TEMPIQUIETI- Vittoria Ravagli: Sasso, segni e memorie da un incontro.

daria petrilli

Daria Petrilli

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IL 19 E IL 20 OTTOBRE A CA’ VECCHIA – TEMPIQUIETI –

libere riflessioni e testimonianze di donne sulla spiritualità

Ci siamo incontrate al mattino, alla spicciolata, sotto i grandi alberi di Ca’ Vecchia, nel parco. Ci siamo conosciute, ritrovate, abbracciate.
Davvero tempiquieti in questo inizio lento, rilassato. Poi su, tutte nella sala rossa, a scambiarci parole, ad approfondire interessi, a guardare i libri esposti dalla Libreria delle donne di Bologna, ad accogliere le ultime arrivate.
Dopo il buffet, nel pomeriggio, ha iniziato l’incontro sulla spiritualità Anna Maria Farabbi.
Anna, davanti a tutte noi,   è rimasta  in un silenzio spiazzante per un tempo che mi è sembrato lungo poi  ha detto: “ho scelto di creare un vuoto-silenzio per cominciare con un atto di violenza, di disagio…non esiste silenzio….figura non verbale…corpo organico del non detto….silenzio uguale a spazio inquieto….”  Ed  è uscita forte la sua  voce, vivificante, inquietante, che “comunque canta” ed illumina.
Ho vissuto la sua presenza solenne, il suo silenzio,  le sue parole, come una “messa a fuoco” del nostro sentire.
Solo qualche appunto. Ha parlato della spiritualità come di un telaio fatto di legno lavorato, che sostiene la polifonia dei tanti fili messi insieme e cardati…, della tessitrice che esercita la sua forza trovando un difficile equilibrio. Del ritmo, radice del respiro e della valvola cardiaca, del doppio battito: approfondimento – pausa – sprofondamento . Della caduta, che va accolta e del vuoto di cui non si deve avere paura, restando solidi ed orientati: “la vita si fonda sul ritmo”.
Fare relazione: tu, io, noi… E ci ha portato virtualmente nella sua cucina, ci ha fatto sedere intorno al fuoco con lei. Ci ha detto: ” dopo cinque mesi esco al pubblico. E’ morta mia madre. E’ stata uccisa dalla chirurgia.” “Entrare in un luogo sperato per la guarigione ed assistere alla morte di questa vocazione è stato un altro lutto” “Vi porto un ” io” utile. La mia spiritualità è terremotata…contiene le macerie ma le illumina. Sono orientata.”
Ha sostenuto poi la necessità che noi donne facciamo politica e che la nostra parola abbia salda una preistoria per la comunità. Che il nostro impegno civile sia rigoroso in ogni ambito. Su questo tema sono state lette da Fernanda Ferraresso e da Milena Nicolini alcune splendide poesie e scritti da ABSE.
Nel richiamo ai suoi quattro libri usciti in questi mesi (Leièmaria, ABSE, Caro diario azzurro, La morte dice in dialetto) Anna ha ricordato i luoghi del dolore attraversati nel suo viaggio in Leièmaria (manicomio di Scarliz, orfanotrofio a Karlin, il Gulag…) e ci ha invitate ad affinare come lei il nostro ascolto, a riattraversare l’identità femminile per rileggere, capire e condividere.

Prima di Anna aveva parlato brevemente del suo ultimo romanzo (Se ti dimentico Gerusalemme) Diletta Barone.
Poi tanti, diversi, interessanti gli interventi nel pomeriggio. Tra i molti una splendida poesia di Zara Finzi in colloquio con la sua nipotina, un condensato di amore e di spiritualità.
Molte hanno fatto sentire in modi diversi un proprio disagio nel parlare di spiritualità. O così mi è sembrato. Facile mettere in rapporto religione e spiritualità. Tante di noi hanno sentito come una costrizione l’educazione religiosa, vissuta come repressiva, quasi un obbligo a non godere della vita, a caricarsi di sensi di colpa, pronte alla cura ai limiti dell’autodistruzione.
Tanti gli interventi su questo, spesso dolorosi, quasi confessioni. Profondi, tortuosi. Madri oggi accudite come figlie dalle figlie, con amore ma anche con grande sofferenza, senza riuscire a prendere fiato, senza stacchi. Rapporti in cui ritorna la “lingua madre”, fatta di carezze, di scambi, di parole in dialetto, la lingua un tempo parlata nelle case e poi negata come fosse sintomo di inferiorità sociale, ma così presente nei ricordi di molte.
Noi, i nostri corpi spesso stanchi, lo spirito piegato, lasciate ad accudire i genitori: i fratelli maschi assenti, incapaci, come un tempo. Pochi i passi avanti dell’uomo.
Ci siamo raccontate, ascoltate, con una attenzione fortissima.
I padri, gli uomini. Abbiamo parlato di loro, di noi, della difficoltà di andare avanti insieme, pur amandoli, di sentirli “crescere” con noi, di farci capire, di condividere.
Nel nostro incontro è uscita a intermittenza la figura di Maria Lai. Una donna minuta e delicata, schiva e fortissima, dalla spiritualità prorompente che traspare da tutti i suoi lavori, dalle sue parole. Il Gruppo Gimbutas (Sandra Federici, Cinzia Castelluccio ed io) aveva portato a Tempiquieti Maria Lai, come simbolo di forte spiritualità vissuta attraverso l’arte; ciascuna di noi aveva il suo racconto, la sua esperienza da condividere. Le donne del gruppo “A casa di Irene”(Anna Maria Pagliarulo, Daniella Bettella, Kit Sutherland), che hanno conosciuta Maria L.in Sardegna, hanno parlato di lei con parole appassionate, in sintonia con tutte noi.. Abbiamo visto libri preziosi, filmati che ci hanno portati, li abbiamo commentati insieme. Sono venute a Ca’ Vecchia per la prima volta, portate da Kit, amica di sempre, una di loro. Le loro parole, di donne “nuove” a Tempiquieti, hanno arricchito i nostri giorni preziosi. Anche Giovanna Gentilini, di Modena, aveva conosciuto Maria Lai: aveva esposto a Venezia con lei. La ricchezza di Maria L. è la bellezza del suo lavoro, intessuto di spirito, di fili e di parole, di poesia e di materia, teso alla crescita singola ma anche al collettivo, alla società. Il nastro azzurro con cui Maria ha convinto un intero paese a legarsi alla montagna, alle case, tra di loro, è il simbolo di quanto uno spirito positivo, determinato, poetico e forte, possa raggiungere obiettivi comuni importanti, quasi incredibili.

