Tra le PALAFITTE di Anna Bergna- Fernanda Ferraresso

roger lane
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Roger Lane
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[…] Se c’è tanta parte del mondo visibile che non riusciamo più a vedere, è perché lo sguardo interiore necessario per coglierlo è offuscato o rivolto altrove. Di questi tempi la visione è più in sintonia con il virtuale che con il visibile, con le immagini più che con le apparenze, con le rappresentazioni più che con i fenomeni. Di questi tempi manca la giusta serenità perché i giardini possano diventare pienamente visibili. Si può dire quindi che viviamo in un’epoca senza giardini, malgrado i tanti che ci circondano. […].

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Robert Pogue Harrison – Giardini- Fazi 2009

 

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Apre con questa citazione la raccolta di Anna Bergna PALAFITTE, Lietocolle Editore 2012. Autrice già presente nelle pagine di CARTESENSIBILI, mappe anche noi virtuali (bellissima parola se la si spezza e le si guarda nella pancia) per l’altra sua raccolta di poesia, Crocevia, pubblicata con il medesimo editore.
Di lei pochissime tracce biografiche: si affaccia al lago di Como, dove abita a Blevio. All’interno del libro, invece, il suo quaderno di testimonianze, perché di questo mi pare si tratti, si fa mappa geografica ella stessa, nominando in sé luoghi non sulla bocca di tutti. I nomi che riporta non aprono georgiche ma geologicamente abbattono muri, aprono delle stanze le racchiuse distanze, per cui tutto si fa tangibile, prossimo fino al punto in cui è suo segno e nostro, nell’ascolto, in una oscillante quiete in cui si arrampicano memorie e luoghi dell’intimo nostro sguardo, giardini circoscritti del se e del sé. Capita spesso che mi domandi cosa lavora la penna nel campo del foglio, cosa nasca da quelle viscere che non hanno né magma né suono e sono morti alberi senza più vento nelle chiome, senza acqua nelle radici, senza più spazio vivo che s’intrecci al cosmo. Mi domando se le nostre parole hanno un senso, come la mano del contadino nella semina di un rettangolo di spazio, noi qui, in questo chiuso silenzio in cui erigiamo muri credendo di abbatterli. Scrive Anna

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Tutto è gradazione di vuoto,
edificato nel luogo di uno spostamento.
Onda che sale, si appiana,
sale, si appiana
e correndo si illude
di aver lasciato il mare.
Brividi coscienziosi dell’inanimato.

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E tra i Murelli ci ritroviamo tra pale eoliche mentre in Piazza Duomo l’acqua sale, allagando il giardino p(r)ensile della visione. A Santa Tecla la riva aspetta il ricambio tra la sponda della notte e quella del giorno e tutto mette in chiaro quella illusione di cui già aveva disegnato i tratti nelle gradazioni del vuoto. Ci sono pesci e stracci di cielo e acqua, nuotano verso la bocca pregna di Anna Bergna, come in un’acqua buia e dolce, come nel Carso mangiato dalle piogge dove tutto si fa rivolo e scorre, corre  prima inoltrandosi tra un mare di bianche pietre che risuonano di domande per ciascuno di noi che le guardi, per coloro che le ascoltano. Così capita che tra le Alpi, di cui si respira l’aria profonda, ci siano pescatori che remano e nel cranio hanno pensieri che s’increspano come quelle acque, quelle che riflettono un movimento che è tutto dell’anima, di uno sguardo calatosi tra le alghe del fondo. E dovunque tra le pagine volano uccelli, si vedono aironi o gabbiani, si ascoltano alberi gonfi di profumi e vento, e piante  di diverse specie giocano quasi a scherma con le stelle, per essere luminose, per essere belle. Eppure in tutto questo alveo che scorre insieme al fiume celeste, insieme ai pensieri come animali galoppanti o silenti, ci sono uomini di cui non si sanno i nomi, ci sono case e paesi, ci sono luoghi abitati come una veste, involucri aperti in cui ogni cosa ha un posto e un peso specifico. E Anna sente, l’antenna alta ad ascoltare le onde che si propagano e riflettono

