POESIA CONTRO LA GUERRA- Ogni vittima ha il volto di Abele- G.Ungaretti e S.Quasimodo

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Nel supplemento de “La nonviolenza e’ in cammino” (anno XIV), N. 54 del 26 ottobre 2013,http://lists.peacelink.it/nonviolenza/,sono apparse poesie di Ungaretti e Quasimodo che riportiamo a favore della postazione permanente contro la guerra, qualsiasi guerra, e sono la testimonianza che quanto è stato in ogni tempo detto e proclamato a favore della pace altro non è stato che un atto recitato, un patto non mantenuto, un vuoto discorso. Non servono armi per porre fine alla guerra, servono persone riappacificate con l’umanità di cui ognuno è sempre testimone.

f.f.

La guerra e’ nemica dell’umanita’.
Ogni essere umano ha diritto a non essere ucciso.
Per abolire la guerra e’ necessario il disarmo.
Solo la nonviolenza puo’ salvare l’umanita’.

TESTI DI GIUSEPPE UNGARETTI

1.IN MEMORIA

Locvizza il 30 settembre 1916

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perche’ non aveva piu’
Patria

Amo’ la Francia
e muto’ nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva piu’
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffe’

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

2. VEGLIA

Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

3.DESTINO

Mariano il 14 luglio 1916

Volti al travaglio
come una qualsiasi
fibra creata
perche’ ci lamentiamo noi?

7.FRATELLI

Mariano il 15 luglio 1916

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilita’

Fratelli

4. SONO UNA CREATURA

Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916

Come questa pietra
del S. Michele
cosi’ fredda
cosi’ dura
cosi’ prosciugata
cosi’ refrattaria
cosi’ totalmente
disanimata

Come questa pietra
e’ il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

5. IN DORMIVEGLIA

Valloncello di Cima Quattro il 6 agosto 1916

Assisto la notte violentata

L’aria e’ crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
delle mie strade
ed io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia

6.PELLEGRINAGGIO

Valloncello dell’Albero Isolato il 16 agosto 1916

In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba

Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio

Un riflettore
di la’
mette un mare
nella nebbia

7.SAN MARTINO DEL CARSO

Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
non e’ rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non e’ rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E’ il mio cuore
il paese piu’ straziato
8.ALLEGRIA DI NAUFRAGI

Versa il 14 febbraio 1917

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

9.SOLITUDINE

Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917

Ma le mie urla
feriscono
come fulmini
la campana fioca
del cielo

Sprofondano
impaurite

10. MATTINA

Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917

M’illumino
d’immenso

11. LONTANO

Versa il 15 febbraio 1917

Lontano lontano
come un cieco
m’hanno portato per mano

12. SEMPRE NOTTE

Vallone il 18 aprile 1917

La mia squallida
vita si estende
piu’ spaventata di se’

In un
infinito
che mi calca e mi
preme col suo
fievole tatto

13.UN’ALTRA NOTTE

Vallone il 20 aprile 1917

In quest’oscuro
colle mani
gelate
distinguo
il mio viso

Mi vedo
abbandonato nell’infinito

14. GIROVAGO

Campo di Mailly maggio 1918

In nessuna
parte
di terra
mi posso
accasare

A ogni
nuovo
clima
che incontro
mi trovo
languente
che
una volta
gia’ gli ero stato
assuefatto

E me ne stacco sempre
straniero

Nascendo
tornato da epoche troppo
vissute

Godere un solo
minuto di vita
iniziale

Cerco un paese
innocente

15. SOLDATI

Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

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TESTI DI SALVATORE QUASIMODO
1.ED E’ SUBITO SERA

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed e’ subito sera.

2. RIFUGIO D’UCCELLI NOTTURNI

In alto c’e’ un pino distorto;
sta intento ed ascolta l’abisso
col fusto piegato a balestra.

Rifugio d’uccelli notturni,
nell’ora piu’ alta risuona
d’un battere d’ali veloce.

Ha pure un suo nido il mio cuore
sospeso nel buio, una voce;
sta pure in ascolto, la notte.

3. DOVE MORTI STANNO AD OCCHI APERTI

Seguiremo case silenziose
dove morti stanno ad occhi aperti
e bambini gia’ adulti
nel riso che li attrista,
e fronde battono a vetri taciti
a mezzo delle notti.

Avremo voci di morti anche noi,
se pure fummo vivi talvolta
o il cuore delle selve e la montagna,
che ci sospinse ai fiumi,
non ci volle altro che sogni.

4. ISOLA DI ULISSE

Ferma e’ l’antica voce.
Odo risonanze effimere,
oblio di piena notte
nell’acqua stellata.

Dal fuoco celeste
nasce l’isola di Ulisse.
Fiumi lenti portano alberi e cieli
nel rombo di rive lunari.

Le api, amata, ci recano l’oro:
tempo delle mutazioni, segreto.

