LETTURE ESTIVE: JOYCE CAROL OATES- BESTIE (Beasts, 2002)- Estratti sesta parte

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13- Nata tardi
Novembre 1975

Non sei capace di colpire più a fondo? Più a fondo.
Devi essere spietata.
Ricordo il suono della campana, il luccichio artico della neve dura. E
com’era tagliente la crosta di ghiaccio, scintillante, vetrificata.
Era la notte a crearmi problemi. Come succedeva a Sybil, che a volte
provava il desiderio di farsi del male. Come Marisa, tentata da voci cattive,
maligne. Il fuoco. Il fuoco. Spietata. Devi esserlo! Quando mi si abbassarono
le palpebre nel dormiveglia vidi la mia amica Penelope aprire una
porta, fissare orripilata un corpo steso sul pavimento dentro una pozza di
sangue. (A chi apparteneva quel corpo: a me, forse?) Dal giorno della rivelazione
sulla sua presunta origine Dominique ci evitava. La cosa feriva in
particolare me perché avevo sempre creduto d’essere la sua amica del cuore,
a Heath Cottage.
Prima che si creasse tutta quella tensione, durante il seminario, io e Dominique
ci mostravamo sempre le nostre composizioni. Leggevamo i testi
a voce alta. Adesso sentivo la sua mancanza.
Comunque: era ad Andre Harrow che desideravo disperatamente piacere.
Se fossi riuscita a piacere a lui, ragionavo, sarei stata al sicuro, nessuno
mi avrebbe più fatto del male.
Nemmeno io.
A poco a poco ai miei occhi gli altri professori persero d’interesse e cominciai
a saltare le lezioni. Ero troppo irrequieta per rimanere seduta in un’aula,
non riuscivo a stare ferma nemmeno nella cappella; camminavo avanti
e indietro disturbando le ragazze che cercavano di pregare o meditare
e spesso mi veniva chiesto di andarmene. Non ero tornata a casa per le vacanze
del Ringraziamento e non sarei tornata nemmeno per quelle di Natale.
I miei avevano divorziato, bene, io avevo divorziato dai miei.
Pensavo di rado a loro. Ancora più raramente li sognavo, come se avessero
smesso di esistere. Mentre Andre Harrow, che mi evitava in maniera
così palese, cresceva in importanza ogni giorno.
Non avere paura: scava nella tua anima.
Così le ossessioni cominciano e si propagano, come erbe infestanti…
Cassie suggerì che andassi con lei al cosiddetto Centro Psicologico. Ridendo
le risposi no grazie. «Quel che mi succede è una faccenda privata.»
Chi vuole far archiviare i propri pensieri in una banca dati a disposizione
di tutti i curiosi? Chi vuol essere schedato come paziente di uno psicoterapeuta?
Di uno strizzacervelli?
Qualora avvenisse una catastrofe, se avvenisse, si finirebbe tra i primi
sospetti.
Volevo disperatamente piacere ad Andre Harrow e non ci riuscivo. Provavo,
ce la mettevo tutta, ma non ci riuscivo. Credevo che se avessi migliorato
il mio lavoro lui mi avrebbe perdonata. Ero arrivata ad accettare il
fatto che non mi avrebbe mai amata. Com’era stato ridicolo da parte mia
farmi simili fantasie! Aveva Dorcas e tutte le altre. Però aveva sempre
ammirato il mio lavoro, a volte ne era sembrato addirittura colpito. Un
giorno, che ormai pareva appartenere a un tempo lontano, in tono assorto
aveva detto: «La tua è l’arte delle allusioni e delle ellissi, Gillian. Il tuo è
un talento che può svilupparsi».
Tuttavia aveva finito per perdere la pazienza con quell’arte. Era un altro
genere di scrittura, diretta come una polaroid, frontale, confessionale, ciò
che voleva adesso. Colpisci a fondo. Più a fondo. Riempivo pagine di diario
per ore e ore, fino a notte fonda, odiandone ogni parola. Detestavo
“confessare”, odiavo espormi così. Inoltre mi sapevo inadeguata: paragonavo
il mio corpo sottile a quello voluttuoso di Dominique, i miei modi riservati
all’esibizionismo di Marisa. E, cosa ancora più importante, non volevo
tradire i segreti altrui. Rispettavo i miei genitori, e credo che pur non
amandoli più mi sentissi dispiaciuta per loro. Sarebbe stato crudele esporne
le vicende private a degli estranei… Li conosco, poi? Li conosco come
figlia, una figlia nata quando avevano già raggiunto la mezza età.
