ISTANTANEE- Uccelli, mosche e farfalle e persino un uomo antropomorfo dai Deliri disarmati di Guido Ceronetti

charlotte foust

charlotte foust

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Una proposta di lettura in cui entra il mondo, il rovesciamento dello sguardo e in esso ciò che non siamo mai abbastanza svelti da afferrare ed è la nostra mostruosità, nel senso più ampio del termine. Ceronetti mette a nudo questo mondo e il modo con cui vi abitiamo allontanandoci da tutto, e soprattutto da noi stessi. Meglio di ogni presentazione la lettura in estratto dal libro può rendere conto dello spazio, vasto, che abita ogni scorcio proposto, ogni angolazione messa in luce e stava, appena dietro l’occhio.
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fernanda ferraresso

 

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Da  Deliri disarmati di  Guido Ceronetti

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Uccelli in gabbia
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Degli uccelli in gabbia non si vedevano che gli occhi nel buio. E il buio avvolgeva sempre la loro gabbia, potevamo aprire le finestre, accendere luci artificiali e candele, altro non vedevamo che gli occhi nel buio. La vita andava avanti ugualmente.
Ci sentivamo però guardati, da quegli occhi grandi e fissi, grandi come un pentacolo di Salomone della grandezza di un fanale di un treno. In certi momenti apparivano talmente grandi da non sembrare più occhi di uccelli o, forse, di uccelli, ma di prima della Storia Naturale.
La vita intorno alla gabbia degli uccelli sarebbe stato meglio non mostrarla mai alla luce del giorno, tanto era piena di vergogne. Su che cosa erano fissi gli occhi degli uccelli nella gabbia, che non si chiudevano mai, che non dormivano mai, immersi nella loro notte di veglia senza fine? Su dell’ordine e del disordine equamente immondi. Terrore d’invecchiare e di morire, amori svogliati da nauseare, giornali letti e buttati, acqua fatta bollire, libri inutili o inutilmente letti, flaconi e supposte, e parole irriconoscibili, così degenerate, per il Verbo che si era in loro incarnato. Le parole erano la nostra massima vergogna e gli occhi degli uccelli in gabbia le vedevano ballare nude, come streghe.
Di notte, talvolta, si aveva la sensazione che i becchi degli uccelli si avvicinassero ai nostri respiri come per baciarci, mentre la stanza si riempiva di grandi ali che si davano impaccio, perché la loro gabbia era anche la nostra. Aprendo gli occhi incontravamo le loro pupille enormi e ci entrava nel cuore un po’ della loro sterminata commiserazione.

