TRASMISSIONI DAL FARO N. 49 – A.M.Farabbi: Alberto Terrile

bruno catalano- il viaggio

Bruno Catalano

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Il faro illumina e scrive con la luce il nero che attraversa. Come un fotografo. Qui, Alberto Terrile, si apre e svela. Per la sua fotografia e per la sua persona, lo scelgo e lo illumino. Dà luce lui stesso.

Puoi raccontarci quando come e perché è nato il primo incontro con la fotografia, presentandoci poi, brevemente, le tappe fondamentali del tuo percorso artistico?

 Cominciai per caso attorno al 1978, scattai le mie prime  fotografie in bianco e nero senza avere minimamente i rudimenti di stampa. Le poche cose scoperte risalivano a qualche anno prima quando mia sorella aveva avuto la brillante idea di fidanzarsi con un tipo che aveva il padre fotoamatore. Il passo fu breve e ottenni in prestito l’ingranditore, alcune bacinelle e delle dispense di un corso per corrispondenza, ma non avevo voglia di leggerle per cui mi applicai malamente all’apparecchio. Totalmente inconsapevole dei diaframmi, stampavo a tutta apertura le innocenti foto di casti nudi della mia prima fidanzata. Non lo sapevo ma assieme alla fotografia criminale, la fotografia di nudo o erotica fu il primo grande veicolo di circolazione dell’immagine a cominciare dalla sua nascita nel 1856.

All’Accademia di Belle Arti vivevo una dimensione insofferente nei confronti dei sistemi didattici e mi annoiavo mortalmente. La situazione si aggravò ulteriormente quando la mia ragazza, Raffaella, pensò di innamorarsi di un art director di 17 anni più vecchio di lei e rimase incinta. Il dolore mi mandò in tilt, saltai così parecchie lezioni, specie quelle  relative a anatomia artistica. Soffrivo, non mangiavo e deperivo, sono le tristi storie dei primi amori.

Ogni studente deve render conto al docente di ciò che fa, mi ritrovai  quindi alla fine dell’anno senza 15 tavole di anatomia che erano necessarie per la valutazione complessiva. Dovevo trovare assolutamente una soluzione. Rubai dal frigo dell’Accademia una pellicola invertibile al tungsteno, chiamai Giovanni ( il nome del modello che posava alle lezioni di anatomia) e lo pregai di dedicarmi un’ora replicandomi ogni posa fatta durante l’anno, io l’avrei fotografato e una volta in possesso delle diapositive con un pomeriggio e una notte di intenso lavoro avrei ricalcato i disegni per l’ammissione all’esame. Il caso volle che terminate le pose di anatomia avanzassero circa 10 scatti. Chiamai così Barbara e Grazia e terminai il rullino.

La mia sorpresa fu grande quando, andando a ritirare le diapositive, ascoltai queste parole dal commesso :- Complimenti per i ritratti, veramente molto belli…..li ha fatti usando dei quarzi?

La mia ignoranza del lessico fotografico era grande, non sapevo che i quarzi erano illuminatori al tungsteno per studio e il mio pensiero volò invece alle raccolte di minerali che facevo alle elementari, per me quarzi e calcedonio erano pietre che mettevo in teche di plastica, per cui risposi deciso:- No!

Non fu tanto il complimento del tipo del laboratorio quanto il mio stupore per i ritratti realizzati a farmi pensare che il mio mondo pittorico era giunto al capolinea. Decisi di abbandonare i pennelli e l’olio di lino e iniziare un’avventura creativa in cui avrei sì dipinto ma con la luce.

Mi chiedi brevemente le principali tappe e qui entra in gioco “il tempo”.“Amare la fotografia significa avere cura del tempo. Il nostro tempo e quello dell’Altro” Ogni volta che qualcuno scompare faccio esperienza di come il tempo sia indissolubilmente legato alla fotografia e viceversa. Quando guardi chi non c’è più in una fotografia come per magia torni lì, accanto per un attimo e sei di fronte a un racconto di un momento della vita. Sono felice di essere fotografo. Attraverso lei (la fotografia) ho incontrato, conosciuto e ritratto tante persone molti “non sono più tra noi”. Eppure li possiamo ancora vedere e accarezzare con uno sguardo. Saramago  in cecità diceva “Se puoi vedere, guarda. Se puoi guardare, osserva”.

