TRASMISSIONI DAL FARO N. 57– A.M.Farabbi intervista Francesca de Carolis

charles anderson

Charles Anderson

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Per comprendere sostanze, fatiche, intensità, qualità della scrittura ho scelto di incontrare Francesca de Carolis. Scrittura e persona vivono nella stessa tensione coerente e limpida, in un’unica identità sensibile e responsabile dentro cui le radici etiche dettano il quotidiano e la ricerca.

Raccontaci brevemente il tuo profilo professionale di giornalista e narratrice.

Mi sono affacciata a questo mestiere agli inizi degli anni ‘80, scrivendo di “bianca”, come si diceva allora, e nei primi anni ho collaborato con alcune riviste e quotidiani, il Messaggero e il Mattino, con incursioni nelle pagine culturali. Poi il lavoro in Rai, prima in Sicilia, luogo di “narrazioni” estreme, di cui porto ancora molto dentro, quindi a Roma; i primi anni sempre cronista di bianca, per il Tg1, dove mi sono presto molto occupata anche della “macchina”, come si dice in gergo. Insomma, il dietro le quinte che molto insegna sui meccanismi della comunicazione… Ma anche le esperienze più entusiasmanti prima o poi si esauriscono, e quindi ho tentato la Radio, e la scoperta di un linguaggio per me nuovo, ma molto agile e dalle grandi potenzialità per indagare la realtà contemporanea. Narratrice? Non so se sono una “vera narratrice”. Sicuramente scrivo, in qualche modo l’ho sempre fatto. Quasi una vita parallela, più sommessa, direi. Il primo libro è stata una scommessa. Un racconto ambientato nel ‘400… Ma il tentativo è sempre stato, ed è ancora, quello di cercare punti di vista, come dire, “arbitrari”. Insomma una sorta di cronache “dall’altra riva”. Non per nulla questo è il titolo che ho dato al blog che curo da qualche anno… l’altra riva, appunto.

 Come convivono in te la scrittura narrativa e quella giornalista?

Istintivamente l’approccio alle cose, ai contenuti, è di fatto sempre stato lo stesso. Poi, certo, la scrittura delle mie narrazioni è libera, libera anche di cercare e sperimentare… quella televisiva o radiofonica, lavorando soprattutto per le news, deve necessariamente modificarsi: il linguaggio si spezza, diventa sintesi… quello che non cambia, che ho cercato sempre di non “tradire”, è lo sguardo, che è la cosa che rende alla fine la scrittura comunque riconoscibile…

Quali sono state le motivazioni fondamentali che ti hanno portata a lavorare in qualità di giornalista? Sono mutate nel corso degli anni?

 Una cosa che dico sempre, molto sinceramente, è che ho iniziato questo lavoro perché nel 1980 ho vinto un concorso indetto dalla Rai per l’avviamento alla professione giornalistica. E’ stato il primo concorso che ho tentato, mentre stavo seriamente considerando un percorso universitario… i concorsi si vincono, e si possono anche non vincere, magari per poco…  E penso di essere stata anche fortunata, per una bella sorpresa, arrivata quando ero ancora molto giovane, e diciamo che ho capito subito quale grande strumento mi veniva offerto. Anche per questo ho cercato di fare il mio lavoro più seriamente possibile. Mi sono presto appassionata, anche, a un mestiere che ha dato forza a qualcosa che forse avevo già dentro: un desiderio, per quanto allora non avessi chiaro con che sbocchi, di osservare, narrare, scavare nelle storie della vita. Ed è questo che nel tempo non è cambiato, è cresciuto anzi, indipendentemente dalle fasi, alte o basse, che i percorsi professionali, come per tutti credo, attraversano…

“Fare la giornalista nel nostro Paese”: potrebbe essere il titolo di un articolo dentro cui collocare esperienze, letture critiche, giudizi. Dal tuo punto di vista, la comunicazione e l’informazione in Italia che qualità hanno? E’ difficile fare il lavoro di giornalismo, oggi, puntando nei valori limpidi di onestà e  coscienza civile?