25. ALLE FRONDE DEI SALICI

E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

6. GIORNO DOPO GIORNO

Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue
e l’oro. Vi riconosco, miei simili, mostri
della terra. Al vostro morso e’ caduta la pieta’
e la croce gentile ci ha lasciati.
E piu’ non posso tornare nel mio eliso.
Alzeremo tombe in riva al mare, sui campi dilaniati,
ma non uno dei sarcofaghi che segnano gli eroi.
Con noi la morte ha piu’ volte giocato:
s’udiva nell’aria un battere monotono di foglie
come nella brughiera se al vento di scirocco
la folaga palustre sale sulla nube.

7. MILANO, AGOSTO 1943

Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la citta’ e’ morta.
E’ morta: s’e’ udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
e’ caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno piu’ sete.
Non toccate i morti, cosi’ rossi, cosi’ gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la citta’ e’ morta, e’ morta.

8. UOMO DEL MIO TEMPO

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
– t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
e’ giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

9. ANNO DOMINI MCMXLVII

Avete finito di battere i tamburi
a cadenza di morte su tutti gli orizzonti
dietro le bare strette alle bandiere,
di rendere piaghe e lacrime a pieta’
nelle citta’ distrutte, rovina su rovina.
E piu’ nessuno grida: “Mio Dio
perche’ m’hai lasciato?”. E non scorre piu’ latte
ne’ sangue dal petto forato. E ora
che avete nascosto i cannoni fra le magnolie,
lasciateci un giorno senz’armi sopra l’erba
al rumore dell’acqua in movimento,
delle foglie di canna fresche tra i capelli
mentre abbracciamo la donna che ci ama.
Che non suoni di colpo avanti notte
l’ora del coprifuoco. Un giorno, un solo
giorno per noi, padroni della terra,
prima che rulli ancora l’aria e il ferro
e una scheggia ci bruci in piena fronte.

10. IL MIO PAESE E’ L’ITALIA

Piu’ i giorni s’allontanano dispersi
e piu’ ritornano nel cuore dei poeti.
La’ i campi di Polonia, la piana di Kutno
con le colline di cadaveri che bruciano
in nuvole di nafta, la’ i reticolati
per la quarantena d’Israele,
il sangue tra i rifiuti, l’esantema torrido,
le catene di poveri gia’ morti da gran tempo
e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,
la’ Buchenwald, la mite selva di faggi,
i suoi forni maledetti; la’ Stalingrado,
e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.
I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili,
dei vinti, dei perdonati dalla misericordia!
Tutto si travolge, ma i morti non si vendono.
Il mio paese e’ l’Italia, o nemico piu’ straniero,
e io canto il suo popolo e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.

11. AI QUINDICI DI PIAZZALE LORETO

Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passo’. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non e’ guardia di tristezza,
non e’ veglia di lacrime alle tombe;
la morte non da’ ombra quando e’ vita.

12. AUSCHWITZ

Laggiu’, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.

Tu non vuoi elegie, idilli: solo
ragioni della nostra sorte, qui,
tu, tenera ai contrasti della mente,
incerta a una presenza
chiara della vita. E la vita e’ qui,
in ogni no che pare una certezza:
qui udremo piangere l’angelo il mostro
le nostre ore future
battere l’al di la’, che e’ qui, in eterno
e in movimento, non in un’immagine
di sogni, di possibile pieta’.
E qui le metamorfosi, qui i miti.
Senza nome di simboli o d’un dio,
sono cronaca, luoghi della terra,
sono Auschwitz, amore. Come subito
si muto’ in fumo d’ombra
il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!

Da quell’inferno aperto da una scritta
bianca: “Il lavoro vi rendera’ liberi”
usci’ continuo il fumo
di migliaia di donne spinte fuori
all’alba dai canili contro il muro
del tiro a segno o soffocate urlando
misericordia all’acqua con la bocca
di scheletro sotto le docce a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne
di vetro ancora strette da amuleti
e ombre infinite di piccole scarpe
e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
d’un tempo di saggezza, di sapienza
dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.

Sulle distese dove amore e pianto
marcirono e pieta’, sotto la pioggia,
laggiu’, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.

13. AI FRATELLI CERVI, ALLA LORO ITALIA

In tutta la terra ridono uomini vili,
principi, poeti, che ripetono il mondo
in sogni, saggi di malizia e ladri
di sapienza. Anche nella mia patria ridono
sulla pieta’, sul cuore paziente, la solitaria
malinconia dei poveri. E la mia terra e’ bella
d’uomini e d’alberi, di martirio, di figure
di pietra e di colore, d’antiche meditazioni.

Gli stranieri vi battono con dita di mercanti
il petto dei santi, le reliquie d’amore,
bevono vino e incenso alla forte luna
delle rive, su chitarre di re accordano
canti di vulcani. Da anni e anni
vi entrano in armi, scivolano dalle valli
lungo le pianure con gli animali e i fiumi.

Nella notte dolcissima Polifemo piange
qui ancora il suo occhio spento dal navigante
dell’isola lontana. E il ramo d’ulivo e’ sempre ardente.

Anche qui dividono in sogni la natura,
vestono la morte e ridono i nemici
familiari. Alcuni erano con me nel tempo
dei versi d’amore e solitudine, nei confusi
dolori di lente macine e di lacrime.
Nel mio cuore fini’ la loro storia
quando caddero gli alberi e le mura
tra furie e lamenti fraterni nella citta’ lombarda.