Le tappe potrebbero essere: 1989 il primo premio come ritrattista italiano, un buon motivo per credere maggiormente nella mia visione e modo di ritrarre. 1993 l’anno magico: La nascita degli Angeli e il soggiorno a Parigi, la conoscenza di Jolanda assistente di Wim Wenders, i ritratti di cinema a Venezia e il viaggio a Baghdad per vedere cosa produce una guerra.  1998 La scoperta della didattica dopo il corso tenuto alla Holden di Torino. Il mio primo libro in francese e tre mesi di mostra dei miei Angeli a dialettizzarsi con quelli medioevali del museo del Petit Palais di Avignone 2004 : la prima stampa italiana  su Marmo alleggerito di un Angelo e la partecipazione a disegnare il marmo, un modo per raccontare l’amicizia e reciproca stima col grande maestro del disegno  Omar Galliani. 2008 L’anno che vede l’uscita di due miei libri “Poeti Immaginati” (il racconto dei miei incontri con Ferlinghetti, Lou Reed, Lydia Lunch,Peter Hammill, Alejandro Jodorowsky,Ray Manzarek e altri) e “Nel segno dell’Angelo 1991/2008 (l’integrale del lavoro prodotto sino a quel momento) 2013 : la partecipazione (totalmente autoprodotta) della retrospettiva ventennale “Nel segno dell’Angelo 1993/2013) a Fotografia Europea di Reggio Emilia, il mio tributo nella sua terra a mia nonna Alberta Passini grande emiliana.

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La macchina fotografica è una maschera che copre il volto e il proprio occhio mentre guarda, oppure è la lente mirata che permette un prolungamento e un approfondimento della vista attraverso il proprio occhio biologico, o è lo strumento che permette di rendere immobile la propria visione, la propria interpretazione del mondo?

 L’apparecchio fotografico come una maschera, copre il volto e crea la giusta distanza  tra l’occhio e quella realtà che la fotografia trasforma, tutto è possibile grazie a  una visione interiorizzata e vicina all’Anima: guardare con il cuore le cose per  poi “riscriverle” attraverso il proprio sguardo.

Quando fotografo cerco di cogliere l’essenza delle cose e delle persone attraverso le forme del mondo. Ciò che racconto è l’equilibrio tra l’apparire e l’essere, tra l’esterno e l’interno di ogni essere umano. 

L’atto della sospensione è un tema a te molto caro, dentro cui hai dedicato anni di riflessione esistenziale e artistica, basta solo pensare al tuo lavoro sulle figure staccate da terra, come in lievitazione. Raccontaci.

Una sera del 1993, un forte temporale mi sorprese mentre ero ancora per strada. Trovai riparo in un bar tabacchi in rue Lepic (allora vivevo a Parigi), ordinai una birra, e scolo d’acqua presi a scrivere di getto questa frase su un foglio di carta che avevo in una tasca: Le forme simboliche vuote, ricevono l’immaginario delle masse. Preferisco abitare la periferia del sistema, nella quotidiana sospensione tra il Paradiso e l’Inferno di ogni mia giornata.

Già da un po’ di tempo, forse inconsapevolmente, realizzavo immagini  legate alla gravità e alla sospensione, immagini che assunsero nel 1991 l’aspetto di figure sospese in aria.
Quella sera, debitore verso quelle parole scaturite in un momento della vita che consideravo “non felice” compresi qualcosa sul concetto di Tempo: stavo dando una forma all’idea di “rappresentazione dell’invisibile” attraverso il mezzo fotografico che per sua specificità “non può prescindere dalla realtà”. Non è possibile fotografare ciò che non esiste.

Noi vediamo dei corpi che si sollevano da terra come se si sprigionasse una forza dal basso verso l’alto, le persone sembrano sollevarsi, come se ci fosse una forza contraria alla gravità. E’ come se nell’immagine fotografica si potesse impressionare ciò che non è fotografabile, quel mondo che non appare agli occhi di chi è incarnato nello spazio e nel tempo.
La sospensione di un corpo, non visibile dall’occhio umano, è resa possibile dalla rapidità del tempo fotografico che congela la frazione di secondo in cui un corpo fisico, compiendo un salto, raggiunge un culmine nel quale resta sospeso, prima di ridiscendere verso il suolo assecondando la gravità.
Poeticamente, è come se, nell’immagine fotografica, si potesse impressionare ciò che non è fotografabile.
L’Angelo personifica una direzione e un senso, ha la sua origine nella divinità ma la sua traiettoria passa attraverso il mondo umano.
 

