TRASMISSIONI DAL FARO N.51-Anna Maria Farabbi intervista a Daniela Raimondi

J. T.

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DOPO IL PREMIO PELAGATTI 2013: INTERVISTA A DANIELA RAIMONDI

Ho partecipato allo studio delle opere in concorso alla quindicesima edizione del Premio Nazionale di Poesia “Oreste Pelagatti” 2013, Città di Civitella del Tronto, per la sezione editi. Onestà, rigore e passione sono la condivisione totale in cui si radica la giuria. Qui non mi interessa fare nomi e cognomi ma precisare che uno degli obiettivi del premio è stato quello di creare per i vincitori una pubblicazione in braille, grazie alla collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, sezione di Teramo.
Da sempre cerco, lavoro, mi esercito in modo che il segno della mia ricerca interiore coincida con quello artistico e civile, facendo per terra e sulle carte sensibili un segno politico, limpido, onesto, umile, ma profondo e deciso.Le interviste che seguono – a puntata – vogliono portare in luce la relazione tra l’artista e il mondo perché la poesia è nel mondo. Dovrebbe sfondare confini e barriere architettoniche e culturali. Congiungere, annodare, svegliare cervelli e cuore.

Comincio a chiedere a Daniela Raimondi:

1)  Abiti all’estero. Vorresti dirci dove e come il paese della tua attuale  residenza vive la cultura e la poesia. In quali forme diverse dall’Italia?

 Sebbene abbia vissuto la maggior parte della mia vita all’estero, mi sono avvicinata al mondo della scrittura poetica solo attraverso l’uso della lingua italiana.  Certamente sapere l’inglese mi ha aiutato, non solo a conoscere autori dell’area anglosassone senza il filtro della traduzione, ma anche a formare i miei gusti letterari e la mia scrittura.  Resto però convinta che quando scriviamo poesia, attingiamo alla lingua del latte e delle ossa piccole, cioè alla lingua materna.  Vivo la poesia quasi esclusivamente nell’ambito italiano.  Solo ultimamente ho pubblicato un’antologia bilingue di mie poesie e mi sono avvicinata ai concorsi letterari in inglese.  Un comportamento alquanto sorprendente per un poeta che vive all’estero, anche perché credo che a Londra la poesia sia più popolare di quanto lo sia in Italia.  Ogni libreria di quartiere ha dei gruppi di lettura o di scrittura creativa molto frequentati.  Qui poeti e scrittori in erba si incontrano per scambiarsi opinioni, darsi consigli, leggere e correggere a vicenda i propri testi.  Spesso questi piccoli circoli culturali invitano poeti affermati a laboratori di scrittura nei quali altri poeti possono avere i propri testi valutati e migliorati.  Ecco che la poesia diventa un’esperienza collettiva, si espande, rende partecipi altre persone.  Non a caso in Italia si usa una terminologia anglosassone per definire aspetti e situazioni che hanno a che fare con la poesia: poetry slam, poetry reading, creative writing, oggi sono termini entrati a far parte del gergo dei poeti.Ricordo che anni fa a Londra il comune promosse una massiccia campagna di diffusione della poesia.  Ogni vagone di metropolitana era tappezzato di testi poetici.  Migliaia di pendolari, invece di fissare le pubblicità di assicurazioni, agenzie di viaggi e dentifrici miracolosi, iniziarono a leggere i versi di Emily Dickenson, T.S. Eliot, Ted Hughes.  L’esperimento ebbe tanto successo che fu ripetuto anno dopo anno e portò alla nascita di ben sette volumi di “Poems on the Underground”.

Non credo che gli inglesi abbiano uno sviscerato amore per la poesia impresso nel loro DNA.  Forse è semplicemente che, in quell’isola, la poesia viene insegnata meglio nelle scuole.  Inoltre, i maggiori quotidiani hanno rubriche riservate a letture poetiche e programmi di poesia vengono diffusi dalle maggiori emittenti radiofoniche e televisive.  Ricordo una serie eccellente della BBC, dove settimanalmente si presentavano le voci più famose della poesia anglosassone.  Questi programmi ebbero un grande successo, e si consideri che venivano trasmessi in prima serata.  Credo che questo sarebbe impensabile nel nostro paese.  Forse in Inghilterra esiste una percezione diversa del poeta.  Lo scrivere poesia viene giudicato come un vero lavoro, con una sua dignità.  In Italia un poeta difficilmente si presenterebbe a uno sconosciuto definendosi come tale.  Mentre nel nostro paese succede spesso che un autore pubblichi le proprie poesie su riviste specializzate senza ottenere nessuna retribuzione, in Inghilterra gli autori ricevono un assegno nella posta ogni qual volta una loro poesia appare in una rivista o in un quotidiano.  Basta leggere i diari di Sylvia Plath per rendersi conto di come, seppur molto giovani e non ancora particolarmente famosi, lei e il marito riuscissero a sbarcare il lunario con il solo guadagno ottenuto dalla pubblicazione delle loro poesie in giornali e riviste.  Nel mondo anglosassone, i maggiori poeti sono in grado di vivere della loro arte.  Non so quanti poeti in Italia possano dire lo stesso. 

La poesia è sempre stata considerata come una scrittura d’élite, come qualcosa di nicchia, non diretta al grande pubblico.  Questa è un’opinione che rispecchia una verità generale, ma mi sembra particolarmente applicabile in Italia.  Sicuramente la poesia non è un prodotto che vende, quindi non è economicamente vantaggioso pubblicarla. Eppure in Inghilterra ci sono stati libri di poesia che sono diventati dei best-seller.  ‘Lettere di Compleanno’ di Ted Hughes, per fare un esempio, ha venduto oltre 500.000 copie.  Ho letto che in Italia i libri di poesia di successo non arrivano a vendere mille copie, un numero irrisorio se messo a confronto con i paesi di lingua anglosassone.  Ma si sa: noi italiani leggiamo poco.  La poesia viene percepita come un’oscura forma d’arte, qualcosa spesso incomprensibile e di faticosa lettura. 

