti di Capitini, di parlare di COS e socialismo; il tatticismo del Partito “nuovo” di Togliatti, più interessato a un terreno di confronto politico tra partiti che agli esperimenti di Capitini con la gente comune, chiude il cerchio. I socialisti, divisi tra una sinistra luxemburghiana (di cui Binni è principale rappresentante) e una destra infiltrata dalla massoneria, non sono determinanti. Capitini si dimette dalla direzione del giornale (e poco dopo lo segue Binni che inizia a scrivere su «Il Socialista», organo del Psiup); e inizia la manovra per estrometterlo dall’Università per Stranieri, che andrà in porto alla fine del 1946; cacciato da Pisa nel 1931 per aver rifiutato la tessera fascista, questa volta sarà cacciato dalla sua città, a cui tanto ha dato; l’«esule», così lo definirà Binni, nel 1947 tornerà alla Scuola Normale Superiore di Pisa, con un ruolo amministrativo e un incarico universitario di pedagogia.
Alle elezioni del 2 giugno 1946 Binni è eletto deputato socialista all’Assemblea Costituente. Nei lavori per la redazione della Costituzione si occupa soprattutto dei problemi della scuola; contribuisce alla formulazione dell’articolo 33 sulla scuola pubblica, strumento essenziale per l’educazione dei cittadini all’autonomia e alla democrazia; libero chiunque di organizzare scuole private (confessionali) ma «senza oneri per lo Stato». Nei due anni alla Costituente, fino al gennaio 1948, si mantiene in stretto contatto con Capitini, interviene inutilmente contro la sua estromissione dalla Stranieri, gli esprime (nelle numerose lettere di un carteggio incalzante) il suo profondo disagio per le vicende socialiste (la scissione del 1947 tra socialdemocratici e filocomunisti, e Binni si tiene fuori dai due nuovi partiti), e per la stessa politica parlamentare, fatta di astuzie, tatticismi, compromessi di sopravvivenza. Reagisce con il proprio lavoro letterario, tra una riunione e l’altra, e nel 1947 pubblica tre libri: Preromanticismo italiano, La nuova poetica leopardiana, Metodo e poesia di Ludovico Ariosto. Il volume su Leopardi apre una nuova stagione della critica leopardiana, a definitivo superamento della lettura crociana. Conclusi i lavori della Costituente (è di Binni la commemorazione di Gandhi nell’ultima seduta), decide di non proseguire l’esperienza parlamentare per dedicarsi totalmente alla sua attività di studioso e di critico letterario. Nel 1948 vince un concorso per una cattedra universitaria di letteratura italiana e viene chiamato a Genova. Per avvicinarsi alla sede d’insegnamento, lascia Perugia e si trasferisce a Lucca, la città di sua moglie.
Capitini a Pisa, Binni a Lucca. Riprendono frequenti i loro incontri, si scrivono molto. Continuano a occuparsi insieme dei problemi della scuola, nell’Associazione per la Difesa della Scuola Nazionale che hanno promosso nel 1946, e poi, dal 1959, nell’ADESSPI (Associazione per la Difesa e lo Sviluppo della Scuola Pubblica. Ma soprattutto prosegue il loro colloquio a partire dai loro rispettivi percorsi di studio, di riflessione, sui temi della politica, dell’etica, della letteratura.
Lontane le speranze del 1944-1947, reagiscono entrambi attivamente alla chiusura di una stagione: con caratteri diversi, «pessimista rivoluzionario, leopardiano» Binni, «libero religioso e rivoluzionario nonviolento» Capitini, amante del conflitto e delle rotture Binni (nel suo lavoro di studioso e nell’ambiente universitario), amante della speranza profetica e rasserenante Capitini, Binni forma generazioni di allievi all’Università di Genova, poi dal 1956 a Firenze, dal 1964 a Roma. All’insegnamento dedica passione e rigore: nella sua didattica confluiscono i risultati del suo lavoro scientifico, una produzione intensa che nel corso degli anni lo porta a concentrarsi sul Settecento, su Foscolo, e sempre più assiduamente su Leopardi, l’autore sul quale non smetterà mai di lavorare. Dal 1953 ha una propria rivista, «La Rassegna della letteratura italiana» che sotto la sua direzione diventa una scuola di critica e storia della letteratura. Dal 1948 segue con attenzione le vicende della diaspora socialista, nella prospettiva di una ricomposizione dell’area. Nel 1956 promuoverà un movimento di «socialisti senza tessera» che nel 1959 confluirà nel PSI, alla vigilia del primo governo di centro-sinistra. E sarà costantemente presente nella “battaglia” per la democratizzazione dell’Università; nei suoi conflitti con l’ambiente accademico farà dimettere due rettori, quello di Firenze nel 1961 e quello di Roma nel 1966; il primo ha chiamato la polizia nell’Università occupata dagli studenti, il secondo ha coperto le attività squadristiche dei neofascisti romani e l’assassinio dello studente socialista perugino Paolo Rossi. Nel 1963, sempre a Firenze, denuncerà pubblicamente un intrigo baronale scatenando una dura polemica nazionale sul malcostume universitario; nel 1988, presidente del comitato scientifico del Centro Nazionali di Studi Leopardiani di Recanati, si dimetterà denunciando il presidente del Centro affiliato alla loggia massonica P2.
