LETTURE ESTIVE: JOYCE CAROL OATES- BESTIE (Beasts, 2002)- Estratti ottava parte

adrien broom

Adrien Broom the messenger

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21- L’anno nuovo
Gennaio 1976

Erano state drogate. Come me.
Erano innamorate. Come me.
Avrebbero mantenuto il segreto per sempre. Come me. Siamo bestie e
questo ci consola.
«Oddio, Gillian. Che cosa ti è successo?»
Al Catamount College l’anno nuovo era cominciato insieme al nuovo
semestre.
Mi ero iscritta a nuovi corsi, ero stata accettata per la seconda parte del
selettivo seminario poetico del professor Harrow.
Avevo preso qualche brutto voto in due corsi dell’autunno: biologia e
storia dell’Europa. In un terzo, letteratura del Rinascimento, avevo ottenuto
un inaspettato voto decente benché per settimane, a intermittenza, avessi
saltato le lezioni, e poche ore dopo l’esame non riuscissi più a ricordare neanche
una parola di quello che avevo scritto. Il rettore credeva che Gillian
Brauer fosse stata malata, con un’influenza grave: «Quella brutta asiatica
che c’è in giro d’inverno». Era plausibile, forse addirittura vero. Avevo
sempre un po’ di nausea che mi si diffondeva nel corpo come una febbre.
Un giorno nel bagno Cassie afferrò all’improvviso la mia camicia da notte
di flanella. Fissandomi esclamò: «Come sei dimagrita, Gillian».
Le strappai il lembo della camicia dalle mani. Non avevo niente da raccontare
alla nostra curiosa Cassandra.
Sono gelose. Mi odiano. Che cosa sanno? Non sanno niente.
Sapevo che Dorcas e Andre erano tornati dall’Europa. Avevo lasciato la
casa pulita, la posta sul ripiano della cucina, divisa in mucchietti ordinati,
un coscienzioso elenco dei messaggi arrivati per telefono. Avevo fatto
quasi due chilometri per andare al Safeway del villaggio a comperare le
cose che Dorcas e Andre amavano mangiare a colazione, perché sapevo
che sarebbero arrivati tardi. Avevo pulito al meglio delle mie possibilità la
gabbia di bambù di Xipe Totec sopportando i suoi strilli indignati e gli attacchi
alle mani. Seguendo le istruzioni di Dorcas avevo lasciato la chiave
sotto lo zerbino.
E pulito il sentiero.
Ero rimasta ad aspettare una telefonata, ma il telefono non squillava mai
per me. Nessun foglietto rosa mi aspettava nella cassetta della posta. Avevo
ossessivamente provato e riprovato quello che avrei detto, per non tradire
il mio segreto, e con il passare dei giorni cominciavo addirittura a dubitare
di aver fatto una scoperta importante, a chiedermi se non avessi immaginato,
o sognato… quelle cose orrende sparpagliate sulla scrivania nello
studio.
Aspettavo con ansia. Mi tenevo lontana dal dormitorio nella speranza di
trovare nella cassetta della posta, al mio ritorno, il miracoloso foglietto rosa.
Perché se restavo nella mia stanza dovevo sentire il telefono suonare in
continuazione, sempre per un’altra, e mi era insopportabile.
Vagabondavo lungo l’argine del Catamount Creek ormai completamente
gelato. Il ghiaccio brillava anche sulle montagne coperte di neve. La neve
era troppo alta, e con una crosta troppo dura, per invogliarmi ad attraversare
il bosco e arrivare alla casa di Brierly Lane dal retro. Probabilmente ero
troppo debole, durante il tragitto sarei inciampata, sarei caduta. Solo salire
le scale bastava a lasciarmi senza fiato.
Avevo visto Andre Harrow attraversare il quadrilatero in compagnia di
Michelle e di una ragazza lentigginosa con una risata allegra e scoppiettante.
Frequentavano tutt’e due l’ultimo anno di teatro, Michelle e Diane
Kantrell, ed erano molto stimate.
Non avevo mai preso in considerazione l’ipotesi che Dorcas e Andre non
volessero mettersi in contatto con me. La preoccupazione mi faceva stare
male: lo sapevano? Sapevano che avevo disubbidito andando al piano di
