Se il pianto fosse terra e fertile ne nascesse memoria- Fernanda Ferraresso su Compianti di M. P. Quintavalla

charles j. dwyer
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Dalla raccolta Compianti, edizioni Effige, ispirata appunto al tema del Compianto, dipinti spesso su terracotta, e relativamente al dipinto del Correggio, come Maria Pia Quintavalla afferma nella sua presentazione al testo in l’estroverso, nascono delle messe in scena in cui la memoria prepara le sue stanze, dà voce a chi non è più perché vivissima mantiene la sua presenza in chi sa guardare e attraversare lo sguardo, il passo, il passaggio o anche ciò che semplicemente chiamiamo passato, mentre tale non è. E Quintavalla in scena mette proprio tutto ciò che compone le figure del compianto, ma eliminando la figura fondamentale, la lamentatio. Il compito assegnato all’opera d’arte in questione, il Compianto, era quello di favorire la immedesimazione dei fedeli nella scena del Compianto, facendo sì che essi potessero empaticamente far propri i sentimenti provati dai protagonisti, a partire dall’esperienza personale dello svolgimento di un rito funebre.

Quintavalla invece ricorda al vivo, se così si può dire, tutto ciò che è lei stessa, la sua argilla sonora che non ha perso un solo istante di quella che è la composizione  della policromia della sua vita.  Non ho avuto modo di leggere tutto il testo, quelli che presento sono i versi che lei stessa, Maria Pia, ha scelto per Cartesensibili ma penso che le diverse “terre-cotte” sviluppino particolari di ogni scena dentro cui le figure canoniche del Compianto tradotto in  gruppi di statue policrome di grandezza naturale, con al centro della scena il personaggio principale, guidino tutte le diverse installazioni poetiche, mentre le figure degli astanti , tutti noi in ascolto e in lettura, quindi con lo sguardo rivolto all’evento, che si fa anche nostro, sono disposte in semicerchio attorno all’elemento centrale in modo da ottenere un evidente effetto teatrale, favorendo così la immedesimazione dei lettori nel tragico evento e nelle soluzioni che Quintavalla propone per riaffiorarne nuove riflessioni, non oppresse dalla lamentazione, ma rinvigorite nello sguardo, più attento e profondo. Arte nell’arte o nell’artificio in cui si deve diventare maestri nella terracotta che è poi la nostra vita.

fernanda ferraresso.

charles j. dwyer

Charles Dwyer  (19).

Compianto in terracotta, III

L’età moderna

E’ sorella rinata dalle ceneri,
bisogna che io parli di Fabiana:

rinata là, mi aspetta
nella casa dove ha vissuto il padre,
ha taciuto di lui mi ha accolta –
accucciata a terra poi, Sono qui,
vengo a prenderti, ristorati –
la tua casa e la mia sono nate
qui stesso spazio, sogno lo stesso –
sosteneva i suoi occhi,
prima di morire.

*

Le sue stanze combaciano là sopra
alle altre native
ma hanno sagome aperte più spaziate
trapezi cerchi
verso i gradi della vita, poi:
quadri, rombi della luce che veleggiano
n e l l ’ a l t o

la notte stanno a schiera (all’erta)
lampioni la punteggiano
sul parco e sostengono  l a  s e r a.

*

C’è tepore dove la donna ha procreato
amato e perso i suoi bambini,
una soltanto è viva, i ritratti piccoli
la salutano fulgidi  ogni giorno.

Lei si alza pigra, ci prepara il caffè
parliamo –
poi stiamo ore a rimirare la beltà
e la luce, in dolce sfondo
esplodono piccole nicchie ombrose
dai cespugli del San Paolo.

*
A notte, garrule chiacchieravamo
del giardino come sue guardiane,
né gli occhi si stancavano,
vagando nella musica i bicchieri.
Sapevo che là sotto, a quel secondo piano,
un bel varco attendeva
propiziando notte, il sonno dei felici:
negli occhi
la sopita infanzia si mostrava.

*

Il mondo era moderno al quarto piano,
come un’era adulta ma più sotto,
era l’antro dei sogni era l’infanzia.
Non era addio ma arrivederci,
a più tardi.
L’amica era la vita e libertà di affetti
adolescenti che ti porta piano,
va lontano, in fiaba eterna
di una piccola me contenta

come entrare e uscire da una porta,
una soltanto  q u e l l a,
perché un padre aspetta
al piano che non s’apre più,

aspettava stava.

*

Ora il salto dei piani si è smarrito,
l’ascensore scende direttamente
al pian terreno, in un’uscita sola,
nessuno abita né solitario attende
alcuna voce dice,
E’ tardi va’ a dormire, oppure,
Cosa vuoi per pranzo l’indomani.

