ISTANTANEE -La Versione di Giuseppe – Poemetto per Don Tonino Bello

olaf hajekBlack-Widow

.

.Confido

Confido nel fiato della neve
che incede il passo semplice del monte;
il suo volto luccica millenni nella pietra cavata a valle.
La grandezza è nelle mani che hanno solchi
e calli, ossa dure di lavoro; nel legno
che ha essenza di rispetto,
per la fame, la ricchezza della pioggia,
per l’abbraccio liberato di un dolore.
Ricca è la pazienza dell’inverno, nei vecchi
che hanno secchi gli occhi; ricco il tenersi indosso
cose vecchie: care per il consunto delle rughe;
vero il coraggio della paura, il sapersi poca cosa;
pensare che sia bene stare fermi, l’ascolto, la fatica,
la confessione di un bisogno.
Dono è il corpo di un malato, il suo sguardo
che accende dentro; è l’umiltà di chi sta zitto
davanti al farsi buio.
L’oscuro che rallenta, intimidisce anche l’aria.
Restare soli fa misura di quanto è niente il corpo,
grande l’orto, il cristo che lo ara.
L’odore della terra fa spazio al cielo, al suo stare
conficcato in questo mondo dove povero è chi non osa
guardare il suo cuore scuro.
E muove il mare il volto di una madre,
il suo avanzare dritta nel perdono.
Perdono è chiedere alle mani che raccolgano
noi nel nostro grano, nel fiero della cenere, nell’ombra,
accettino un dono così misero, quello che siamo
e che non siamo.

*

I prati fanno nodo in gola oggi che è ancora inverno.
I campi aperti dalla neve stanno fermi
dove il fiato cede al fare lento delle cose.
Nel tempo immobile tutto trova posto
meno il cuore che si muove a balzi fra l’uno
e l’altro istante.
E fiero arriva il buio
come un uomo grande – spaventoso – a dire
che il pensiero è sempre troppo
svelto, corre come fa un temporale estivo
scroscia dentro i solchi cercando rese
valli aperte, nomi
dove spezzare il seme come un pane.
Fragile natura che non mi posi,
aiutami a restare salda al passo quieto degli abeti
e sopra e sotto l’orto abbandonare il peso
lasciare che l’amore mi addolori
e poi mi superi come un miracolo possibile.

*

Per aderire alla terra, stare ferma nel corpo
dell’erba, nel canto notturno dei faggi frugati dal buio,
dove il suono è un bisbiglio che dilata il perdono.
Come una mano mi apro al tocco dell’aria.
Nella casa che aro di lingua e di fianchi cerco l’ascolto
a cui mi invita il dolore. Nel luogo antico,
dove anche il vento raduna le foglie sui cumuli spenti
e la vita rivela che la sorpresa è del fiore, quando senza
pensiero di cosa, respira l’abbraccio del seme.
In nome di fame cerco il luogo sopito.
Senza possesso di lama né del suo intento
restare vibrante, in attesa, profonda di desiderio,
priva di forza ma tesa nella coscienza di essere
la metà del sentire, o meno, o niente.
Placata come la neve, sgorgare nel cielo
come un pudore nel fragore secco del sole.

Iole Toini

**

Primo amore

ho parlato con le cose
Perché le parole sono sporche
Sulla facciata di una chiesa una volta lessi
Che è difficile pisciare controvento
E così anche queste poche lettere
Hanno perso consistenza
Si sono lacerate
Ridotte a brandelli
C’è questa perdita enorme d’innocenza
Come se non si potesse mai più tornare indietro
Ma è nel cuore che non posso entrare
È stato chiuso
Come un locale pronto alle ferie
Quando devi ricevere una notizia
Vorresti sempre quella buona prima
Perché la cattiva già la sai
L’hai commessa
C’è un palazzo maestoso
Si consegnano fiori agli ospiti
E per le conseguenze tocca all’amore
Perdonare
Barare
Fuggire
Diceva una poesia che quando fa male
Torniamo su certi luoghi
A pensare al primo amore.

Carmine Vitale

*

I viandanti

Hanno occhi spiaggiati, quei morti,
e dormono in letti di sabbia,
in carezze scomposte nella mano.
Ciò che i pavidi vedono ombra
è solamente corpo straniero:
il nostro stesso corpo,
un corpo devastato dalla distribuzione
del grasso.
Piangono angeli, i viandanti,
ed è pianto livido di ombre:
scrutate con dispetto,
esiliate in angoli di strada,
vendute un tanto al chilo.
Dormono in suolo di ore cedute,
i viandanti, e non hanno ninnoli
nella voce quando narrano
i conti dell’esilio.
Vorrebbero un giocattolo nuovo,
i viandanti, e sarebbe il primo.

Stefano Giorgio Ricci

**

… si violenta tutto! E non soltanto le cose. Ma anche le persone! Il corpo,
degradato a merce di scambio, è divenuto spazio pubblicitario e manichino per prodotti di consumo.