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alberto terrile NEL SEGNO DELL’ANGELO 1991/2011 work in progress

 alberto terrile

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Guardando con attenzione le tue creature terrestri sospese in un volo ascensionale verticale senza ali, si ha l’impressione dell’importanza del vuoto. Del vuoto che circonda sempre la nostra persona. E della potenza individuale e collettiva di sconfiggere la gravitazione che ci magnetizza a terra.

 Il vuoto deve all’unità la sua pienezza, nel taoismo  ad esempio il vuoto è costitutivo dell’universo quanto il pieno. Il vuoto che circonda ogni persona rappresenta la vastità di ciò che non è conosciuto. L’uomo è troppo arrogante nei confronti della creazione e del cosmo, pertanto mi permetto di metter in pagina attraverso quell’impalpabile aria che è “l’attorno” ciò che lo dimensiona. Con questo work in progress, invito da vent’anni a guardare le cose del mondo cambiando l’abituale prospettiva ( i piedi per terra, il peso della gravità e del nostro quotidiano) , induco alla non appartenenza verso tutto ciò che ci condiziona, ci definisce e spesso a causa delle nostre aspettative (mediamente materiali) alla fine ci delude. 

La tua attività di fotografo si unisce anche a quella di insegnante di fotografia. Entrambe sono arti. Come ti apri ai tuoi allievi (chi sono generalmente i tuoi allievi?), quali forze emotive vuoi suscitare, quali sono i cardini della tua didattica?

La dimensione didattica completa la ricerca personale. E’ il momento in cui in modo pragmatico ti dai all’altro con tutte le tue conoscenze attraverso la trasmissione di quella technè che hai maturato con decenni di lavoro. Una cosa molto importante è ricordare loro l’umiltà che l’arte chiede perché oggi nel trionfo di un insensato sensazionalismo e della spettacolarizzazione di tutto, nel vano tentativo di innalzare lo status delle nostre esistenze, troppi credono che l’arte possa essere un trampolino o un modo per essere notati. Attraverso l’insegnamento propongo un piccolo viaggio alle radici della creatività che è propria di ogni essere umano. Ognuno secondo una sua misura è dotato di creatività. Dobbiamo riconoscerla e accoglierla per poterla utilizzare ricordando che quest’energia deve arricchire l’altro e non gonfiare il petto del pavone che è in noi. Una notte, una delle tante in cui non riuscivo ad appartenere al sonno né alla veglia, mi parve d’udire una voce che bisbigliava  queste parole: – quando l’ispirazione si palesa, devi lasciare ogni cosa e incamminarti sulla via che ti si apre innanzi. Non chiederti il  perché, né cosa significa o potrà significare, accetta che sia una forza superiore a te, non contrastarla. Affidati a lei. Sii umile e abbandona quanto conosci, ciò che ti è stato insegnato e quanto hai appreso da solo. Lascia che sia lei a lavorare in te.

L’immaginazione  è una fanciulla bellissima. Sorge sulla soglia della tua vita, desidera incontrarti per  intrattenersi un po’ con te. Per lei, la tua porta dovrà essere sempre aperta e la tavola imbandita. Se imparerai a conoscerla, non verserai lacrime quando la vedrai scomparire perché, così com’è giunta, se ne potrà andare.
Ricorda:- quando viene non la si può contenere; quando va, non la si può fermare. Non avere timore, se il tuo cuore è puro e l’anima pulita, lei tornerà da te.
I miei allievi, siano questi dei giovani iscritti all’Accademia di Belle Arti come ai corsi liberi sono uomini e donne che cercano attraverso il media fotografico di rapportarsi col mondo. I migliori sono quelli che capiscono che non occorre mostrarsi e far vetrina (quante bancarelle) immediatamente ma coloro che  continuano a lavorare con pazienza per affinare il loro linguaggio costruendo giorno per giorno quello che un giorno potrà chiamarsi “il loro stile”.

