Mariagrazia Pelaia riporta alla luce LA CIVILTA’ DELLA DEA di Marija Gimbutas – Lettura critica di Vittoria Ravagli

Schizzi di figure della dea dal libro di Marija Gimbutas “The Language of the Goddess”

Sketches of goddess figures from Marija Gimbutas's book

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LA CIVILTA’ DELLA DEA di Marija Gimbutas – cura e traduzione di Mariagrazia Pelaia

Questa eccezionale opera – la più importante di Maija Gimbutas – edita nel 1991 con il titolo “The civilization of the Goddess: the world of old Europe, è stata di recente tradotta per la prima volta in italiano. Si tratta di una testimonianza estremamente interessante per chi voglia approfondire un periodo sconosciuto ai più ed una civiltà che per milioni di donne resta “l’utopia possibile”, così bene raccontata e ricostruita da una donna speciale, alla quale ci riferiamo con grande gratitudine ed ammirazione, Marija Gimbutas.

La prefazione pone in modo chiaro la visione di Gimbutas, il suo punto di vista sulla definizione di “civiltà”.

“…Secondo le ipotesi degli archeologi e degli storici la civiltà implica un’organizzazione politica e religiosa di tipo gerarchico, un’economia bellica. […] Io contesto la tesi che la civiltà si associ esclusivamente a società guerriere androcratiche. Il principio su cui si fonda ogni civiltà si trova al livello della sua creatività artistica, nei suoi progressi estetici, nella produzione di valori non materiali e nella garanzia della libertà individuale che rendono significativa e piacevole la vita di tutti i cittadini, nel quadro di un equilibrio di potere equamente ripartito tra i sessi.”

Sostiene quindi che la civiltà fiorita nell’antica Europa fra il 6500 e il 3500 a.C. ed a Creta fino al 1450 a.C. – il neolitico europeo – non va considerata parte della preistoria, ma una vera e propria civiltà, ricca di tutte quelle caratteristiche che ne provano un’esistenza piena: grandi concentrazioni abitative, templi, case a più piani, artigiani di grande talento, commerci fiorenti. Non è certo l’economia di guerra a dare il segno dell’evoluzione dell’uomo. Nei suoi scavi, nei suoi studi risalenti al Paleolitico e al Neolitico, M.G. non ha trovato mai resti né rappresentazioni di armi per offesa, né strumenti bellici; gli agglomerati abitativi risultavano privi di fortificazioni.

La religione, con i suoi simboli, la sacralità della donna e della vita, sono centrali in questo tipo di società. La divinità primordiale era femminile, i simboli e le immagini raffigurano una Dea “che genera se stessa…Datrice-di-vita, Datrice-di-morte e Rigeneratrice..”. Nell’antica Europa, pur essendovi una struttura sociale, in cui vi è una posizione privilegiata della donna, non vi è sottomissione dell’altro sesso.

Il punto di forza di Marija Gimbutas, nel trasmetterci la sua lettura degli infiniti ritrovamenti da lei fatti, studiati, catalogati, indicati con una precisione che stupisce, sta nell’applicare al suo lavoro di archeologa un approccio aperto, forte di molte conoscenze e studi complementari, che rendono la sua tesi una somma di sapienze, di informazioni che si incrociano, si compenetrano e ricreano la storia della gente attraverso le loro vite, i passaggi, le evoluzioni. Lei ha fondato una nuova disciplina, l’archeomitologia, che permette una lettura interdisciplinare.

Questa bella opera, molto ben tradotta e curata è in due volumi. Nel primo si tratta della diffusione dell’agricoltura nell’Europa, in un capitolo estremamente interessante e si prendono in considerazione, una ad una, le tante culture neolitiche dell’Europa centrale e sud-orientale, dell’Europa settentrionale, dell’Adriatico e del Mediterraneo centrale, dell’Europa occidentale. Per ogni gruppo e zona si descrive cronologia e spostamenti, l’evolversi dell’agricoltura, l’apparire degli animali domestici, la tipologia degli abitanti, l’economia, l’architettura, il commercio e le ceramiche, la forma d’arte presente, i luoghi in cui sono stati fatti gli scavi, i segni e il loro ripetersi in una grande parte dei siti esaminati. Inoltre un approfondito studio dei luoghi di culto e di sepoltura, i cambiamenti, le evoluzioni, gli spostamenti. Tutto viene catalogato e descritto, luogo per luogo, civiltà per civiltà. Le statuette, trovate ovunque, riportano l’immagine della Dea Madre nelle sue diverse rappresentazioni con la testa di uccello, orso, cervo, rana,… forme di donna con grossi seni e grandi natiche. I simboli richiamano la creazione, la morte, la trasformazione.

