Luigi Bianco: POESIA ALL’APERTO. POESIA COME UN PARCO: UN’IDEA DEL MUSEO DI TAVERNA

alice wellinger

alice wellinger-Vogelhuser klein.

Ogni uomo è quello che fa.”
Corrado Alvaro

Le strade della poesia- Luigi Bianco

Vorrei toccare ancora l’estasi della poesia. Vorrei toccarla anche a Taverna: ma la poesia sembra non specchiarsi più in questi nostri anni senza luce (senza ossigeno).
I giorni sono volgari. I giorni colano denaro facile e miseria. I giorni ci regalano cadaveri familiari e cadaveri di guerre mai finite. I giorni ci tolgono respiro e voglie.
La società ci dice che la ricchezza (la presunta ricchezza) non è il paradiso reclamizzato.
I vecchi consumano ore in preoccupata attesa e nascondono il tanto o il poco che hanno. I politici sono precari confusi: nella confusione, spesso affidano i loro pensieri a gazze ladre tecnologiche che non volano quasi mai nei cieli del sogno umanitario.
I giovani precari hanno la chiarezza senza speranza: una luce che rischiara solo un oggi da vivere all’ultimo sangue. La famiglia è calvario con poche vie d’uscita. I filosofi parlano di spersonalizzazione. I poeti di dispersione. Disperdono parole e esistenza verso l’oscurità del silenzio, della scomparsa, delle tracce che non segnano più il passaggio dell’uomo. Le Chiese predicano la carità e benedicono troppi morti abbandonati alla carità del caso e della violenza. Il dono prezioso del volontariato sarà sufficiente a vincere le nostre incertezze e le nostre paure?
Il Pianeta è sottosopra ma noi che ci viviamo dentro non sappiamo più raccogliere un fiore di campo.
Il villaggio globale omologa tutto e tutti in un abbraccio finto e soffocante. La realtà virtuale ci esalta e ci spaventa: troppo clamore, troppe notizie, troppi inganni.
Il poeta e l’artista escono dall’inganno con parole spesso amare: sanno che forse non c’è più speranza ma scrivono ancora, ci regalano ancora parole e immagini ammonitrici mentre si allontanano verso la dispersione, verso la foresteria dei sentimenti e delle passioni.
Già dopo la seconda guerra mondiale, già dopo l’Olocausto, il poeta sembrava sconfitto: ma proprio da chi aveva più sofferto (il grande Paul Celan) si alzava ancora l’unico canto possibile.
In un mondo senza poesia, la poesia è anche oggi l’unica speranza possibile. Speranza civile. Respiro di vita. Sogno pulito e futuro. Lo è anche la poesia più disperata.
Non facciamoci troppe illusioni ma nemmeno strappiamoci gli occhi.
La gente non legge poesie ma di fronte alla poesia (e al poeta) mantiene ancora un rispetto di sacralità. E’ importante. Allora. In un mondo in cui tutto si disperde, in cui tutto si spersonalizza, in cui tutto sembra non avere certezze, un Museo ha proprio il compito di CONSERVARE: conservare i fiori ancora puliti della cultura ufficiale e di quella più marginale. Ha il compito di preservare parole e immagini non solo nel chiuso della fortezza elitaria: ma nella libertà del cielo aperto. Nella strada:
dove spesso la poesia nasce come per un miracolo e dove si scioglie (si disperde) in un attimo.
Il Museo di Taverna e il suo direttore hanno capito l’importanza di fermare quell’attimo e hanno portato nelle strade poesie, terrecotte, sculture: con uno sforzo evolutivo che dovrebbe almeno incuriosire anche quei cittadini che una vita troppo faticosa ha allontanato dalla comunicazione e dalla percezione poetica. E’ bello pensare che in una mattinata storta o in una sera poco amica un
cittadino qualsiasi o un turista distratto percorrano queste strade e, almeno per un attimo, leggendo parole importanti (immaginifiche, visionarie o dense di realtà drammatiche) si allontanino dai loro affanni quotidiani nel respiro di versi che volano oltre: sulle ali di un pensiero più libero e meno inquinato. Le strade della poesia nascono oggi ma si affidano all’immenso scorrere del tempo per i materiali usati (la terracotta). Materiali quasi indistruttibili che raccolgono parole vicine (del Novecento e del Duemila) valide per l’oggi e per il domani.
Se il folletto Benigni e l’intellettuale Sermonti (ed altri, ieri Carmelo Bene) raccolgono folle attorno alle sentite letture del poeta sommo (Dante), noi raccogliamo in umiltà voci di oggi: voci sconosciute e conosciute, voci forti e deboli, voci arrabbiate e tenere, voci di speranza e di disperazione, voci
internazionali e calabresi, voci metropolitane e di paese, voci crudeli e voci d’amore. Voci che parlano spietatamente a se stesse per aprirci l’occhio che non vede.
Sono voci non omogenee (siamo contro l’omologazione): nella libertà di una scelta onesta, non solo di gusto o di piacere, che tiene conto dei tanti fiumi, dei tanti fiori diversi della poesia (da quella sperimentale a quella più sentimentale). Sono voci mai censurate. Come si addice a Taverna. Terra di antiche tradizioni ospitali. Terra del messaggero di pace e cultura Mattia Preti (il nostro Dante).
Mattia Preti porta ancora il suo messaggio in tutto il mondo, e dal mondo arrivano a Taverna passeggeri discreti e curiosi per onorare i capolavori del grande pittore (e di suo fratello Gregorio). Oggi questi passeggeri hanno un’occasione in più: possono anche incontrare a cielo aperto i versi di poeti americani o tedeschi o francesi o africani, e i versi meno conosciuti dei tanti calabresi (vecchi e giovani) che trovano nel fare poesia la risposta necessaria al loro malessere o al loro benessere.
Possono incontrare i versi dello sconosciuto Vito Maida: mio carissimo amico di Soverato e poeta sempre (nella vita quotidiana come nelle poesie che strappava alla sua profonda intimità). Maida è morto prematuramente nel 2004 ma è bastato un libro pubblicato post mortem per farne emergere la
grandezza non solo locale. Calabrese fino all’ultima goccia di sangue, scava pietosamente e orgogliosamente nelle nostre identità territoriali ma sa sempre risalire ad un respiro universale. Come