Si è parlato anche di una spiritualità politica forte da utilizzare per riuscire insieme a cambiare le cose nella società. Sandra Schiassi ha gridato il bisogno che siano le donne a governare.
E’ allora che, quasi timidamente, ho parlato. Come certo tante mi ero preparato un mio intervento. Ma l’andare del tempo mi aveva coinvolta in questo apparentemente disordinato pomeriggio e avevo cercato solo di capire il senso vero dei messaggi che le tante donne si mandavano l’un l’altra.
Ho detto che la mia spiritualità – che chiamo il mio “bisogno di cielo”- si nutre di silenzio e natura. Si affina negli anni. Ma a questo mancano momenti di comunicazione collettiva, sento forte l’assenza di una comunità cui riferirmi, di cui sentirmi parte. Le donne “antiche” erano depositarie del culto, dei riti, erano la saggezza riconosciuta, rappresentavano la forza dello spirito, l’energia vitale e politica. Noi oggi dovremmo far vibrare le nostre energie per produrre forza comune, per raggiungere scopi utili alla società. Le nostre vite separate seguono quasi sempre necessità solo pratiche, nella vertigine delle giornate. La comunicazione è in mano ad una tecnica disumana. La società non permette nei fatti che si possa cambiare. Questa energia positiva inutilmente dispersa la vivo come una sconfitta, di questo deserto spirituale soffro come di un esilio, di un rifiuto. Forse il mio cammino spirituale manca di questa tappa: il saper godere del silenzio ed esserne appagata. La solitudine come possibile e sufficiente felicità. Eppure sento che vorrei lottare con le altre donne per cambiare le cose anche al di fuori di me.

A più riprese abbiamo chiesto a chi era stata a Paestum di raccontarci; è stata molto interessante anche questa parte del nostro incontro. Clelia Degli Esposti di Mantova ed altre hanno dato una loro lettura, nell’insieme positiva, di Paestum, del rapporto per quanto difficile con le giovani, che pure riconoscono il percorso fatto e vogliono, debbono andare avanti, secondo i loro bisogni. Hanno detto della malevolenza a volte preconcetta di alcune che rovina un po’ tutto al di là di quanto veramente accaduto forse per mania di protagonismo, dando una visione contorta dei fatti. Tra di noi, le più ottimiste ci hanno invitate a guardare serenamente indietro, a come eravamo, a quanti passi avanti sono stati fatti, seppure insufficienti.
Ci siamo consolate, sentite unitissime nelle nostre grandi differenze, stanche ma felici del nostro confronto sincero e aperto, libero. Vicine, nel condividere una esperienza profonda.

Al mattino della domenica eravamo circa in venti: solo le donne che si erano fermate a dormire e noi di Sasso Marconi. Ci siamo sedute in cerchio ed è stato tutto semplice. Ancora poesie di Anna M. Farabbi, ancora Maria Lai, Paestum, e racconti, poesie lette di Aldina De Stefano, di Serena Pulga e di altre con qualche annotazione sulle loro vite, poi ancora Giovanna, Martina, Rita, Alessandra …e ci siamo trovate a raccontarci le nostre storie in un cerchio stretto dal quale non avremmo voluto uscire così presto; una sorellanza che come dico a volte è quel miracolo che le donne sanno fare quando si mettono insieme ed hanno tempo e niente le fa sentire distanti. Allora sì, penso che se il mondo fosse guidato anche dalle donne, uomini e donne insieme, sarebbe davvero possibile cambiare.
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daria petrilli

Daria Petrilli1.

Di seguito alcune letture fatte in qui giorni.

Anna Maria Farabbi– Abse – Il Ponte del Sale

“…Cammino tra la faccia carnivora della televisione e le lingue radioattive che bruciano i gigli dei campi, gli uccelli dei cieli, le teste secche. Quelle teste che si confondo, si fondono: hanno il terrore di invecchiare mentre si svuotano della memoria, personale e collettiva, del significato della bellezza. Desiderano l’evasione e l’abbaglio. Non curano la cosa comune, la gioia condivisa, il dettaglio della parsimonia, l’utilità della piazza, la parola al vicino, non usano riconoscenza, non esigono, nella propria umiltà, il confronto. Cammino tra le mascelle affamate dei governanti e il loro cervello autistico che ha preso il corpo e il popolo. Cammino tra chi scrive versi ignorando la poesia, mirando solo al riconoscimento”….(pag.11)

*

non congiungere le mani per pregare
se non sai cosa sono

se non hanno mai fatto l’amore
se non le hai mai scese in terra
sprofondate sepolte
e aspettate con pazienza
risorgere

se non hanno mai coperto per vergogna
la tua fronte

*

la testa mentre prega

la metto in terra
finché a poco a poco
senta il desiderio

di dormire di essere lasciata sola
morbida senza colloquio
sotto il paesaggio atmosferico

mentre le piogge i venti le mutazioni
solari lunari cosmiche la riducono
spingendola sotto terra:
una tra gli altri semi

*

Che cos’è l’andare e che cos’è la casa

qui dentro. Non è pensare meditare
ma proprio dire nel cuore.
Pronunciargli parole dentro
tra diastole e sistole.
Vocali e consonanti punti e virgole
che invece di uscire fuori

viaggiano nel sangue.
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daria petrilli

daria petrilli9.

 Zara FinziFai bei sogni

A Caterina Allegra
Siamo sole adesso , tu
che sai di nuovo, di lievito, di
fieno e io che divento fienile aperto alla
luce per proteggerti dal vento e dalla
pioggia, per farti stare al caldo.

Ora tutto il corpo ritma il tempo mentre
ti cullo, perlata come la bacca del
vischio, rosa come i cieli della sera.
La bocca si contrae e
segue il fiato per dar nome alle cose e
sono gorgoglii di straniera e tutto è nuovo in
questo agosto di miracoli, le mie parole, il pianto, l’ombra
delle tue lunghe ciglia sugli occhi azzurri . Acquasantiere
di pace per un nuovo battesimo i tuoi occhi pieni
di lacrime.

Ti giri un poco, se ti parlo, ti stringi
nelle spalle con un gesto di maliziosa
Mirandolina . Io non batto le palpebre per non
perdere niente di te , così mi vendico di
tutte le cose che nella vita mi
hanno sconfitto, mi metto in pari.
Il tuo respiro affrettato mi porta su, dalle mie
radici arrese sul fondo, a una letizia nuova, circonfusa fino
alla percezione della grazia.

E’ da lontano che vieni vicino alla
mia meraviglia e sei presenza ingombrante,

totale, sei ieri e oggi, veglia
e sogno. L’ombra del mio giorno vive nell’
incerto spazio dell’attesa di un tuo sorriso.
E’ questa la felicità, la terra promessa
dopo il deserto? Io non
appartengo al tuo tempo, né al mio.
Vedo il vuoto della clessidra nei
coni inversi.
Ma tu inventerai le
favole in cui credere, i fili d’oro da
intrecciare con le dita.
Se esiste l’eternità
è questa l’eternità: essere insieme nello
stesso mondo, nello stesso modo,
adesso.
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daria petrilli

daria petrilli13.