Raccontaci una tua fotografia, quella che ti ha sfondato l’occhio e il cuore.

 E’ difficile identificarne una perché il tempo quando creo non esiste è un continuum, trent’anni sono trascorsi in un soffio e io sono ancora fanciullo nel cuore quando guardo e sogno quando scatto le mie fotografie. Mi considero una “macchina sensibile”, il mio carburante sono le emozioni. Attraverso i sensi inspiro : prospettive, fisionomie e comportamenti. L’invenzione della fotografia permette di conservare il proprio passato, di recuperare le radici e rafforzare l’identità custodendola tra le pagine di un album di fotografie o nelle cornici appese in casa.

La fotografia è la memoria privata di ciò che ho visto, delle persone incontrate e dei luoghi che ho attraversato. L’archivio di un fotografo è come il baule che apriamo quando vogliamo ri-trovare frammenti e ricordi di tutto ciò che oggi non è più “sotto i nostri occhi”.Il sogno a occhi aperti che si compie per mezzo della memoria, come ogni ricordo, è “amore”. Per questo empatico risiedere in ogni scatto fatico a sceglierne una su tutte.

Raccontaci quale spazio e quali creature ti attraggono di più, dov’è e con chi il tuo occhio si intensifica?

L’obiettivo della vita umana è raggiungere il luogo in cui si stabilisce il collegamento tra l’uomo e la natura”, parole di R.W. Emerson 1836 filosofo trascendentalista. Amo gli spazi alti e vasti di montagna, le catene dell’appennino toscoemiliano dove ho origini e paesi come l’Islanda dove la natura dimensiona l’uomo. L’uomo come vertice della creazione non lo riconosco. Alcuni anni fa, sdraiato in un prato osservavo i fiori di campo muoversi nel vento. Parevano ritagliati nella loro bellezza proprio su quel cielo azzurro che dà ospitalità alle nostre strisce chimiche e altri veleni. La natura riesce a rendere bella persino la sua corruzione.

Da vero sognatore immaginai scuole all’aperto e professori che giocavano come fanciulli in un prato danzando con gli allievi, felici come i Wondervogel, il movimento naturalista a cavallo tra il XIX e il XX secolo, gli antesignani europei del movimento hippy.

In Finlandia come in Norvegia, prevalentemente al grande nord, i professori universitari invitano a casa i loro allievi, fanno grigliate nel verde bevendo assieme, discutendo vis a vis senza la barriera della cattedra dimostrando che l’arte di insegnare va di pari passo con l’arte di apprendere, gli uni dagli altri in un reciproco interscambio. La didattica non è un esercizio di potere ma il luogo ideale di reciproca crescita, uno dei tanti che la vita ci propone.

L’uomo che è parte integrante della natura non si separi mai da essa: LO SPIRITO AMA LA SUA ANTICA DIMORA. R.W. Emerson 1836

Per un fotografo le due sostanze tempo e spazio come si innestano tra loro. Una è più importante dell’altra?

 Lo spazio è il luogo in cui opero con il tempo. Grazie a quest’ultimoposso mostrare l’attimo di sospensione tra la terra e il cielo che caratterizza il mio ventennale (1993/2013) work in progress sul tema dell’Angelo. Per molti anni visto che sono fotografie analogiche e non digitali la gente riteneva fossero  dei fotomontaggi.

Non è un mero giochetto che si fa col tempo veloce di otturazione, dietro c’è un pensiero ben più profondo “rendere visibile l’invisibile”. Un’ immagine che vale solo per il visibile che c’è in essa, è ben poca cosa. Un’ immagine vale per l’ invisibile che c’è in essa. Questo lo sostenevano i pittori bizantini nei secoli passati e oggi nell’epoca di Instagram, delle sevizie operate da maldestri utilizzatori dei programmi di fotoritocco  credo sia un concetto da rinnovare e riproporre, un vero snodo per le generazioni future.

Come vive economicamente un fotografo oggi? Ci sono strutture oggi in Italia che accolgono mostre di fotografia, al di là delle solite  costosissime firmate da nomi fosforescenti?

