TRASMISSIONI DAL FARO N.52- A.M.Farabbi – Sulla poesia civile. Intervista a Ivan Fedeli

cemal süreya

Cemal Süreya.

Incontro con Ivan Fedeli, tra i premiati del Premio Pelagatti, uno tra gli aspetti più importanti della poesia: la sua postura e esposizione civile. Proseguo il secondo appuntamento di avvicinamento ai premiati del Premio Pelagatti 2013, di cui faccio parte nell’aver studiato le opere dei partecipanti. Le risposte di Ivan Fedeli possono suscitare in voi lettori e lettrici, magari voi stessi poeti, un commento di condivisione o opposizione. Confrontiamoci.

Rispetto alle condizioni gravissime di decadenza morale, civile, culturale,in cui versa il nostro Paese, secondo te che responsabilità hanno i poeti italiani oggi nel continuare a cantare una poesia lirica,  idilliaca, sentimentale?

  1. Parlare di responsabilità, nel campo della poesia, è fondamentale. Non credo ci sia il deserto in tale senso; come dimenticare Buffoni (in “Guerra”, ad esempio) o D’Elia (nelle varie produzioni Einaudi), solo per citarne un paio. Sono maestri in grado di offrire la bussola per una poesia che non si fermi al minimalismo o al lirismo, ma si completi nella sua dimensione necessaria, quella della riflessione etica. Questo, a prescindere dalla mia personale idea di poesia, che è rivolta a priori dallo stato delle cose, energia dirompente già in sé. Essere poeta, oggi, penso sia difficile: sulle parole si scivola, esse hanno perso capacità rappresentativa-evocativa, si assiste alla deflazione dei termini, al loro definitivo prosciugamento anche, e soprattutto, nel settore della poesia. Troppe autocelebrazioni, convinzioni più o meno motivate di appartenere a scuole che “hanno trovato la formula”, presenzialismi su riviste, blog, presunzioni di guardare in modo infecondo al passato della poesia stessa, ecco tutto questo genera una ricerca piatta e sterile, che si presenta, comunque, come nuova. La rivolta per una poesia “capace di dire” dovrebbe forse partire dalla riflessione, da parte di chi scrive, di essere parte di una molteplicità: mi piace citare Tiziano Rossi, i suoi fogli sempre pronti a ricevere appunti, note di una realtà che accade in modo veloce, tagliente, e ha la faccia di chi trovi davanti. Immagino la poesia civile, scegli tu se scrivere questo attributo, preferirei epica, proprio perché narrazione di realtà, del suo decoro a volte tragico, come presa di coscienza, umiltà di affrontare la deriva, l’assenza di destino. Immagino che solo così la ricerca poetica in Italia possa trovare soluzioni, tornare ad essere feconda.

Che cosa proporresti per intensificare una maggior aderenza tra poesia e realtà sociale? Ci puoi narrare qualche iniziativa -Editoriale o di festival – che secondo te è particolarmente interessante per colmare questo scarto, pur rimanendo di Notevole qualità artistica?

  1. Sono una persona schiva, cerco di evitare festival, incontri di massa, confronti su vasta scala. Preferisco la riflessione vera e sentita, non lo spettacolo fine a se stesso. Pertanto, per citarti un’esperienza, vorrei tornare al libro, alla carta scritta (diamine, sono proprio fuori tempo…). Ho visto nascere una collana di poesia civile nel percorso di ricerca, splendido, che da anni condivido con il gruppo de “Le Voci della Luna”. Libri che denunciano, comunicano, feriscono nella loro indagine a tutto campo in un mondo-abisso. Vorrei citarti, oltre al mio libro che conosci, tutta la collana PoEtica (edizioni Dot. Com. Press) diretta da Fabrizio Bianchi: pochi titoli ma significativi; Sergio Rotino con “Loro” , il mio “Virus”, Marilena Renda con “Ruggine”. La scommessa per una poesia in grado di incidere sulla realtà, cambiarla no, i poeti non hanno questo potere (responsabilità, sì), forse è nelle scelte editoriali di questo tipo, che presuppongono coraggio; oltre a Bianchi, ti segnalo l’esperienza di un’altra casa editrice piccola ma di livello, la Cfr edizioni di Gianmario Lucini.Come ben sai, sono mosche bianche.

Ivan Fedeli ha ricevuto la menzione speciale al premio Pelegatti 2013.

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anna maria farabbi

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