Aldina De Stefano – nel fiume del silenzio

sono tornata al fiume
dove sempre
andavamo
tu ed io

sono tornata al fiume
madre, Principio d’Acqua
ma tu non c’eri
e il fiume era contratto

allora son corsa a letto
ho aspettato la notte
e
il Grande Sogno

e lì
ti ho incontrata
calma
come in attesa

zitte zitte
siamo tornate al fiume
dove sempre andavamo
tu ed io, e il fiume ci aspettava
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daria petrilli

daria petrilli10.

Serena Pulgada “Passo dopo passo” curato da Anna Bellini

Ascolto
il suono del silenzio
nel bosco
dove le foglie e l’erba
restano immobili
nell’aria ferma

E’ una musica lieve
come un soffio leggero
che mi avvolge
e m’incanta.
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daria petrilli

daria petrilli catino.

Tornando a casa, domenica pomeriggio, trovai un gradito messaggio di Eria, che era stata a Ca’ Vecchia con noi il 19 e che prima non conoscevo. Riporto quasi integralmente il suo scritto:”

“..Ieri ero all’incontro a Ca’ Vecchia con le donne di Armonie, anche se effettivamente sono un’esterna abitando ormai in modo stabile sull’Appennino (certamente conosci il Corno alle Scale….sono a poco più di una decina di km).

Ecco, desidero esprimerti il mio feed back come diciamo dono di ringraziamento, per l’opportunità che mi hai offerto ieri. In verità stamattina mi sarebbe piaciuto esserci di nuovo, forse la discussione interrotta ieri sera sarebbe entrata ancora di più nel vivo delle nostre esistenze e del nostro essere politiche, ma non mi è stato possibile.

Ti premetto che per alcuni recenti trascorsi in altri ambiti, ero un po’ prevenuta su ciò che avrei potuto aspettarmi, ma una delle ragioni per venire era anche conoscerti di persona, avendoti sentita spesso nominare e seguendo Tempiquieti.

Bene, invece, sono stata piacevolmente colpita e coinvolta.

Non conoscevo Anna Maria Farabbi e Maria Lai. Grazie.

E anche grazie di essere questo polo di riferimento e aggregazione di questi gruppi di donne, anche le più disparate se vuoi, ma comunque così a loro modo vive.

Un’amica mi diceva di aver sofferto la mancanza di strutturazione dell’incontro, le ho risposto che a me invece proprio questa non mancanza ma leggerezza e apertura mi ha reso visibile e praticabile proprio ciò che da tanto vado auspicando. La mattina come spazio per conoscerci o reincontrarci e…scaldarci, il pomeriggio per entrare nel merito. Purtroppo però subiamo la tirannia del tempo e questo mi ha fatto riflettere che forse una pur molto leggera struttura occore, struttura che contempli il fatto che occorre un poco di tempo per …scendere in profondità….cogliersi un attimo….riconoscersi ad es. nel linguaggio usato…..arrivare a scoprire dal velo, dai numerosi veli quel filo rosso dall’arcobaleno delle altre che forse ci può unire, o quantomeno può disvelarsi nei nodi groppi ecc. o nelle sue diverse manifestazioni. (maria Lai e il suo nastro azzurro insegna).

Nel mio piccolo sento quella sala e quella cucina di Anna Maria Farabbi come luoghi anche per me intimo-spirituali in cui desidero arrivare a percorrere la via dell’accoglienza, così come nel mio lavorare tra questi monti nella piccola comunità che vado scoprendo desidero praticare questa mia spiritualità politica, o almeno questa è l’unica pratica politica (come modo di essere sentire esprimere, anche artisticamente per le mie capacità non sviluppate in accademie, comunque essere) che sento di senso.

Sempre quell’amica mi diceva che era stanca di sempre tante parole e desiderava che tra donne ci fosse più pratica del vivere gioie insieme. La comprendo, conosco anche le situazioni, ma tuttavia le riportavo che i momenti sono necessari e fondamentali entrambi. Tra l’altro ieri è emersa questa sofferenza più o meno latente o, meglio, individualmente affrontata da tante di noi, che è quella della malattia in famiglia. Appunto, in famiglia. Luogo affettivo ma anche di isolamento. Una sofferenza e un carico che c’è (anch’io l’ho vissuto fino all’inverno scorso) e sento che occorre trovare una via spirituale, ma anche politica…., di spiritualità politica collettiva….,per sostenerlo, in qualche modo ritrovandone un senso grande e comune. Ecco, a caldo questo è ciò che ho portato con me tornando a casa, piccole riflessioni del tanto che sento muoversi dentro dall’incontro di ieri. Ho voluto dirtele, forse per mantenere aperto ma non spezzato quel cerchio che si è creato ieri.

vorrei, se posso, rincuorarti sulla qualità del tempo, poco o tanto che sia credo che il suo senso più grande torni a noi, persone-donne oltre il dono che ne facciamo per quelle che verranno. Può apparire davvero dura talora e se ne smarrisce il senso….il collegamento tra noi e lui….,ma invece è solo oscurato, in realtà nel profondo agisce un’alchimia che si nutre della nostra frequenza col qui e ora nella visione che riconosce questo come tempo. Ed è sempre incredibilmente stupefacente ritrovarsi poi con i suoi doni di ritorno…inaspettate condizioni e possibilità……quel flusso che non ci ancora ad immagini di noi, della vita, delle cose, del tempo….ma ci prende e conduce per mano se lo permettiamo.    

Sono contenta di continuare il viaggio con Maria Lai e il suo meraviglioso flusso vitale….Eria.”

In una mail successiva mi scrive: “..Anzi, ancora di più oggi, mi risuonano le esperienze di Anna Maria Farabbi e Maria Lai come canti di autenticità senza filtri nei loro specifici ambiti. E nell’incontro tra noi il desiderio di comprendersi senza territori da difendere. Qualcosa di molto raro anche tra donne. Eria.”

Questo nostro incontro del 19 e 20, lo abbiamo lasciato libero, non strutturato, per richiesta delle donne di Mantova e dopo esserci consultate tra di noi. L’ho trovato meno “letterario” e molto più umano, senza ostacoli al desiderio di intervenire. Un Tempiquieti diverso dai precedenti, che ha dato buoni frutti.
A proposito di Maria Lai, ci siamo lasciate domenica mattina, con la promessa che avremmo organizzato a Sasso un convegno nel 2014 su Maria Lai coinvolgendo i vari gruppi di donne, tra l’entusiasmo di molte…
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.Anna Zoli, presente il 19 pomeriggio, ci ha mandato il suo contributo, che segue:

Riflessioni dopo l’incontro sulla spiritualità femminile di sabato 19 0tt. a Sasso Marconi. Anna Zoli

Premetto che le mie reazioni durante e dopo l’incontro sono state fortemente condizionate da quello che avevo fatto il giorno prima, dalla stanchezza che mi ha impedito di dire sia le cose che avevo intenzione di dire – e su cui mi ero preparata – e quelle estemporanee suscitate sul momento dalle parole profonde che circolavano fra noi- quasi un’autocoscienza. Risultato: da parte mia quasi un ‘ingolfo’ inespresso che sono riuscita a scaricare solo il giorno dopo con una lunga camminata in mezzo al verde.

