VIOLENZA E’ ANCHE QUESTA- Elisabetta Pendola

caryn drexel

caryn drexel

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Le parole che seguono sono parte di una testimonianza di internamento psichiatrico

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“… gli infermieri si erano magicamente trasformati dai secondini della notte in una nuova cricca di carcerieri, nessuno sapeva chi dei due aveva sbagliato e la punizione delle sigarette scattava, per entrambi, per cui ti potevi solo augurare che nessuno durante la notte invadesse i tuoi sogni. Andava così, a volte i sogni si confondevano. Però nessuno dopo si sarebbe mai detto disgustato, o scandalizzato, per noi era abbastanza normale abbracciarci, posare la testa sulle spalle di qualcuno, anche lo psicopatico killer o la leggera depressa o la maniaca suicida (che era tornata troppe, troppe volte, ed ero diventata così coriacea che spesso mi chiedevo se qualche volta sarebbe stata la volta buona) quella solo un po’ confusa diventavano tuoi uguali, mentre guardavamo una televisione posta troppo in alto per poter cambiare canale, e il cui telecomando si eclissava nelle borse o nei cassetti o nelle scarpe di qualcuno troppo velocemente per potersene appropriare ed avere un qualche controllo sui canali, sapere che potevi in qualche modo ancora scegliere qualcosa. Io non potevo mangiare, e per una legge del contrappasso autoinflitta, desideravo perversamente vedere solo Benedetta che faceva il salto della padella. Nessuno andava in bagno di notte, perché le terapie notturne erano così forti che anche la vescica spesso rimaneva ibernata, e non era ancora arrivato l’orario del cambio del turno, per cui anche tutti gli infermieri dormivano, di là, chiusi a chiave per cui era in qualche modo vietato sentirsi male di notte, nello stanzino dei cassettoni pieni di medicinali, per lo più psicofarmaci, calmanti, ansiolitici, sedativi, antipsicotici, in un reparto di psichiatria di solito non è necessario un defibrillatore, di un siringhe, bende, sui materassi raffazzonati l’uno accanto all’altro che prendevano liberamente dalle barelle rimaste libere. Disinfestandole ogni sera da ogni sorta di batteri che noi emanavamo. L’ospedale non era sempre gremito di pazienti. C’erano anche molti buchi vuoti in cui poter impersonificare una nuova follia, inscenare il casino di due o tre pazienti messi assieme. Che pazienti erano poco perché evidentemente se c’erano erano stati portati lì a forza, senza il loro permesso, con la cartella clinica barrata di un inchiostro rosso violaceo che urlava incapace di intendere e di volere, coercizione e reclusione forzata, autorizzazione del sindaco di firenze. Il sindaco! E come si arrabbiavano, non era nemmeno uno psichiatra a giudicarli. Per quanto si sarebbero arrabbiati lo stesso, solo che se non altro il giorno dopo se ne sentivano di uscite carine sulla politica che manovrava Firenze. Poi se ne scordavano. ce ne scordavamo tutti, il motivo vero per cui eravano stati portati lì. Facevamo spesso solo in modo di ottenere rinvii a giudizio.Quel giorno mancava veramente poco al cambio del turno, e c’era quell’infermiera un po’ isterica, che ci allungava una tazzina di caffè buono della loro moka la mattina, non si poteva! … mi svegliavo quatta e silenziosa e strisciavo davanti alla porta chiusa a chiave a elemosinare la sua pietà, tanto non occorreva avere una dignità lì, ecco, la cosa migliore che ricordo della mia vita in ospedale è che lì non bisogna lottare tutto il santo giorno per guadagnarsi la dignità, non esiste un senso dell’onore esistono solo i codici dell’ospedale, le lagne sono ammesse perché sanno come zittirti, e allora tu ti lagni, e sai che vieni zittito finché non ricominci, tu chiedi anche quando sai che ti diranno di no, perché stai così in basso e hai così poco da fare tutto il giorno ed è anche quello che si aspettano da te, che ti umili da solo e ti piacciono tanto i sì che i no, perché quando ti dicono di no, puoi urlare, pestare i piedi, mandare a fanculo anche Dio, tutto avviene e scompare in pochi attimi e viene dimenticato, non è necessario avere un contegno, non è necessario fare bella figura, i dottori ti pretendono malato,…”

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(Da: http://elisabettapendola.com/2013/05/31/lincendio/)

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RIFERIMENTO IN RETE

http://ludmillart.wordpress.com/2013/06/13/in-rete-contro-lorrore-opg/

 

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