sopra? Che avevo aperto il casellario e visto… le prove? Come un nodo
difficile da districare a cui si continua a dare strattoni, facendo tentativi
con le unghie fino a quando le unghie si rompono, mi arrovellavo su questa
possibilità che mi torturava.
Peggio: il loro silenzio poteva essere dettato da una totale indifferenza
nei confronti dell’interna di Dorcas, la fedele custode della casa; forse dopo
il viaggio in Europa avevano troppi impegni per mettersi in contatto con
lei? Magari avevano l’intenzione di chiamarmi, di invitarmi, prima o poi,
senza fretta?
Mi farò perdonare, chérie. Lo prometto.
Finalmente, prima dell’incontro iniziale del seminario di poesia, nell’atrio
dove indugiavo, vicino alla porta del suo ufficio, il professor Harrow
mi rivolse la parola per dirmi con un sorriso gioviale che lui e Dorcas avevano
molto apprezzato come mi ero presa cura della casa e che mi avrebbero
telefonato presto. «Dorcas promette che farà uno dei suoi cassoulet. E
anche Xipe Totec sente la tua mancanza e dice “Ci-ao”.»
Ridemmo insieme.
Il seminario si riuniva nella solita aula piuttosto piccola che fu ben presto
invasa dal fumo. C’erano quattro ragazze nuove e tre di loro fumavano.
Fu una lezione intensa, molto teorica, in cui parlò quasi sempre il professore.
Si era tagliato la barba e aveva un bel colorito, l’aria azzimata. Al lobo
sinistro gli brillava un piccolo smeraldo, una novità che tutte ammirarono.
Lui si informò allegramente delle nostre vacanze invernali, dei festeggiamenti
natalizi, di Hannukah. «Sono riti stagionali celesti radicati nei nostri
geni, nella nostra natura animale, atavica. Celebrare il solstizio d’inverno ci
è necessario e allo scopo usiamo qualsiasi cosa, qualsiasi oscura religione
sacrificale.» Tutte noi protese ad ascoltarlo bevevamo ogni parola. Soprattutto
le ragazze nuove, rapite in estasi dal privilegio di trovarsi così vicine
ad Andre Harrow.
Prima dell’incontro successivo mi tagliai i capelli.
Me li tagliai senza pietà, selvaggiamente, estaticamente.
Però lo feci con metodo, tagliando con le forbici vicino alla radice per
ottenere le ciocche più lunghe possibile. Erano bellissimi, i miei capelli lucidi
sui fogli di giornale che avevo sistemato sul pavimento del bagno. Poi
li divisi attentamente in due grosse ciocche che intrecciai, e l’indomani andai
nell’ufficio del professore per offrirgli in dono le trecce avvolte in una
carta sgargiante. Lui le fissò e poi guardò me, la mia piccola testa rasata, e
in quell’istante gli lessi negli occhi un’espressione meravigliata.
Ti ho sorpreso, vero, professore? Non sono una ragazzina tanto sciocca
e prevedibile, vero?
Non avevo mai visto Andre Harrow così perplesso e stupito. Quasi balbettò
dicendo: «Gillian, cosa… cosa diavolo hai fatto? I tuoi bellissimi capelli…».
Con fierezza risposi: «Dorcas ha detto che le piacevano. Diceva sempre
che erano la cosa più bella di me».
«E deve sempre ottenere quello che vuole?» chiese lui.
Risi, certa che si trattasse di una battuta.
In fretta il professor Harrow aggiunse: «Gillian, nessuno ti ha chiesto di
farlo, vero?».
«Nessuno.»
Il professore prese una delle trecce e l’accarezzò come se fosse una cosa
viva. La premette contro una guancia annusandone la fragranza con un gesto
che mi fece struggere di desiderio. Poi la riavvolse nella carta e disse:
«Sono sicuro che Dorcas ti vorrà vedere. Ti telefonerà questa sera».
Avevamo parlato a bassa voce nel caso davanti alla porta dell’ufficio ci
fosse una ragazza desiderosa di origliare.
(Dorcas e Andre avevano scoperto la mia intrusione nello studio? Non
sembrava, in quel momento. Non lo avrei mai saputo.)
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adrien broom

