Tanti viaggi in uno soltanto: Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero – Lettura di Fernanda Ferraresso

benjamin garcia

Benjamin Garcia.

stare all’amo
e sentirci il mondo
dentro questa tonda cosa
che marcisce e si rinasce
con tutto dentro e  intorno
e se la guardi sembra sempre qualcuno
sembra sempre altro

Ecco, se dovessi parlare dell’amore, questo assurdo, imponente, monumentale e inafferrabile compagno, che cambia sempre volto ed è lo stesso, ingegnoso e mai fermo, spesso malfermo e goffo sostegno delle nostre esistenze, plurali sì, mai singole, seppur singolarissime, prenderei a segno del mio gesso per scriverne questo capitolo del libro di Mauro Germani, che ringrazio per avermi dato l’opportunità di leggerlo.
Gaber, è il tema del libro e dentro c’è un mappamondo, anche se sarebbe meglio mettere tutto il vocabolo al plurale: mappe dei mondi. Perché in ogni mappa ci sono più luoghi.  Perché ognuno guarda il mondo dalla sua ampiezza. L’altezza nessuno la possiede, nemmeno quando sale con l’areo sulla crosta della terra, in fondo resta ad essa sempre appiccicato come un insetto alla scodella del latte.
E se prendesse una nave intergalattica? Allora si allontanerebbe, da questa vecchia fatiscente magnifica bestia e, aggrappandosi a quell’unico pelo che è la logica, ne resterebbe ancora ammaliato e vorrebbe farvi ritorno sentendo che ogni suo osso è la parola più nitida e intera che lo dice vivo e vegeto, che ancora lo mantiene fedele a se stesso, fedele ad un creato che è di ognuno, creato da ognuno e sempre in maniera diversa, mai mandato a memoria.
Di Giorgio Gaber, che qui si ricorda essersi definito filosofo ignorante, Germani riporta il grande lavoro in cui il cantautore ha misurato la sua ignoranza, e così facendo la nostra comune mancanza di conoscenza, di ciò che è la materia della vita. La morte? Tutta un’ altra cosa, ancora più insondabile se pur con una bella porta borchiata o tre metri di misura sotto terra, e soprattutto più vicina, tra quelli che indiferenti alla vita ci camminano a fianco. Ma sono solo lampi, non discorsi, non se ne possono fare. La morte è in qualche modo monologante e anche noi, su di lei possiamo solo scrivere tracce fino alla soglia.
Batteva, la parola di Gaber, batteva il muro della stupidità, del conformismo di noi tutti,  che ci pensiamo governanti mentre non abbiamo alcun controllo, uomini che dimenticano quanto sia ampia la misura della libertà in ciascuno di noi, così piccoli e falsi, mediocri inservienti di qualcosa che non è la vita, ma una rappresentazione teatralizzata di una vita farsa, falsa. E’ scomodo passare per la porta stretta, che non è dopo la vita, ma ogni pezzetto di ogni nostro passo e ci chiede di farci piccoli, sottili per attraversare la densità di tutto quanto è appunto mondo, mai lontano da ciò che noi siamo.

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Di tutti i capitoli del libro, che approfondisce i temi trattati dal cantante, ho scelto proprio questo, Gaber e l’amore, perché lo considero l’inizio, come del resto si dice anche nella monografia ed è il pensiero di Gaber, e questo anche se, fisicamente, le pagine dedicate a questo argomento, stanno al centro del libro. Anzi credo che sia proprio il centro del lib(e)ro, che  deve venire poco prima di qualsiasi libertà pensata e/o collettivizzata. Come il corso del fiume, che si gode nella pianura più fertile, all’inizio la sorgente, all’ultimo tratto il mare, dove tutto l’amore con tutte le sue diverse forme viene, raccogliendo tutte le acque immissarie.
Mi torna in mente, a proposito dell’uomo che Gaber ha voluto sempre guardare, avvicinare, con il quale ha dialogato in se stesso, una citazione di Jung: – Dentro di noi abbiamo un’Ombra: un tipo molto cattivo, molto povero, che dobbiamo accettare.- E questo penso abbia fatto Gaber con tutti i personaggi che porta in scena attraverso se stesso.

