ECCO DOV’ERA FINITO- Serenella Gatti Linares

teresa reynolds

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Il pavimento si è aperto all’improvviso sotto i miei piedi, una dietro l’altra le mattonelle di cotto rosso dell’impiantito in un’enorme voragine. Sono scappato nella spaziosa cucina: i cassetti della credenza si aprivano e si chiudevano in successione come per magia. Me tapino! Mi sono messo a correre, anche se di solito non sono un fellone di fronte ai pericoli. Il soffitto dell’alta volta ha iniziato a crollare: mattoni e polvere fioccavano da ogni parte… La voce non usciva dalla gola. Ho compiuto un balzo e mi sono ritrovato fuori con l’aiuto dei compagni. A questo punto mi sono svegliato, sudato nonostante il gelo della piccola cella, col cuore che batteva all’impazzata e un dolore alle tempie che martellava. Era stato solo un sogno. L’ho considerato alla stregua di una lettera giunta, da interpretare. In questo periodo ritengo l’eremo in cui mi trovo come la mia casa e la casa rappresenta l’esistenza. Questa immagine onirica conferma quello che già conosco: sono in una fase di crisi, in tutti i campi. E un altro concetto: quando gli altri ci soccorrono, l’”io” diventa “noi”, in un inestricabile intreccio di fili. Un pericolo sventato, ecco cosa rappresentava il mio sogno. Tornato nella dura realtà, ho percepito un senso di smarrimento, di vuoto quasi intollerabile. Ho tirato su a fatica le membra corpulente e rattrappite. Ho lavato il viso intessuto di rughe e il barbone bianco con l’acqua gelata della catinella. Mi sono rivestito dei caldi e rossi panni. Ho guardato fuori della stretta finestra. Sono entrato nell’alba. Ho pensato fosse utile subito una passeggiata. Dopo avere lasciato socchiuso il cancello arrugginito, che ha disegnato un semicerchio in terra, la neve mi ha accolto impalpabile e leggera. I pesanti neri stivali hanno faticato a procedere, lasciando larghe impronte. Il cielo livido aveva colori bianchi e violacei. Il silenzio dominava indisturbato e assoluto. Dalla cima di questa montagna si può ammirare il panorama disseminato di piccole case sparse coi loro fumi grigio-azzurri in fuga dai tetti. Mi sono diretto al piccolo cimitero sempre aperto. I morti mi sono venuti incontro come diafane ombre. E io stesso ho avuto paura di tramutarmi in neve. Ho tentato di parlare con loro, di chiedere del passato, di conoscere le cause della decadenza d’oggi. Ho invocato, ho pianto. Anche gli uomini piangono, anche quelli vecchi e saggi come me. Esiste troppo dolore nel mondo. A volte, lo vedo poggiarsi tutto intero sui miei omeri con una pesantezza che mi schiaccia. Le lacrime sono diventate ghiaccioli e non avendo ricevuto l’energia che cercavo, sono rientrato nell’eremo. Padre Vincenzo era nell’enorme cucina. Stava preparando latte bianco, pane appena sfornato il cui profumo impregnava l’aria. Mi sono seduto accanto al camino scoppiettante. Ho raccolto il calore nelle mani. Ho percepito una dolce letizia, una strana leggerezza, come se per qualche momento potessi riempire il mio vuoto. Ho cercato di ritrovare la pazienza, la lentezza, la tenacia che solitamente mi accompagnano. In questo periodo dell’anno sono l’unico ospite di questo luogo sacro, dove arrivano pellegrini di tutto il mondo. In crisi, come me. Per rintracciare un po’ di pace, di conforto. Ho chiesto al Padre di versarmi un bicchiere del loro famoso nocino, che potesse riscaldare la mia neve interiore. Poi ho instaurato con lui una sorta di discussione teoretica sul bene e sul male, questi grandi poteri che da sempre aleggiano alle mie spalle, e a quelle del mondo, litigandosi lo spazio. Angeli e demoni, buoni e cattivi…: dov’è poi la perfetta differenza? Vincenzo ha sostenuto che il confine fra i due deve essere invalicabile: per gli uni ci sarà il paradiso, per gli altri l’inferno. Io non sono così dogmatico. La lunga esperienza di vita mi ha insegnato che lo scellerato può avere delle virtù e l’uomo onesto delle debolezze. Non posso certamente definirmi un santo. Anch’io da giovane ho intessuto parecchi legami pericolosi e lussuriosi con fanciulle o maritate soprattutto d’alto lignaggio. Essendo un uomo, conosco la declinazione di questi concetti al maschile. Per le donne, bisognerebbe chiedere a loro. Mia moglie mi raggiungerà soltanto all’inizio del nuovo anno. Chi è stato a scriverlo? Ah… sì: Goethe:”La bontà è la più grande espressione dell’intelligenza umana”. Ebbene, è questa l’idea che di solito ho condiviso. Ma oggi? Noto lo scadere delle relazioni, l’anaffettività, la corruzione, la mancanza di ideali, le guerre… Quale significato possono avere i miei regali? Il dono dovrebbe essere scambio reciproco, scambievole. Ho capito che Padre Vincenzo sarà inamovibile dalle sue posizioni. Parlo col fuoco. Me ne sto qui al calduccio cercando una soluzione, mentre il liquido scorre nelle vene e scalda le interiora. Ritrovo la bontà che mi caratterizzava. Mi commuovono ancora le piccole candele, le ghirlande, i nastri che adornano gli abeti, l’aroma dei mandarini, come da fanciullo. Tendo l’orecchio: in lontananza mi sembra di sentire dalle stalle il lamento delle renne che mi reclamano. Avere indulgenza: questo vorrei continuare a provare verso tutti. In fondo, anche il peccatore Fra Cristoforo ottenne il perdono. E così l’iniquo Innominato e la sventurata Gertrude. Devo riappropriarmi del desiderio forte, sincero, pulito di regalare, senza avere obbligatoriamente in cambio riconoscenza o vile pecunia. Questo tempo di fuga, di riflessione, di ritiro lontano dal mondo forse mi sarà utile per ritornare nel consesso degli umani, in un rinnovato sodalizio. Dopo tutto le crisi servono per cambiare, ricominciare, rinascere. La vita va vissuta non solo nel bene, nella gioia, ma anche e soprattutto nel male, nel dolore, per poterla comprendere e apprezzare. Ma al primo posto deve restare la tensione alla felicità che io cerco di disseminare intorno a me. Qui nell’eremo dicono che mi chiamo Nicola Natale, che la mia età è indefinita, indefinibile, che rappresento e consacro le infinite nascite che avvengono dentro le persone. Aperte al passato e al futuro.

Serenella Gatti Linares

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