Adrien Broom the falconer

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22- Il fuoco
gennaio 1976

Infatti andò come aveva previsto lui. Dorcas mi telefonò e io tornai nella
casa nel cul-de-sac di Brierly Lane.
Nella vecchia casa colonica parzialmente nascosta da ginepri e betulle,
con i sempreverdi schiacciati dalla neve e un’aria di invernale stoicismo.
Quella volontà indomabile di resistere che hanno le cose vive.
Dorcas mi accolse con entusiasmo. Le lessi negli occhi che l’avevo sorpresa
e che aveva apprezzato la sorpresa. La mia piccola testa rasata – «Ma
petite, che cosa hai fatto?» – l’afferrò tra le mani forti, incorniciandola, e
intanto rifletteva. «Chérie, tu sei troppo crudele con te stessa. Guarda un
po’, sembri una martyr comme Jeanne d’Arc.» Mi afferrò per baciarmi con
passione, accarezzando ciò che restava dei miei capelli come si potrebbe
accarezzare la testa di un cane amato e molto sciocco.
Anche Andre mi accolse con entusiasmo. Aveva bevuto come Dorcas;
era paonazzo e nei suoi occhi astuti brillava uno sguardo che avevo già visto
quel primo pomeriggio in ufficio. Nessuno ti ha chiesto di farlo. Ricordatelo.
Dorcas mi portò subito nello studio per farmi vedere che uso aveva fatto
della mia offerta sacrificale.
Le trecce della petite poupée erano state vistosamente applicate a un totem
che raffigurava un’adolescente. Non quella magrissima ma la voluttuosa,
con i seni, i fianchi e le cosce ben torniti, in posa per farsi bella. Intelligentemente
Dorcas aveva attaccato le trecce alla testa piegata all’indietro,
con gli occhi vuoti rivolti al cielo. Orgogliosa della sua sessualità in
boccio, con l’illusione del potere che hanno le donne giovani, quando credono
che nel loro bellissimo corpo nuovo vivranno per sempre.
Quando credi che nel tuo bellissimo corpo nuovo sarai trattata con amore.
«Belle, vero? Non ha cervello, è una bête, però belle, vero?»
Risi, le trecce mi sembravano così adatte alla statua. Le appartenevano
così completamente, ormai del tutto estranee a me.
Risi, asciugandomi gli occhi. Ci fu un momento strano in cui la petite
poupée avrebbe potuto crollare e scoppiare a piangere, fare una scenata isterica,
ma se per esempio avesse avuto la faccia rigata di lacrime, il naso
che colava, chi avrebbe più desiderato baciarla, allora? Chi avrebbe voluto
abbracciarla, svestirla, accarezzarla e approfittare del suo corpo compiacente?
Fortunatamente quel momento passò.
Sfortunatamente le trecce sarebbero andate perdute insieme alla scultura.
I miei ricordi delle ore successive sono confusi. In effetti sono confusi
per le successive quarantotto ore.
Dorcas insisté per preparare uno dei suoi ricchi cassoulet.
In cucina ci divertivamo. Dorcas, Andre e Gillian. Xipe Totec svolazzava
intorno strillando irritato come se non mi avesse mai vista, come se non
mi fossi presi cura di lui per quindici giorni. «Quell’uccello è geloso di te,
chérie! Vedendoti senza capelli pensa che tu sia una sconosciuta, un étranger
méchant. Stupida bestia!»
Era vero. Non sembrava riconoscermi. Senza capelli la mia testa era più
piccola, vulnerabile come un uovo. Anche gli occhi erano più esposti e dovetti
ritrarmi più volte per proteggermi dal becco. Imprecando, Andre andò
a infilarsi i guanti per catturarlo e rimetterlo nella gabbia. Appena chiusa la
porticina della gabbia Dorcas vi infilò sopra il cappuccio scuro e miracolosamente
gli strilli cessarono di colpo. In quell’oscurità scesa all’improvviso
il pappagallo si sarebbe addormentato nel giro di pochi minuti.
«Voilà, chérie! Adesso sei al sicuro con noi.»