L’amore di cui si parla, con un linguaggio semplice, senza accumuli poetici o patetici, è un linguaggio che arriva diretto, sia nel testo di  Germani, sia in quelli di Gaber, che vengono di seguito innestati tra loro, come si farebbe con  alberi da frutto,  dei quali  Germani sottolinea l’intensità e i passaggi che, nell’ascolto dei singoli pezzi, fanno spesso sfuggire allo sguardo il disegno completo tracciato. L’attenzione dedicata alla trama dei passaggi di ogni testo del cantautore mette in rilievo le contraddittorie abitudini, persino dell’ascolto della gente, sono vitali le sue sottolineature perchè fioriscono tutto ciò che sfuma all’orecchio del distratto, a quello che era andato a teatro per divertirsi e non per essere schiaffeggiato e svegliato dal torpore quotidiano.
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La monografia, dedicata all’opera di Giorgio Gaber in teatro e come musicista e scrittore di testi,  parte  prima di tutto dall’uomo dentro il mondo, uomo che non è  e non si vuole mettere a parte da nessun problema che l’uomo stesso crea,  attraverso quel gestore di un teatro dove ad esibirsi è il pensiero.  E’ un percorso dove gli ostacoli proposti non vengono mai scansati, il  viaggio attraversa ciò che è scomodo,  che pesa e fa male, e se anche riesce a far ridere, perché questa è anche la fortuna umana, di riuscire a ridere della propria pochezza, il percorso apre le porte del labirinto al cui al centro stanno le figure del mito: il minotauro e il suo cacciatore, il minotauro e le sue vittime. Al centro appunto la vittima sacrificale per eccellenza, l’amore, per sua natura più accattone che ricco benestante. L’ inattualità del mondo di Gaber sta nel rovesciare le figure, nell’osservare la velina in controluce e trarne l’essenziale. Dei numerosi capitoli trattati  cito l’elenco, proprio perchè ci si renda conto dell’attenzione data al lavoro dell’artista milanese.

Gaber e il teatro

Un nuovo percorso artistico

Il Teatro Canzone

Il Teatro d’Evocazione

Gaber e la musica

Le parole nella musica, la musica nelle parole

La canzone teatrale

Gaber e il pensiero

Pensiero e ideologia

I riferimenti culturali e le citazioni

Louis- Ferdinand Cèline

Jean-Paul Sartre

Pier Paolo Pasolini

Gaber e il corpo

La mente e il corpo

Il corpo e la società

L’ambivalenza e le contraddizioni del corpo

Il corpo a teatro

Gaber e l’amore

Una storia fondamentale e ricorrente

Il dilemma e l’amore-cosa

Un altro reparto dell’amore

Gaber e la società

L’uomo inserito

Dalla parte di chi

Maria, l’esistenza, la realtà

La malattia della libertà

Una società capovolta: la crisi del soggetto e l’indignazione

Il volo mancato e i nuovi barbari

Gaber e il potere

Tutte le facce del potere

Il sistema dell’assuefazione e la grande sfida

Gaber e la morte

L’indicibilità della morte

La mancanza d’essere

Al termine del mondo

Gaber e Dio

Senza altari né vangeli

Tra sradicamento e mistero

Gaber e l’uomo

Quale uomo?

Al centro della vita

 

In questo articolato susseguirsi di temi proposti da Germani c’è l’attenzione e la partecipazione viva ad una vita spesa a toccare con mano cosa sia l’uomo, a parteciparne emozioni, illazioni, riflettendo su cosa ci appartenga e cosa invece potremmo dire fuori di noi, di ciascuno di noi. E alla fine, con Gaber potremmo dire che alla base di tutto, sì, alla base di questa babele che solleviamo dalla polvere ogni giorno ci stanno sempre quei due: la donna e l’uomo, artefici di un futuro che pare, ultimamente, vogliano distruggere, pareggiando il bagaglio di una a favore dell’altro…e no, credo come Gaber che  non c’è possibilità di futuro se non c’è differenza!

Non è innamorarsi hai detto
non è innamorarsi che fa l’amore.
E’ restare insieme alla grande rivoluzione di questo secolo.
E’ restare insieme.

Massimiliano Bardotti

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fernanda ferraresso

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Mauro Germani, Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero – Editrice ZONA

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Riferimenti in rete:

http://maurogermani.blogspot.it/

http://maurogermani.blogspot.it/2013/04/giorgio-gaber-il-teatro-del-pensiero.html

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10 Comments

  1. Grazie, cara Fernanda, per la tua bellissima “nota di lettura” per un libro che dev’essere sicuramente altrettanto bello ed importante, dedicato ad uno dei cantautori, intellettuali, uomini “impegnati” sul serio, e così via, che ci mancano di più.
    Grazie, e un carissimo augurio e saluto

  2. Il libro è denso e ricchissimo, analizza con amore e precisione un materiale sonoro e scritto che offre tracce della scelta di Gaber di porgere un tagliente sguardo sul mondo e sui modi di viverlo, sulla ricchezza delle differenze, sulla nostra mancanza all’origine del giudizio, quell’ignoranza che ci rende fragili e disponibili ad accogliere quanto ogni giorno sifa avanti, si fa nostro percorso.
    grazie a Vittoria, ad Elina e a MAriella.Ancora grazie a Mauro Germani,autore del testo, per questo suo impegno ad ampio raggio e in profondità nella produzione artistica di Gaber.
    fernanda f.