Ho ascoltato con grande partecipazione le parole con le quali Anna Maria ha condiviso la sua interiorità in maniera autentica, coinvolgente e precisa con riflessioni, intime, filosofiche e civili.

Ma io stavo lì tutta aggrovigliata e bloccata.

Ora, per rimediare, provo a scrivere qualcosa sia delle une che delle altre.

Il giorno prima. Il primo intoppo è stato che mi sono resa conto troppo tardi che il mio libro ‘Il tao del mosaico’, presentato appunto il giorno prima a Bologna, aveva molto a che fare con gli argomenti in campo: la morte.. la spiritualità…Parlarne lì, con voi, mi avrebbe fatto sentire intera e al posto giusto invece che infelice e confusa..

Avrei dovuto incominciare dalla morte di lei, la protagonista del racconto, la mia amica carissima, artista del mosaico. La sua morte è stata la spinta a pubblicare questo racconto biografico, che giaceva in un cassetto da anni. Quando è morta io ero lontano, in visita a mia figlia in Australia e quando l’ho saputo mi sono sentita …impotente. Assurdo, ma la lontananza mi ha fatto questo effetto strano, oltre al vuoto, l’impotenza, come se avessi potuto cambiare qualcosa se fossi stata lì vicino a lei. Al mio ritorno, l’unico rimedio che ho trovato è stato pubblicare lo scritto, come a volerla riportare in vita attraverso la scrittura e sconfiggere la morte con la visione delle sue opere e la testimonianza di chi l’ha conosciuta. Devo dire che in parte è stato così – io me la sono sentita vicina e presente e mi sono consolata.

Ho capito che per me, che ho la ‘religione dell’umanità’ è il ricordo, la memoria la trasmissione della conoscenza l’unica strada che ci può dare quel pezzetto di immortalità che ci spetta. A chi più a chi meno, ma quel po’ sì.

Di questo avrei dovuto parlare sabato 19 ottobre con voi. E anche.. di altro.. di spiritualità. Ecco… certo, è stato detto che è difficile definirla, che non si può spiegare in quanto fatto esperienziale e che quando c’è si sente. E’ stato detto che ha molti aspetti, molte espressioni e molte strade : la natura, la meditazione, le relazioni, ecc, per me niente a che fare con le religioni costituite.

Come per la mia amica artista del mosaico. Per lei l’unica strada è stata certamente l’espressione artistica, la ricerca del bello e dell’armonia… L’energia creativa la trasformava in modo tale che era difficile riconoscerla: da distratta, pigra imbranata nella vita di tutti i giorni diventava efficiente, concentrata, sicura quando era in fase creativa. Diceva di sé “io mi sento come un canale aperto da cui passa quello che non so – da parte mia ci metto solo disponibilità e mancanza di rigidezza- il resto viene da sé”.

E i suoi lavori, pavimenti, pareti, pannelli costituiscono uno spettacolo estremamente suggestivo di linee, di traiettorie, di sprazzi, di vortici che formano una pioggia cosmica cangiante a seconda della luce.

Io ero affascinata da questa energia che la attraversava e.. avrei voluto provare le stesse cose, ma, niente da fare. Ognuno ha la sua strada, la sua via. Lei aveva la via , il tao, appunto, del mosaico. Io, invece, come molti/e, mi sento più facilmente all’unisono con l’universo di fronte a spettacoli naturali o attraverso la sintonia di corpo e ritmo nel ballo o quando mi faccio prendere dalla scrittura…. In quei rari momenti dimentico le mie mucose perennemente infiammate, perdo il senso di me e mi sciolgo in quello che faccio. Questa è la mia esperienza spirituale e sono grata all’incontro di Sasso che me l’ha fatta tornare alla coscienza.

Avrei anche dovuto parlare dell’ interessante lavoro che avevo fatto nei mesi estivi traducendo dall’inglese pezzi del libro “Le dee nelle donne anziane” sottotitolo: “Archetipi nelle donne oltre i 50” di Jean Shinoda Bolen, psicoanalista junghiana femminista.
Mi ha colpito subito il fatto che l’autrice ha messo in evidenza un fenomeno a cui non avevo mai pensato, ma che è sotto gli occhi di tutti: è la prima volta nella storia che un numero elevato di donne consapevoli e avvedute – attive nel movimento delle donne o in qualche modo formatesi in quel periodo – raggiunge la terza età mettendo in circolo un modello nuovo di donna anziana/vecchia, ma ancora piena di interessi, curiosità, molto lontana dalla madre o dalla nonna, donne spesso prigioniere di ruoli predestinati.
E questo fatto, lei afferma, non può non avere conseguenze nella società, non si sa ancora quali, ma già se ne vedono i segnali – e qui gli archetipi collegati con antiche dee possono essere di grande aiuto in quanto aiutano ad attivare dentro di noi quei modelli demonizzati, annullati, perfino derisi durante i secoli del patriarcato.
L’intenzione però era di soffermarmi soprattutto su Sofia, archetipo della saggezza mistica e spirituale. Non che non siano interessanti e stimolanti anche le altre dee evocate (Metis, Estia, Ecate, ecc.), ma Sofia è indubbiamente quella più collegata alla spiritualità femminile, anche se ridotta a concetto astratto (saggezza) dalla tradizione religiosa patriarcale che nega la divinità femminile, mentre era adorata come grande dea dai cristiani gnostici del 1° secolo, denunciati in seguito come eretici, perseguitati e infine fatti scomparire…
Cito: “A parte la sua importanza come archetipo di saggezza, quello che per le donne è importante sapere è che il suo culto è scomparso poiché il patriarcato è basato sulla negazione dell’autorità spirituale delle donne e conseguente negazione della divinità femminile. C’è una stretta relazione fra la situazione storica di inferiorità delle donne e la soppressione delle dee, proprio come la posizione dominante degli uomini è correlata al monoteismo (maschile).
Sofia è dunque l’archetipo della saggezza intuitiva (gnosis), contrapposta alla saggezza oggettiva (logos), …quella misteriosa via di conoscenza che spesso gli uomini chiamano ‘intuizione femminile’, ma che di misterioso ha ben poco,…. essendo piuttosto una combinazione di spirito di osservazione e di percezione interiore….. che ci fa vedere le cose oltre la facciata, nella loro essenza.”
L’altro aspetto dell’archetipo Sofia è il misticismo – personalmente lo sento molto lontano, come appartenente ad altre epoche e latitudini – ma, se è vero che “nei secoli passati il misticismo femminile è fiorito in numerose comunità religiose dove era possibile dedicarsi alle esperienze di unione spirituale con la divinità invece di dover occuparsi di cose pratiche come accudire figli e marito e portare avanti una casa, è anche vero che al giorno d’oggi il misticismo assume aspetti più complessi… poiché le donne sono più libere, sono consapevoli del sessismo, mettono in discussione i dogmi e spesso entrano in conflitto con le autorità religiose..”
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Poi il 2 novembre mi è arrivato lo scritto di Elvira, che il 19 ed il 20 si è incontrata con noi di Tempiquieti per la prima volta.