Quando il professor Harrow ci aveva incoraggiato la prima volta a scrivere
dei nostri genitori, raccontando anche la loro vita sessuale, ero rimasta
di stucco al pensiero che sì, certo, anche i miei ne avevano avuta una. Non
soltanto loro due insieme, ma anche con altri, prima di incontrarsi. Mia
madre, una donna matronale ossessionata dall’ordine domestico, senza
immaginazione, secondo me, e con una grande cerchia di amiche, doveva
aver avuto le sue storie d’amore… di cui una era stata mio padre.
Mio padre! Difficile credere che fosse stato giovane. A me era sempre
sembrato un uomo di mezza età con una bella faccia un po’ appesantita, la
bocca una piega scontenta, la pelle sciupata. Era straordinariamente cortese,
un modo per tenere le distanze, con mia madre e con me. Sorrideva in
modo poco convincente, il suo era il sorriso di un uomo consapevole che
qualcosa che avrebbe dovuto prevedere andrà male.
All’inizio avevo pensato che avesse lasciato mia madre per un’altra donna,
invece la verità ancora più triste è che se n’era andato e basta.
Immaginarli senza vestiti, immaginarli che facevano l’amore, mi riusciva
impossibile.
Mi chiesi che cosa ne avrebbe fatto il professor Harrow dell’unico ricordo
significativo che ero riuscita a far affiorare dalla memoria.
Sono nata tardi, quando mia madre aveva quarantun anni e mio padre
più di cinquanta. La mia nascita era stata un “miracolo” inatteso. I miracoli
sono eventi fuori dal comune.
Eppure in un altro senso ero nata troppo presto. Avevo solo otto anni
quando John F. Kennedy fu assassinato, nel novembre del 1963. Ero troppo
giovane per essere consapevole, e men che meno coinvolta, nei trambusti
politici degli anni Sessanta, nella grande rivoluzione americana del ventesimo
secolo. I miei genitori non parlavano mai della guerra in Vietnam
né delle manifestazioni di protesta contro quella guerra. Non parlavano dei
cambiamenti che si stavano verificando oltre i confini della nostra proprietà,
tre acri nella parte settentrionale della Westchester County, New York.
Chi era stato assassinato? – Martin Luther King? – I miei genitori si erano
comportati con sconcerto, imbarazzo e dispiacere in presenza della domestica
di colore, Nella, che aveva insistito per venire a lavorare anche il
giorno dei funerali. Ricordo mia madre che protestava debolmente: «Vai
pure a casa, Nella, se vuoi. Puoi prenderti la giornata libera». E aveva sentito
la necessità di aggiungere, a voce più bassa: «Sarai pagata lo stesso».
Nella aveva rifiutato; in cucina piangeva preparando la cena. I suoi singhiozzi
gutturali erano arrivati fino a me. Nell’aria della nostra casa normalmente
tranquilla avevo avvertito una certa tensione e durante la cena
mi ero accorta che i miei si scambiavano occhiate colpevoli. Da quei bianchi
figli della loro classe e del loro tempo che erano provavano sconcerto e
risentimento. Che cosa c’entriamo noi con le emozioni della domestica?
Che cos’è questo dolore che non possiamo condividere? In questo mia madre
e mio padre si capivano perfettamente.
Quando l’indomani mattina rilessi ciò che avevo scritto, strappai disgustata
tutte le pagine.
«Non posso. Non posso tradirli.»

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14- La resa
Novembre 1975

Battei le dita arrossate dal freddo sulla porta dell’ufficio provocando un
rumore molto più acuto del previsto. Benché la facoltà di Lettere fosse semideserta
sapevo che il professore era in ufficio: sentivo delle voci.
Vedevo anche le luci accese dietro il vetro opaco della porta.