  3. Un viaggio davvero emozionante che racchiude un immenso patrimonio artistico reso ancor piu’ prezioso dalla tua nota sapiente e amorevole. Grazie Ferni.

  4. Giorgio Gaber faceva finta!..ma è stato un grande autore, cantante ,attore ,presentatore. nasce a ; Milano 1939), autore, attore. Inizia a esercitarsi con la chitarra a quindici anni per curare il braccio sinistro colpito da una paralisi. Studia economia e commercio alla Università Bocconi, pagandosi gli studi con le esibizioni al Santa Tecla di Milano, locale in cui nascono le sue prime canzoni e dove incontra amici e complici come Jannacci. In questo locale viene notato da Mogol che gli procura un’audizione per la Ricordi, a cui farà seguito un primo disco. Nello stesso periodo (fine anni ’50) intraprende la carriera nel gruppo rock’n roll dei Rocky Mountains; in seguito si esibisce in coppia con Maria Monti al Teatro Gerolamo di Milano con lo spettacolo “Il Giorgio e la Maria”. Dopo queste prime esperienze, negli anni ’60 si afferma con una vena più delicata e nostalgica, recuperando brani del repertorio popolare milanese. Passa poi a una dimensione decisamente più umoristica impegnandosi (dalla fine degli anni ’60) in un repertorio maggiormente attento all’attualità sociale e politica del Paese (forte è l’influenza di J. Brel). Appare in tv come conduttore in Canzoniere minimo (1963), Milano cantata (1964) e Le nostre serate (1965) oltre a numerosi altri spettacoli di varietà. Nel 1965 sposa O. Colli. A Canzonissima (1969) presenta “Come è bella la città”, una tra le prime canzoni in cui traspare la sua sensibilità sociale. Nel 1970 il Piccolo Teatro di Milano gli offre la possibilità di allestire uno spettacolo: nasce così “Il Signor G.” (che resterà il suo soprannome), in cui le canzoni sfumano in monologhi dal gusto amaro e ironico, che trasportano lo spettatore in un’atmosfera vagamente surreale, in cui si mescolano sociale e politica, amore e speranza. A partire dagli anni ’70 l’unico riferimento artistico di G. è il teatro; egli si avvale della collaborazione di S. Luporini, pittore di Viareggio e suo grande amico, con il quale firma tutti i suoi spettacoli. G. diventa così cantante-attore-autore, o ‘cantattore’, con gli spettacoli “Dialogo fra un impiegato e un non so” (1972), “Far finta di essere sani” (1973), “Anche per oggi non si vola” (1974), “Libertà obbligatoria” (1976), “Polli d’allevamento” (1978), tutti prodotti con il Piccolo Teatro di Milano. Le sue storie sono quelle di un uomo qualunque, di un uomo del nostro tempo, con le speranze, le delusioni, i drammi e i problemi tipici dell’esistenza quotidiana. Tutti i suoi recital vengono ripresi in incisioni dal vivo. Nel 1980 scrive “Io se fossi Dio” , atto d’accusa ispirato ai tragici avvenimenti del rapimento Moro. L’anno seguente, sulla scorta del successo degli americani Blues Brothers, forma con E. Jannacci il duo Ja-Ga Brothers rinnovando l’antica collaborazione degli esordi. Nel 1981 ripropone in tv i suoi spettacoli teatrali più importanti nella trasmissione “Retrospettiva” ed è in teatro con lo spettacolo “Anni affollati”. Negli anni ’80 G. si sposta in direzione della prosa con gli spettacoli “Il caso di Alessandro e Maria” (1982) con M. Melato, sul rapporto uomo-donna, “Parlami d’amore Mariù” (1986), in cui G. descrive quella strana invenzione che è l’amore e “Il grigio” (1988), metafora di una spietata analisi introspettiva. Con gli anni ’90 G. riprende la forma di teatro musicale che gli è congeniale con “Il Teatro Canzone” (1991), spettacolo retrospettivo; “Il Dio bambino” , sull’incapacità dell’uomo di uscire dall’infanzia e di evolversi; “E pensare che c’era il pensiero” (1994), sull’assenza di senso collettivo e sull’isolamento umano; “Gaber 96/97” , in cui sostanzialmente riprende il precedente spettacolo; “Un’idiozia conquistata a fatica” (1997-98), spettacolo di intervento sul contingente, legato all’isteria dei fanatismi politici e del ‘me.
    Per me ha rappresentato molto bene la nostra società, di oggi, che per il Potere. si vende l’anima.
    Dora

    1. grazie per le ulteriori note.Il libro è ricchissimo di riferimenti e note.Nella mia presentazione ho trattato un unico argomento che poi è la traccia per considerarne altri come ho spiegato.

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