Lo riporto completamente, grata per la sua condivisione:

Prima che l’eco del nostro canto insieme si allontani voglio dire, raccontare, di quel giorno perfetto, di un gruppo di donne che ho conosciuto e subito amato. I loro volti mi passano davanti nitidi e belli, su ognuno lascio uno sguardo e torno a ricordare.
Ci siamo sedute in cerchio, generosamente comunicative, attente, pronte a scambiarci le nostre esperienze di pensiero riguardo al tema della spiritualità.

La prima voce alta, forte, quella di Anna Maria Farabbi, che ha dato le sue coordinate con parole intense, flessuose, piene, che sempre in lei si fanno pelle, diventano verità man mano che escono e risuonano. Le ho ascoltate cercando l’udire raffinato di cui parlavano, il contatto con un’interiorità che ha qualcosa di non detto, in un silenzio,” alla cui parola e retorica non credo”, dice Anna, richiamando una figura del non verbale, vicina a ciò che portiamo dentro, al non dicibile. Bellissimo, efficace il simbolismo della figura del telaio, macchina strutturata che racchiude varie sostanze, un’officina interiore, che tesse continuamente in un intreccio polifonico di fili condotti dalla forza materica della spola, dalla fatica di un corpo vigoroso seguendo “un ritmo che è la radice del respiro, mantice dei nostri polmoni”, palpito della vita.

Il canto di Anna riecheggia di senso profondo, richiama altri suoni, altra musica. Risento le note del canto di tutte e mi convinco di quanto la spiritualità femminile sia immanente, concreta, sostanza della terra, quella terra che Aldina Di Stefano lavora ogni giorno, sente sotto i suoi piedi quando cammina pensando e parlando alla natura con la sua voce selvatica; nelle mani di Maria Lai che giocano con il filo di un gomitolo, la materia semplice della vita quotidiana, del lavoro domestico e femminile: il pane, le ceramiche di terracotta, i libri cuciti, nel suo spirito che ricerca e trova l’eterno nelle montagne dell’Ogliastra. La spiritualità femminile è fisica, è nella materia, ci lega all’esperienza della vita reale, è la realtà stessa. Ha la sua forma, la sua lingua che è il luogo della parola materna, che è voce e canto piuttosto che concetto, dell’inconscio piuttosto che della coscienza; questa lingua che precede il linguaggio è generosa, spontanea, ritmata, dolce e fluida. L’ho riascoltata negli echi di Aldina la cui figura mi ha molto colpita. Carico di spiritualità vera il suo “tempo quieto” in cui continua a interrare semi, a interrare parole, in cui raccoglie l’essenziale, in cui riesce a godere pienamente di se stessa.

Tutto questo evoca in me una tonalità autunnale della spiritualità, stagione del raccolto, dei mille colori, delle mille sfumature dello spirito che si apre, si nutre del suo materiale sonoro originario, che fa il dono dell’ascolto, dell’abbandono allo straordinario movimento della vita, della grazia, quella grazia che ho trovato nella bellezza autunnale del volto di Vittoria, così carico di fascino e mistero, nel gesto istintivamente affettuoso di infilare il suo braccio nel mio dopo poche ore di conoscenza, e il dono della semplicità interiore che crea la sensibilità, quella sensibilità che rende presenti, consapevoli e capaci di ogni ricettività e azione creativa.

Non sono riuscita a raccontarvi, la spiritualità, la bellezza di quell’inspiegabile languore che mi prende tutte le volte che fisso con sguardo commosso la saldezza, la serenità di un albero, la forza che sento abbracciando il suo corpo rugoso. In quel momento il mio spirito interamente sensibile alla realtà, riesce a cogliere tutto il senso religioso della vita, è la lingua femminile che eccede, rompe le forme del pensiero, è la vita che cerca, esplora, sferza e allarga la mia riva. Prendete queste mie parole come un dono tardivo per tutte voi, incontrate e amate in un giorno perfetto. Un grazie particolare ad Anna Maria Farabbi, alle sue generose, grandi lezioni di vita, a Milena e Fernanda, alla forza del loro pensiero, e un grazie a Vittoria che ci ha riunite, che mi ha accolta con il suo specialissimo sguardo e il suo sorriso.
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Ed ecco cosa scrive Kit Sutherland del Gruppo “A casa di Irene”

L’incontro a Sasso Marconi è stato per noi della Casa di Irene una bellissima esperienza ricca di emozioni. Ambientato sotto i cedri secolari del Libano nel parco di Ca’ Vecchia, il convegno sulla spiritualità espressa nell’arte ed il pensiero scritto delle donne, ci ha regalato l’opportunità di rivivere la nostra conoscenza di Maria Lai e di condividere la profonda gioia che l’artista sarda ci ha lasciato. In qualche modo, senza forzature, abbiamo visto che la poetica, il coraggio  e la passione di Maria Lai ha potuto servire come nastro per legare una serie scollegata di idee, mostrando l’universalità della sua arte. Tante donne con tante idee da esprimere. In contrasto, il silenzio assoluto, denso di significato, imposto dalla scrittrice Anna Maria Farabbi che mi ha richiamato la materia nera invisibile che sostiene tutto l’universo. Diletta Barone ha presentato un suo nuovo libro in modo più tradizionale….. ognuna parla la propria lingua, l’impulso creativo ha tante forme.   

Il secondo giorno rimangono solo quelle che hanno pernottato a Sasso, con l’ombra dei i cedri sulle serrande…  Conosciamo meglio le donne degli Horti di Mantova. Più intima la conversazione:  i toni (a volte acuti di ieri) sono più modulati.  Ieri eravamo in file; oggi siamo sedute in un cerchio.  Più personali e commoventi i discorsi. Si parla anche e ancora di problemi reali. Come ieri, Vittoria guida, dà spazio a tutte quelle che vogliono parlare. Verso mezzogiorno partiamo, tranquille, contente. Nello spirito della sorellanza. Ci hanno invitato a fare insieme un convegno su Maria Lai a Sasso Marconi nel 2014. Ed un altro a Perugia! Non vediamo l’ora di farlo sapere alle nostre sorelle della Casa di Irene: missione compiuta!!