In quel pomeriggio di lunedì già buio come la notte la neve cadeva a
grossi fiocchi. Sentii la campana suonare le cinque e un quarto.
Andre Harrow, che non faceva mai la sua apparizione sul campus prima
delle due del pomeriggio, spesso si tratteneva in ufficio fino a tardi per ricevere
le studentesse. Venne ad aprire la porta e vedendo che si trattava di
me non accennò a invitarmi a entrare.
«Cosa c’è? Non mi sembra che abbiamo un appuntamento.»
«Aspetterò.»
Il mio tono aspro lo colse di sorpresa e catturò la sua attenzione strappandogli
un sorriso beffardo. Indossava un pesante maglione color verde
oliva fatto a mano che lasciava intravedere il colletto stropicciato di una
camicia di flanella e aveva la barba lunga. Durante l’ultimo seminario, venerdì,
non mi aveva guardata nemmeno una volta. Adesso mi parlò con ostentata
indifferenza: «Con questo colloquio ho finito, mi dispiace».
«Aspetterò.»
Avevo fatto i cinquecento metri che mi separavano da Heath Cottage di
corsa, con la testa scoperta e senza guanti e adesso mi misi in attesa nella
semioscurità davanti alla porta che si affacciava sul corridoio. Troppo irrequieta
per riuscire a stare seduta, cominciai a camminare avanti e indietro
disegnando un otto sul pavimento. Con questo colloquio ho finito, mi dispiace!
aveva detto. Ripetevo tra me e me la frase come una bambina ferita
e furiosa.
Non avrei sopportato un altro lungo fine settimana come quello appena
trascorso.
I fiocchi di neve che mi si erano posati tra i capelli disordinati dal vento
e sulle guance accaldate si stavano sciogliendo. Ero eccitata e terrorizzata,
ricordavo bene il bacio duro e punitivo del professore e la stretta delle sue
dita intorno alle mie spalle. Volevo soltanto che mi perdonasse, che mi
toccasse ancora, con tenerezza o violenza non era importante, purché mi
toccasse. Non poteva essere peggiore (mi dicevo) della caduta dalla sbarra:
la graziosa ginnasta che di colpo perde il controllo e atterra pesantemente
su gambe e fondoschiena. Quel momento di silenzio quando il pubblico
che aveva aspettato l’occasione di applaudire si rende conto che dopotutto
non applaudirà.
Mi dispiace, papà.
Mi vergogno tanto, papà.
Era la povera Catherine del seminario di poesia a colloquio con il professore,
una ragazza con i fianchi grossi e una faccia rosea da coniglio. Uscì
mordendosi le labbra per non piangere. Tu, pure, non amata e non amabile.
Il professor Harrow non venne alla porta per invitarmi a entrare.
Bussai di nuovo sfacciatamente e lui, che mi aspettava, vedendo l’espressione
sulla mia faccia, gli occhi dilatati, lo sguardo nudo e appassionato,
capì la ragione della mia venuta e di avere il controllo della situazione.
«Posso entrare, professore?» «Certo» disse. «Non per discutere delle
tue poesiole, spero.» Passò dietro di me e gettò una rapida occhiata nel
corridoio per controllare che non ci fosse nessuno ad aspettare. Poi chiuse
la porta e girò la chiave nella toppa. Spense la luce centrale lasciando accesa
soltanto la lampada sulla scrivania.
Non dimenticherò mai il tepore e la penombra.
Non dimenticherò il sigaretto che bruciava nel portacenere, l’odore acre
del fumo che mi irritava gli occhi.
Mi ordinò di togliere il cappotto e io ubbidii, stordita. Mi accarezzò i capelli
e mi prese la faccia tra le mani, tirandomi gli occhi con i pollici verso
le tempie. «Ammiro il tuo coraggio, Gillian. Mi piace.» Chinò la testa per
baciarmi e negli occhi aveva uno sguardo divertito. «Tremi come un uccellino
in trappola, anche questo mi piace.» Aprì un cassetto, tirò fuori una
bottiglia di vino, riempì due tazze e me ne diede una, costringendomi ad
avvicinarla alla bocca. Tremavo così forte, ero talmente eccitata, che fui
costretta a stringere la tazza con due mani.