 Fare il giornalista nel nostro paese… esempi di eccellente giornalismo ce ne sono molti… le due prime cose che mi vengono in mente: basta ascoltare i colleghi dei quotidiani che si alternano nella conduzione della rassegna stampa di Prima pagina, la mattina, su radio tre o, per restare nel servizio pubblico, vedere un’inchiesta di Report. Il problema, secondo me, è l’informazione prevalente che “passa”, il messaggio di fondo che, anche nel servizio pubblico, proclami a parte, è paludato, spesso falsato, e superficiale. E parlo sapendo di essere stata a volte, consapevole o no, responsabile di un meccanismo di cui pure ho fatto parte. Troppo influenzato dalla presenza dei partiti e di partiti che tutto rende asfittico e autoreferenziale. Mi sembra questo sia un po’ l’incubo generale italiano… Ma è cosa che mi sembra particolarmente grave per un servizio pubblico che dovrebbe sempre ben informare. Una delle cose che rendono, a mio parere, asfittica l’informazione? Una bizzarra idea della cosiddetta par condicio, ad esempio… In sé cosa sacrosanta, ma tradotta spesso in due opinioni uguali (nei tempi) e contrarie (nei contenuti) che s’elidono, la coscienza è a posto e nessun passo avanti si fa nella comprensione delle cose… Credo che il problema fondamentale sia quello della mancanza, in Italia, di una tradizione di giornalismo indipendente, ma se i giornali in fondo nascono sostanzialmente come giornali d’opinione,  questo è cosa inammissibile per il servizio pubblico, dove, a mio parere, molto è degenerato dall’inizio degli anni ’90, con l’arrivo delle televisioni private di Berlusconi e la falsata concorrenza che ne è nata. E’ stato quasi un inseguirsi al ribasso…  cosa che ha una bella responsabilità nell’arretramento culturale degli ultimi decenni. Anche perché ciò che davvero ha influenzato e influenza i costumi è, a mio parere, soprattutto ciò che, fuori delle news, passa attraverso l’intera programmazione di rete, mi riferisco ai programmi di intrattenimento, ai modelli di comportamento proposti, a linguaggi urlati…

Se posso fare un appunto all’informazione più strettamente giornalistica dei notiziari, questo è la povertà, la banalizzazione del linguaggio, luoghi comuni, che svelano e alimentano al tempo stesso pregiudizi, brusche approssimazioni. Leggevo comunque proprio nei giorni scorsi una nota della federazione nazionale della stampa, che sottolineava con piacere come piano piano alcune cose stanno cambiando: il termine clandestino, ad esempio, abusatissimo, è sempre più sostituito da quello più corretto, più rispettoso, di immigrato,  migrante, anche… E le parole, ho sempre pensato, non sono solo forma.

E faccio autocritica. Proprio a proposito di carcere e di detenuti. E’ capitato anche a me, da brava cronista, di fare in fretta in fretta il pezzo da un minutino sull’ultima operazione di polizia… Presto fatto: la vicenda in sintesi, numero degli arresti, e per me la storia finiva lì. Adesso so… che è quando le porte di un carcere si chiudono alle spalle di qualcuno, chiunque esso sia, che la storia inizia…

Come è nato il libro Urla a bassa voce? In quanto tempo lo hai scritto e quanto è stata complessa la sua creazione? Quanto ricca l’esperienza che, immagino, ancora in te continua?