* Nel 2006, sul treno che le portava alla Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, sei donne davano nascita al gruppo artistico “A Casa di Irene”. Inizialmente si trattava di acquarelliste, ma oggi le donne, che son diventate dodici, si esprimono anche con tante tecniche diverse. Ogni artista prosegue il suo percorso/ ricerca sia individualmnte che nel gruppo frequentando seminari e corsi tenuti da affermati artisti presso casa di Irene o in altre sedi artistiche del territorio. Le artiste si ritrovano settimanalmente in una vecchia dimora di campagna (casa di Irene)per lavorare assieme quindi scambiare amicizia, stimoli, idee ed esperienze in un clima vivace ed allegro. Espongono le loro opere regolarmente, e molte sono state premiate. L’installazione calligrafica “ Sherazade: la parola che salva “ è stata pubblicata sulla rivista Letter Arts Review di New York nel 2011.

Il gruppo è composto da: Valentina Ballan, Daniela Bettella, Mara Concetta Fornari, Maria Gabriella Lucadello, Rosa Maria Lovisetto, Donatella Marcon, Maria Pia Montagna, Anna Maria Pagliarulo, Flavia Pividori, Carla Salvadori, Carla Scalco Bonaldo , Kit Sutherland.
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Di seguito le riflessioni di Cinzia Castelluccio, del Grupo Gimbutas di Sasso Marconi:

Anche questa volta è stato un incontro molto intenso: la sensazione che ho provato è che ci si riconosce, pur senza conoscersi tutte. Si entra in sintonia sin dall’inizio, come se l’avere scelto di partecipare, di essere insieme in quel momento e in quel luogo, sia garanzia di “autenticità”, del desiderio vero di esserci, di condividere e di mettersi a nudo, perché si sente la forza che questo “esserci” genera dentro di noi. Attraverso le altre, capisco la valenza del desiderio, ne percepisco la forza rivoluzionaria. Lo vedo in me, capisco quello che è giusto per me e questo mi rafforza. Alla fine di ogni incontro di questo tipo, cresce la mia voglia di fare.

Questo in generale, poi molti pensieri mi hanno attraversato. Quelli di Maria Lai sull’arte e sul bisogno di vivere la propria identità, che a volte richiede solitudine, per poter veramente pensare da sé. L’azione sociale dell’arte che scende nel paese e “lega” la comunità alla natura. L’arte che lavora sulle relazioni. E il fatto che la spiritualità è legata anche al corpo. Che si comunica spesso e profondamente anche con un linguaggio non verbale. E riguardo al dialetto, quello delle origini, a volte della madre, ma non solo, nei giorni successivi, in una situazione emotivamente forte è venuta fuori dalla mia voce una parola dialettale o gergale della mia famiglia, di mia madre e di mia nonna soprattutto, che in genere io non uso perché “sbagliata”. Me ne sono accorta mentre la pronunciavo, mi sono prima stupita e poi ho sorriso: in quel momento qualcosa della mie origini aveva bisogno di mostrarsi, senza più inibizioni.
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Dalle donne di Mantova alcune belle riflessioni:

Nei due giorni di Sasso Marconi ci ha guidato il telaio di Annamaria che ha battuto il ritmo e ha intrecciato con la sua spola i fili di tante storie. Il telaio che già fu di Penelope e che Ina Praetorius ha portato a Davos quale simbolo di una domesticità piena di relazioni significative, di fronte ad un mondo costruito su violenti rapporti di forza. Provo a leggere nel pezzetto di tessuto che ho portato a casa, che, come una pelle, divide (o unisce) il dentro e il fuori del corpo della vita. I buchi della trama sono il vuoto necessario perché l’andare nel profondo abbia lo spazio di un respiro e faccia posto alle altre. Il mio tessere dentro e fuori porta infatti con sé i volti delle donne cui sono debitrice di un cammino di consapevolezza; donne del passato, che ho conosciuto per la loro grandezza, e donne in carne ed ossa che mi accompagnano con riflessioni ed esperienze che sento anche mie. Profondi e coinvolgenti sono stati i pensieri nati nella assemblea di Tempi Quieti di quest’anno:

-l’urgenza di rendere politico il gesto di ogni giorno;

-la fatica della cura che, se per un verso ci invita allo stare accanto condividendo solitudini e silenzi profondi, dall’altro ci mette di fronte ad un mondo rumoroso e superficiale, dove il corpo è trattato da macchina fra e macchine;

-il rapporto con gli uomini che condividono la nostra vita, il travaglio di una relazione ancora dispari in presenza di un patriarcato che va morendo, ma sussulta;

-il nodo irrisolto e doloroso del rapporto con nostra madre: con il corpo che non risponde o con la

sua perdita che lascia un vuoto disorientante.

La nostra spiritualità condivisa è stata densa di domande, di riconoscimento reciproco, di qualche lacrima che ha trovato conforto, di energia del desiderio che tiene in vita, in modo carsico, la voglia dell’incontro e del re-incontro e invita a osare sempre più la profondità.

Clelia Degli Esposti

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Tempi quieti, ancora una volta questi incontri mi hanno resa partecipe del sentire altro, che è anche il mio.

Ho udito i suoni familiari dello scambio di sensazioni emotive, di sofferenze e di gioie, protagoniste del palcoscenico della vita. Si sono intrecciate le storie scandite dal tempo vissuto, ogni nostro sentire è emerso in un momento magico di condivisione. Lacrime e sorrisi hanno riempito il cuore di forti emozioni e ogni storia mi ha nutrita e arricchita. Un dolce sollievo, lontano dai rumori del fuori, dove tutto ha ritmi frenetici e dove il lento pensiero deve lasciare il posto al fare continuo e presto e dove il tempo non si ferma per dare tregua e silenzio.

Sono questi incontri che tessono e intrecciano relazioni profonde, costruite su un sentire che ci accomuna  e che ci da voce e forza per continuare a stare nel mondo.

Patrizia Panzetta

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La polifonia dei versi delle poete è stata un dono, uno svelamento di
sé  che cercava  un’eco, uno sguardo,una consonanza in ognuna di noi.
Fare poesia è dare parole alla nostra interiorità,è ritrovare le
radici della nostra identità e sentire il legame con il tutto.
Scrivere è mettersi al mondo  in ogni età della vita.

