Silvio Lacasella a proposito di GIULIO CARLO ARGAN- Intellettuale e storico dell’arte – Electa

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Che il 13 novembre 1992, all’indomani della sua morte, le pagine culturali dei maggiori quotidiani ospitassero una folta serie di testimonianze – scritte da coloro che a Giulio Carlo Argan si avvicinarono sin dagli anni della formazione, rimanendo affascinati, quasi ipnotizzati dal carisma umano e intellettuale, dalla sua grande qualità oratoria e dalla finezza del pensiero critico – era, oltre che prevedibile, persino ovvio. Un sincero e dovuto atto di riconoscenza. Meno scontato, invece, fu notare come proprio in quel momento si fossero finalmente aperte alcune fenditure nel muro dell’incomunicabilità, alzato un bel po’ di anni prima per dividere in modo netto quelli che parevano (e in parte effettivamente sono) due diversi modi di intendere l’arte. Una sorta di mappa divisa in parti quasi uguali, comprendente territori e strutture universitarie, editoria e mezzi di comunicazione, apparati ministeriali, direzioni di musei, sovrintendenze, Istituti italiani di Cultura e via dicendo. Tutto ciò che all’arte faceva riferimento. Ora, anche grazie a queste fenditure, è possibile dire che si sarebbero raggiunti risultati considerevoli, qualora le due posizioni avessero tra loro proficuamente comunicato.

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In grande sintesi: da una parte coloro che si schierarono con Lionello Venturi, la cui metodologia critica, se non fredda e chirurgica, considerava pressoché necessario tenere lontana ogni partecipazione emotiva, ritenendola portatrice di inevitabili e condizionanti sbalzi umorali, in modo da poter approfondire attraverso una lettura storica e filosofica dell’opera, l’epoca in cui essa era stata prodotta. E accanto a Venturi, sin dagli anni torinesi, si pose il poco più che ventenne Argan (era nato nel 1909). Dalla parte opposta il gruppo, non meno numeroso, di chi si riconobbe in Roberto Longhi: esegeta, invece, della passione, del sentimento “trascinante”, del mistero che ogni animo umano in sé custodisce. Pronto a calarsi nei meandri più oscuri, pur di trasformare ogni riflesso in bagliore luminoso. Luminoso e ustionante, come solo gli amori più intensi possono esserlo. Non per nulla egli sapeva diventare feroce e spietato quando si trattava di eliminare artisti reputati come inutili intralci visivi (Tiepolo, per fare un nome).

L’assenza, dunque, in taluni, rarissimi casi, può trasformarsi in presenza, e così è stato per Argan. Il suo insegnamento è rimasto vivo non solo in chi già ne amava la chiarezza metodologica, fatta di linee sottili, annodate con cura tra loro, sino a formare un tessuto critico delicato ma resistentissimo; ma anche da chi, in precedenza, quelle linee aveva guardato solo per trovarne i difetti. L’accusa principale era sempre la solita: in tanta sapienza mancavano le correnti del cuore, mentre veloci scorrevano quelle della mente. Maurizio Fagiolo dell’Arco, che pure ebbe modo di collaborare con lui, inserì nel suo ricordo parole di ammirazione e altre terribili: “In fondo, non amava i quadri. Li subiva. Mi disse una volta che non ci si deve affezionare al tema del proprio lavoro”. Anche Giuliano Briganti, nel tracciarne la figura sulle pagine di Repubblica, sottolineò questo suo aspetto: “Io scrissi una volta, e lui me lo rimproverò sorridendo, che quando lo leggevo non trovavo mai il filo conduttore che porta dal cervello al cuore o viceversa”, però, qualche riga dopo, nel raccontare di un loro viaggio in Germania, disse di come, al museo di Treviri, di fronte a “sculture meravigliose nelle quali si intravede tutta la forza del romanico tedesco, con quanta sincera emozione Argan le guardasse e come quell’emozione sapesse comunicarcela”.

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Credo che Argan, quasi tutto Argan, possa essere racchiuso in questa sua sottolineatura, stimolata da alcune considerazioni di Bruno Contardi, l’allievo che più gli fu vicino negli ultimi anni: “(sono) sempre fermamente persuaso che nulla al mondo è, in sé, razionale, ma nulla c’è tanto di irrazionale che il pensiero umano non possa razionalizzare”. Una formidabile dichiarazione d’intenti, commovente nella sua perfezione, quasi fosse una statua dell’amato Canova tesa verso l’assoluto o pensata come un progetto architettonico. Non a caso, all’architettura, a differenza di Longhi, dedicherà gran parte dei suoi studi (Bernini, Brunelleschi, Michelangelo) a cominciare dagli anni della formazione (la sua tesi di laurea, nel 1931, fu proprio su Sebastiano Serlio). Da Longhi si differenzia anche per la volontà di afferrare il contemporaneo, il design e le arti applicate. Fondamentale, a questo proposito, fu il suo libro del 1951 sulla Bauhaus, la scuola progettuale tedesca soppressa dai nazisti agli inizi degli anni ‘30. Intervistato da Claudio Gamba, Gillo Dorfles dichiara ricordandone la pubblicazione: “L’uscita del libro di Argan, che in un certo senso divulgava quello che era contenuto nei fascicoli sparsi del Bauhaus, è stato fondamentale non solo per la critica ma anche per la creazione pittorica”.

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L’intera intervista, assieme a moltissimi altri contributi forniti da studiosi quali Maurizio Calvesi, Antonio Pinelli, Salvatore Settis, Marisa Dalai Emiliani, per citarne solo alcuni, compare in un ponderoso volume (Edito da Electa – a cura di Claudio Gamba), stampato alla fine delle celebrazioni per il centenario della nascita. Il profilo che ne esce tratteggia fedelmente e quasi per intero “i molti aspetti della sua figura, discutendone la personalità unitariamente sfaccettata e coerentemente versatile”. C’è l’Argan giovane presto funzionario nell’Amministrazione delle Belle Arti (con Bottai ministro) e, dal 1955, maturo professore universitario, prima a Palermo e poi nella capitale, occupando la cattedra di Storia dell’Arte Moderna che fu di Lionello Venturi. Quindi l’Argan politico (primo sindaco laico e di sinistra di Roma, dal 1976 al 1979): in una lettera a Giovanni Spadolini egli scriveva: “Spesso mi chiesi se la politica non ti sottraesse allo studio o lo studio alla politica. Sbagliavo, uno storico può conciliare le due cose”. Ed è oggi bello trovare nel percorso anche qualche suo momento di debolezza, sono schegge di irrazionalità, fuoriuscite straordinariamente da una straordinaria-mente.

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Silvio Lacasella

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RIFERIMENTI IN RETE:

http://www.giuliocarloargan.org/

http://www.electaweb.com/catalogo/scheda/978883709101/it

http://www.accademiasanluca.eu/it/news/id/1328/giulio-carlo-argan-br-pubblicazioni-e-studi-recenti

http://nam.accademiasanluca.eu/nam/index.do?text=&cat=&page=&year=&ida=555&mult=2&lang=-1&ut=0

http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/geronimoarte/2013/05/23/giulio-carlo-argan.html

http://www.artribune.com/2012/11/una-lunga-amicizia-intellettuale-giulio-carlo-argan-e-la-critica-darte-nel-novecento-secondo-gillo-dorfles/

http://www.bianchibandinelli.it/associazione/giulio-carlo-argan/

http://www.artsblog.it/post/32269/giulio-carlo-argan-presentazione-delle-attivita-del-centenario-allaccademia-nazionale-di-san-luca

http://www.comuniverso.it/index.cfm?tipo=biografie&id=582

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