Il larice in una foresta di abeti – Daniela Raimondi

eugenijus konovalovas

Eugenijus Konovalovas  (2)

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Tempo fa, mi sono imbattuta in un articolo su internet scritto da una figlia famosa: Linda Gray Sexton, primogenita della poetessa americana Anne Sexton. L’articolo fu scritto poco dopo il suicidio di un altro figlio famoso della poesia americana: Nicholas Hughes, secondogenito di Ted Hughes e di Sylvia Plath.

L’articolo di Linda mi ha profondamente scosso e ho voluto tradurlo.

” Dal New York Times, 3 aprile 2009:

 Ho pianto per Nicholas Hughes.

Non ho mai incontrato il Dottor Hughes, eppure credo di conoscerlo a fondo.  Era il secondogenito di Sylvia Plath, poeta che si suicidò con il gas del forno nella sua cucina quando lui aveva meno di due anni.  Sono la figlia maggiore di Anne Sexton, che si suicidò con il gas di emissione della sua auto quando io avevo ventun anni.

Nicholas Hughes si è impiccato due settimane fa, all’età di quarantasette anni.  Nonostante ripetessi insistentemente che non avrei mai ripercorso le orme di mia madre, anch’io ho tentato di uccidermi.  L’ho fatto tre volte.  Ci sarei riuscita almeno in un’occasione, se lo zelo di un poliziotto non mi avesse salvato rompendo la finestra della mia auto.

Mi ha sorpreso leggere del suicidio di Nicholas Hughes? Assolutamente no.  Come mia madre scrisse in uno dei suoi testi più famosi:

Sono uscita, strega posseduta…
folle e solitaria,
con dodici dita.
Una così non può definirsi una donna.
Io sono stata una di loro.

Ogni persona che abbia seguito lo stesso cammino di depressione ereditata, quella che porta dalla sofferenza al suicidio, sa cosa significhi essere stata una di loro.
La madre di Nicholas Hughes e la mia, hanno finito per soccombere a una depressione senza tregua.  Si sono auto distrutte.  E noi figli siamo cresciuti nella rovina delle loro catastrofi personali.  La loro morte ha portato via da Nicholas e sua sorella Frieda, come da me e mia sorella Joyce, il conforto dell’amore materno.  Ancor peggio, tutti e quattro, immagino, abbiamo dovuto convivere con la cognizione che le nostre madri ci avevano, consapevolmente, abbandonati.  Cercare di elaborare e accettare questa verità è qualcosa che ti distrugge, ma è parte del processo di cicatrizzazione.  Ho voluto dar fine alla mia vita ma sono sopravvissuta, e così ora posso dare voce a quello che Nicholas Hughes, come mia madre, devono aver provato: l’assenza di qualsiasi alternativa possibile.
Ci sono studi che dimostrano come alcuni casi di depressione siano ereditari, e come i suicidi tendano a ripetersi nelle stesse famiglie.  Ma anche se non c’è l’assoluta certezza dell’esistenza di un fattore ereditario, esiste sicuramente il fattore emotivo.  Al mio quarantacinquesimo compleanno, giunta all’età in cui mia madre si tolse la vita, anch’io iniziai a sentirmi trascinata verso il suicidio come mezzo per sfuggire il dolore.  Questa è stata la mia eredità.  Immagino di non essere stata l’unico caso.  Centinaia di migliaia di persone scelgono di suicidarsi ogni anno e centinaia di migliaia di famiglie vengono distrutte da queste perdite.
Naturalmente, non tutti reagiscono nello stesso modo.  Mia sorella, per esempio, non parla pubblicamente di nostra madre e sicuramente non pensa di essere ‘una di loro’.  Forse Frieda Hughes è come Joyce, forse un tempo anche suo fratello lo era stato.  O forse entrambi erano più simili a me, dando voce a quello che ci era successo nel tentativo di guarire dal passato.  Mia madre mi diceva sempre: “dai voce alla verità”, e credo che pensasse, come me, che fosse importante compartire certe esperienze di depressione con altri che soffrono allo stesso modo, il nostro modo.  È per questo che abbiamo bisogno di parlare della nostra esperienza con gli altri, di aiutare le famiglie ad affrontare il problema dei loro figli depressi, dei loro fratelli, dei genitori.  È per poter intervenire e alterare l’oscura eredità del suicidio.  Anche il mio figlio maggiore sta lottando contro la depressione e il rischio di aver ricevuto la stessa eredità, ma anche lui mi spinge a parlare di questi problemi, proprio come fece sua nonna.
È triste sapere che ora non sarò più in grado di conoscere Nicholas Hughes.  Di lui so che era un dedicato biologo marino e che viveva nelle foreste dell’Alaska.  So che era molto più di un suicida.  Durante una cerimonia in sua memoria, un suo amico ha scritto che era il tipo d’uomo capace “di cercare un larice in una foresta di abeti.”  Spero che sia riuscito finalmente a trovarlo.

Linda Gray Sexton.

 

(Traduzione: Daniela Raimondi)

 

 

5 Comments

  1. Non saprei dire meglio rispetto al commento precedente; aggiungo soltanto che apprezzo la messa in evidenza del lato umano (e in questo caso doloroso) che sempre accompagna la poesia che più amiamo. Grazie per aver ricordato Sexton, Hughes e Plath.

  2. Bello. Mi ha fatto pensare alle
    parole incise sulla lapide di Sylvia Plath,
    nel piccolo cimitero di Heptonstall:
    “Even amidst fierce flames
    the golden lotus can be planted.”

  3. è una pagina viva e tradurla non deve essere stato semplice
    certe parole tagliano la carne, hanno la punta affilata

    benvenuta nella casa sensibile Daniela

  4. Ciao e grazie a tutti voi.Ho scritto ieri un messaggio ma deve essersi perso.
    Sì,una pagina dolorosa ma in fondo anche piena di speranza,nel senso che, come l’autrice di questo testo, c’e’ anche chi riesce a superare queste terribili prove della vita…Un saluto a tutti.

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