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L’uomo antropomorfo
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Prima della nostra epoca post-storica la Terra era abitata dall’uomo antropomorfo, un flagello a cui nessun altro può essere comparato.
Se la Terra è ridotta così, lo si deve a lui.
È un errore di molti antropologi seguitare a credere che l’uomo antropomorfo fosse intelligentissimo. È certo che avesse due gambe e che parlasse, anche troppo, ma quanto a intelligenza, salvo eccezioni (divinità incarnate, non uomini) non era che un cane ammaestrato da un titano punito.
Era dominato da un’idea fissa: essere immortale o addirittura, una volta morto, tornare a vivere. È intelligenza questa?
Dava retta a ogni specie di impostori, purché gli dicessero che non sarebbe mai realmente morto, intanto finiva divorato dai coccodrilli, che pullulavano nei fiumi dove si bagnava, il Po, il Danubio, la Garonna, oppure ingoiato dalla tromba delle scale, in fondo alla quale mai pensò (tanto poco intelligente era!) a mettere una pila di cuscini.
Si univa con gusto, ma non sempre il piacere corrispondeva all’attesa, con la donna antropomorfa, che poi doveva allattarne i figli, con mammelle che in poco tempo si consumavano come sigari.
Partiva, ritornava, ripartiva. Questo però dall’epoca che fu chiamata Moderna. L’uomo antropomorfo delle epoche precedenti partiva soltanto se lo imbarcavano su navi dette galere, dove lo legavano al remo e lo nutrivano con biscotto marcio, frustandolo ogni momento, finché gli passava la voglia di tornare, e anche di vivere.
Fu a bordo delle galere che si fece luce l’idea tutt’altro che infondata, diffusa da tutti i filosofi e poeti antropomorfi, che il mondo intero fosse, per l’uomo antropomorfo, nient’altro che una galera.
Si incideva sulla pietra massime come non rubare – non uccidere per ricordarsi di non seguirle, e accrescere enormemente il suo piacere di uccidere e di rubare.
Un’altra delle sue follie era che Dio avesse orecchie come lui e si occupasse di ascoltarne pazientemente le suppliche, coll’obbligo anche di esaudirle al più presto.
Le macchine che inventò per evitare di affaticarsi, obbedivano occultamente al decreto, questo sì divino, della sua estinzione come specie. Glielo dissero: si mise a sbraitare che lo lasciassero lavorare in pace.
Riuscì a riprodursi anche dopo morto facendo a meno dell’utero della donna antropomorfa, e trovò il modo di rendere banale e alla portata di chiunque pagasse un biglietto di volo senza ali.
Dalle sue copule innaturali furono generate innumerevoli specie di spiriti maligni.
Scriveva lettere che cominciavano sempre con caro, cara e terminavano con espressioni attinenti al rivedersi. Poi, rivedendosi, il mittente e il destinatario si lasciavano quasi subito con l’impegno di riscriversi.
Uccelli dal piumaggio meraviglioso e dal becco a uncino impararono a ripetere parole dell’uomo antropomorfo: non hanno nulla di elevato ma si possono udire ancora con spasso da qualcuno di quegli uccelli ultracentenari, voci rauche abitatrici di pensiline deserte.
Ecco alcune parole dell’uomo antropomorfo tramandate dai Pappagalli:
– Pina, sei una puttana! – Mi scappa la piscia! Michele! – Noccioline… noccioline… – Cristo, che colpo! – Angelo, sei un porco. – Le quattro e dieci. – Ciao. – Ho fame. – Ciao. Vado a dormire. – Bandiera rossa. – Che barba. Ancora. – Ho fame. Ciao. – Ciao, fame. – Pina, pappa. – Un caffè. – Ciao puttana ciao. – Bandiera rossa. Ciao. – Ciao.

 Le mosche
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Estati piene di mosche, dove siete? Vi rimpiango, perché non ronzando più di mosche le case si riempiono soltanto delle nostre telefonate inutili, ed è grigio un mattatoio dove i mosconi non animano più i bei pezzi di carne rosa e blu. La geniale crudeltà infantile aveva modo di sfogarsi sopra le mosche, a cui non risparmiava nessuna tortura: adesso tocca ai genitori fare da mosche; i bambini gli strappano un braccio, una gamba, li tuffano in acqua bollente, li decapitano, li stanno ad osservare nei loro disperati sforzi per comunicare tra loro, nonostante le amputazioni.
Mezzo secolo fa l’insetticida chimico era già stato inventato, ma non arrivava a fulminare insieme la mosca e l’uomo, perché la giustizia divina non si era ancora svegliata.
Estati di mosche… estati per mosche… estati in cui non si pensava ad altro che a liberarsi dalle mosche, in cui era bello essere giovani per poter combattere, talvolta da soli, contro le mosche invasore…
Una trappola astutissima era il pigliamosche all’aceto. Una vaschetta di vetro su tre gambe, bucata come una ciambella, dal bordo alto, che si riempiva d’acqua mescolata ad aceto, munita di un coperchio a campana piuttosto alto, combaciante coll’orlo della vaschetta. Sotto il buco circolare, si collocava un pezzo di carta da pane dove faceva da esca un poco di zucchero, la cui fanfara olfattiva attirava le mosche a legioni. L’ideogramma zucchero era tracciato dalle zampine dei ditteri anziani sulla finestra o su uno specchio: tutte le mosche abbandonavano in fretta salumi, pesci, deiezioni, code, nasi, barbe, formaggi, polpette, bocche per precipitarsi nel luogo fatato.
La natura circostante respirava di sollievo e la conversazione sotto il pergolato. Resa meno piacevole dall’abolizione della schiavitù – nessuno, eccetto le mogli degli alti Ufficiali rientrati dalle Colonie, godeva di domestiche nere che scacciassero le mosche dai nostri pallidi volti – prendeva un tono più calmo, senza il rischio che una mosca, mentre parole importantissime come matrimonio o patrimonio stavano per essere emesse nella luce pomeridiana, si avventurasse tra le salive.
Le mosche non indugiavano a lungo in quello spazio succulento preparato per loro. Le nuove arrivate non davano tempo a nessuna di saziarsi: presto la mosca che aveva appena gustato il paradiso si alzava a volo, verticalmente, e qui restava prigioniera della campana. La fuga era impossibile (pur con tanti occhi non vedevano il buco per il quale erano passate) e dopo una serie di giri da vere mosche impazzite, rese via via più cieche dai vapori ubriacanti dell’aceto, cascavano finalmente nella vaschetta, dove sarebbero morte affogate, ma non subito, perché una mosca sa tenersi a galla a lungo, grazie alle gambette agili e alla leggerezza delle alucce.
Dopo un’ora o due, la quantità di mosche nell’acqua era tanta da formare una crosta nera brulicante e lo spessore dello strato dei naufraghi, formando una specie di collosa zattera, faceva più lenta, più penosa l’inesorabile marcia dei molesti insetti verso la morte.
Al momento di cambiare l’acqua nella vaschetta, l’uomo celebrava uno dei suoi più intensi trionfi sulla natura. Su quel tavolo, su quella qualsiasi sporgenza, imprigionate dalla sua intelligenza, dalle sue abili mani, dalla sua operosità tecnica, stavano crepando di orribile morte centinaia e centinaia di mosche. Ecco la fine di ciò che si oppone, nella natura, all’igienico dominio di colui che Dio creò a sua immagine! Lo spettacolo non sarebbe dispiaciuto, forse, a Spinoza, che nella trappola avrebbe visto un’espressione della virus dell’uomo e che si divertiva un poco, quando non fumava la pipa meditando, a tormentare insetti.
Il paragone tra il pigliamosche all’aceto e l’esistenza umana è qui inevitabile.
Ci attirano con un po’ di zucchero. Corriamo. Un attimo dopo, varcato il fatale buco, siamo prigionieri della campana di vetro. Nessuna uscita. La cucina, il salotto, la finestra aperta sull’estate, il cielo sonoro, gente che ride e mangia: tutto di là di quel vetro che non possiamo rompere. Presto saremo storditi dai vapori d’aceto, ed eccoci zampettare nella vaschetta della morte, dove lotteremo a lungo, in compagnia di altri infiniti, nera pasta di naufraghi senza scampo, finché una mano brutale e precisa (qualcuno intelligentissimo, e molto soddisfatto del risultato) ci scaraventerà tutti insieme in un definitivo buio. Oh, là, è finita un’epoca. È finito un mondo. È finito un sistema di mondi. Poi tutto ricomincia, con altro zucchero, con altre mosche.