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[…]

Tutto scorre transita: onde, barconi, panfili, le nuvole dirette
oltre confine, le anatre scese da Mezzola, i vecchi accovacciati
sui cartoni ed i fedeli in processione al Duomo.
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Tutto scorre, transita, anche lo spigolo vivo, la pietra dura
contrapposta al vento, la pietra che taglia, fende, indica, così
immobile, opaca e densa,
[…]

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E tra la terra e il cielo si costruisce l’ombra, che cedevole ci guarda, da ogni posto in cui appoggiamo il piede, l’occhio si misura rivoltando come una zolla lo sguardo dentro, nel dentro di noi, terra e acqua in cui nuotiamo, in cui Uno è ognuno, nel Tempo del sogno, dove

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[…]

Tra tutti i nuotatori della sera,
l’universo guardava me ed io lo fissavo dritta, dimentica di
tutto, ubriaca di grandezza. Folate ininterrotte di riverberi

[…]
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E ancora oltre, in Anna, tra gli avannotti in Engadina, c’è un corpo che si lascia mangiare e si nasce e non è la parola soltanto, o il pathos ma qualcosa che viene, a toccare il fondo di noi, che  va ancora più in fondo, annullando quasi la parola stessa e fondandola proprio nel momento in cui affonda, nel fango, come atto e sostanza di una creazione continua e minima, come i minuti con cui il tempo ci intaglia e ci dissemina, in quel campo, bianco come la luna, che guarda la nostra crescita mentre una parola ne sgretola un’altra, sostanza e forma, forza sotterranea che permette il continuo flusso dei nostri attimi, dei pensieri, delle emozioni, delle nostre piccole azioni, nell’invisibile del giorno.

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fernanda ferraresso

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roger lane

roger lane-Lilac Harbour 2

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un paesaggio autorevole
concede luoghi scivolosi,
sorgenti intermittenti
e sentieri stretti
per camminare in fila indiana
verso una linea di confine
con il cielo

*

Circoscritti giardini

Se, crollando le geologiche mura, si perdessero forme e vita,

se l’oscillante quiete e le rampicanti malinconie evaporassero,

se il diaframma tra gli opposti elementi si rigasse in faglie,

se gli occhi non chiudessero palpebre a circoscrivere la luce,
ad addomesticarla in sopportabili chiari e scuri

io non coltiverei giardini, né desiderio d’ospitare,
solo disumani pensieri privi d’abitare.
*

Attesa sulla riva orientale

Davanti a Santa Tecla il giardino stenta, sospeso, dopo la notte
già lontana, in ombre chiare.
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Se sarà sempre attesa  e nenia infranta  sulla riva e sulle rotte
acciaio rosso di presagi; se neanche un gesto, uno sbarcol e se
anche, per un istante, sotto un soffitto tanto stretto, se anche
tu posassi il piede e fosse nudo, cosa potresti e come?
.
Il cielo qui non ha pianura o mare e l’infinito trova misura nel
rimando dietro le colme, ad altre ed altre.
.
Siedo sulla panchina come una rondine d’ottobre, intrappolata
da lavori in corso nello scheletro di un campanile.

*

la luce di una pala eolica
brilla sopra i Murelli
.
più intensa delle stelle
e a solitari umani
rende meno dura
l’enigmatica ed eremitica notte

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roger lane

roger lane Blue Landscape

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Una panchina nel Parco Da Riva (Blevio)

Una panchina sulla riva d’aprile.
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Durante la contemplazione del paesaggio – dell’insopportabile
perfezione- l’identità si dissolveva nella saliva elementare.
.
Lo splendore degli atomi, degli elettroni orbitanti.
Disintegrazione. Compenetrazione e sottrazione.
Sfrattare l’essenza. Soffocare, per cercare altrove il respiro.
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E di nuovo, allo sguazzare sulla pietra, l’accostarsi in molecole,
tessuti, organi, masse, colori di luce respinta. Armonia.
Elastico esistenziale. Big bang cosmico.
Densità e rarefazione, punti e superfici.
Esisto, il nulla, esisto.
.
Dalla tavola di Mendeleev al cielo, sulle ali di un airone
cinerino, perché la bianca linea dei ciliegi strisciava nei boschi,
là, sopra le cave.

