Simonetta Sambiase e Les cendres bleues ( Le ceneri blu) di Jean Paul Daoust

foto di scena- Les cendres bleues regia Philippe Cyr
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foto di scena-Cendres-bleues

Il totem della vittoria
ora nel museo delle nostre risa
blu strappano l’incandescenza dei nostri occhi
che si amano
malgrado me
malgrado noi
ceneri stellate

Jean Paul Daoust, Les cendres bleues
traduzione  Simonetta Sambiase

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Le ceneri blu sono sparse sul palcoscenico. Nelle voci e nei corpi atletici di una compagnia parigina, quella de L’Homme allumette che ha scelto di trasformare la raccolta di Jean-Paul Daust in uno spettacolo teatrale. Daust, canadese, più precisamente quebechiano,  ha pubblicato Les cendres bleues  nel 1990, vincendo con esse il massimo premio letterale del Paese, il Prix littérarire du Gouverneur général du Canada, una sorta di incoronazione ufficiale del talento di un poeta, molto frequente in vari stati di tutto il settentrione  americano. E’ un testo poetico fortemente autobiografico quello delle Ceneri e non lo si suppone ma lo si viene a conoscere dalla stessa voce di Daust che trasmigra nei 1827 versi che lo compongono la comparsa e l’esposizione di un dramma, di una condanna,  elaborandola nella valenza e nella forma poetica, forma che può toccare e trasformare ogni esperienza umana, anche la più oscura.  E qui è ben chiaro da subito quale male tocca narrare: pederastia. Ma la poesia non è un’arte consolatoria, è  tabù e totem, purezza e peccato, lo stesso lato dell’esistenza dove c’è l’alfa e l’omega della ragione di vivere, che ascolta la condanna al dolore ma non la consola, la decifra, la codifica per esibirla senza pietismi, perché nel male non c’è una sola pietà ma  ne vivono tante, anche quella che condanna la vittima al rifiuto dell’abuso è pietà ma verso se stessi; il male incancrenito nella carne ma l’animo ancora resistente  e che chiede di sopravvivere e chiede e richiede ancora vita e amore.  Le Ceneri sono un canto di devianza e di elevazione, di confusione e di orgoglio, un lungo scrivere per decifrare un caos interiore a cui non è stato però concesso l’annientamento dell’anima: Daust non vuole sciogliere o solo mostrare il  vissuto di dolore che lo ha segnato quando ad appena sei anni e mezzo ha subito l’aggressione sessuale di un uomo adulto, ha la necessità di guardarlo e non controllarlo più, lasciarlo vivere e farlo diventare un altro sentimento che solo nei versi può essere riaggiustato e scritto. “Six ans et demi“, “sei anni e mezzo” sono il mantra continuo che apre il lungo incipit delle ceneri (186 versi), perché questi anni così dolorosamente piccoli sono il punto di nascita del caos e della sua antitesi, il poeta, l’uomo che è riuscito non solo a sopravvivere ad una delle più feroci violenze sessuali che l’uomo possa infliggere ma è anche riuscito a restare vivo e a creare bellezza, lui, che ora è uno dei più importanti poeti di lingua francofona. Jean-Paul Daust,  “un incrocio tra Iggy Pop e Greta Garbo, scrive col suo sangue. È moderno, assolutamente. Nella sua poesia, ci sono il sesso, la bellezza, la città, l’America ed il jazz. È universale, esplosivo e completamente libero, come tutti i grandi (Marie-Luoise Arsenault)”.
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foto di scena- Les cendres bleues regia Philippe Cyr