Credo che questa situazione sia soprattutto imputabile a come la poesia viene insegnata nelle scuole.  Se si legge il programma di letteratura che i ragazzi inglesi di sedici anni devono portare agli esami, si nota una scelta di 15 poeti. Insieme a Shakespeare, Robert Browning e a qualche sporadico nome dell’epoca vittoriana, ho incontrato autori come Carol Anne Duffy, (1955) Sophie Hannah (1971) Grace Nichols (1950), Brian Patten (1946) Choman Hardi (1974) Tony Harrison (1937), Ian McMillan (1956).  Si tratta per la maggioranza di poeti viventi, spesso di autori giovani.  Questo incoraggia i ragazzi a leggerli, perché le loro poesie riflettono un mondo in cui essi possono riconoscersi, inoltre il loro linguaggio è più comprensibile e meno intimidatorio di quello di poeti di secoli fa.  Questo approccio permette un’ampia scelta agli studenti, dà loro la possibilità di trattare temi di attualità, di entrare in contatto con linguaggi poetici nuovi e più accessibili.

Eppure in Italia la gente ama la poesia.  Basta notare quante persone scrivono versi, quanti di loro partecipano ai concorsi letterari.  Il problema non è l’aspetto elitario della poesia, ma come questa viene proposta ai giovani fin dalle aule scolastiche, cioè come un dovere fastidioso, qualcosa da imparare a memoria che spesso non viene nemmeno compreso.  Rimane il fatto che il bisogno di poesia esiste e resta vivo nonostante tutto.  Il problema è che solo pochissimi leggono poesia, ancor meno sono quelli che la comprano.  Gli unici ad acquistare libri di poesia sembrano essere i poeti.  In questo modo il cerchio si chiude su se stesso, diventa un cane che si morde la coda, qualcosa senza possibilità di espansione o sviluppo.

2)   Che significa per te partecipare a concorsi letterari per l’edito, come in questo caso, o per l’inedito?

Questa risposta si riallaccia a quella precedente.  Trovandomi in Inghilterra, soprattutto quando internet era ancora un fenomeno semi sconosciuto, i concorsi erano l’unico filo di collegamento fra la mia poesia e il mondo.  É attraverso i concorsi che ho iniziato a cercare punti di riferimento con altri poeti in Italia.  In particolare, una volta che ho iniziato a pubblicare libri, i concorsi per opere edite mi hanno dato la possibilità di essere letta da giurie qualificate, di diffondere le mie opere e far conoscere il mio lavoro.  Senza i concorsi mi sarei trovata totalmente isolata.  In un sistema spesso chiuso ed elitario come quello delle riviste letterarie, dei reading e dei festival di poesia, i concorsi letterari, soprattutto quelli per opere edite, restano un importante punto di riferimento.  Nel mio caso particolare, di poeta che scrive in italiano all’estero, i concorsi si sono rivelati uno strumento indispensabile di incontro e di confronto nell’ambito della scrittura e della poesia.

 

Daniela Raimondi si è classificato al terzo posto con il suo libro Diario della luce, Mobydick, 2011.

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12 pensieri su “TRASMISSIONI DAL FARO N.51-Anna Maria Farabbi intervista a Daniela Raimondi

  1. Pingback: Intervista sul Blog Carte Sensibili | Daniela Raimondi

  2. Sono davvero felice di trovare Daniela Raimondi sulle pagine di Cartesensibili!

    E’ un’autrice che conosco da molti anni, che non si è mai stancata, nonostante le difficoltà, di cercare lo scambio, attraverso la conoscenza della poesia altrui, attraverso una continua ricerca, l’ascolto, l’attenzione.

    Ne ho potuto verificare la crescita instancabile, l’incessante mettersi in gioco e in discussione. E’ un’autrice talentuosa e tenace per la quale la poesia è davvero parte della vita.
    Sono felice che la sua poesia possa trovare lettori anche qui!

  3. Attraverso Anna Maria che ha lanciato la proposta Daniela raimondi collaborerà con cartesensibili per la presentazione di poesia, o più genericamente di letteratura, che riguardano il paese in cui abita, l’Inghilterra, aprendo così la conoscenza e lo sguardo su approcci diversi o particolari di quel paese.
    Ringrazio entrambi, Anna e Daniela, per questo scambio. f.f.

  4. Ho letto con grande interesse e partecipazione questa intervista, anche ma non solo perchè dice di cose che sostengo da tempo immemore. Conosco e apprezzo la scrittura di Daniela Raimondi e posso solo dire di essere davvero felice della sua prossima collaborazione con Carte Sensibili, collaborazione che abbraccerà un’area di interesse a me molto cara. Spero di leggerti presto Daniela. Saluti a te, Fernanda e Anna Maria

  5. allora potrebbe essere, visto il tuo interesse per l’arte a tuttotondo che tu potresti inviarci, se ne hia voglia e tempo, delle apertutre sulla fotografia, il teatro o il cinema, o la produzione d’arte di quel paese.Che ne dici Federica? Intanto un grande grazie per essere qui. f

  6. Cara Fernanda, leggo solo ora il tuo intervento/invito a me rivolto; ecco perchè rispondo con ritardo. Sarei davvero lieta di abbracciare il tuo bellissimo invito. Avrai presto mie nuove. Grazie di cuore

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