Quando sedemmo per mangiare stavo ormai svenendo dalla fame. Nel
cassoulet c’erano salsiccia e anatra, oltre alle verdure, e non avevo mai
mangiato niente di così squisito, solo che dopo i primi bocconi mi si chiuse
la gola e non riuscii a mandare giù più niente. Dorcas e Andre, indifferenti
a me, mangiavano con voracità. E voracemente bevevano.
La faccia bene in carne di Dorcas brillava nello sforzo, la bocca sporca
di rossetto. Era diventata più grassa dall’ultima volta che l’avevo vista. Anche
Andre era ingrassato durante le vacanze. La pelle sotto gli occhi era un
po’ gonfia. Il minuscolo puntino di sangue nell’occhio destro brillava come
una minuscola gemma. Muovevano tutti e due le mascelle come giganti,
stritolando il cibo. Mi piaceva molto osservarli tra le dita delle mani. Vedendomi
Andre rise e mi riempì di nuovo il bicchiere. Avevo la testa vuota
come un uovo, però il leggero e insistente mal di testa che per giorni mi
aveva tormentato era scomparso. Cercai di alzare il bicchiere, la mano mi
tremava tanto che Andre dovette aiutarmi. Quando ebbi finito di bere lui
mi baciò sulla bocca. Disse che quella per noi era la festa di Natale e di
Capodanno insieme: «Abbiamo dovuto festeggiare senza di te, e ci sei
mancata».
Dorcas strillò ubriaca: «Ci sei mancata un casino, chérie! E adesso ti sei
tosata i tuoi bellissimi capelli come una pecora».
Fu allora che feci una cosa strana: appoggiai la testa sul tavolo vicino al
piatto e premetti la fronte contro il legno solido. Ridevo piano, non stavo
piangendo. Sussurrai: «E che vi amo tanto. Vi amo tutt’e due. Mi dispiace
di essere stata cattiva. Non posso vivere senza di voi, non voglio vivere
senza di voi…».
Accendendo un sigaretto Andre disse: «Non vogliamo che tu viva senza
di noi, chérie».
Si era fatta notte, il momento pericoloso. Quando squillò il telefono Andre
si precipitò barcollante a rispondere, imprecando. Dorcas gli gridò
qualcosa. C’era rissa nell’aria, la tensione aleggiava come l’odore del cibo
bruciacchiato sul fondo della pentola che l’indomani mattina sarebbe toccato
a Gillian raschiare e lavare, sempre che il mattino fosse arrivato. Cominciai
a piangere per la felicità. Mi misero in mezzo a loro due e sopra la
mia testa china la rissa continuò. Salendo le scale mi cedettero le ginocchia,
così mi portarono in braccio. Ero scalza, inerme come una bambola
di pezza. Fu allora che mi sentii male e improvvisamente vomitai con gran
disgusto di Dorcas. «Che schifo! Disgustoso!» Il liquido caldo e maleodorante
che mi usciva a fiotti dalla bocca aveva sporcato il davanti della sua
tunica imbottita finendo sui bei piedini chiusi nelle pantofole dorate. Dorcas
mi avrebbe lasciata cadere sul pavimento se Andre, ridendo, non si
fosse affrettato a sostenermi per le ascelle. Più tardi lei mi schiaffeggiò e
mi scacciò dalla stanza. Uscii strisciando a quattro zampe, senza più sapere
dov’ero: in cima alle scale, forse? Il corridoio era buio, pieno di spifferi. Li
sentivo litigare, coprirsi di insulti. Allora capii: Lui mi vuole, lui mi ama, e
lei vuole tenerlo lontano da me. Sentii che lottavano e litigavano sull’alto
letto cigolante. Le loro mascelle da giganti avevano stritolato il cibo e adesso
i loro corpi si sarebbero stritolati nell’amplesso. Provai a premere le
mani sulle orecchie per non sentire, ma ero troppo debole. Mi colava un filo
di vomito sul mento. Poi arrivò fino a me un basso gemito di donna, un
suono ritmico che diventava più veloce o rallentava; accelerava, rallentava.
Un gemito più intenso.
Vogliono che senta, vogliono che sia testimone.