Maria Attilia Ferrari
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Di seguito lo scritto appassionato di Milena Nicolini- del gruppo Donne di Poesia di Modena

Quando si parte per un incontro di donne alla Ca’ Vecchia, organizzato con amore da Vittoria, con un nome che torna -Tempiquieti- a legarli fra loro, gli incontri, in un cerchio quasi magico, è per me come un ritornare ‘a casa’, da un lungo viaggio o da una lontananza di ammalamento, perché, nonostante i contatti, si rimane troppo separate, distanziate, sole, dentro le situazioni che la vita ci impone, dentro le preoccupazioni, le cure che quasi, nel mio caso, ti assorbono tanto da lasciarti, in obesità, pelle su ossa. Le donne fanno bene. Più di ogni medicina. Come la pozione di una sorellastrega (è solo un cenno di passaggio, ma cominciamo noi, nel nostro dire, a recuperare la parola dalle grinfie dei tribunali inquisitoriali e delle fantasie gotiche). Quando hanno davvero solo la voglia di incontrarsi, guardarsi, ascoltarsi, dirsi, le donne si fanno bene. Non ci sono state valanghe di parole, né tiranti-guida: come veniva, una qua, una là, ci mostrava la fessura o il taglio o la velatura sulla propria pienezza dentro. E la dico, come l’ho sentita, ‘pienezza’; anche quando raggiunta, anzi, quasi sempre raggiunta, con scavi, con graffi, con lacerazioni e cambi radicali; perché una donna per trovarsi dentro a toccare a sentire la sua spiritualità, deve passare tanto tempo a cercare e cercarsi, a conoscere e conoscersi, anche a disfare e ricostruire e anche qui col completamento nel doppio riflessivo: disfarsi e ricostruirsi. Ho detto prima ‘raggiunta’, ma non è proprio così. Tante, anche se contente dentro l’approdo in cui stavano, non mi davano l’impressione di una meta raggiunta: piuttosto a guardarsi intorno ancora, a scrutarsi dentro, a confrontarsi, a farsi domande nuove, insomma in cammino. Cosa si è detto? Impossibile riassumere, perché non c’era reductio ad unum, perché, per farmi capire, non è quasi mai venuta fuori la parola ‘spiritualità’, che non è nostra, che per storico e simbolico significare, si oppone al corpo, quando invece, il corpo, c’era tanto, c’era sempre, nelle nostre parole, essenziale, anche nelle dure storie di sua negazione. Ognuna una sua luce, chi di profondissima bianca sacralità, chi di semplice amore a tuttogiro, chi di meditazione, chi di domande affamate. Non ho sentito nomi maiuscoli, mai. Non ho incontrato Verità. Non ho ascoltato una sola parola ripetuta da un’altra. Sono ritornata a casa, eppure, come se un preciso tesoro mi fosse stato messo a custodia dentro. Se scendo a contemplarlo, evapora, si dissolve, come dice Anna Maria Farabbi della sua poesia. Che dice anche: “quel che non si vede c’è”.

Milena Nicolini
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E’ arrivato ora lo scritto molto bello di Alessandra Pierini. Eccolo:

I due giorni vissuti a Sasso Marconi hanno rappresentato per me un’esperienza assolutamente nuova; non solo perché ho potuto constatare un modo di “fare cultura” diverso da quello universitario a cui sono abituata ma anche perché non mi era mai capitato di frequentare un ambiente caratterizzato dalla preponderanza di sole donne. Anche la poesia ha costituito un elemento di novità; provengo, infatti, da studi filosofici che allenano al linguaggio rigoroso dell’argomentazione e della riflessione razionale. Ho riscontrato tuttavia una somiglianza tra filosofi e poeti nella necessità, avvertita da entrambe le parti, di trovare spazi e momenti per condividere la propria esperienza culturale che trae nutrimento proprio dal confronto tra coloro che sono animati dalla stessa passione e desiderano alimentarsi dello stesso “cibo”.

Sono tornata a casa portando con me qualche perla da custodire come un piccolo “tesoro”:

– il valore di una ricerca artistica e culturale che sa toccare le corde dell’animo umano e che vuole irradiarsi nel mondo portando una luce a tutti: un’arte a servizio della gente, della comunità;

– la capacità delle donne di essere tenaci e di credere nei progetti sebbene le difficoltà;

– l’intimità, l’accoglienza e il calore umano dell’ambiente;

– la comune tensione verso una ricerca interiore autentica che, da qualunque presupposto parta, è comunque e sempre ricerca del bello, del vero e del buono.

Da giovane donna, mi ha fatto piacere percepire che da parte delle generazioni più adulte ci sia il desiderio di dialogare e di mettersi in relazione con chi è venuto dopo. L’amicizia con Anna Maria si inscrive proprio in questa direzione. Credo di avere molto da imparare da lei e da tutte le donne che con il loro vissuto, i loro studi e la loro “militanza” hanno svolto un ruolo da protagoniste e sono testimoni di una vita spesa in prima linea.

Seppure trentenne e, quindi, adulta dal punto di vista anagrafico, ho spesso l’impressione di affacciarmi alla vita con l’inesperienza di una bambina, con tante domande sul tipo di donna che voglio essere e con altrettante perplessità sulle molte ombre che rendono cupo lo scenario contemporaneo.

I giorni a Sasso Marconi sono stati davvero una ventata di speranza, oserei dire un’immersione nella bellezza, tra chi crede veramente che la bellezza e l’arte abbiano qualcosa di importante da dire. L’idea guida che mi sembra di poter ricavare è quella secondo la quale una ricerca artistica, che è di fatto una ricerca esistenziale, debba essere condivisa e investita per portare frutti all’intera comunità. Quello che mi ha colpito è stato un modo di esprimere la propria interiorità non gridato e non ostentato ma comunicato attraverso la forza evocativa delle immagini, delle parole e dei silenzi.

Auspico che anche in futuro si possano ricreare questi momenti per mantenere in vita una rete di relazioni che uniscono tutte le persone accomunate dalla medesima volontà di “lavorare” sul potere della parola e del dialogo, quali mezzi di edificazione della propria vita interiore.

La necessità di proseguire in questa direzione è tanto più urgente se si considera che nel panorama attuale la cultura è “ai margini” perché troppo spesso manca un riconoscimento adeguato per chi opera in questo settore e non ci sono abbastanza risorse per il sostentamento delle varie attività e dei vari progetti…

Continuo nonostante tutto a coltivare il sogno che chi ha scoperto una tale ricchezza non cessi di lavorare per costruire una società più giusta e confido nel fatto che questa “azione” possa essere portata avanti proprio dalle donne che con la loro tenacia, la loro passione e la loro sensibilità sono potenzialmente in grado di tenere in piedi il mondo intero e di operare delle trasformazioni attraverso la forza della dedizione, della perseveranza e del sacrificio.

Sono dunque grata per aver avuto la possibilità di vivere quest’esperienza e per essere stata arricchita da una varietà di percorsi umani e artistici che hanno dato nuova linfa alla mia ricerca personale e al mio desiderio di pensare e sognare in grande.

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Ora le parole di Fernanda Ferraresso, che ancora ringrazio.