«Hai raccontato a qualcuno che venivi qui?»
Scossi la testa senza parlare. Non l’avevo detto a nessuno.
Rise. All’improvviso sembrava molto felice. «Il tuo problema, Filomela,
è che parli troppo.»
«Professore…»
«Andre, per amor del cielo. Chiamami Andre.»
«Andre. Io ti… amo.»
Scoppiò di nuovo a ridere e ingollò ciò che restava del vino in un colpo
solo, come se fosse caffè, poi prese la mia tazza e l’appoggiò. Mi spinse
giù, costringendomi in ginocchio sul grande tappeto che copriva il pavimento
di legno. La mano premeva sulla mia nuca con decisione.
«Ti aspettavo da tanto tempo, ragazza.»
Quando uscimmo dalla facoltà di Lettere erano da poco passate le sette.
Lo sapevo perché avevo sentito la campana della chiesa suonare. Ero stordita
e disorientata, il vino mi aveva fatto ridere come una bambina spaventata,
ma adesso avevo mal di testa. Il professore mi aveva spedita nel bagno
al primo piano a “darmi una sistemata”. Allo specchio sembrava che i
miei occhi non riuscissero a mettere a fuoco, la bocca era tumefatta. Avevo
giurato ad Andre Harrow il mio amore eterno, gli avevo giurato che l’amavo
e che sarei morta per lui. Ridendo della mia stravagante dichiarazione,
lui mi aveva chiesto a cosa gli sarebbe servita una ragazza morta. Allo
specchio del bagno mi sembrava di veder affiorare il volto cereo del cadavere,
la bocca tumefatta e dolente.
«È così. Vedrai. Ti amo.»
Uscendo dall’edificio ebbi l’impressione che fosse passato molto tempo
dal momento del mio arrivo. Incespicai sui gradini coperti di neve, il professore
mi sostenne e quando feci per avviarmi verso il mio dormitorio mi
fermò. «Dove… andiamo?» domandai.
«Anche Dorcas ti stava aspettando » rispose lui.

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15- L’incendio
Dicembre 1975

Non fui testimone dei fatti perché ero altrove.
L’allarme antincendio cominciò a suonare a Heath House perché i rilevatori
di fumo nella lavanderia del seminterrato si erano messi in azione. Urla
e isteria, Drew Weldon che gridava chiamando aiuto, le mani insanguinate
dove il rasoio l’aveva colpita.
«Marisa? È stata… Marisa?»
I giornali locali furono ben contenti di titolare:
ARRESTATA STUDENTESSA DEL CATAMOUNT COLPEVOLE
DI INCENDIO DOLOSO.
Nonché: STUDENTESSA DI VENT’ANNI RICOVERATA IN
OSPEDALE.
Per giorni non si parlò d’altro. A Heath Cottage regnava un’atmosfera tesa,
una specie di isteria controllata. Cercavamo ognuna la compagnia delle
altre come sopravvissute a un naufragio. Io non ero stata testimone dei fatti:
fumo, fuoco, sirene, urla, ma Cassie aveva ripetuto tante volte la storia
in maniera così vivida che ben presto avevo finito per credere d’esserci stata
anch’io, in quella stanza. D’aver visto le mani insanguinate di Drew e la
mia amica Marisa legata a una barella, semiincosciente, in preda al delirio,
con la faccia e i capelli insanguinati mentre la portavano in ospedale. Immaginavo
di aver visto le ferite aperte dal rasoio sui polsi ma probabilmente
no, il personale medico doveva aver provveduto a mettere in gran fretta
lacci emostatici e fasciature.
«Un momento. Che cosa hai sentito per primo? Hai sentito prima l’allarme
o prima le grida di Drew?»
Dovevo sapere, incalzavo Cassie di domande. Il suo resoconto degli avvenimenti
differiva da quello di Dominique e Penelope solo in alcuni particolari
insignificanti. Il giornale del campus riportò una cronologia dei fatti
che era quella stabilita dalla polizia e confermata dagli agenti di sicurezza
dell’università, quindi su ciò che era accaduto nelle prime ore di quel
sabato notte si trovarono tutti d’accordo. Però non sembrava una ricostruzione
completa, era come se mancasse qualcosa.