Sedetti per terra e lasciandomi scivolare da un gradino all’altro arrivai
fino in fondo alle scale. La testa mi rimbombava di interferenze, vedevo
confusamente. Riuscii non so come a trovare i miei indumenti, i blue jeans
e le mutande dove mi erano stati levati. Mi rivestii con le mani che tremavano
convulse mentre calde lacrime scendevano lungo la mia faccia su cui
bruciava ancora lo schiaffo. All’idea che non sarei riuscita a trovare gli stivali
il panico mi assalì, infine li trovai, vicino all’uscita di servizio. Impiegai
qualche tempo a infilarli. Dovetti sedermi per costringere i miei piedi a
entrare e quando mi accorsi che avevo infilato il sinistro nello stivale destro
e il piede destro nello stivale sinistro scoppiai a ridere. Scoprii di avere
le dita appiccicose di vino e vomito. Arrivai fino al lavandino pieno di
piatti sporchi, mi lavai le mani e mi bagnai la faccia con l’acqua fredda
perché mi sentivo febbricitante. Sotto il telo scuro Xipe Totec dormiva indisturbato
nel suo angolo.
I giganti al piano di sopra, i padroni di casa gonfi d’alcol e saziati dal
sesso dormivano un sonno senza sogni.
Trovai la giacca e la lunga sciarpa di lana. Fuori faceva molto freddo:
sarei dovuta tornare a piedi al campus in quello stato di debolezza e intontimento,
senza capelli, per di più. Le mie amiche sarebbero rimaste di stucco
nel vedermi, in fretta mi sarei sottratta alla loro curiosità. Sapevo che se
i nostri occhi si fossero incontrati avrebbero capito ed era meglio che non
capissero. Nella mia testa regnava ancora la babele di interferenze che crescevano
e diminuivano d’intensità, poi crescevano di nuovo, assordandomi.
Comunque sarei riuscita a sopravvivere alla tenebra polare, ce l’avrei fatta
a tornare al dormitorio, alla mia stanza, al mio letto. Non volevo prendere
la scorciatoia tra i boschi dietro la casa, avrei percorso tutta Brierly Lane
ripulita, con la neve ammucchiata ordinatamente sul ciglio della strada. Sarei
arrivata fino in College Road per attraversare i cancelli di ferro battuto
del Catamount College, imponenti come i cancelli di una favola illustrata
per bambini. Ce la farò. Ce la farò!
Benché esausta e a pezzi, ce l’avrei fatta. Entro le tre del mattino sarei
stata in camera mia.
Se non che ero ancora in cucina, con gli occhi pieni di lacrime. Che puzza!
Dorcas sarebbe andata su tutte le furie nello scoprire che la sua interna
era scomparsa lasciando una simile devastazione. L’odore di cassoulet bruciato
era intenso, nauseante. In un portacenere pieno di mozziconi appoggiato
sul tavolo uno dei sigaretti di Andre fumava ancora. Mi avvicinai per
spegnerlo, ma invece lo presi e lo portai in salotto. Lo appoggiai sul divano,
su uno dei lussuosi cuscini rossi del grande divano. Era stato fumato
per un terzo e, cadendo la cenere, rivelò la brace rossa come un rubino. All’altra
estremità il sigaretto era umido e masticato. Come una bambina curiosa
lo feci rotolare sul cuscino e rimasi a osservarlo fermarsi contro lo
schienale affondando un po’, quasi invisibile. Stava ancora bruciando o si
era spento? Probabilmente si era spento. Comunque continuava a emanare
il suo odore acre. Dietro il divano c’era un vaso di terracotta pieno di canne
e giunchi color sabbia, bellissimi e molto infiammabili.
Appoggiate contro una parete del salotto c’erano un mucchio di tele senza
cornice. I quadri astratti e primitivi che dipingeva Dorcas, oscenamente
colorati, ispirati agli aztechi. Li presi e li appoggiai allo schienale del divano.
Non stavo proprio pensando: sono infiammabili anche questi. Non
pensavo per niente. Mi muovevo come un automa.