 Oggi con l’avvento del digitale e il democratico portare la fotografia a tutti il fotografo che non è voluto stare al passo con i tempi vive assai male: chiude bottega. Col digitale però tutto si è anche omologato. Colori con preset standard, fotoritocco usato smodatamente e supporti cheap non aiutano molto. A Reggio Emilia per fotografia europea presentavo NEL SEGNO DELL’ANGELO una delle 10 mostre su 420 che si reggesse sulla tecnologia analogica. Ho cominciato a usare il digitale tardi, nel 99 e lo sto progressivamente abbandonando aumentando esponenzialmente il lavoro in pellicola. Con la vecchia fotografia sono più a mio agio, sento di avere il mio linguaggio forte costruito sul grande equilibrio tra la fase di ripresa e quella in camera oscura. C’erano un tempo sapori di alchimia che nella “camera chiara” di oggi si sono persi. Io sono un malinconico, un grande ricordatore che da molta importanza al passato e a ciò che è trascorso per dire la sua oggi. Per Reggio Emilia ho dovuto produrmi da solo. Il mio indurre un cambiamento nel modo di guardare il mondo e le cose non è stato preso in considerazione dai curatori e conseguentemente finanziato o co/prodotto. Ho dovuto contare sulle mie forze sborsando circa 6000 € di cui 425 € messi dall’associazione di cui sono direttore artistico che ha acquistato le luci. Il risultato è una mostra affascinante, un luogo grande ammantato di silenzio con un’illuminazione pensata appositamente per quel luogo  che era un ex magazzino di Max&Co di proprietà di Maramotti. Il pubblico l’ha premiata con un grande tam tam e visite a discapito di un riconoscimento (a oggi non avvenuto) da parte di curatori/amministratori. L’artista crea per sé e poi consegna le sue opere al pubblico che le adotta e completa col suo vissuto .

Ho scelto di fare ricerca fotografica prediligendo temi difficili e importanti  come l’invecchiamento attivo e i malati di Alzheimer, la comunità trans genovese, i disabili fisici e psichici con i quali abbiamo realizzato una singolare Alice nel paese dello stupore, pertanto mi mantengo da parecchi anni con la didattica, i corsi liberi e la cattedra di Fotografia all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova piuttosto che con la fotografia di danza, teatro, editoriale, ritrattistica d’autore come è stato per il ventennio precedente.

Com’è la situazione editoriale nel settore della fotografia in Italia?

 Per quello che ho potuto sperimentare sulla mia pelle pessima. Non sono un autore che fa nudo o cose che attraggono il pubblico, viaggio ma non faccio reportage, propongo una fotografia che induce a pensare e sto da anni ai margini di quella fotografia che fa immagine e vende, pertanto pago lo scotto. Attualmente sto lavorando per un piccolo editore a un progetto sui 13 anni genovesi di Tabucchi, ma ribadisco, vorrei tanto editare la mia Alice con i disabili un progetto del 2010/2011.

Che cosa consiglieresti per poter incrementare una più attenta cultura della lettura, per rendere cioè l’occhio meno distratto, meno abbagliato, meno risucchiato dal vortice consumistico in cui l’immagine è abusata e svilita?

Più silenzio, meno web, buttare via gli smartphone ricominciando da zero…guardare la natura…il cielo rivolgendosi poi successivamente alla storia dell’Arte antica e medioevale, ai grandi scrittori che hanno lasciato dei capolavori smettendola di vivere vite senza senso perché il mondo ci pare  giunto alla fine. Oggi c’è troppa superficialità, tanta velocità e l’ incapacità di concentrarsi su una cosa e ancor più la capacita di stupirsi. Manca lo stupore per il mondo che ha ogni neonato. Ritroviamolo!

A quali progetti stai lavorando?

 Ho terminato Alice e cerco un editore, ho terminato il lavoro sulle trans (un ponte immaginario con l’opera di Lisetta Carmi) e cerco un editore, come detto poco fa lavoro a questo libro su Tabucchi in compagnia di Luigi Surdich nel mentre continuo NEL SEGNO DELL’ANGELO che mi porto dietro dal 93. Continuo a ritrarre l’ultimo stadio della vita, gli anziani e cito una frase del grande Mario Giacomelli che ben spiega ciò che anche io, umilmente  faccio: “Essere chiuso in questa specie di scatola, in contatto con questo piccolo mondo. Vivere le cose che loro vivono, essere uno di loro.”.