A quanto ne sapevo io le cose erano andate più o meno così: intorno all’una
del cinque dicembre Marisa era scesa nella lavanderia del dormitorio
e si era barricata dietro la porta, che non aveva una chiave, usando una pila
di sedie di plastica e una pesante panca di legno; aveva cercato di sigillare
le fessure con gli asciugamani, versato della benzina su alcune pagine
strappate al suo diario e su indumenti vari trovati nella stanza, poi aveva
appiccato il fuoco. L’incendio era scoppiato subito; con il rasoio che aveva
portato con sé, Marisa si era tagliata le vene, senza riuscire ad arrivare
molto in profondità, aveva preso una tripla dose del Valium prescritto dal
medico. Indossava una delle sue gonne floreali di mussola indiana con una
maglietta sporca, era scalza. Drew Welton, un’anziana, capitano della
squadra di canottaggio, l’aveva incontrata al primo piano mentre scendeva
con un voluminoso sacco. «Mi ha guardata come uno zombie, senza vedermi,
e ho capito subito che qualcosa non andava. Oltretutto la poverina
stava morendo di fame.» Dopo alcuni minuti Drew l’aveva seguita nel seminterrato
scoprendo che la porta era chiusa. Sentito l’odore della benzina
e del fumo, aveva cercato con tutte le sue forze di aprire la porta; gridava
aiuto, quando i rilevatori di fumo erano scattati, poi era riuscita ad aprire
una fessura di qualche centimetro, sufficiente per infilarsi dentro, ed ecco
lì Marisa che tossiva soffocando per il fumo ma… «era fuori di sé, sembrava
completamente fuori di testa ed era forte come un gatto selvatico». Aveva
preso a rasoiate Drew che era fuggita di sopra correndo in cerca
d’aiuto. A quel punto l’allarme antincendio suonava a più non posso nel
dormitorio e i pompieri di Catamount, già in viaggio, sarebbero arrivati nel
giro di pochi minuti.
«Per salvare la vita di Marisa.»
«Sì» disse Cassie. «Credo di sì. Ciò che ne rimane, perlomeno.»
Io non ero stata testimone degli eventi. Nel momento del crollo di Marisa
ero con Dorcas e Andre Harrow nella casa di Brierly Lane.

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Sergio Albiac 32.

16- L’interna
Dicembre 1975

La distinzione tra “assistente” e “interna” è molto semplice: l’assistente
viene pagata, l’interna lavora gratis.
Viene ricompensata in esperienza, però, è evidente.
Fui l’interna di Dorcas per tutto il mese di dicembre 1975 e durante la
prima metà del gennaio 1976. Il mio internato era “ufficiale,” nel caso
qualcuno dell’università avesse fatto domande. I miei incarichi variavano,
non c’erano orari stabiliti. A volte si dimenticavano di chiamarmi per giorni
e a volte…
La nostra relazione personale invece era un segreto. Avevo capito che
altre studentesse del Catamount, altre ragazze e donne della zona venivano
coinvolte, di tanto in tanto, però non dovevamo comunicare tra noi. Mi avevano
messa in guardia: Non dirlo a nessuno! Tuttavia mi sembrava che a
Heath Cottage qualcuno ne fosse al corrente, circolavano illazioni e mormoni
invidiosi.
Glielo leggevo negli occhi. Occhi che spiavano i miei movimenti. Anche
Cassie, la mia amica: vedevo i suoi sguardi interrogativi e li evitavo. Mi
divorava la paura d’essere scoperta (avevo vent’anni, non ero più una bambina)
e al tempo stesso mi sentivo piena d’orgoglio. Adesso sono fortunata.
Non sono come le altre. Loro due mi amano.
Benché Dorcas mi avesse vietato di parlare d’amore.
«Sei troppo intelligente, non è vero, chérie? Tu, così superiore a quelle
sciocche ragazzine. Parlare d’amore offenderebbe Andre.»