Dopo il 1947, Capitini si fa «centro» e sviluppa un’intensa attività di studio e produzione sui temi della «riforma religiosa», di decostruzione della tradizione cattolica nel paese della Controriforma, e di una «nuova socialità» fondata sull’esperienza dei COS del ’44-’48. Scrive in funzione della prassi e rielaborando le esperienze: è un organizzatore instancabile di incontri, convegni, fogli di informazione. Nel 1956 la chiesa cattolica mette all’indice il libro Religione aperta; la sua risposta è una campagna per lo sbattezzo e un altro libro: Discuto la religione di Pio XII. A sinistra questa sua tenace attività anticattolica non piace affatto: crea problemi ai rapporti di potere tra le due chiese, il Vaticano e il Partito comunista. Quando ha pubblicato nel 1950 il libro Nuova socialità e riforma religiosa, in gran parte sulle esperienze del liberalsocialismo e dei COS, l’intellighentsia di sinistra lo ha ignorato nonostante che fosse uscito nella prestigiosa collana dei Saggi di Einaudi (tra parentesi, da allora quel libro di grande valore non è mai stato ripubblicato). Ma al centro della sua infaticabile attività c’è il lavoro di organizzazione della nonviolenza, perché entri nel tessuto culturale della società, perché sia uno strumento di trasformazione attiva e in profondità della realtà. Nel 1961 organizza la «Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza dei popoli», in un momento di duro confronto tra i due bocchi militari americano e sovietico; la concepisce come “assemblea in cammino”, come inizio di una marcia gandhiana per il potere di tutti, l’omnicrazia. Il boicottaggio e le esitazioni intorno alla preparazione della Marcia sono notevoli. Questa volta l’isolamento è pericoloso. Contribuiscono a romperlo Binni, Parri ed Enriques Agnoletti con un appello alla partecipazione che vince, a sinistra, esitazioni e resistenze.
Siamo al quinto gradino, il nostro ultimo gradino. In questa foto non si vede, dobbiamo immaginarlo. 1968. E’ l’anno della morte di Capitini. Nel 1967 ha pubblicato il suo libro più importante, La compresenza dei morti e dei viventi, il libro di tutta una vita, il più complesso; Binni, nella giuria del Premio Viareggio, è riuscito a fargli ottenere un riconoscimento vincendo molte resistenze. Ed è Binni, che scrive l’epigrafe per la sua tomba, a pronunciare l’orazione funebre per l’amico fraterno: «Forse non a tutti noi si aprirà il regno luminoso della realtà liberata e fraterna nei modi precisi in cui Capitini la concepiva e la promuoveva, ma ad esso dobbiamo pur tendere con appassionata energia. Solo così il nostro compianto per la tua scomparsa, carissimo, fraterno, indimenticabile amico, diviene concreto ringraziamento e risposta alla tua voce più profonda: solo così non ti lasceremo ombra fra le ombre o spoglia inerte e consunta negli oscuri silenzi della tomba e proseguiremo insieme, severamente rasserenati – come tu ci hai voluto – nel nostro colloquio con te, con il tuo tu-tutti, attuandolo nel nostro faticoso e fraterno impegno di uomini fra gli uomini, come tu ci hai chiesto e come tu ci hai indicato con il tuo altissimo esempio». Colloquio, appunto. Il colloquio tra Binni e Capitini proseguirà ininterrotto fino alla morte di Binni nel 1997. Solo dopo la morte di Capitini, Binni ne scriverà ripetutamente, per non separarsi, raccogliendo nel 1984, in un volume dedicato a Perugia, La tramontana a Porta Sole. Scritti perugini ed umbri, gli scritti a lui dedicati. E Capitini sarà indissolubilmente presente nelle pagine autobiografiche lasciate da Binni sulla propria scrivania e pubblicate postume: Perugia nella mia vita. Quasi un racconto. Aveva ragione Capitini: la compresenza vince la morte.

Lanfranco Binni

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RIFERIMENTI :
Relazione per la Tavola Rotonda “Passaggi perugini: Binni, Capitini e la loro amicizia”
Perugia, Palazzo Gallenga, Aula “Aldo Capitini” (XI)-  22 gennaio 2014
relatori: Lanfranco Binni, Mario Martini, Annamaria Farabbi
https://cartesensibili.wordpress.com/2014/01/21/binni-e-capitini-passaggi-perugini/

 link audio della  conferenza
http://www.radioradicale.it/scheda/401608/tavola-rotonda-passaggi-perugini-binni-capitini-e-la-loro-amicizia

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