GROUNDUNDERTHIRTY- Veevera: il cinema il paesaggio il potere l’inquinamento la memoria i traffici e soprattutto il disamore…


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on ci si accorge spesso, quando si va al cinema si sta attenti al soggetto e non si considera la scena, che scorre come pelle, pellicola, un domopack a cui non diamo la giusta attenzione che merita. Il cinema invece, tra paesaggio e racconto, tra paesaggio e personaggi, tra paesaggio e storia chiama il nostro sguardo e lo invita a mirare dentro lo stesso obiettivo comune: la terra in cui abitiamo e ormai è urgente che questa attenzione sia reale e sia acuta. Spesso il cinema sceglie, spesso inventa, i suoi spazi ad uso e consumo delle storie che racconta, mettendo insieme luoghi lontani tra loro ma. E’ questo,  proprio questo ciò che dovrebbe aprirci gli occhi, ciò che dovremmo capire: lontano o vicino sono concetti errati, tutto è lo stesso unico sistema, è una sfera la terra ed è uno solo il luogo che abitiamo in un ecosistema. Il paesaggio non è solo esperienza estetica ma anche etica, poiché luogo che ci alimenta, ci permette di vivere e tutto si trova in situazione di reciprocità, di scambio, non può essere vivisezionato da frazioni di potere inebetito dal costo che esso produce, lui, il potere. La terra dona gratuitamente. Se si imparasse a guardare davvero e a fondo, nel fondo del fotogramma avremmo percorso finalmente una tappa importante nella conoscenza di noi stessi, del  mondo che è nostro sì ma non mio suo loro, di tutti quelli che lo abitano adesso e di quelli che verranno e dentro quel mondo i nostri grandi limiti si mostrano.
Leggo così anche il testo della Duras,
Hiroshima mon amour, di Alain Resnais, già nel 1959 e poi, più tardi, Andrey Tarkovski, in innumerevoli film in cui l’intorno e il dentro è il luogo e questo è specchio di tutto ciò che è interiore e viceversa, in una reciprocità che si spezza solo dalla parte dell’uomo. La natura è sempre materna, sempre accoglie, in qualsiasi circostanza, vita e morte in una alternanza tragica e magnifica nello stesso tempo da millenni a favore del perpetuarsi.
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Grande, in Stalker, sempre di Tarkovski, la valenza del paesaggio: la zona è una sola, terra che non riconosciamo perchè non sappiamo chi siamo noi
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Anche Antonioni però,  nel suo Al di là delle nuvole, continuamente crea l’alternanza uomo paesaggio, uomo e uomo come paesaggio anch’esso, proiezione di un mondo mai chiuso come si penserebbe fosse, fatto di piccoli scambi in cui il paesaggio resta chiuso fuori. Tanti, tantissimi altri registi potrei citare ancora. Il paesaggio del cinema, che non è mai sfondo o contorno, non è scena che illustra ma è presenza viva, dialoga continuamente con i personaggi che lo abitano, ed è specularmente la loro parte non vista direttamente, complemento e completamento insostituibile alla loro storia che poi è la nostra vita in tutte le sue forme e possibilità, articolata in epoche e tempi diversi e sempre un tempo dentro un altro, formando un unico tempo, mirabilmente tessuto.
Abbas Kiarostami è maestro nel versare poeticamente il paesaggio dentro l’uomo e viceversa. Magistrale è Il sapore della ciliegia in cui parla di suicidio personale mentre è collettivo quello che ora stiamo perpetuando alla terra e quindi a noi stessi, muovendoci in un labirintico mondo deserto.
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Il paesaggio è il nostro punto fermo e in esso abbiamo la lettura di ciò che non potremmo raggiungere. I suoi punti prospettici, di fuga, i suoi margini e i suoi sconfinamenti non sono che noi stessi. Segreto o intimo, dichiarato nelle frontiere che noi costruiamo o abbattiamo, il paesaggio ci offre ancora soglie da cui sporgerci per vederci per sconfinare dall’io e dalle sue maglie rigide e virtuali al contempo. La grammatica e la  sintassi del paesaggio sono i nostri gesti compiuti o mai fatti, noi gli attori e i registi di un capolavoro o di un misfatto. Leggo così Paesaggio nella nebbia, di T. Anghelopoulos. Noi i bambini che cercano il padre e viaggiano da un luogo all’altro, come fa anche il regista in Lo sguardo di Ulisse, dentro la memoria fino a perdersi o trovarsi, davanti ad un albero appena visibile, nascosto dalla nebbia, o davanti al mare, in cui tutta la storia, nostra storia, di tutti,  ancora è alloggiata, pur dopo secoli di indagini, di sguardi, di ricerche , di viaggi.
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Ciò che oramai si vede intorno è un falso paradigma in cui STATO sta per VUOTO e natura per funzione e costo senza renderci conto che il disamore legato alla speculazione che ha dimenticato la sua origine più profonda si è fatto l’artefice di una rovina che coglie tutto il pianeta senza risparmiare nessun capitale e nessun capitolo di spesa di questo fasullo arricchimento di cui tanto ci prendiamo a cuore l’ammontare dimenticando il nocciolo reale. La vita e il luogo in cui essa non recita e non è fondale ma fondamentale perno in cui ruota il nostro mondo e il divenire di ogni nostra storia.

Veevera
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enzo bevilacqua- i paesaggi di fellini

enzo bevilacqua-Pian Grande

 

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