NEL VIAGGIO
Nel viaggio si consuma l’incertezza
e più della partenza e dell’arrivo
conta la strada
e un pezzo di specchio per tornare.

Ecco. La Strada della poesia di Taverna (ma altre ve ne sono nei paesi vicini), è “un pezzo di specchio per tornare”. Un ritorno culturale ed esistenziale ma non solo: anche un ritorno pratico – di gente di passaggio – che può essere di una qualche utilità ai cittadini di Taverna.
Al di là di tutto, abbellire con la poesia e con le opere le strade di un luogo antico troppo spesso distrutto e ricostruito senza ricordi, è operazione culturale che fa onore al Museo e agli amministratori che lo sostengono. E’ anche un’operazione d’accoglienza in tempi storici durissimi: con immigrazioni che noi calabresi conosciamo bene. Da sempre conquistati, ci sia almeno concesso di aprire le porte della poesia a tutti coloro che bussano ai nostri confini.
Proprio il più importante e conosciuto poeta calabrese vivente (Dante Maffia) ha pubblicato recentemente un libro di mirabile finezza esistenziale e di profondo amore per la Calabria di ieri e di oggi. Una delle bellissime poesie del libro (“Al macero dell’invisibile”, Passigli editore, Firenze 2006) affonda il nervo sensibile nei gravi problemi dell’immigrazione e ci indica un modo semplice – ma non scontato – per accogliere chi bussa:

Se uno straniero bussa alla tua porta
non domandargli da dove arriva.
Offrigli un barile d’acqua
e un piccolo pezzo di terra
dove potrà custodire
le reliquie dei padri.
Ma non dargli le chiavi di casa
e soltanto un ospite gradito.
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Questi versi si trovano sulla strada di Taverna. Ci siano di monito e di conforto. Sapendo anche che due calabresi celebri, due maestri del cinema, hanno filmato due dei lavori più belli sui flussi immigratori dall’Albania (LAMERICA di Gianni Amelio) e dall’Africa islamica (il recentissimo e commovente LETTERE DAL SAHARA di Vittorio De Seta: un film duro e poetico che non troverà mai ospitalità nelle sale commerciali). Come sempre, i calabresi si distinguono per la loro passione civile: nel solco tracciato da Campanella e che nessuna mafia riuscirà a spegnere.
I giovani se ne vanno più di prima ma ci lasciano preziosi ricordi poetici che si possono leggere anche sulla strada di Taverna: quelle parole elegantemente incise su terracotta dalla brava ceramista di Squillace Tina Gallo. Sono felice di avere contribuito al buon esito di questa coraggiosa iniziativa del direttore del museo Giuseppe Valentino e del sindaco Sebastiano Angotti. Sono felice che dalla Calabria parta un’altra proposta utopica (ma che ha la concretezza del luogo, del sito, della materia da leggere e da toccare: oggi come domani).
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Incontrarsi su questa strada sarà un piacere senza aggettivi. Ci penserà la poesia a raccogliere le emozioni. Emozioni di giovani acculturati. Ed emozioni di vecchi contadini che hanno ancora il coraggio di parlare poeticamente alla luna con le loro mani sporche di terra. I contadini ed i poeti sanno che solo proteggendo la terra potremo salvarci da catastrofi ecologiche e sentimentali.
Se non oggi, domani molti capiranno. Che possano capirlo anche leggendo i versi installati sulla Strada di Taverna, è per me la straordinaria risposta positiva della poesia al pessimismo dei tempi (quel pessimismo che ha tentato di “oscurare” – per fortuna senza riuscirci – le mie oneste e sentite parole)

PARCO DELLA POESIA ALL’APERTO
CON TESTI DI
Edgardo Abbozzo – Davide Argnani
Dario Bellezza – Bertolt Brecht
Lorenzo Calogero – Antonio Camaioni
Vivian Lamarque – Giuseppe Cavallari
Lidia Are Caverni – Rino Cerminara
Renzo Chiapperini – Guerriero Cortini
Milo De Angelis – Michele De Giacomo
Giovanni Di Lena – Libero De Libero
Eugenio De Signoribus – Paul Eluard
Luciano Erba – Franco Esposito – Domenico Cara
Alberto Lecca – Maria Grazia Lenisa – Lucio Lepri
Federico Garcia Lorca – Mario Lunetta
Dante Maffia – Vito Maida – Pina Maione Mauro
Alda Merini – Enzo Miglietta – Pasquale Montalto
Valerio Magrelli – Grace Nichols – Guido Oldani
Fabio Orrico Sandro Penna – Elio Pecora
Franco Piri Focardi – Roberto Piumini
Josip Pupacic – Giovanni Raboni
Michele Ranchetti – Clemente Rebora
Vito Riviello – Umberto Saba – Salvatore Salis
Rocco Scotellaro – Vittorio Sereni
Marcia Theophilo
Patrizia Valduga – Gianni Verdiglione
Teresio Zaninetti – Jack Kerovac

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