 Chiuderei se me lo permetti così:

Per me il fotografoè un lettore attivo che con grande attenzione osserva la luce del sole deviandone a suo piacere il corso.Nelle mie rappresentazioni il soggetto umano diventa un interno sobriamente arredato, mentre l’interno si fa soggetto spoglio, caricandosi non tanto di segni, quanto della tensione dell’attesa. L’attesa è quella di un evento che non accadrà se non nell’occhio di chi guarda. Lo spettatore è parte attiva dell’immagine.Io sono le immagini che racconto, le parole che uso, che divengono sempre più affini a questo dono di cui faccio tesoro, dono che mi permette di sperimentare ogni giorno cosa significa nel mio caso “vivere” .Quale è il mio scopo? Solo restituire quello che mi è stato dato, tante persone fanno la stessa cosa : “essere al mondo”.

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A questo punto, a intervista conclusa, offro uno scritto interessante sulla fotografia creato su mio invito da Alberto Terrile per essere pubblicato nel sito Lietocolle, alcuni anni fa. Lo ripropongo, ringraziandolo.

Anna Maria Farabbi

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alberto terrile- NEL SEGNO DELL’ANGELO 1991/2011 work in progress

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LE IMMAGINI CHE NON SI POSSONO VEDERE- Alberto terrile

Un giorno  scoprii di avere una lunga arteria che collegava direttamente l’occhio col mio cuore. Compresi tutto questo andando incontro alle cose del mondo; mi bastava guardarle per sentirmi inondare di bellezza, di gioia e di gratitudine

Credo che lo spirito umano racchiuda il valore cosmico della terra mentre l’Universo evolve la coscienza.

Dedicai un intero mese di una calda estate alle mie fotografie ritirandomi sull’appennino toscoemiliano.

Ogni mio istante era un tributo nei confronti della Visione.  Mi svegliavo nel mattino con la stessa gioia di chi è in procinto di incontrare la persona amata.  Mi  inebriavo del suo  profumo, ne percepivo la temperatura e il battito. I miei sensi riconoscenti verso il creato muovevano velocemente le dita dando vita a differenti coppie   tempo/diaframma.
Percorrendo valli e crinali  compresi  il sistema venoso del paesaggio. Ne carezzai la superficie con lo sguardo. Il ritmo cardiaco  rallentava per sostenere senza scosse i tempi dell’otturatore. Tutto il mio essere si intonava sui colori del mondo attraendoli a sé.  La danza delle api incise il cielo come antiche scritture su tavolette di cera.
Come un monaco che chino  raccoglie con cura le erbe per i propri  infusi io coglievo frammenti di Universo con l’intento di custodirli nel mio archivio. I supporti plastici uniti all’argento del negativo avevano questo compito .
Il passato e  il presente possono coesistere nello spazio di una stessa immagine, ripetibile eppure mai uguale a sé stessa.
Col finire dell’estate giunse il tempo di rientrare a casa. Lasciare quei luoghi amati faceva male .La malinconia era però resa sopportabile dalla consapevolezza dell’esistenza di quei negativi .Li custodivo come un innamorato serba con cura sul cuore  un messaggiodella donna amata.
Dalla solennità delle giornate di luce passai al buio muschiato della camera oscura.
Nell’oscurità totale caricai i negativi nella sviluppatrice e iniziai a cullarli con ritmiche onde di acido rivelatore. Trenta secondi d’agitazione continua alternati a trenta secondi di riposo: la chimica incontra lo sciamano. Nel mentre, rivedevo a memoria quei luoghi, le luci , le posture,ascoltando i suoni mentre il tepore del sole in procinto di tramontare lambiva  la  mia pelle.
Alla fase di sviluppo del negativo succede il processo d’ arresto contraddistinto dall’odore acre dell’acido acetico che risale le narici con violenza.Due minuti d’agitazione continua al fine d’arrestare lo  sviluppo del negativo, tempo nel quale altre Visioni chiesero d’esser ricordate.
Le mani obbedivano al corpo fisico che ritto nell’ombra assecondava i processi chimici di fissaggio con cadenzate agitazioni mentre la mente vagava con la complicità del serbatoio della memoria a breve termine: l’ipotalamo.
Con trepidazione dopo diciassette minuti totali ripartiti in tre bagni  di diverse soluzioni  chimiche, giunse il momento più atteso, quello di aprire la sviluppatrice,sollevare le pellicole raccolte in spirali e finalmente poter  osservare il frutto di un mese di lavoro.
Nel tempo di un lampo sbigottii ,incredulo reggevo  in mano dei negativi completamente trasparenti: non c’era alcuna traccia d’immagine.
La voce chiuse la gola , la vista si fece bianca come la neve mentre indietreggiando cercavo  con le mani una seduta ove lasciarmi andare ad una specie di mancamento.
L’otturatore centrale dell’obiettivo si era rotto, ma l’apparecchio fotografico  aveva continuato a scattare facendo scorrere la tendina, e lo specchio aveva concorso mostrandomi le immagini, illudendomi di poter avere per me quanto avevo veduto.
Non mi azzardai mai più a provare a replicare quelle fotografie perché comunque erano  già state scattate, questo significava che io avevo “visto” e stabilito il momento in cui quella porzione di realtà sarebbe stata trasfigurata divenendo un oggetto bidimensionale.
Quelle immagini che non si possono vedere in realtà esistono. Quelle visioni benedette dalla luce del mondo sono in me ed io oggi per mostrarle ad altri ho un solo modo, quello di  “raccontarle” restituendole   così alla loro tridimensionalità.

