Francesca Cannavò – Umanità e incubo.

marina terauds -lost

Marina Terauds -lost.

Messina , ottobre 2012. Appena dato alle stampe il libro di poesie del mio amico P.M.” .
Perché non portiamo in carcere questa poesia? Magari per Natale!” – E’ l’invito di un lettore. Mi acciglio, rifiuto l’idea, poesia in carcere a Natale, mi sa di regalo, mi sa di umano, troppo umano. Per mestiere apro e chiudo cancelli, per condizione e per molti anni di cancelli ne ho chiusi tanti; ho passato molte ore in carcere , anche giorni interi, a verbalizzare interrogatori, a raccogliere parole contro il tempo, a cercare di carpire le visioni oltre gli occhi di chi avevo davanti, a studiare ogni solco delle mani, i movimenti, ad eludere gli sguardi che cercano giustificazione, non giustizia. Rapida, la contabilità di quelle ore e di quel tempo tolto al mondo, ha preteso un pareggio! Adesso, rivoglio indietro parole e tempo, il loro, di quelli che hanno passato il cancello, tocca a loro ridarmi le parole che stavano scritte sulle mani e dietro gli occhi. Il libro andrà in carcere insieme al poeta, costi quel che costi perché la pena vale! Deve valere la pena altrimenti che senso ha la pena senza valore. Pena è remunerazione, senza sconti. FINE PENA MAI. Leggerlo è una schioppettata sugli occhi, il tempo infinito del mai dilata quell’attimo fino ai confini della memoria e quell’attimo, la memoria non la abbandonerà mai. E’ chiaro adesso che condurrò il poeta in carcere, non uno di quelli dinamici, di passaggio dove si stivano penitenti in attesa del giudizio, no, il luogo della pena sarà quello del tempo anomalo voluto dalla norma, un isola del tempo circondata da mura di cemento. Favignana, ottobre 2013,  il 7 , per caso è il mio numero preferito, il settimo dito della mano, l’indicatore. La casa di reclusione è di nuova costruzione, appena 2 anni, non fosse per le telecamere ed i cancelli blindati parrebbe uno dei tanti resort di lusso dell’isola, all’interno l’atmosfera non cambia ,appare come un carcere a 5 stelle, ed in realtà lo è; odora ancora di nuovo e di pulito , non avverto l’odore dei pasti cucinati per il pranzo, i muri non raccontano nulla, i rumori soffusi,non mi rimandano il ritmo consueto del biliardino nell’ora d’aria, la luce prepotente e bianca dell’isola penetra dalle vetrate e dal cortile interno come irriverente provocazione; una leggera concitazione ci accoglie, gli agenti di custodia lanciano sguardi disincantati quasi a dire che tanto … Espletano con calma le incombenze per la sicurezza, controlli e perquisizioni, mi sento leggermente spiazzata, entravo in carcere come andare al bar, prima; Favignana già dice carcere come l’Elba. L’Asinara, qui dice carcere e dice Borboni, tiranni, tempi cupi addirittura due castelli due fortezze in quest’isola a recludere, e specie chi andava annientato, ma non reso eroe con la morte; la storia più recente ha avuto bisogno di carceri super e qui ci ha costruito attorno un muro di cemento più armato delle forze che vi custodiva; penso che la storia ha avuto molta paura delle idee, non posso fare a meno di pensarlo i carceri, che ho varcato sono stati tutti super: Palmi , Messina, Favignana. La sala destinata all’incontro è un grande salone con un palcoscenico in fondo, scegliamo di eliminare il tavolo adibito a cattedra per non creare barriere, in fondo siamo lì per esporci, certo non perché siamo più buoni, perché ci ricordiamo di loro, lavoriamo per loro quotidianamente, a volte ci svegliano la notte le loro istanze, siamo qui a cercarli a cercare le loro parole recluse, e a tradurle. Il piccolo plotone disordinato fa il suo ingresso in sala con fare disincantato e sicuro, come quelli che si sentono a casa e per dovere di cortesia fanno finta di essere interessati, siedono ordinati sulle sedie schierate nelle fila predisposte dall’ordinamento. Eterogenei: giovani, vecchi, neri, magri, alti, muscolosi, raffreddati, vispi, ragazzi… Un piccolo numero, ma il 30 per cento, ci dicono gli educatori. Nella calma concitazione dei preparativi non si distinguono bene i ruoli, ci si scruta a vicenda come per capire come, da chi noi bisogna difendersi, o chi di noi attaccare, mi sembra reciproca la cosa e già mi piace, mi rinfranca, il timore della mattina comincia ad abbandonarmi, sento che in quella sala non ci sarà il posto per l’indifferenza. Intanto la musica per amalgamare, le presentazioni, le precisazioni: il poeta non vuol essere appellato tale, ma anche i criminali non vogliono essere chiamati così. Cominciamo a metterci sullo stesso piano, si legge crudelmente ciò che fa male al poeta , ma va fatto! Si tiri giù la maschera. Adesso siamo pronti . E lui, il poeta recluso lo sa bene, lo aveva capito, vuole restare invisibile, dare le sue parole senza nome, ma anche lui a breve sarà spiazzato, non resiste alla radiografia delle sue parole ed affonda, anche lui, chiede di non giocare con la loro mente, ma non stiamo giocando e lo avverte totalmente. Accenni di storia, un momento per rivitalizzare il genius loci, l’orgoglio dell’appartenenza a gloriosi passati di eroi e leggende. Accenni di vita, loro, li scopro, lo so, io vi ho letti tante volte, nelle lettere, nelle istanze, nelle intercettazioni e lo dico: gli amanti più appassionati della libertà stanno in carcere, lo confermeranno di lì a poco: ”cosa giusta è essere come si vuole“. Ho trovato più poesia nelle confessioni di un assassino a volte, che in un’intera antologia, ma anche la poesia è una pena che vale, anche la poesia ha un FINE PENA MAI, lo sanno i poeti, qui in questa sala. Dalla parola al tempo, la fine della poesia, il poeta deve andare, essere nel tempo della poesia e si comincia a trovare un linguaggio comune, parole strane come i pazzi (o poeti) che parlano alla luna, come i pazzi… chi si sognerebbe di parlare ad un sasso? Il dialetto accomuna , conforta , piace anche agli africani. Dall’Africa vengono le parole in arabo, l’intero alfabeto recitato che sembra musica o preghiera  e c’entra anche Dio e la felicità, si riesce a parlare di felicità in carcere e tutti ne parlano anche il prete, in incognito, ma va via senza salutare… Le sedie rompono le schiere , inizia la danza, una per volta, dapprima, poi tutte insieme a formare un cerchio, senza ruoli, né demarcazioni, uno scambio, rimbalzi, moltiplicazioni, la musica, una voce, dono di sé prezioso, riceve compenso di lacrime nascoste. Let it be, e così sia! Lasciamo che siano lacrime e sorrisi e sguardi persi che si allontanano e chitarra sublime e mani che cantano. E’ energia vibrante quella che intreccia corde di sguardi e parole, parole forti, per nulla compiacenti, pacche robuste sulle spalle, come quelle che scuotono il dolore, il rimorso, la morte. E pretendono risposta, reciproca. Incalzano i respiri e gli interventi, disciplinati, rispettosi, veementi, il tempo vola come si fa a continuare. Restate a pranzo con noi! Non è possibile, occorrono autorizzazioni superiori, la musica, la musica accorre, ci viene incontro, unisce per separarci, bisogna andare. Tornate, noi qui, come facciamo a volerlo? Si può, chiedetelo, verremo ancora. Non basta bastarsi. Vanno, andiamo fuori, noi. Noi, tutti, dimentichiamo di riprendere i documenti lasciati all’ingresso, la nostra identità per un attimo sospesa fra dentro e fuori, penso , ancora una volta, col mare di un azzurro spietato in faccia, che chi ha guardato negli occhi un assassino è reo di pena , di una pena che vale.
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Francesca Cannavò- 7 ottobre 2013