Ma io scrivo ancora parole d’amore,
e anche questa e’ una lettera d’amore
alla mia terra. Scrivo ai fratelli Cervi
non alle sette stelle dell’Orsa: ai sette emiliani
dei campi. Avevano nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi d’amore nel silenzio.
Non sapevano soldati filosofi poeti
di questo umanesimo di razza contadina.
L’amore, la morte, in una fossa di nebbia appena fonda.

Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore,
non per memoria, ma per i giorni che strisciano
tardi di storia, rapidi di macchine di sangue.

14. IL MURO

Contro di te alzano un muro
in silenzio, pietra e calce pietra e odio,
ogni giorno da zone piu’ elevate
calano il filo a piombo. I muratori
sono tutti uguali, piccoli, scuri
in faccia, maliziosi. Sopra il muro
segnano giudizi sui doveri
del mondo, e se la pioggia li cancella
li riscrivono, ancora con geometrie
piu’ ampie. Ogni tanto qualcuno precipita
dall’impalcatura e subito un altro
corre al suo posto. Non vestono tute
azzurre e parlano un gergo allusivo.
Alto e’ il muro di roccia,
nei buchi delle travi ora s’infilano
gechi e scorpioni, pendono erbe nere.
L’oscura difesa verticale evita
da un orizzonte solo i meridiani
della terra, e il cielo non lo copre.
Di la’ da questo schermo
tu non chiedi grazia ne’ confusione.

15.IN QUESTA CITTA’

In questa citta’ c’e’ pure la macchina
che stritola i sogni: con un gettone
vivo, un piccolo disco di dolore
sei subito di la’, su questa terra,
ignoto in mezzo ad ombre deliranti
su alghe di fosforo funghi di fumo:
una giostra di mostri
che gira su conchiglie
che si spezzano putride sonando.
E’ in un bar d’angolo laggiu’ alla svolta
dei platani, qui nella metropoli
o altrove. Su, gia’ scatta la manopola.

16. ANCORA DELL’INFERNO

Non ci direte una notte gridando
dai megafoni, una notte
di zagare, di nascite, d’amori
appena cominciati, che l’idrogeno
in nome del diritto brucia
la terra. Gli animali i boschi fondono
nell’Arca della distruzione, il fuoco
e’ un vischio sui crani dei cavalli,
negli occhi umani. Poi a noi morti
voi morti direte nuove tavole
della legge. Nell’antico linguaggio
altri segni, profili di pugnali.
Balbettera’ qualcuno sulle scorie,
inventera’ tutto ancora
o nulla nella sorte uniforme,
il mormorio delle correnti, il crepitare
della luce. Non la speranza
direte voi morti alla nostra morte
negli imbuti di fanghiglia bollente,
qui nell’inferno.

17. EPIGRAFE PER I CADUTI DI MARZABOTTO

Questa e’ memoria di sangue
di fuoco, di martirio,
del piu’ vile sterminio di popolo
voluto dai nazisti di von Kesserling
e dai loro soldati di ventura
dell’ultima servitu’ di Salo’
per ritorcere azioni di guerra partigiana.

I milleottocentotrenta dell’altipiano
fucilati e arsi
da oscura cronaca contadina e operaia
entrano nella storia del mondo
col nome di Marzabotto.
Terribile e giusta la loro gloria:
indica ai potenti le leggi del diritto
il civile consenso
per governare anche il cuore dell’uomo,
non chiede compianto o ira
onore invece di libere armi
davanti alle montagne e alle selve
dove il Lupo e la sua brigata
piegarono piu’ volte
i nemici della liberta’.

La loro morte copre uno spazio immenso,
in esso uomini d’ogni terra
non dimenticano Marzabotto
il suo feroce evo
di barbarie contemporanea.

18. EPIGRAFE PER I PARTIGIANI DI VALENZA

Questa pietra
ricorda i Partigiani di Valenza
e quelli che lottarono nella sua terra,
caduti in combattimento, fucilati, assassinati
da tedeschi e gregari di provvisorie milizie italiane.
Il loro numero e’ grande.
Qui li contiamo uno per uno teneramente
chiamandoli con nomi giovani
per ogni tempo.
Non maledire, eterno straniero nella tua patria,
e tu saluta, amico della liberta’.
Il loro sangue e’ ancora fresco, silenzioso
il suo frutto.
Gli eroi sono diventati uomini: fortuna
per la civilta’. Di questi uomini
non resti mai povera l’Italia.
.

franco dugo– prima del bosco

franco-dugo

3 Comments

  1. nella poesia e nella letteratura si trovano le soluzioni per i grandi problemi dell’umanità, “basterebbe” leggere attentamente e mettere in pratica. Quanto sarebbe bello se tutti sapessero che non servono armi per porre fine alla guerra!

  2. condivido pienamente questa osservazione, anche se non posso che corrucciarmi per il fatto che l’arte, in tutte le sue espressioni, non sia di fatto riuscita a modificare di nulla i gesti di questa tribù a cui apparteniamo ma che dimentichiamo siano la nostra origine comune.

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