In vetrina M.Cornelis Escher e le metamorfosi dell’identità- Simonetta Met Sambiase

enigma escher.

La mostra di Maurits Cornelis Escher a palazzo Magnani di Reggio Emilia è stata prolungata fino a marzo. Le piccole file che quotidianamente attendono di entrare nel suo mondo hanno generato un passaparola che ha donato altro tempo e altro pubblico ancora , e ne vale  tutto quel passare il tempo nelle sale che reclutano e mostrano l’infinita perfezione di questo maestro incisore. Che ha vissuto molto nel nostro Paese, ricavandone schizzi e disegni preparatori e nostalgia mediterranea.  Ma la matita non emoziona sul foglio, solo cenni e rigore descrittivo:  sono la punta secca, il bisturi, il bulino, le porte che trasportano in un nuovo mondo. Il rigore della precisione, la perfezione millimetrale propria dell’anima di questa tecnica di stampa è piegata alla ricerca dell’identità dell’infinito con una complessità raffinata che rivela l’assoluto dominio sul medium. I predecessori di Escher, i maestri incisori della storia dell’arte sono appesi nelle sale: Piranesi e i suoi segni fumosi e claustrofobici dei capricci e delle carceri e Durer, lì in bella mostra con tutta la maestosità inquietante della sua piccola Malacholia: due autori, due venerazioni, due personalissime misure di indagare nell’atto sociale dell’arte rivendicandone il mistero, in una dimensione intersoggettiva che trascende il dato fisico per indagare sul destino, soprattutto nelle potentissime simbologie alchemiche di Durer.
.


.


.

Escher entra e affronta la tecnica incisoria con precisione infinita: litografia, xilografia, acquaforte, una due o tre tavole alla volta, nulla gli è precluso, e tutto si piega al suo passaggio di punta, costantemente in crescita di opera e di poetica. Gli oggetti dell’attenzione sono fissi e si piegano al suo bisogno di indagare nelle metamorfosi dell’identità, per rivelare la vita nel suo scorrere all’infinito. La tassellazione è il suo modulo d’indagine “a priori”, lo spazio naturale delle arnie delle api   (uno dei suoi animali totem insieme ai pesci e agli uccelli), la pavimentazioni delle chiese toscane, gli stendardi araldici delle municipalità, lo spazio geometrico che si estende fino al nastro di Mobius. Se esiste empatia nella rappresentazione ce n’è poca traccia: è la mente che viene chiamata ad ordinare il caos. Come nel suo conterraneo Piet Mondrian, si estrae e si lima fino ad arrivare ad una singola linea, ad un pieno contrastato da un vuoto per ricreare ed ordinare,  ma mentre il pittore vuole ordinare il caos, l’incisore vuole dominarlo, compenetrare l’infinito.  Il viso di Jetta, l’amato volto della moglie, è sbucciato all’aria e riallineato nella dolcezza di un’onda di righe e nastri mobili, come una striscia di raso liberato nel vento da una mano bambina, forme semplici, forme straordinarie. Nulla è quotidiano ma tutto è intessuto di quotidiano, rigore di mente in un luogo abitato da piccolissime creature istintive, formiche, pesci, farfalle. Simboli e realtà sottoposte alle regole della ricostruzione incisoria che non consente mai ripensamenti, né possibilità di correzioni: una linea incisa lo sarà per sempre, la trama della lastra non può essere modificata una volta completata nel suo disegno. Tutto scorre sul nastro della vita, tutto viene filtrato dalla mente, dall’occhio che legge in scomodità di percezione la linea degli oggetti ed è costretta a riordinare l’esperienza della stessa percezione per dare riconoscimento alla forma ma mentre essa si accinge ad identificare le sagome esistenti queste hanno già preso vita in altre, che la capacità immaginativa vede muoversi e scorrere in nastri e scale, in mura e in cosmi,  in righe strette e formiche, in celle esagonali e nuvole: un mondo nuovo che confonde per il suo ossimoro di sogno reale, il paradosso del vivere e rivivere in altro.  Se il paradosso ha l’obbligo di esprimere l’allineamento dello stupore alle leggi della percezione, le Metamorfosi sono il ciclo della vita: la croce alpha\l’alveare\l’ape (abeille, uno de   Les trente-trois noms de Dieu secondo Marguerite Yourcenar) \uccello (Aria) \pesce (Acqua)\cubo o piastrella cubica (Terra) paesaggio (Uomo) scacchi (Mente)\la croce omega.

La prima sala è la timidezza degli ex libris,  l’ultima sala invece una sorta di linea ereditaria dei pensieri e delle forme dello straordinario di Escher negli artisti delle generazioni successivi, il 2.0 dell’analisi della forma duttile del paradosso “visivo”, fra artisti che non ti aspetti di trovare in un luogo dedicato fondamentalmente ai rigori di precisione dell’incisione. Quasi  si intromettono gli uomini note di Keith Haring e le sfacciataggine cromatiche di Victor Vasarely insomma. E il segno così grafico dell’artista olandese è seminato nell’oltre, in altre speci inaspettate, forse ancora una volta in un paradosso così tanto amato.

Simonetta Meth Sambiase

**

RIFERIMENTO IN RETE: http://www.palazzomagnani.it/2013/07/lenigma-escher/

2 Comments

  1. ci sono incontri che lasciano il segno, oltre la visione consumata in poche ore
    accade che qualcosa resti e produca “ritagli” di visione e tu Meth hai avvicinato il nostro sguardo e raccolto un tessuto da cui partire per nuove navigazioni
    grazie
    elina

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.