L’evoluzione dell’arte e dell’architettura va di pari passo con l’evoluzione della civiltà, che ci viene descritta con estrema precisione, con mappe, disegni, raffronti.

Esaminato questo immenso lavoro, provo una profonda gratitudine per Marija Gimbutas e ammiro la sua tenacia, la sua costanza, la forza con cui ha voluto lasciarci questo suo messaggio che non è qualcosa di astratto e sognato ma è il frutto del lavoro di una vita, della sua immensa esperienza, della collaborazione con altri studiosi che l’hanno supportata, nonostante le diffidenze, le difficoltà incontrate. Perché si sa che la sua tesi non è piaciuta, non piace a molti, perché controcorrente, perché porta i semi del necessario cambiamento.

Nel secondo volume si tratta in particolare della religione della Dea, della struttura sacra che appare chiara in moltissimi reperti, di quella sociale, delle invasioni che hanno portato alla fine di questa cultura e ad una profonda trasformazione della civiltà dell’antica Europa; il passaggio alle società di tipo patriarcale, dedite alla pastorizia e alla guerra.
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reperti da signs out time

signs out time.

La religione della Dea ha, secondo M.G., antichissime radici. Già si sono trovati reperti che la richiamano al Paleolitico inferiore, più di cinquecentomila anni fa. Via via nei millenni le immagini si evolvono, pigliano forme più chiare, ma la divinità da sempre pare abbia sembianze femminili.

La Dea madre è il principio, dà la vita, la protegge, accompagna nella morte e nella rigenerazione. E’ il rinnovarsi ciclico della vita, in tutte le sue forme. Infinite le statue piccole e grandi della Dea madre; tanti gli aspetti, le funzioni a lei attribuite in un crescendo di bellezza in particolare con la fioritura della ceramica nel Neolitico. Anche in questo volume vi è una grande quantità di immagini catalogate e spiegate in modo esauriente. Ricordi della Dea, ancora oggi, ci scrive M.G., rivivono nelle favole, nei riti, nei costumi di parecchi paesi europei.

“…La potente Dea non è stata cancellata dal mondo mitico, ma vive in tutta l’Europa: è la Ragana baltica, la Jedza polacca, la Mora e Morava serba, la Mari basca, la Morrigan irlandese e la Baba Yaga russa…..Nonostante gli estremi tentativi di sradicarla in epoca storica, in particolare quelli compiuti dall’Inquisizione europea nel Medioevo quando praticamente ogni donna sapiente e influente fu bruciata, la sua importanza nella vita e nelle favole non scompare. La Dea della Morte e della Rigenerazione fu demonizzata e degradata nell’immagine familiare e largamente diffusa della strega. E così le è toccato rappresentare tutto ciò che è negato e considerato cattivo nell’ambito di questa mitologia del dualismo relativamente recente. E’ un rovesciamento completo della religione dell’antica Europa che concepisce la vita e la morte e tutte le polarità cicliche come sacre e inseparabili. La terra non è più considerata nostra Divina Madre da cui siamo tutti nati e a cui torniamo dopo la morte. Ladivinità è stata confinata al cielo e la terrà è diventata luogo di esilio…”
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Nel capitolo che riguarda la scrittura sacra, M.G. sostiene che la cultura ufficiale non ha voluto prendere in serio esame il fatto che sia esistita una scrittura che risale a circa 8000 anni fa. I reperti sono ricchi di questa scrittura (non leggibile, perché manca la scoperta di una “pietra di Rosetta” che ne permette la comprensione) e sono legati alle offerte votive, al culto della Dea. Anche su questo argomento molti sono gli esempi, i disegni, le foto, i simboli, le indicazioni e i raffronti dei reperti delle varie aree geografiche.

Scrive Gimbutas che un grande ostacolo nello studio delle società antiche è il volerle pensare come simili alla nostra. La cultura del XX secolo tende a descrivere il matriarcato come specchio del patriarcato, pensando ad una gerarchia con le donne al posto degli uomini. Ma non era così. I rituali collettivi vedevano una posizione privilegiata della donna nella vita religiosa; la struttura della società era matrilineare, con linea di successione ereditaria al femminile. Eppure nell’antica Europa non si trova segno di repressione sugli uomini, ma una struttura equilibrata tra i sessi, una società gilanica “…termine coniato da Riane Eisler (da gyne, riferito a “donna”, e andros, “uomo”, uniti dalla lettera l che sta per lyein,”slegare” o lyo, “liberare”.)”

Questo tipo di società ha reso possibile una coesistenza pacifica di cui hanno potuto godere i popoli della vecchia Europa per millenni. Poi è iniziata la fase della decadenza, che coincide con il processo di indoeuropeizzazione del continente, con l’arrivo di popolazioni dalla Russia attraverso un flusso costante ed uno scontro continuo di culture e di ideologie.