adrien broom

Adrien Broom sleep

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23- L’allarme
20 gennaio 1976

Di notte l’urlo degli allarmi antincendio.
Di notte la bellezza tremenda del fuoco.
A Heath Cottage l’allarme scattò alle tre e cinquanta: un rumore assordante
che faceva fermare il cuore. Sentii gridare, qualcuno correva lungo il
corridoio picchiando sulle nostre porte: «Al fuoco!». Nel giro di pochi secondi
eravamo tutte fuori dai letti, nell’atrio illuminato e giù per le scale fino
all’uscita più vicina che era l’ingresso principale del dormitorio. Si sentiva
già l’odore del fumo. Non avevamo idea di dove fosse l’incendio.
Non può essere vero, pensai.
Ero confusa, anche se non mi avevano svegliato ero in stato confusionale.
Non mi ero spogliata del tutto per andare a letto. Non avevo previsto di
dormire, quella notte. Avevo scritto nel mio diario del pomeriggio in cui
avevo seguito Dorcas al villaggio, o quantomeno avevo provato a scrivere.
La penna continuava a sfuggirmi di mano, mi si chiudevano gli occhi. Ero
inebetita e terrorizzata come tutte le altre. Fu uno shock uscire all’aperto e
sentire la nudità della mia testa rasata, la nuca esposta al freddo.
I miei capelli? Che cos’era successo ai miei capelli? Ci accompagnarono
sulla strada, lontano dal
dormitorio. Voltandoci a guardare Heath Cottage scoprimmo che l’incendio
non era da noi. Adesso si capiva: era scoppiato altrove, a quasi un
chilometro di distanza.
Fuori dal campus.
In una delle case della facoltà.
Sopra la casa in fiamme nel cul-de-sac di Brierly Lane il cielo pulsava di
stelle. Restammo a guardare incantate mentre un altro veicolo dei pompieri
si avvicinava a sirene spiegate. Ci stringemmo vicine, dentro le nostre
giacche e nei cappotti indossati in fretta sopra le camicie da notte, i piedi
nudi infilati freneticamente dentro gli stivali. Eravamo quasi tutte a testa
scoperta e il vento ci sferzava la faccia. Si sentiva l’odore del fumo, in bocca
avevamo il sapore della fuliggine. L’adrenalina scorreva nei nostri corpi
giovani come fiamma liquida.
Il panico ci rendeva sciocche, quasi allegre. Dominique gridò: «Jill-y,
ragazza mia, guardati». Si precipitò verso di me, mi strinse tra le braccia e
leccò le mie lacrime gelate con la lingua morbida e calda.
Risi, colta di sorpresa.
Non osavo guardarla in faccia.
Leggevo nei suoi occhi la paura e il sollievo.
«È la loro casa, vero? È la loro casa che brucia.»
C’erano Penelope, Cassie, Dominique e Gillian che si tenevano per mano.
Le sorveglianti ci gridavano di rientrare, per favore, perché il fuoco era
altrove. «Non siete in pericolo. Ripetiamo che non c’è alcun pericolo. Heath
Cottage non sta bruciando. Il fuoco è fuori dal campus. L’incendio è
stato domato. Ripeto: tornate nelle vostre stanze.»
Qualcuno, forse Cassie, mi strinse la mano così forte da farmi male. Mi
aiutò a superare i gradini davanti alla porta d’ingresso. Mentre salivamo
tutte insieme le scale mi sostenne ancora. Io volevo soltanto sdraiarmi e
dormire. Ero così esausta, all’improvviso.
Alle quattro e dieci eravamo tutte rientrate nelle nostre stanze.
Il fuoco al 99 di Brierly Lane non era stato per niente “domato”. Bruciò
incontrollabile per oltre un’ora. Il materiale per dipingere e il legno delle
sculture al pianterreno erano molto infiammabili; al fuoco non era sopravvissuta
nemmeno una delle figure totemiche, in teoria. La scultrice stessa
morì nell’incendio, intrappolata in una stanza da letto al primo piano insieme
al marito. Andre Harrow, ancora in vita quando arrivarono i soccorsi,
morì poche ore dopo nel reparto di cure intensive dell’ospedale di Great
Barrington senza aver mai ripreso conoscenza.
Per via degli incendi appiccati nel campus si sospettò il dolo anche in
questo caso, però la conclusione dell’indagine fu che molto probabilmente
il fuoco era stato provocato da una sigaretta caduta sul divano al pianterreno.
Venni a conoscenza di questi fatti a distanza di qualche tempo. Quella
notte, dopo essere stata aiutata da Cassie a rientrare nella stanza, mi ero
trascinata fino al letto e avevo dormito per dodici ore consecutive.