Ciò che ora ricordo, a distanza di tempo, è una sensazione nitida di presenza e partecipazione, da parte di tutte le donne convenute. Partecipazione viva, attenta, sensibile a cogliere tutto quanto ciascuna portava in un caos illuminante (“ Solo chi ha il caos dentro di sé può generare una stella danzante” diceva Nietzsche) perché ciò che mancava in ogni intervento era  la volontà di modificare il pensiero dell’altra. Evidente invece il desiderio fortissimo e sincero di mettere a disposizione e accogliere da parte di ciascuna un proprio frammento con la convinzione che ogni tassello avrebbe potuto comporre un quadro d’unione di tutte quelle diversità di sguardi in cui non c’era un apice ma una diffusa disposizione lungo la linea di terra, che ci ospitava tutte, di vibranti piccole braci. Chiaro è risultato il fatto di essere degli accumulatori in cui, ad un certo punto, serve scaricare l’energia accumulata, di qualunque tipo essa sia. Lo hanno riconosciuto tutte le donne, Anna Maria Farabbi, Milena Nicolini, Giovanna Gentilini e tutte le altre donne che si sono susseguite a dire la propria esperienza come un percorso in cui l’accensione era appunto quell’e-mettere energia. La morte ha fatto capolino anche questa volta, anzi, più volte, nei diversi tracciati delle partecipanti all’incontro, eppure aveva qualcosa di diverso dall’anno precedente in cui quello era il tema da focalizzare.
L’accoglienza di Vittoria ha dato quell’agio e quella semplicità necessaria affinché tutto si svolgesse proprio come un filo di molti capi, passato da una donna all’altra, in un’avvolgente lavorazione a più mani e più anime.
Anna Maria F. con il suo silenzio iniziale ha di fatto messo in scena la morte della parola ma è risultato evidente che il corpo di lei e i nostri erano in ascolto, sentivano dell’altra quel qualcosa che veniva compresso, anche se la mente voleva fare da padrona cercando di capire l’intoppo, l’inghippo. C’era, prima del silenzio, un’attesa di verbalità, di verbosità, a cui ormai siamo tutti abituati, ad un livello tale che non ascoltiamo più. La parola ha una ridondanza di rumori, nemmeno suoni, che la rendono sovrasatura e per tanto svuotata di senso, la si vuole capire, non sentire, rendendola impossibilitata a costruire comunicazione, a gettare quei ponti mirabili che invece riesce in un attimo il silenzio lanciato davanti a tutti, a tutti quelli che volevano appunto un’assemblea e un assemblaggio ben costruito di parole. La mia paura, e l’ho detto, non era il silenzio accesoci in corpo da Anna Maria, ma la saturazione per overdose di parole fino ad un black out  dei sensi e del corpo, ad una morte ben più grave di quella della parola. Nell’incontro di Sasso Marconi ciò che è stato chiaro, da subito, era tutto il corpo, lui nota viva, lui parola accesa, memoria di ogni esperita parola nata e fattasi casa, bocca, gesto, atto , persona dentro ogni giornata, raccolta, sudata, sofferta, patita, gioita, cantata, lavorata  (al telaio, in cucina, in ogni sede ogni donna sia occupata) attraversata sempre e  mai inutilmente gettata.
Certo l’assenza ci “mortifica”, la parola ci sostiene ci illumina, ci tiene compagnia, recita per noi i riti delle nostre paure e raccoglie, come nei nastri azzurri di Maria Lai, i nostri desideri, le nostre comunioni con gli altri aprendo le gabbie in cui spesso, per paura ci chiudiamo addirittura a noi stessi. Ecco questa, per me, la spiritualità davvero vissuta, passata come un’ostia di bocca in bocca e corpo l’una dell’altra.
Se ci si pensa, per esempio, l’assurdo è che per parlare della morte, anche quella della parola, la sua assenza dalla scena a cui ci avviciniamo con aspettative precise, con uno stato di lutto, che percepisce il peggio (è successo così anche a Sasso) noi mettiamo in scena moltissime parole, parliamo tanto, tantissimo, troppo. Un paradosso che mai, credo, come oggi, tempo in cui la parola circola soprattutto in forma scritta, quindi grafica, materica, in realtà si svuoti di ciò che la sostanzia. La voce: quella che ogni parola ha in noi, o ( è) porta in noi, ed è la voce che ci ha offerto quelle parole, la voce materna, sempre materna perché offerta come cibo, o bacio, o comunione con lo spirito dell’altro che la porta, che la dona.
”Ti do la mia parola”  un tempo significava dare se stessi, era come lasciare in pegno all’altro tutto di sé, la parola era presenza anche in assenza ( se penso alle poesie di Anna Maria F. a me capita la stessa cosa), c’era l’altro in spirito che si faceva corpo e pensiero e non c’era distanza tra dire pensare e fare. Questo legame che rende vivo ogni suono e anche ogni silenzio l’ho sentito a Sasso, netto, chiaro, pulito da ogni incrostazione, ed è stata questa la spiritualità emersa,  vissuta da corpo a corpo e tra parola e parola, attraverso una moltiplicata ricchezza nata dalla diversità.

 Fernanda Ferraresso
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Ed ecco Anna Maria Farabbi. A lei, alla sua luce, alla sua voce, grazie. Con lei abbiamo iniziato, con lei finiamo questo primo nostro resoconto, diverso per ogni donna, bello per questo.

si è fatta improvvisamente casa
ognuna provenendo da un paese diverso, da un paese interiore diverso, come le pellegrine
inquiete e  quiete che si siedono
si parlano si ascoltano con calma, con calore.
Ci si è offerte, ringraziandoci reciprocamente per la ricchezza e per la povertà
condivise. Questo è stato il dono grande che dura
nel tempo e che ci permette di ruminare ancora quei semi.

Ringrazio Vittoria che ha l’ago e il primo capo del filo.

Anna Maria Farabbi

 

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Ancora grazie a tutte. Aspettiamo altre impressioni di chi c’era, per uscire di nuovo su Cartesensibili. Potrà essere bello ed utile rileggere, ripensare.
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Vittoria Ravagli

9 Comments

    1. il merito dell’articolo è tutto tuo Vittoria che sin dall’inizio, cioè dal giorno dell’incontro hai saputo accogliere e offrire spazio e tempo adatti all’incontrarsi, di sguardi e pensieri diversi, di percorsi che si sono intrecciati fino ad offrire le loro soglie e i luoghi a cui erano diretti. Grazie ancora, anche da questo oggi in cui è viva ancora la memoria e l’energia, la passione con cui tutte hanno portato ciascuno il proprio frammento.fernanda f.

  1. Grazie a te, a voi, Vittoria, Anna Maria, Clelia, Fernanda e tutte le altre, per queste meravigliose testimonianze e testi di un incontro che dev’essere stato davvero prezioso, indimenticabile.
    Grazie di cuore e un affettuoso augurio e saluto da Mariella

  2. Leggere testimonianze come queste apre il respiro, suscita un moto di commossa gratitudine per il fatto che esista la parola e la mente umana che la genera, soprattutto che esista la voglia d’incontrarsi e di riconoscersi.
    Un grazie sentitissimo a Vittoria Ravagli.

  3. GRAZIE A TUTTE/TUTTI VOI. Sì, questi incontri sono preziosi, danno speranza.
    Tra le altre scrive Daniela: “…Vi ringrazio con affetto, tutte, la bellezza dei testi è nei miei pensieri durante le occupazioni quotidiane.
    Un abbraccio a tutte con gratitudine
    Daniela” (gruppo A casa di Irene)

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