L’ultimo capitolo studia e descrive questo complesso periodo, la cultura patriarcale degli invasori Kurgan, il diffondersi della sua influenza. I popoli della vecchia Europa, dediti all’agricoltura, con i villaggi privi di fortificazioni, sono facili prede di questi guerrieri invasori. Così si passa da una economia agricola, pacifica e paritaria, ad una economia dura, pastorale, basata sull’allevamento di grandi animali, in cui la forza dell’uomo è fondamentale. Un sistema simbolico nuovo, con divinità maschili, armi e simboli solari, si ritrova in reperti del quarto millennio a.C.. Incisioni su stele rivelano molto della nuova ideologia. Le Dee (dell’alba e del sole) non sono creatrici, ma spose di divinità maschili. Particolarmente interessante questo capitolo, che spiega molto bene lo scontro tra le due ideologie e le relative strutture socio-economiche che hanno mutato la storia dell’antica Europa.

“…I cambiamenti si esprimono come transizione dall’ordine matrilineare a quello patrilineare, da teocrazia dotta a patriarcato militante, da società sessualmente equilibrata a gerarchia dominata dal maschio, e da religione della Dea ctonia a pantheon maschile indoeuropeo orientato verso il cielo.

Da quella trasformazione discendiamo anche noi, la nostra società, che davvero pare non voglia cambiare nonostante l’evidente fallimento della cultura patriarcale e delle sue regole di guerra, con il suo bisogno di soffocare l’identità della donna, sino a farne oggetto di violenza fisica e psicologica in tutto il mondo. Noi ci portiamo dentro la certezza che si potrà riprendere il filo interrotto della civiltà vera solo e se le nostre società saranno paritarie tra donna e uomo. Per questo lo studio della civiltà della Dea è sempre più importante per noi e per le nuove generazioni.

Vittoria Ravagli 27.8.2013

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LA CIVILTA DELLA DEA copertinacivilta-della-dea-vol-2

LA CIVILTA’ DELLA DEA di Marija Gimbutas

traduzione di Mariagrazia Pelaia – Stampa Alternativa / Nuovi equilibri

Vol. I giugno 2012 – Vol. II maggio 2013

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RIFERIMENTI IN RETE:

http://www.stampalternativa.it/wordpress/2012/08/31/la-magnifica-civilta-della-preistoria/

http://www.stampalternativa.it/libri/978-88-6222-168-9/marija-gimbutas/la-civilta-della-dea.html

http://www.stampalternativa.it/libri/978-88-6222-346-1/marija-gimbutas/la-civilta-della-dea-.html

https://cartesensibili.wordpress.com/2009/03/11/marija-gimbutas-signs-out-of-time-di-luciana-percovich/

https://cartesensibili.wordpress.com/2009/03/11/marija-gimbutas-e-la-visione-universale-della-cultura-della-grande-dea/

https://cartesensibili.wordpress.com/2012/03/12/e-della-madre-quali-sono-i-racconti-parte-prima-intervista-di-v-ravagli-a-octavia-monaco/

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3 pensieri su “Mariagrazia Pelaia riporta alla luce LA CIVILTA’ DELLA DEA di Marija Gimbutas – Lettura critica di Vittoria Ravagli

  1. naturalmente anche questo testo farà parte del mio percorso intorno alla dea madre, ai suoi linguaggi e alla sua memoria, alle architetture di relazioni che grazie a questa memoria sono ancora vive. Grazie a Vittoria che ce ne ha portato la traccia, che riannoda questo lavoro ad altri che già ho letto e spesso ripercorro, attraverso il corposo lavoro di Mariagrazia Pelaia.
    fernanda

  2. Ogni volta che mi capita tra le mani un libro o un articolo che si occupa delle civiltà cosiddette preistoriche cerco il nome di Marija Gimbutas nelle relative bibliografie: significativamente lo ritrovo assai raramente; dice bene Vittoria Ravagli che le teorie della studiosa lituana sono scomode, danno fastidio, irritano; in questi giorni stanno preparando un’ennesima guerra: eccolo uno dei motivi, tra i tantissimi, per rileggere il “Linguaggio della Dea”, per rimeditare gli studi di Gimbutas; grazie per questa segnalazione davvero importante.

  3. Scomoda Gimbutas lo è stata allora, quando vivente ha delineato alternative di lettura di un’archeologia radicata nel presente. Scomoda lo sarà certo ancora perché nelle radici della storia c’è l’inizio della prevaricazione che ha portato alla scomparsa di un mondo basato su altro rapporto tra i componenti del gruppo,allora era un consorzio ora è un ghetto e un carcere

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