 Iola di Montese Estate 2007

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RELATIVAMENTE ALL’AUTORE:

Alberto Terrile (Genova, 1961), fotografo creativo. Attivo nel campo editoriale, dello spettacolo (teatro, danza, cinema, musica) e pubblicitario. E’ specializzato nella ritrattistica d’autore ( 1° premio nazionale nell’89 e due volte standard di eccellenza al Kodak European Gold Award nel ’94 e ’96).

Ha esposto a Milano, Roma , Carrara, Berlino, Parigi, Avignone, Chicago , Montreal e Toronto. Collaboratore per editoria cartacea e musicale ( Einaudi-Zanichelli-Mondadori-Sugar).Cura l’immagine di coreografi musicisti e produttori tra cui Larrio Ekson, Corrado Rustici, Dee Dee Bridgewater. Conosciuto in italia e all’estero per il suo work in progress sul tema dell’Angelo nella contemporaneità che è stato promosso nel 1995 a Berlino dal regista Wim Wenders, è poi approdato con una versione ampliata e riveduta di questo progetto presso Il Museo del Petit Palais di Avignone (Fr) che ha prodotto e curato nell’estate 1998 la sua personale “Sous le Signe de L’Ange”, catalogo edizioni Petit Palais. E’ stato il primo artista italiano in occasione della mostra internazionale “Disegnare il Marmo” Carrara 2005 a stampare su marmo alleggerito una sua opera di grande formato. Dal 2004 è docente a contratto presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, dove tiene i corsi di Fotografia di scena e Fotografi.

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RIFERIMENTI IN RETE:

http://www.fotografiaeuropea.it/fe2013/mostre/alberto-terrile/
http://genova.mentelocale.it/52207-genova-alberto-terrile-genovese-alla-mostra-fotografia-europea-reggio-emilia/

blog.albertoterrile.it

http://www.youtube.com/watch?v=wYXfuAcuLEg&feature=youtu.be

http://youtu.be/Vn-_EVrqDSM
http://www.repubblica.it/persone/2012/05/24/foto/angeli-35811853/1/
http://www.youtube.com/watch?v=FTiWeFHpR40&feature=youtu.be

http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Terrile

http://en.wikipedia.org/wiki/Alberto_Terrile

http://fr.wikipedia.org/wiki/Alberto_Terrile

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4 pensieri su “TRASMISSIONI DAL FARO N. 49 – A.M.Farabbi: Alberto Terrile

  1. interessante è lo sviluppo della costruzione dell’immagine, l’aprire lo sguardo su qualcosa che solitamente si rifuta, quel galleggiare a mezz’aria come di fatto facciamo sempre come ospiti di un pianeta che ha sempre tutto il corpo tra le nuvole!

  2. Pingback: Intervistato dalla poetessa Anna Maria Farabbi | Le parole di Alberto Terrile

  3. Pingback: Alberto Terrile a ACCADEMIA ITALIA | Le parole di Alberto Terrile

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