Le farfalle non abitano più qui
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Un cane abitava in una città, senza padrone, al guinzaglio però della demenza e del sudiciume.
Andava ogni tanto a rotolarsi in un prato circondato da montagne, dove non c’era che una casa di pietra disabitata. Gli piacevano le farfalle. Si fermava ad osservarle mentre cavalcavano, immobili, i tarassaci, le ilici, le genziane, le rincorreva senza fargli male. Le farfalle lo conoscevano e venivano a fargli il solletico sul muso.
Dopo aver giocato per qualche ora con le farfalle il cane tornava a inabissarsi tra le luci senza Dio e le case senza speranza. Si nutriva dei rifiuti di un ospedale, ogni tanto trovava una gamba, un rene, mangiava perfino i calcoli, le ulcere.
Ma nel giorno delle farfalle bevevo soltanto. Dove c’erano le farfalle l’acqua era pulita, Poi, per giorni, per settimane, il ricordo delle farfalle lo accompagnava e lo rallegrava.
Il cane era vecchio, gli costava sempre più sforzo arrivare, al modo di viaggiare dei cani, tra pericoli crescenti, al prato delle farfalle.
– E se andassi a morire là, tra le farfalle? Anche di fame, purché tra loro…
Partì per l’ultima volta, salutando gli altri cani che dividevano con lui la vita grama del randagio tra gli uomini, e arrivò, impiegando più tempo e più sforzo, al prato delle farfalle.
Era la loro stagione, i fiori c’erano, la casa era sempre disabitata, l’acqua pareva pulita, ma dov’erano le farfalle?
Il cane non voleva morire senza averle rivedute, cercava dentro i fiori, si poneva in vedetta sulle rocce. Mattino e poi sera: dov’erano le farfalle?
Il cane andava su e giù, sempre più magro e stracco, cercandole.
Finché una voce si alzò dalla terra: – È inutile che cerchi. Le farfalle non abitano più qui.

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Guido Ceronetti, Deliri disarmati, Einaudi 1993

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