A proposito della Casa di Reclusione di Favignana

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castello san giacomo-favignana

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12 Comments

  1. Sono tornato più volte a riflettere su questo post e, mi scuso in anticipo se quello che sto per scrivere potrà sembrare fuori luogo, ma, lo assicuro, si tratta di una domanda che formulo a mente lucida, senza intento polemico né qualunquista: perché il ministro Cancellieri mostra la propria umanità (e quasi la ostenta) nei confronti della famiglia Ligresti e non, anche, nei confronti delle migliaia di reclusi nelle carceri italiane le cui condizioni, lo sappiamo bene, sono vergognose?

  2. si chiama casta, una catasta di clientele, ragnatele e ramificazioni di favori…io do ut des o perchè tu hai dato e io devo ritornare ciò che ho avuto, insomma il solito giro della serpe che si mangia la mela e la coda…e la toga!

  3. giovedì 31 ottobre 2013

    La libertà: i detenuti cantano Gaber Bollate: detenuti volontari per Telefono Rosa La libertà: i detenuti cantano Gaber

    Vorrei essere libero, libero come un uomo. Era il 1973 e Giorgio Gaber cantava “La libertà”; quarant’anni dopo otto detenuti della Casa circondariale Don Bosco hanno voluto rendere omaggio al Signor G e, dal palco del Teatro Verdi di Pisa, hanno voluto cantare La libertà.