*

un capriolino morto sulla strada,
abbagliato nel buio,
una vita leggera,
un ammanco da nulla,
un’ammaccatura di carrozzeria
.
e il silenzio impietrito delle costellazioni

*

Careno

Nel fondo della cava briciole antiche di montagna,
una chiesa, un prato e una tela leggera stesa a quattro mani:
casa lambita dal brusio delle costellazioni, zattera sottile per
adagiarsi a immaginare, nell’arco di un sopracciglio, l’infinito
abbraccio.
  .
E lo sguardo dal fondo di questo gomito alato, saliva a volo
di poiana.
.

che sale a volo di poiana.
Non qui lo strazio,  sussurrava, almeno non qui.
*

Tutto è gradazione di vuoto,
edificato nel luogo di uno spostamento.
.

Onda che sale, si appiana,
sale, si appiana
e correndo si illude
di aver lasciato il mare.
.

Brividi coscienziosi dell’inanimato

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**

Anna Bergna, Palafitte – LietoColle 2012

2 Comments

  1. Vorrei alle parole di Fernanda Ferraresso, che mi regala ancora l’emozione di poter comunicare, aggiungere alcune considerazioni. Recentemente ho ricevuto critiche da un amico poeta che mi rimprovera un’involuzione intimistico/paesaggistica e un cedimento al prosastico. Nella trascrizione che Fernanda compie dei miei testi, potrebbe non cogliersi la scelta da me operata dal punto di vista formale, poiché vengono inseriti degli a capo in realtà inesistenti e dovuti solo all’impaginazione dell’edizione. Non mi sembra il caso di riprendere le poesie scelte da Fernanda, ma ne porrò qui una recente, inedita, scritta alla foce del Magra e spiegherò la sua genesi formale.
    La poesia è nata composta da versi:

    Guardando dalla terrazza
    l’ultimo tratto del fiume,
    dove le sponde note terminano
    in un digrado verde pietroso e l’acqua,
    di tutte le modeste acque confluite,
    migra dalla vena cava al cuore,
    ho intuito l’ineluttabile
    andare della sostanza verso
    un universo acqueo
    che non si agghiaccia:
    pompa.

    Dietro la scogliera di marmo,
    i bambini si bagnavano nel Mediterraneo
    sostenuti da papere gialle.

    poi ha subito una “rettificazione”:

    Guardando dalla terrazza l’ultimo tratto del fiume,

    dove le sponde note terminano in un digrado verde pietroso e l’acqua, di tutte le modeste acque confluite, passa dalla vena cava al cuore, ho intuito l’ineluttabile andare della sostanza verso un universo acqueo che non si agghiaccia: pompa.

    Dietro la scogliera di marmo,
    i bambini si bagnavano nel Mediterraneo sostenuti da papere gialle.