Anche Dorcas mi aveva stretto la faccia tra le mani. Dove io mi ero vista
brutta, lei vedeva bellezza. I suoi pollici forti avevano tirato la pelle delicata
delle tempie. Mi impediva di parlare di mia madre che all’epoca telefonava
spesso per implorarmi di tornare a casa per un fine settimana.
«Chérie» mi diceva Dorcas, «non essere noiosa.»
Per Dorcas e Andre Harrow la noia era un peccato capitale.
Ci era consentito tutto, fuorché diventare noiose.
Mi piaceva quando Dorcas mi chiamava chérie, come una seducente attrice
francese. Nessuno mi aveva mai chiamato chérie prima. Mi baciò sulla
bocca, un bacio che bruciava come fuoco.
Che felicità mi dava frequentare la casa al 99 di Brierly Lane! Non erano
il vino – o la médecine -che mi rendevano euforica, era la consapevolezza
che Gillian non avrebbe mai più dovuto starsene acquattata tra gli alberi
sotto la pioggia come un animale.
La tentazione di raccontarlo era fortissima. Più volte mi ritrovai sul punto
di raccontare a Dorcas e Andre come li avevo spiati, che una notte avevo
visto una ragazza nello studio… Marisa? O forse no, probabilmente non
era lei. Data la situazione fare il suo nome non mi sembrava prudente.
(Marisa aveva lasciato l’università per non tornare più. Ci dissero che era
stata ricoverata in una clinica di Manhattan. Dopo quella notte nel campus
non ci furono più incendi né falsi allarmi.)
La prima volta che Andre Harrow mi aveva portato da Dorcas la casa mi
era sembrata enorme, dietro gli alberi coperti di neve. La luna impallidiva
nel cielo. Aveva aperto allegramente una porta di servizio e spingendomi
dentro aveva gridato: «Dor-cas! Une petite surprise».
L’attrazione che lei esercitava su di lui era assoluta, e viceversa. Nessuno
avrebbe potuto frapporsi tra loro. L’avevo capito subito, credo, perché era
molto evidente.
L’interno della vecchia casa era lussureggiante come una giungla. Due
culture erano entrate in collisione e la più debole, quella del New England,
aveva ceduto. Tracce di Dorcas dappertutto: orchidee dentro vasi d’argilla,
stuoie dai colori vivaci e arazzi alle pareti, piastrelle spagnole e messicane.
E le tele senza cornice, le sculture che dallo studio si riversavano in tutte le
stanze. La cucina era antiquata e non molto pulita, con una patina di sudiciume
sopra i ripiani, la stufa, il pavimento. Una notte, l'”interna” Gillian si
sarebbe messa a quattro zampe a strofinare quel lurido pavimento appiccicoso.
Abitava nella cucina un vecchio pappagallo dalle piume verdi e rosse:
Xipe Totec, lo chiamava Dorcas. Il nome di una divinità azteca? L’accento
di Dorcas era così forte che spesso non riuscivo a capirla bene. Viveva
negli Stati Uniti da quasi quindici anni eppure non faceva alcuno
sforzo per esprimersi con chiarezza. Era perfettamente nel suo stile. Parlava
di Xipe Totec come di un’anima reincarnata, un’anima malvagia, il Dio
del sacrificio. Morto mille volte, diceva, «e mille volte rinato dal suo stesso
sangue.»
Xipe Totec era una creatura sporca e cattiva. Aveva un occhio semistaccato
dall’orbita, il becco affilato e curvo attraversato da una crepa sottile
come un capello. Le piume sul petto erano un po’ rade e insanguinate perché
si becchettava da solo, per malvagità, diceva Dorcas. Versando vino
per tutti e tre, Andre indicò il pappagallo e disse: «Si avvicina l’ora del
prossimo decesso di Xipe Totec. È per questo che si comporta male».
Andre e Dorcas brindarono facendo tintinnare il bicchiere contro il mio,
opaco e sporco. Comunque bevvi lo stesso, il vino era scuro e caldo, intenso
e delizioso. Dorcas rise felice; ne avevo rovesciato un po’ come una
bambina impacciata e nervosa.
Si alternavano a baciarmi, a leccare la mia bocca tumefatta e appiccicosa.