Tutto è cominciato con una lettera sulla questione dell’ergastolo ostativo inviato in redazione da Nadia Bizzotto, che è responsabile del servizio carcere per la comunità Papa Giovanni XXIII. E’ stata lo spunto per una trasmissione, in radio, su un argomento del quale prima, confesso, non sapevo nulla. Come la stragrande maggioranza delle persone, ho poi scoperto… Il filo annodato con Nadia non si è più spezzato. Ho conosciuto molte storie, la prima, quella di Carmelo Musumeci, che molto cerca di fare, dal suo finepenamai ma proprio mai, perché qualcosa si smuova nelle coscienze. E’ fra l’altro sua l’iniziativa della raccolta di firme contro l’ergastolo, quella cui hanno aderito Veronesi, Margherita Hack… Insomma, per qualche tempo ci siamo scritti, ed è stato lui, insieme a Nadia, a chiedermi di curare una raccolta di scritti di ergastolani ostativi. Ho accettato, ma all’inizio non è stato affatto semplice. Sono stata letteralmente inondata di testi, lettere, riflessioni fatte da 36 ergastolani, sollecitati da domande di studenti, professori, suore, un tassista anche… Non è stato semplice, perché ho dovuto immedesimarmi in linguaggi che non sempre riconoscevo,  e doveva nascerne qualcosa che non fosse il loro libro sul carcere riscritto da me. Questo doveva essere il loro libro, e basta. Infatti dico sempre che “Urla a bassa voce” l’ho scritto due volte. La prima volta “aggiustato” con il mio italiano. Poi, rivedendo, mi è sembrato piuttosto falsato. Insomma, cattivo giornalismo. E allora, rileggendo e rileggendo i documenti originali, restituendo a ciascuno il proprio linguaggio, è successo che, come dire, le parole “si sono aperte” e i significati si sono, come dire, composti, chiari, per tutti. Non tutto è necessariamente condivisibile, ed è giusto che sia così.. sono voci che si intrecciano e io non dico mai “il mio libro”, ma il nostro libro”… insomma di noi 37 autori…  Naturalmente, per poterlo fare, bisogna cercare di entrare nelle vite di ciascuno, ed è un filo che ancora non si è spezzato…

Perché credi sia necessario che qualunque cittadino rifletta sui problemi della giustizia, sulla sorte dei detenuti senza fine pena mai?

Perché la realtà carceraria è il grande rimosso della nostra società. E’ quello che non vogliamo sapere, quello che consideriamo brutto e malvagio, e soprattutto, altro da noi… come se non volessimo riconoscere ad altri di far parte della nostra umanità… ed invece siamo tutti pezzi della stessa umanità, ci piaccia o no. E poi, se qualcuno vorrà leggere queste testimonianze, vi troverà davvero molta profondità e umanità… forse anche più di quanta ci capiti di incontrare quotidianamente nel mondo che abbiamo intorno. Continuo ad avere uno scambio di lettere con alcuni degli ergastolani autori del libro. A volte sono in difficoltà. C’è chi in carcere ha studiato filosofia… soprattutto, le parole di chi è in carcere da anni, da decenni, sono sempre, e questa è altra cosa che ho capito, parole di verità, di chi ogni attimo della vita non può che prenderla terribilmente sul serio. E sono parole così diverse dal chiacchiericcio che tanto ci frastorna…

A cosa stai lavorando ora?

Bèh, queste sono storie che, una volta conosciute, non ti abbandonano più. Ci sono infinite voci che chiedono solo di essere portate fuori dalle mura di un carcere, ed è quello che sto cercando di fare. Grazie anche alla complicità di Marcello Baraghini e Stampalternativa, l’editore di “Urla a bassa voce”, sempre pronti ad accogliere voci “dall’altra riva”, materia, come dice sempre Marcello, fatta di sangue… Un’anticipazione? Un carteggio fra un ergastolano e un professore di filosofia della morale. Uno scambio di lettere, ma anche lezioni di filosofia e lezioni di vita che si intrecciano, quasi una storia d’amore. E poi sto lavorando a una biografia, pagine da scavare per capire, per capire io tanto per cominciare, cosa tiene viva la vita di una persona in carcere da oltre tre decenni e senza nessuna prospettiva di uscirne. Proprio in questi giorni ho avuto il permesso di incontrare in carcere l’autore, Mario Trudu, in prigione da 33 anni. Quando il libro sarà pronto saranno già 34… provate a immedesimarvi un po’…

Anna Maria Farabbi

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Riferimenti ad articoli precedenti:

LA VASCA DEI PESCI ROSSI: Anna Maria Farabbi presenta URLA A BASSA VOCE . Dal buio del 41 bis e del fine pena mai

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