foto di scena -Cendres-bleues_1

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Descrizione che combacia come cuore delle Ceneri.  Il “poeta fiammeggia anche se sotto il trucco, nasconde un dolore“. La lingua brilla e reca scandalo. Non si sottomette, non viene schiacciata dal dramma, i versi si aprono alla conoscenza della bellezza e di un amore che pare una sindrome irrisolta di possesso, “sono stato un corpo\che ha imparato a germogliare\nella serra delle tue strette\” “La mia infanzia ha avuto un drago che ha bruciato la mia innocenza – racconta Daust in un’intervista di poche settimane fa su La Presse –  un Minotauro che mi ha chiuso in un labirinto. Fortunatamente, l’adulto ha trovato le parole per librarsene. Quando dico che la poesia mi ha salvato la vita, non è una figura di stile. Senza la poesia, sarei morto oggi! ” Le Ceneri sono soprattutto emozione, in una ricchezza formale fra dramma e sensualità, come di chi abbia vissuto all’incrocio di ogni fuoco e ne sia rimasto bruciato vivo ma le sue ceneri non siano ancora polvere da gettare via (il canto blues della doppia traduzione inglese). Dopo quasi un quarto di secolo, infatti,  Le Ceneri blu trovano un altro spazio, quello della scena, e Philippe Cyr che ne ha curato la regia, spiega una parte della sua lettura dell’opera di Daust come l’oscillare di un  pendolo fra trasgressione e compassione “Questa storia è rivisitata con lo sguardo del bambino diventato uomo. C’è una parte di fantastico, il racconto si allontana dal realismo. Non è un atto di provocazione né di promozione: è un atto di comprensione. ” Trasgredire è ridefinire – spiega Philippe Cyr su Le Presse –  E’ diventato così tutto freddo, formale  oggigiorno. Tutto disturba. Tutto è regolamentato. Penso che si tema la trasgressione perché si vuole piacere ad ogni prezzo, perché piacere è una necessità economica. Nel mondo dei like su Facebook, trasgredire i codici è socialmente suicida “. Anche il dolore è fuori dai like del social network. Fa parte di “quelle storie che non si debbono raccontare” ma queste storie sono quelle su cui poi finisce per oscillare la vita.

Simonetta Sambiase
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Da Les cendres bleues  di Jean Paul Daoust
traduzione  Simonetta Sambiase

Delle storie che non si debbono raccontare
ma nelle mani svelte che consumano più di un desiderio
il mio corpo ha accolto più di un pirata
ora sono solo con il mio esser vecchio
questi ricordi del passato mi abitano
i desideri s’incatenano nella vertigine
avrei dovuto ucciderti ancora più  alla svelta
ma come si fa a saperlo a sei anni e mezzo
stanotte sono un fuoco limpido
nonostante il mio Niagara di fiamme
gli archi dei tuoi occhi in un cielo immaginato puro
stasera sono un bambino-lupo che ulula
ai corpi che muovono le nostre carezze
germineranno queste radici insensate
la mia vita da scrivere scritta
come se potessi esser salvato dalla follia
la grande specialità della razionalità e
il corpo ha custodito le tue impronte fresche
quando avevo sei anni e mezzo
e un amante
dove è mai adesso?
che il testo dà brividi
io oscillo ancora nella luce del suo desiderio
Era un fauno?
Ma chi era?
la parte del suo desiderio
la fatica della memoria
ancora lo desidero
mi sembra
il mio primo amore
parole di bellezza si pongono
agli anelli  nelle dita dei cliché
non hanno effetto
se non quello di due dita
che abbassano la cerniera lampo
e gli altri vengono a guardare
quel bambino che ero io
lui che è stato
peli dappertutto
in vello d’ebano
un uomo maturo
ora lo so
però allora
già scomunicato
ancor prima della prima comunione
tuttavia non rinnego nulla
a parte l’ignoranza
come sembra  tutto normale
nello splendore di maggio
questa baia  mortale o i battelli
sono le  ninfee ma
l’inganno non basta
quando il corpo  sbatte dalla passione dell’autunno
quando le parole cadono strappata
sono stato un bambino drogato con il sesso degli altri
soprattutto da quei
e non c’è nulla da capire
però complice
curioso di questa curiosa felicità
è stato sempre là
quando lo volemmo
ma lui chi era?
marchiato con un ferro rosso
io gli somiglio ancora
vampirizzato dal suo desiderio.

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RIFERIMENTI IN RETE:
http://voir.ca/theatredaujourdhui/2013/10/22/les-cendres-bleues-au-theatre-d%E2%80%99aujourd%E2%80%99hui/

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