«Voilà, une petite surprise! Un morceau delicieux.»
«Une belle animaletta, vero?»
Nello studio di Dorcas le sculture di legno sembravano vive. Le guardai
con meraviglia e spavento. Com’era strano che quelle facce e quei corpi
così rozzamente stilizzati, così deformi da un punto di vista umano, sembrassero
animati dal soffio vitale. Era il genio di Dorcas: doveva essere per
via degli occhi, pensai, che mi facevano paura… sapevo che mi avrebbero
scavato nell’anima, che avrei passato il resto della mia vita a cercare di sottrarmi.
Eppure gli occhi non erano altro che buchi rozzamente intagliati nel legno.
I nostri antenati primitivi. Dorcas li chiamava “totem”. Erano alti, voluminosi;
la statua più piccola misurava due metri, fatta eccezione per una
testa di bambino che era una sfera un po’ allungata con un diametro di circa
un metro. La madre che allattava con quei seni grottescamente gonfi. La
madre macilenta… moribonda forse? L’adolescente schiva e ossuta che
sentivo sorella. La ragazza rotondetta e vanitosa che si stringeva i seni fra
le mani. La donna gravida con la pancia gonfia come per una crescita maligna.
La partoriente accovacciata, con una brutta testa di neonato che si
affacciava dalla vagina, una ferita. L’uomo scheletrico con un’angosciata O
al posto della bocca. L’uomo muscoloso con un’erezione enorme. Il vecchio
grasso che fissava con un’espressione idiota negli occhi vuoti. I vecchi
sparuti, con gli organi sessuali rattrappiti, i sorrisi scheletrici e la testa del
neonato… Su un tavolo da lavoro c’erano molte teste di neonato di varie
dimensioni, quasi tutte sprovviste di corpo. Dorcas li univa alle “figure
materne”: niente corpi, soltanto le teste, con un effetto sinistro. Quella
prima notte distolsi lo sguardo e cominciai a tremare incontrollabilmente.
Dorcas e Andre risero. Lui mi accarezzò i capelli e la nuca. Lei ci ritrasse
in uno schizzo, le braccia forti e nude che si muovevano rapide sul foglio.
Più tardi scattò alcune polaroid. Anche Andre avrebbe scattato delle fotografie,
dopo. Nel mio ricordo il nostro amoreggiare fu confuso e irreale
come una pellicola cinematografica proiettata a una velocità sempre maggiore
fino a quando non si incendia.
Notte di dicembre.
Erano ormai parecchie notti…
Dovevo aiutare Dorcas a imballare uno dei suoi totem per spedirlo a un
compratore di Palm Springs, in California. Dovevo aiutarla a preparare la
cena ma continuavo ad addormentarmi, ero una tale sciocca piccola poupée…
Xipe Totec, il pappagallo colorato, strillava contro di noi. Non gli
piaceva vedermi in cucina perché era geloso delle attenzioni della padrona.
Mi aveva dato una beccata sul dorso della mano, aveva provato ad attaccarmi
agli occhi. Però Dorcas e Andre continuavano a permettergli di stare
fuori dalla gabbia e trascinarsi qua e là, appollaiandosi dove voleva e sporcando
con grosse macchie il pavimento e il tavolo di legno su cui mangiavamo,
persino il bancone dove io avrei dovuto tagliare le cipolle mentre
continuavo a tagliarmi le dita. (Era compito mio pulire con dei pezzi di
scottex bagnati dove Xipe Totec sporcava.) Musica rock a tutto volume, un
gruppo europeo che non avevo mai sentito nominare e che sembrava una
versione scadente dei Rolling Stones. Andre era di umore pericoloso. Dorcas
lo prendeva in giro lo stesso: pénis maussade, gli diceva. Io non frequentavo
le lezioni da quasi una settimana, compreso il seminario di poesia.
Buffo! Dorcas aveva chiamato la segreteria per spiegare che la sua interna
aveva preso l’influenza. «È tornata a casa prima e rientrerà in gennaio.