Corpi    ancore sospese
tra voragini di milioni
e milioni di anni
luce e cellule mutanti
esposti corpi    non ancora raggiunti     che prestiamo
senza paura né coraggio     alle mani del silenzio
corpo disegnato     che scolpisce i suoi miraggi
resine     nel ventre del giorno
e nella madre mare     di vetri spessi
lungo le mura della notte corpo    naufragato    che navighiamo
come un viaggio mai concluso      corpo
amato    guardato e mai spezzato
corpo come una fossa
varcata mai ma    soglia    del corpo
senza casa    in un segno rilucente    corpo
veggente    dentro i sentieri del baratro
lontano corpo mai nato e generato corpo di un corpo sconosciuto
corpo distanza e ritorno
corpo di grazia e dell’apparenza
corpo   nostra stanza    flusso del tempo
corpo che fruga   la fuga del vuoto
che salta che trema
corpo che ama e divora il suo
corpo che prega    che ride che uccide
corpo che inventa    ogni parola    e ne incarna i suoi corpi
in vena la fiamma di tante passioni
svertigina la morte
come corpo dei corpi
altalena    senza corda
che miete le sue mille erbe
corpo a cui piace avere una coda
corpo cometa
immagine e impronta
corpo dell’ombra che cade per terra
che affila i miei piedi e ha un profumo nel fianco
corpo trattato    ritratto dal confine
corpo lungo   quanto tutto l’indicibile
asse della pietra e corpo senza più fiato
germe del corpo portato nella sacca
corpo   non corpo    bagnato dalla pena
corpo scrittura    e lente
amato corpo    misura   di un niente.

fernanda ferraresso

..

olaf hajek

olaf hajek-blackantoinette07.

Non si ha idea, quando si nasce, di che cosa si é. Nascere è sorprendentemente facile e al contempo difficile. Basta un attimo e l’attracco a questo corpo viaggiante che è la terra si perde. Tutto entra in un gioco difficile delle assenze. Eppure essere qui, sempre, è essere comparse, non soggetti permanenti quali invece noi, in ogni modo, vorremmo che fosse. Il gioco tragico della vita implica una drammaturgia che non siamo noi ad operare se non per tratti, fino a delle biforcazioni  in cui la vita e la morte impongono scelte, le loro, alle nostre. Eppure questa relazione è una relazione obliqua e clandestina in cui tutto e tutti, nel prima e nel dopo che chiamiamo storia, passato e futuro intervengono incessanti. Per scoprire il senso primo dell’essere non è possibile abbandonare la condizione umana, noi vi siamo sempre completamente immersi, da un versante visibile a quello non visibile ma percepibile da cui l’altro, gli altri, l’altruità si convoca in noi e ci parla, attraverso appunto una percezione sensibile.
Il corpo si fa chiave ed è possibile praticare ciò che è la nostra essenziale sostanza, la polpa che nutre questa sostanza, semplicemente vivendo la complessa organicità che la vita offre, in un continuo che attraversa il tempo, che sprofondandosi entra la materia stessa dell’universo.

In questa nostra epoca disumanizzata, in cui si dovrebbe essere  fortemente critici nei confronti dello sclerotizzarsi di movimenti e partiti sorti in difesa di precisi ideali e via via smarritisi nella ricerca della propria identità autoreferenziale e lontani dai fatti della gente, il corpo es-posto nudo e organico incontra tutti gli altri corpi e lo scandalo  è non percorrere la distanza che ci approssima ad una verità irriducibile in cui l’essere è il singolare in cui tutto è sempre anche dopo la vita individuale. L’ universale singolare perché si es-perisce vivendo e morendo in un continuo viaggio, in una molteplicità di cammini  in cui siamo claudicanti, ignoranti di ciò che sia il tutto, di cui siamo sempre corpo.
Per questo ho scelto di ripescare alcuni testi da un lavoro collettivo, curato da Abele Longo,  la cui sostanza è la complessità data da un testo frutto di molti  rami  che si sono uniti in un solo corpo, un solo albero, singolare collettivo. I testi presentati appartengono alla raccolta La Versione di Giuseppe – Poemetto per Don Tonino Bello, Edizioni Accademia di Terra d’Otranto, 2011 in cui sono presenti testi di Cristina Bove, Doris Emilia Bragagnini, Simonetta Bumbi, Marilena Cataldini, Anna Costalonga, Fernando Della Posta, Margherita Ealla, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Giancarlo Locarno, Abele Longo, Domenica Luise, Malos Mannaja, Nina Maroccolo, Vincenzo Mastropirro, Antonella Montagna, Stefano Giorgio Ricci, Antonio Sabino, Iole Toini, Pasquale Vitagliano, Carmine Vitale.

fernanda ferraresso

5 Comments

  1. “Per scoprire il senso primo dell’essere non è possibile abbandonare la condizione umana…”

    hai toccato il perno attorno a cui muoversi.

    Grazie Fernanda, del tuo instancabile prezioso lavoro di condivisione.

    E grazie di aver ricordato questo lavoro promosso da Abele, che mi ha dato moltissimo.

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