Alcuno a notte lascia letterine scritte
in uno stampatello di grafia leggera,
messaggi d’amore delicati dove
sentirsi al centro della vita,
non già più in salita ma una mano
che entra nella tua soave, e certa
p i a n o.

*

La popolazione che abita lassù
l’età moderna, oggi è in ospedale
lei non popola tutta la mia notte
ma una parte,
quella dell’oggi di chi scrive e conta:
qui dalla mano tenta
in un soffio rinverdisce cupole, sentieri
giù dalle sue scale, e stelle
una cartografia leggera

suggerisce non più parole umane
ma sole, le minute
di un diario che si annuncia ponte
o epistola, abbandono a cerchi della luce
dove vivere
verso l’impronta di noi due,
in amore.
.

charles j. dwyer

Charles J. Dwyer.

Compianto in terracotta, IV

Cos’è il paradiso

Poi, cos’è il paradiso?
un succedersi a riparare colpe,
un evolversi sciogliendoci, in stagioni (dove
non eravamo stati).

Al buio li trovai, nella liquidità,
lei senza luna e insegne,
lui, il capo reclinato. Lei senza fiori
ma sorrideva angelica
una dalia rossa le portai, unita
al puffo del crisantemo.

*

Ma di carta il tuo avello, o padre
nel cemento spalmato dai ragni,
su fiorami tra la polvere e il vetro
lo trovai,
allineato dal fondo e da stagioni,
lui, sotto spessa carta già celato
il nome, mi chinai e non vidi.

Lei, sospinta al sorriso, si girava
come chioccia bianca all’aperto,
lui, si era spento
da poco tempo, non sudava
occludeva lo spazio.
Baciavo io dell’altra, il volto
nell’icona
ma sentivo sul viso le carezze
del materno come mano, la forma
che diceva, Ritorna
mi ridai la luce del convito;

*

stava zitta al contrario la carta
che copriva
il senza volto, non trovava cenni
non regnava e non stava,
forse ignaro
ospite, come piccolo ricoverato
al buio della fame     riposava –
sulla nave dei folli in piattaforma,
senza luna.

Non risorti, ah gridalo
l’acuto dalla volta scurita degli abbandonati
il grido,
ma chi defezionò non ha più pace.

La Villetta di Parma, 1 novembre 2008.

**

Pubblicazione1

Maria Pia Quintavalla, Compianti, Effigie, 2013

10 Comments

  1. Bellissime,queste poesie,cara Maria Pia, mi piacciono forse più delle precedenti per la loro forma, così apparentemente e sapientemente”semplici”…, che fa vibrare amorosamente tutte le parole.
    Grazie,Ferni,per la proposta.i

  2. La Sua scrittura, a mio avviso, rimane mirabilmente obliqua, come un pendolo tra classicità e contemporaneità. Sempre densa d’anima e corpo di ricordo, con un respiro a volte feriale, a volte un pò onirico, un pò omerico. Come di viaggio nel tempo che si compie, in una sequenza di immagini e di spostamenti del fuoco poetico. In un disincanto malinconico che trascende e attraversa ogni istante con penna calibrata e lenta. Un tempo sempre presente, quello dell’assenza. Grazie a M.P. Quintavalla!

  3. Che bella sorpresa, Fernanda: rileggersi moltiplicati dallo specchio di altri ,lettori, poeti, sortisce sempre in me un effetto pacificatore, di verità:Grazie. Se è visto è udito, quel testo, rivive, e si dilata in angolazioni,come qui descritte da Ferni, e assume la funzione stessa del compianto, senza il lamento, Scene semi scolpite, cioè terra cotta e vibrazione, plasmabile, per voce. Sempre mentre le sto vivendo, al presente della poesia, quelle scene, tutte inverate dai versi, e qui restituite. Maria Pia Quintavalla

    P.S saluto Lucetta Frisa e Maria Grazia Palazzo

    1. la lamentatio non era ” un piagnisteo” ma una modalità per dimostrare al defunto l’attaccamento e la devozione il rispetto e la misura di una ferita legata alla sua perdita. Piagnistei si vedono oggi, isterici spesso, teatralizzati in modo volgare, il dolore per chi scompare ha in sé comunque un grande “rateo d’amore” e si riscuote nel tempo ri-cor-dando la memoria dal cervello al cuore. f.f.

    2. particolari e preziosi, sono questi commenti, perché * rispondono* al lamento e/o compianto, allungandone l’ombra l’ eco, e rispondono, a noi, che il cristo morto del nostro cuore, colui che addita alla scena dalla sua prospettiva attrae, affabula e ci fa zittire. guardo, dalla sua composizione a chi è fuori scena, il *noi* dei lettori. Va bene così

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