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adrien broom

AdrienBroom65

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24- Parigi, Francia
11 febbraio 2001

Camminando alla cieca lungo l’argine della Senna, inconsapevole di ciò
che avevo intorno, ripensavo a quegli avvenimenti.
Inconsciamente mi toccai la testa sotto la cloche di lana. Portavo i capelli
corti da quando avevo vent’anni, la nuca sempre scoperta. Odiavo i capelli
negli occhi e odiavo la sensazione appiccicosa che mi davano, quando
faceva caldo, come dita sul collo.
Sorrisi. Avevo dimenticato com’erano bruciate le trecce nell’incendio.
Come dovevano aver preso fuoco, festose, prima che bruciasse anche il totem.
Mi laureai con lode nel 1977.
La colpevole degli incendi appiccati al Catamount dal 1974 al 1975 non
venne mai identificata. Si riteneva genericamente che fosse Marisa Spires.
Qualche mese dopo l’incendio di Brierly Lane, tuttavia, due ragazzini di
quindici anni che abitavano nel villaggio furono colti sul fatto mentre appiccavano
un fuoco dietro il liceo, a cinque chilometri dal campus; le caratteristiche
somigliavano a quelle degli incendi del Catamount, partiti con
stracci imbevuti di benzina. I ragazzi confessarono anche gli incendi del
campus, poi ritrattarono; più tardi si dichiararono colpevoli soltanto di alcuni
incendi e vennero condannati a brevi pene da scontare nel riformatorio
locale.
Nel novembre del 1976 scoppiò un incendio in una casetta a schiera;
partito da uno straccio imbevuto di benzina, divenne incontrollabile: una
donna e due bambini rimasero uccisi; la polizia indagò tra i sospetti, compreso
il marito della donna che era stato allontanato da casa dal tribunale,
ma non ci fu nessun arresto, per mancanza di prove. Dopodiché, per quello
che mi è dato sapere, al Catamount non ci furono altri episodi incendiari.
Il giorno si spegneva velocemente. Il sole non aveva mai fatto davvero la
sua comparsa limitandosi a un vago chiarore nel cielo e adesso aveva ceduto
completamente al buio. Sul Lungosenna si accesero le luci di lampioni
e fanali. Un fiume di luci. In piedi sull’argine fissavo la Tour Eiffel dall’altra
parte del fiume; era decorata di luminarie programmate per accendersi
ogni ora. I turisti restavano a fissarle incantati e scattavano fotografie.
Uno spettacolo un po’ da favola che faceva sorridere.
«Belle, vero?»
La donna che mi aveva parlato era in piedi accanto a me. Guardai: Dominique.
Eravamo a Parigi da otto giorni, dormivamo nell’alberghetto di rue Cassette
dove scendevamo sempre. Lei era coreografa all’Alvin Ailey Dance
Teather, dove fino a trent’anni aveva lavorato come ballerina; io ero direttrice
di una piccola ma prestigiosa università di studi umanistici vicino a
Philadelphia. Viaggiavamo spesso insieme pur vivendo separate.
Dominique mi strinse scherzosamente la mano per strapparmi una risposta.
Risi. «Sì, très belle.»

FINE

FINE.

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