    Nella prima versione la forza delle singole immagini/parole trae vantaggio dal verso breve che costringe l’occhio ad un movimento di continuo ritorno. Inoltre, il ritmo più sincopato e gli enjambement possono dare maggior spessore al correlato oggettivo. Ho poi scelto diversamente. In questo caso è la punteggiatura a dare il respiro della riflessione, è la sintassi del luogo /pensiero. È che il panorama non va a capo e io, che faccio di questo spazio la terrazza sull’ultimo tratto dell’esistenza, mi immergo in questa dimensione in cui lo sguardo procede dalla sorgente alla foce; ascolto questo andante, che è la storia di ogni individualità: una passeggiata che ci struttura e che strutturiamo in un reciproco scambio.
    A volte vivo gli a capo come una ghigliottina, un freno allo scorrere, altre come una risorsa.
    Per questo poi guardo la mia poesia e , verso per verso, la “rettifico”. Mi pare di darle così più libertà e forza. Così è stato anche per molte poesie di Palafitte, che nella trascrizione sotto la recensione sembrano costruite con versi molto eccentrici: come potrei continuamente spezzare la lunga linea in saliscendi delle Prealpi, dell’acqua che scorre, persino la strada sull’altra sponda che vedo lunghissima. Cerco di lavorare molto sul ritmo e la sonorità sillabica, sugli accenti, poi però penso che quando un musicista (ed io comunque non lo sono) scrive la musica, o la suona, mette, o vede, gli stacchi di battuta, ma l’armonia o la dodecafonia nascono da ciò che le battute suonate tutte abbracciate sanno creare e penso sia lo stesso per noi ascoltatori: sentire che il ritmo scorre o volutamente inciampa e si smarrisce , senza pensare alle stanghette delle battute.
    Non credo, per concludere, che la scelta di radunare alcuni versi in una stringa/strofa sia una scelta che faccia soffrire la forma poetica.
    Per quanto attiene al contenuto, giudico oggi per me una salvezza riuscire a cogliere la mia infinitesimale dimensione dentro il panorama e nello stesso tempo godere dell’opportunità di rendere lo spazio un luogo: di farlo storia e giardino, teatro del pensiero e del nostro passaggio. Non posseggo una macchina fotografica e, tanto meno, una videocamera, non ho mai fatto foto di viaggi. Eppure i luoghi sono per me la principale fonte di ispirazione del pensiero. Dal ciglio di una strada al cielo, tratto il mondo come un giardino o un’aiuola spartitraffico: un luogo che colonizzo di pensieri e sensazioni , nicchie che addomestico con la memoria e cerco di piantumare per creare ombra. Giudico che vada salvata questa opportunità umana di fare del vasto cosmo un giardino, di inserire un sogno dentro il panorama (riprendendo una definizione di Gilles Clément) e che questo, se si potesse radicare a fondo nelle nostre “anime”, ci farebbe migliori come specie , migliori nelle relazioni intra e inter specie.
    Non mi pare di fare dell’intimismo, a meno che si giudichino in questo modo la riflessioni di un umano che cerca la propria dimensione nell’equilibrio del recinto.
    Grazie
    Anna Bergna

  2. un commento torrentizio, come momento di grande “piena” e correlati smottamenti del terreno che attraversa, alternati a momenti in cui si riduce quasi a un rigagnolo:questa la cogitazione pressoché permanente, sono certa, che ancora una volta offre l’autrice. “Cogitare” deriva da cum-agitare, l’agitarsi dentro di sé, nella propria mente, di tante sue componenti in relazione con quel mondo cui la mente si apre e da cui viene aperta.Ma ciò che si vede è ciò che è in funzione di ciò che noi siamo intima-mente, profondamente. L’essere-uomo significa muoversi in un oceano d’incertezze o di certezze transitorie, in cui la sua coscienza non può non essere che una piccolissima goccia di quello stesso oceano in cui la goccia è immersa. Il fatto poi che sia sempre la coscienza a produrre il sapere di sentirsi goccia dell’oceano è il sapere che consente a ciascuno degli io di nominarsi, anche attraverso le cose e i luoghi mettendo a confronto quegli io con la propria insanabile mancanza. Ogni accertamento di consistenza dell’io e dell’oceano che lo contiene e di cui è parte è appena una porta che schiude il proprio sapere su nuovi imprevedibili orizzonti e quindi, fondamentalmente, sulla cognizione che l’unica certezza che il sapere dischiude è il proprio inesauribile non-sapere. La forma è solo un’impronta, la vaga configurazione di un’impronta che l’oceano in silenzio muta.
    Personalmente, quando scrivo poesia, non uso che i punti, pochi, persino quelli e lascio che si instauri una relazione che è quella offerta dal ponte, ovvero la parola che precede e quella seguente unite dalla mediana e così via in un continuo modificarsi dei ruoli rendendo il paesaggio mobile quale esso appunto è sempre e solo in funzione di illusioni percettive e incapacità del nostro occhio vediamo fermo. Fisicamente, chimicamente e dunque plasticamente il paesaggio è cosmo e come tale nulla è identico a quanto era l’attimo precedente e dentro c’è già il futuro anche se non lo si vede.

    fernanda

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