Nadia Agustoni : Alice Munro. Chi ti credi di essere?

dan mccaw

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Dieci lunghi racconti con la stessa protagonista, o dieci capitoli di un romanzo di formazione di una delle migliori scrittrici canadesi contemporanee Alice Munro, tradotto per Einaudi da Susanna Basso, a distanza di oltre tre decenni dalla sua uscita.

Munro non ha bisogno di presentazioni, ma chi non l’avesse proprio letta può andare a vedere cosa dicono i colleghi americani dei suoi libri. Jonathan Franzen ne tesse l’elogio da anni, ed è solo uno tra i tanti, ma va detto anche che premi importanti e successo di critica vanno nel suo caso di pari passo col successo di pubblico.

Questo romanzo, Chi ti credi di essere?, per chi segue Munro riempie una lacuna; senza avremmo perso un tassello importante della sua scrittura.

La protagonista, Rose, è anche la voce narrante. Ci porta nei suoi mondi, luoghi innanzitutto, a partire da West Hanratty borgo sperduto nel grande territorio del Canada,  e da lì e nelle sue tante metamorfosi esistenziali la seguiamo di città in città, fino al parziale ritorno a casa dove affronterà il declino dell’amata matrigna Flo, avversaria e madre ruvida, tuttavia incapace di indifferenza versa la vita della figlia acquisita.

L’eloquenza di Rose è la forza di tutti i racconti. E’ lei a introdurre ogni personaggio, matrigna, padre e fratello, marito e amanti. Li conosciamo dal suo sguardo e conosciamo ancora di più lei, implacabile con se stessa, incapace dell’astuzia di celarsi al lettore.

Rose non è segreta, si dà come un’attrice, ma si dà nella sua sostanza reale non nell’apparenza della recita. Questo la rende imperdonabile e perdonabilissima, perché capace di un’innocenza minore, ma vera.

Hanratty è il grande cuore della narrazione, Rose ce ne racconta i segreti, la miseria di prima della seconda guerra mondiale, il disfacimento umano di gente non solo senza storia, ma senza alcuna prospettiva di vita dignitosa. Da lì la cieca violenza, le viltà e l’indifferenza verso i più esposti, spinti sempre più ai margini. Vi sono scene in cui si pensa alla crudezza di un Faulkner e in cui Munro ci dice che la povertà non ha mai avuto, a nessuna latitudine, un volto mite. Hanratty è quindi il terreno dove la giovane coscienza di Rose si rafforza e il serbatoio di storie che con quelle della sua vita di dopo diventeranno racconto e nello stesso tempo qualcosa che le fa male. Di solito pensiamo che raccontare di qualcuno è un po’ salvarlo. Rose sospetta il contrario e ce ne fa partecipi un po’ alla volta. Non pensiamo mai che raccontare, o piuttosto un certo modo di raccontare piuttosto diffuso, consegni le persone a una morbosità che è mortale, proprio per eccesso di sguardo. Il pericolo insito in questa esposizione non lo leggiamo mai come morte. Non è facile capirlo, ma se pensiamo ai corpi totalmente esposti che sono sulle copertine di riviste o in televisione o all’estremo opposto sulle strade, in balia dello sguardo degli altri, se pensiamo a come se ne parla in articoli e reportage e a cosa sia il sensazionalismo e a volte un facile umorismo fatto su di loro, riflettere dovrebbe darci un’altra intuizione.

Alla fine, la morte in un incidente assurdo di un caro amico d’infanzia di Hanratty, fa dire a questa attrice consumata, di piccola ma solida fama tra i seguaci delle serie televisive, che non parlerà con nessuno di quest’uomo, non racconterà. Non dice perché, ma ormai lo sappiamo; l’amore, che il suo mondo d’infanzia le ha lasciato dentro e lei non ha mai ammesso, è quello che mantiene alcune cose in un discreto, timido silenzio. Un silenzio com’è in quella gente chiassosa, un po’ cattiva, ma la cui solitudine rimbomba; gente che non sa parlare e che qualcuno deve difendere.

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Nadia Agustoni

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Il testo in forma ridotta è in QuiLibri  N.17 – maggio / giugno 2013

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Alice Munro, Chi ti credi di essere? – Einaudi 2012.

traduzione Susanna Basso

5 Comments

  1. nadia.grazie. e anche a chi ti ospita. ho il peccato di non aver letto la munro, per stupido sospetto verso certi romanzieri femmine smentito moltissime volte dalla caratura della muller, solo per citarne una altrimenti dovrei fare una lista improponibile qui.
    porto il tuo libro di poesie sempre con me – il mondo nelle cose – e mi fa piacere avere di chi fidarmi. te, con ferny, per esempio.

  2. Sempre coinvolgenti e densi di spunti di riflessione i racconti della Munro. Come questo pensiero sull’amore riportato in “ La fortuna di Simon”, uno dei racconti di “Chi ti credi di essere?”: …penso a quanto l’amore allontani il mondo da noi, quando è felice, non meno di quando non lo è [….]. In un modo o nell’altro, l’amore ti derubava sempre di qualcosa: una sorgente di equilibrio interiore, un piccolo nocciolo duro di onestà… Interessante e lucidissima la recensione di Nadia, che attraverso la descrizione della protagonista, trasmette l’essenza profonda del pensiero della Munro.

  3. Vi ringrazio.
    Daniela inaspettato quanto scrivi, ma spero prima o poi ci conosceremo.
    In bocca al lupo per il tuo libro.

    Avril, Munro è proprio così: una che spiazza, trova le crepe.

    Grazie Fernanda.

  4. Grazie, Nadia, che mi avvicini a una grande scrittrice che in verità non ho letto, ma mi interessa conoscere. Grazie anche perché l’estate è il tempo delle letture e dei ripensamenti, dove far sedimentare i libri e i pensieri. Un abbraccio a te e a Fernanda.

  5. Bellissima recensione, grazie. Anche io ho avuto l’impressione che il tema fosse la mancanza d’amore, o il mancato riconoscimento del suo potere salvifico, o l’incapacità di esprimerlo.

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