    Check, Claudio, Hugo, Gioacchino, Gianluca, Henry, Hissehim e Renzo, provengono dal laboratorio teatrale del carcere e hanno avuto un permesso speciale per partecipare allo spettacolo L’illogica allegria, che ad otto anni dalla prima fortunata edizione, ha portato sul palco Claudio Bisio, Bobo Rondelli e i Tete de bois, Roberto Vecchioni, Giammaria Testa, e tanti altri, con la regia di Sergio Staino, e l’organizzazione del Comune di Pisa, dello stesso carcere pisano, e di alcune associazioni di volontariato. Nessun biglietto omaggio, perché il ricavato era già stato destinato ad interventi strutturali per il miglioramento delle aree comuni per i detenuti all’interno del carcere. Anche il Presidente del Consiglio dei ministri Enrico Letta, pisano, ha voluto partecipare alla raccolta, acquistando un biglietto e regalandolo ad uno dei quaranta detenuti che hanno assistito allo spettacolo.

    Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano ha voluto far pervenire a Marco Filippeschi, sindaco di Pisa, un messaggio di apprezzamento per “la sensibilità con cui la comunità da lei rappresentata promuove forme di solidarietà ai reclusi, le cui già difficili condizioni di vita sono aggravate dal problema del sovraffollamento”.

    Una partecipazione un po’ speciale è stata quella di Adriano Sofri, che la prima edizione l’aveva frequentata da detenuto. “Non so fare niente, allora leggerò” e ha letto un suo testo autobiografico “la descrizione del passeggio, che qualcuno chiama ora d’aria”: “Tengono gli occhi bassi e contano i passi: è come pregare con i piedi.”

    Libertà è partecipazione, e mentre tutti gli attori ritornano sul palco per cantare con i detenuti, salgono anche i bambini, quei figli arrivati in teatro per incontrare il papà in uno spazio libero.

    Bollate: detenuti volontari per Telefono Rosa

    Coltivano piante aromatiche, poi le trapiantano in vasi decorati, quindi le vendono per finanziare le attività del Telefono Rosa. Questa é una delle iniziative che fa capo alla Casa di reclusione di Bollate ma con un piccolo particolare non indifferente: i volontari, non sono detenuti “qualunque”. Le persone coinvolte in questo progetto sono esattamente coloro che hanno contribuito a creare parte di quelle vittime che l’associazione Telefono rosa vuole proteggere: sono i sex offender, per dirla con il termine anglosassone, autori di reati sessuali, stupri o violenze domestiche, che in questo modo adottano una forma di restituzione sociale dopo la violenza commessa. Per ora sono 16 i volontari per il progetto “Demetra”, che nella mitologia greca è la dea del grano, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte, sorella di Zeus. Il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri ha inviato un messaggio alla presentazione di questo progetto di volontariato, sottolineando che: “coinvolgere chi ha sbagliato, anche commettendo reati così ignobili come quelli sessuali, in attività che possano in qualche modo portare un beneficio alla parte lesa, significa concedere al detenuto una reale opportunità di trasformare la propria pena in riscatto umano e sociale e alla vittima la possibilità di guardare la realtà con gli occhi di chi se non può perdonare almeno possa cercare di recuperare fiducia nel prossimo”.

    Il carcere milanese è stato scelto non a caso, perché, secondo Luigi Pagano, attualmente vice Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ma a lungo direttore della struttura, “C’è un progetto di recupero dei sex offenders che ha dato i suoi risultati. Coinvolgendoli nelle attività rieducative si prova a portare fuori dal ghetto questo tipo di detenuti emarginati dal resto della popolazione carceraria”. Secondo Simonetta Matone, Capo Dipartimento per gli Affari di giustizia, “E’ arrivato il momento di cominciare a parlare seriamente del recupero dei sex offenders, anche perché non c’è nessun altro reato come quello della violenza sessuale e contro i minori che ha un così alto tasso di recidiva. Quindi, ben vengano progetti come questo.” Anche “nella consapevolezza che tra loro ci sono persone con la voglia di cambiare e di cercarsi un’altra occasione” come evidenzia Annamaria Cancellieri nel suo messaggio.

    [FEA]

  4. P.S. il mio amico poeta si chiama Pasquale Musarra, poeta e psicologo che si occupa da molti anni di disagio mentale recluso, giusta precisazione, poichè non v’è nulla da nascondere Grazie Francesca Cannavò

  5. A completamento della prima esperienza favignanese, invio la testimonianza del Dott. Pasquale Musarra corredata di alcune poesie dei detenuti che hanno fatto da amalgama alla discussione Francesca Cannavò

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