» (In effetti non sarei tornata per niente a Westchester County. La mia
casa adesso era al 99 di Brierly Lane.) A mezzanotte finalmente ci sedemmo
per mangiare. Ora toccava a Janis Joplin cantare e Xipe Totec, furibondo,
cercava di sovrastarne la voce. Quando osò beccare le nocche della
mano di Andre venne rimesso a forza nella gabbia incrostata di sporcizia;
richiusero la porticina e la ricoprirono con il telo scuro che aveva il perverso
di potere di farlo addormentare subito. «Che razza di perfetto animaletto
maschio e piumato è!» rise allegramente Dorcas.
Aveva preparato un saporito cassoulet molto denso. Squisito, malgrado
il riso un po’ colloso. Bevevamo un forte rosso italiano. Alzai la forchetta
per avvicinarla alla bocca, era pesante come piombo… Dorcas e Andre fumavano
ininterrottamente durante il pasto: lei le sue sigarette americane
preferite, con il filtro, lui gli eleganti sigaretti scuri olandesi che puzzavano
come tutoli bruciati. Entrambi cercarono di farmeli provare e risero vedendomi
tossire e soffocare. Ma era una risata affettuosa. Mi compiacevo di
quella risata come un cane che, mandato fuori a calci e poi richiamato per
una carezza, prova gratitudine per il padrone.
Mi amavano, credo, se il desiderio è amore. Non sempre lo è, a volte sì.
Quella notte lo era.
I momenti si confondono nel ricordo. Come in un film dal montaggio
onirico. Perché mi sembrò di vedere spesso un luccichio sanguigno sul pene
semiduro di Andre, sui suoi peli pubici, e la pelle flaccida e bianca della
pancia. La penombra tiepida creata dalla lampada a stelo flessibile sulla
scrivania. Anche se dopo quella prima volta non eravamo più rimasti insieme
nel suo ufficio. Che meravigliosa bambolina sei. Tanto piccina. Non
voglio far male alla bambolina. Non voglio far male alla bambolina…
Un grido di sorpresa gli sfuggì e fece una smorfia come se gli avessero
sparato.
«Svegliala, per amor del cielo.»
«Svegliala tu. Sei stato tu.»
Uno di loro mi premette la mano contro la fronte bruciante, qualcuno
toccò l’arteria sotto la mascella. «È viva, non essere ridicolo.»
«Non respira…»
«Sì che respira!»
«Ti avevo detto di non farlo. Di non darle il Quaalud. Devi sempre fare a
modo tuo.»
«Vai a prendere un po’ di ghiaccio, so come si fa.»
«Prenditelo tu! È colpa tua.»
Io volteggiavo sopra le lenzuola stropicciate e coperte di sudore e all’improvviso
sentii una sensazione crudele e bruciante contro la faccia, sul seno,
la pancia… il ghiaccio era freddo da bruciare. Spalancai gli occhi, avevo
le ciglia incollate. Ero sveglia ma non riuscivo a vedere bene. Battei le
palpebre spaventata all’idea di essere abbagliata dai flash. Non eravamo
nello studio di Dorcas ma di sopra, nella camera da letto con la carta da parati
coperta di macchie di umidità che cominciava a staccarsi dal muro.
Bruciavano candele profumate. Era un letto alto, vecchio stile, un letto a
baldacchino del New England. Il materasso era duro e sotto i miei fianchi
c’era un bozzo. Quand’ero stata visitata dal nostro medico di famiglia a
Westchester, per completare il modulo di iscrizione all’università, mi ero
irrigidita e all’inserimento dello speculum mi ero messa a piangere. Si trattava
di una punizione che conoscevo: venivo punita perché ero una ragazza.
Il medico aveva espresso la sua impazienza. Mia madre (nella sala d’attesa)
mi aveva informata nervosamente che la cosa andava fatta, che si
trattava di una… procedura. È la ragazza che va rimproverata, non la procedura.
Adesso le figure che incombevano su di me erano gigantesche come
quelle che incombono sopra la culla di un neonato. Cominciai a piangere
e uno dei due mi premette in fretta una mano sulla bocca.
Quel pappagallo urlante! Avevo pensato che fosse stato Xipe Totec a
gridare, ma evidentemente era stata la ragazza.

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